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I Problemi del sud

L'indipendente 7 ottobre 1992

Da L'Inferno, profondo sud, male oscuro emerge proprio ciò che Bocca, nelle sue trecento pagine, vorrebbe in tutti i modi negare: che il Sud è stato rovinato dal Nord. Non perché siano vere le vecchie fole del meridionalismo piagnone sul Sud vittima di “secolari ingiustizie”, sacrificato allo sviluppo del Nord, poco aiutato, fole che Bocca demistifica, dati alla mano: “Le cifre -scrive- sono quelle che sono, discutibili solo con sofismi poco seri: un fiume di miliardi giunto nel Sud dalla fondazione della Repubblica gli ha consentito fra il 1960 e il 1975 una crescita economica superiore a quella dei paesi avanzati, Gran Bretagna, Francia, Germania” (pag, 269). E più avanti: “Regioni che producono il quindici per cento del reddito nazionale hanno un reddito pro capite di poco inferiore ai due terzi di quello padano” (pag. 275).“ La rovina del Sud deriva proprio dal fatto che il Nord abbia cercato di “aiutarlo”, di piegarlo illuministicamente, alla propria cultura industrialista, razionalista, progressista. Nella storia dei rapporti tra Nord e Sud del nostro paese è successo ciò che accade sempre quando una società dinamica cerca di integrarne una statica. La seconda ne esce devastata, stravolta, i contorni sfigurati, i propri valori distruttj senza che peraltro quelli nuovi abbiano realmente preso piede. Come l'Africa è stata distrutta, più che dal vecchio colonialismo di rapina dell'Occidente, dalla successiva pretesa di quest'ultimo di trasformarla a sua immagine e somiglianza, così il Sud è stato distrutto dalle buone intenzioni del Nord più che da quelle cattive. Era quanto aveva intuito, già nel 1880, un prefetto di Caltanissetta che parlava dell' “azzardoso, terribile esperimento di governare popoli come questi con leggi e ordinamenti all'inglese o alla belga” (pag. 12). Quell' “azzardoso esperimento” non è riuscito. Inizialmente il Sud se ne era difeso, con un certo successo, con fenomeni come quello mafioso che in antiquo altro non erano che il rifiuto, illegale ma non criminale, dello Stato nazionale e il tentativo di conservare il modello feudale, ma quando, nel secondo dopoguerra, lo Stato italiano ha premuto sull'acceleratore per esportare al Sud il modello di sviluppo del Nord è stato il disastro. È vero che oggi il Sud è molto più ricco di un tempo, ma quella società si è letteralmente disintegrata e la qualità della vita è diventata peggiore del pur terribile ieri come nota, stupendosi, Bocca con l'ingenuo scandalo del progressista. Perché il Sud di ieri viveva sì a un basso regime di giri, ma era il suo regime, adatto al suo clima, ai suoi ritmi, alla sua cultura e, se si pensa per esempio alla Sicilia, al suo profondo e atavico pessimismo. Nella pur desolata e cupa Sicilia dei Malavoglia rimanevano una certa armonia, un certo equilibrio, certe sapienti compensazioni non ultime, quell'accettazione fatalistica del proprio destino e quel senso tragico dell'esistenza che sono di diretta derivazione dalla Grecia classica che da quelle parti, come del resto a Napoli, ha avuto qualcosa a che fare. Il Nord, con i suoi aiuti, con i suoi investimenti, con il suo flusso di denaro, con i suoi tentativi di industrializzazione e, soprattutto, con la proposizione del suo modello ha distrutto quegli antichi equilibri senza crearne dei nuovi. Oggi l'uomo del Sud, estraniato in qualche modo dalla sua stessa terra, si conforma al modello di quello del Nord senza, averne il tipo di temperamento e di cultura e Ie possibilità produttive. Da qui, come nota Bocca, “l'assurda ma reale voglia di produrre cinque ma di consumare dieci” (pag273). Da qui anche la mutazione della mafia, da fenomeno di costume e di resistenza passiva allo stato in criminalità organizzata a fini di lucro. Perche la mafia rappresenta appunto una scorciatoia per “consumare dieci” senza dover produrre. Ecco la ragione per cui il federalismo o in caso estremo, la secessione, potrebbe essere la risposta non solo ai problemi del Nord, come comunemente si dice, ma anche a quelli del sud. Perché in questa eterna querelle fra Settentrione e Mezzogiorno d'Italia non si tratta di criminalizzare i meridionali, come ci accusa di fare Giovanni Russo (I nipotini di Lombroso, Sperling & Kupfer) né di sostenere la superiorità della cultura del Nord su quella del Sud (personalmente mi sento molto più vicino al senso tragico dell'esistenza di un siciliano che all'attivismo forsennato e cieco di un industrialotto di Varese e penso che ci sia molta più sapienza in una società statica che in una dinamica), ma di consentire a due civiltà diverse, che si sono dimostrate, dopo un secolo di inutili sforzi, largamente incompatibili, di procedere ognuna secondo i propri ritmi e le proprie intime tendenze invece che inquinarsi e stravolgersi a vicenda.

 

Massimo Fini

Siamo tutti drogati di successo

Se Vernengo è fuggito deve dire grazie a ministri e giudici