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Quei vecchi di oggi che non sanno invecchiare

il Giornale 14 settembre 2007

L’aspetto più drammatico della vecchiaia non è la decadenza fisica, ma l’impossibilità di un progetto di vita. Esistenziale, sentimentale, professionale. Manca il tempo. Manca il futuro. Manca la speranza. Sorella Morte ha già alzato la sua falce. È vero che si può morire a qualsiasi età, anche a vent’anni, e che la morte è certa. Ma una cosa è immaginarla in un futuro indefinito, altra è quando ti cammina a fianco. Una cosa è se si tratta di una certezza lontana, remota, altra è se sai che sei al finale di partita. E che non ci saranno supplementari.

«Non puoi più nemmeno piantare un albero, perché sai che non lo vedrai» mi dice il mio vecchio e caro amico Giorgio Bocca, ultraottantenne. Cominci anche a guardare con sospetto certi oggetti che sai che ti sopravviveranno. «Perché non possiamo metterci insieme?» mi chiede una graziosa ragazza trentenne. «Perché tu stai entrando nella vita e io ne sto uscendo. Il tempo conta. Non possiamo ignorarlo».
Alle due del pomeriggio di un inizio di luglio milanese, canicolare e patibolare, mi trovavo al Giornale per riscuotere una vincita di gioco da un collega che faceva il «clanda». Passando davanti alla porta del direttore, che era aperta per il gran caldo, vidi Montanelli seduto alla sua scrivania, immobile, davanti alla macchina da scrivere. Mi affacciai e dissi, ridendo: «Che ci fai qui, direttore, alle due del pomeriggio, di luglio per soprammercato, con questo gran caldo?». «Se sto a casa penso alla morte - rispose -. E allora preferisco star qua a fingere di scrivere». 

Tutti i vecchi pensano alla morte. Ci pensano sempre. E ne hanno paura. E meglio stanno fisicamente, in quel momento, e più ne hanno paura. Vedo ogni tanto in tv, a Sottovoce, certi vecchi babbioni che alla classica domanda di Marzullo, «Ha paura della morte?», rispondono che no, la cosa gli è indifferente. Ma va là. Da questi spregiatori della morte c’è sempre da attendersi il peggio. Cominciò Cicerone. Nel De senectute aveva scritto: «Infelice quel vecchio che in tutto il tempo della sua vita non ha imparato che bisogna pensare con indifferenza alla morte». Ma quando viene il suo momento, perché Antonio, che non gli ha perdonato, oltre alle Filippiche, di aver sputato sul cadavere ancora caldo di Cesare dopo averlo adulato in vita nel più lascivo dei modi, lo ha condannato a morte, si assiste allo spettacolo penoso e indecoroso di questo vecchio di sessantaquattro anni che, in una società dove morire in maniera degna era un valore fondamentale perché si riteneva che la morte e il modo in cui la si affrontava fossero il suggello della vita e le dessero il suo senso e significato definitivo, tenta, insieme al fratello Quinto, una fuga disperata e grottesca alla ricerca di un’impossibile salvezza. 
Particolarmente penosa, oggi, è la vecchiaia della donna che, oltretutto, dura più a lungo perché inizia prima e finisce dopo. Un tempo, in fondo non tanto lontano, la donna, dopo aver sfornato tre, quattro o più figli, raggiunta l’età della menopausa, si ritirava dalla competizione cedendo il ruolo alle più giovani, lasciava che i suoi capelli imbiancassero, faceva la nonna e, appagata dal fatto di aver comunque compiuto la propria funzione biologica, specifica e sociale, si metteva tranquilla. 

Una sera d’estate di qualche anno fa mi trovavo a cena a Roma con Luca Cordero di Montezemolo, la bella e simpatica Edwige Fenech, nei suoi quaranta, e l’amministratore delegato dell’Espresso, Marco Benedetto. I tavoli, all’aperto, erano molto vicini e proprio dietro di me, quasi a contatto di gomito, sedeva un’attrice che era stata famosa, più per la sua bellezza che per le sue doti artistiche, negli anni Cinquanta e Sessanta. La pelle del viso era liscia, levigata, i tratti perfettamente disegnati. Mi misi a chiacchierare con lei. Ma man mano che la conversazione, molto amabile, procedeva, sentivo crescere in me un’inquietudine, un disagio, un senso di repulsione e quasi di ribrezzo che non riuscivo a spiegarmi. Poi capii: da quel volto di trentenne mi guardavano due orribili occhi di vecchia. Se avesse accettato la sua età sarebbe stata una bella, affascinante, vecchia signora. Così era solo uno scherzo di natura, l’abitante di uno di quei castelli fatati che, d’improvviso, si trasformano in un Cottolengo. 
E Brigitte Bardot, il mito assoluto della nostra giovinezza, che si ostina a portare capelli biondi e lunghi che quando era ragazza le incorniciavano il musetto incantevole, deliziosamente imbronciato, e che ora squadrano un volto indurito, totalmente destituito dell’antica, innocente, malizia e di quell’ironia e autoironia, tipicamente parigine, che costituivano gran parte del suo fascino?
Nella fuga dalla realtà e da se stessi che caratterizza l’epoca, la rivista americana Time è arrivata grottescamente a proclamare «donna più sexy del mondo» Sophia Loren, un’attrice (si fa per dire) di più di settant’anni che di recente si è anche prestata a posare, prudentemente velata, per uno dei soliti calendari più o meno osé. Ma via. Ci si rende conto di che cosa c’è di irreparabile a quell’età, per quante ricostruzioni si siano fatte, sotto quei veli e quei vestiti?


Massimo Fini

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