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<!--Generated by Squarespace Site Server v5.11.81 (http://www.squarespace.com/) on Sun, 12 Feb 2012 16:49:15 GMT--><feed xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"><title>economia - La Voce del Ribelle</title><subtitle>economia</subtitle><id>http://www.ilribelle.com/economia/</id><link rel="alternate" type="application/xhtml+xml" href="http://www.ilribelle.com/economia/"/><link rel="self" type="application/atom+xml" href="http://www.ilribelle.com/economia/atom.xml"/><updated>2009-08-05T08:12:23Z</updated><generator uri="http://www.squarespace.com/" version="Squarespace Site Server v5.11.81 (http://www.squarespace.com/)">Squarespace</generator><entry><title>E se cadesse anche il feticcio del Pil?</title><category term="The Advisor"/><id>http://www.ilribelle.com/economia/2009/8/5/e-se-cadesse-anche-il-feticcio-del-pil.html</id><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.ilribelle.com/economia/2009/8/5/e-se-cadesse-anche-il-feticcio-del-pil.html"/><author><name>[Redazione]</name></author><published>2009-08-05T08:10:30Z</published><updated>2009-08-05T08:10:30Z</updated><content type="html" xml:lang="it-IT"><![CDATA[<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">Fonte: Il Sole 24 ore del 4 agosto 2009</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;"><em>"Non ci sar&agrave; mai pi&ugrave; il Pil di una volta" di Guido Gentili - pag. 10</em></p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">La crisi economica che &egrave; iniziata ufficialmente nel settembre 2008 ha avutocome conseguenza diretta l'innalzamento del rapporto debito-Pil inpi&ugrave; o meno tutti i Paesi del mondo. Per superare l'impasse finanziaria, e salvare il sistema bancario e finanziario mondiale, non si &egrave; trovato di meglio che aumentare, e di molto, il debito pubblico dei singoli Stati. Venuta meno la liquidit&agrave; fittizia generata dalle supervalutazioni di Borsa, si &egrave; fatto sgorgare un fiume di denaro dalle gi&agrave; dissestate finanze pubbliche, utilizzandolo per tamponare le enormi falle createsi nel sistema a causa degli eccessi della speculazione e dello smodato ricorso al credito per sostenere i consumi. In questa maniera &egrave; vero che si &egrave; fronteggiata l'urgenza ma allo stesso tempo si&egrave; alterato in maniera sensibilissima il rapporto debito-Pil di molti Paesi.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">L'Italia, per fare l&rsquo;esempio che ci riguarda pi&ugrave; da vicino, &egrave; passata dal 108 circa del 2008 a un tendenziale, per il 2010, del 123 e oltre. Un dato che getta ombre inquietanti sul nostro avvenire. Trattandosi di un rapporto matematico, infatti, la soluzione naturale per migliorarlo, visto che l&rsquo;indebitamento pubblico &egrave; destinato a durare a lungo, sarebbe quella di incrementare fortemente il Pil. Il raggiungimento di un rapporto meno squilibrato, inoltre, tornerebbe ad accreditare la possibilit&agrave; di una riduzione &ldquo;strategica&rdquo;, nel segno di una stabile tendenza al ribasso che dovrebbe condurre, infine, a rispettare il fatidico 60% imposto a suo tempo dagli accordi europei.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">Il problema, per&ograve;, &egrave; che per elevare il Pil si dovrebbero elevare i consumi, e per riuscire a elevare i consumi c&rsquo;&egrave; bisogno di una popolazione in grado di spendere. Anzi, di spendere in misura crescente. Di solito, com&rsquo;&egrave; noto, questa funzione di traino viene svolta dalla classe media, che godendo di redditi superiori a ci&ograve; che spende per i bisogni essenziali pu&ograve; destinare almeno una parte di quel sovrappi&ugrave; alle spese voluttuarie, o comunque pi&ugrave; onerose. Ma oggi? Oggi la classe media &egrave; a sua volta in difficolt&agrave;. N&eacute; si vede come potr&agrave; uscirne in futuro. Pressata da una disoccupazione incalzante e da una sottooccupazione strisciante, &egrave; per forza di cose sulla difensiva. Ammesso che si riesca a mantenere l&rsquo;attuale posto di lavoro, la minaccia viene dalla riforma del sistema pensionistico. Inoltre, a differenza del passato, non si pu&ograve; contare nemmeno sulle rendite da capitale, visto che ormai il livello dei tassi &egrave; talmente basso da penalizzare qualsiasi risparmio.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">L'obiettivo della classe dirigente &egrave; subdolo: fare leva sul bisogno psicologico di mantenere il precedente tenore di vita e indurre quante pi&ugrave; persone possibile a dare fondo ai risparmi accumulati; ma da un lato &egrave; un&rsquo;operazione inevitabilmente transitoria, mentre dall&rsquo;altro non &egrave; detto che la maggior parte delle persone abbocchino, accantonando le pi&ugrave; che fondate preoccupazioni per l&rsquo;incertissimo futuro che ci attende. Insomma: nella situazione attuale, di redditi decrescenti e di insicurezza crescente, non si capisce proprio come il Pil possa essere innalzato.Eppure, e siamo al punto cruciale, il &ldquo;sistema&rdquo; ha un bisogno assoluto di riuscirci. Nel caso in cui si protraesse a lungo, infatti, la stagnazione dei Pil metterebbe a rischio l&rsquo;intero architrave finanziario mondiale. Come abbiamo gi&agrave; ricordato, in quest&rsquo;ultima crisi la manovra di salvataggio &egrave; stata attuata dilatando a dismisura il debito pubblico, nel presupposto di un Pil futuro che torni a crescere e che continui a farlo per molto tempo; in caso contrario si passer&agrave; da un&rsquo;enormecrisi finanziaria bancaria a un&rsquo;enorme crisi finanziaria pubblica.Che potrebbe comunque compromettere la tenuta dell&rsquo;intero meccanismo.</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">&nbsp;</p>
<p style="margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px Verdana; color: #444444;">Ed ecco che un'idea sta prendendo corpo. Il Presidente francese Sarkozy ha infatti dato mandato alla Commissione Stiglitzdi identificare entro settembre un nuovo indice che prenda il posto del vecchio Pil. L'idea sarebbe quella di verificare se ci possano essere altri parametri che vadano al di l&agrave; del mero calcolo matematico che somma il valore dei beni e dei servizi prodotti, come avviene per il Pil attuale.L'alternativa consisterebbe nel tenere conto anche di altri fattori, non propriamente economico-matematici, quali la sostenibilit&agrave; ecologica e il benessere in senso lato. Tutta una serie di parametri, insomma, che poco hanno a che fare con la produttivit&agrave; e i consumi, ma che permettono, quando si vuole, di sfuggire alla brutalit&agrave; delle cifre. Posta inquesti termini, la cosa sembra essere l&rsquo;ennesimo trucco contabile, l&rsquo;ennesimo imbroglio per mascherarela realt&agrave;. Se non si consuma, se non si pu&ograve; elevare questo &ldquo;benedetto&rdquo; Pil, alloragli si cambiano i parametri e il gioco &egrave; fatto. Al momento non &egrave; che uno studio preliminare tutto da verificare &ndash; che in ogni caso avr&agrave; poi bisogno del consenso e dell'appoggio di tutti i Paesi dell'area europea,per quel che concerne le faccende legate agli impegni presi all'interno del vecchio continente, nonch&eacute; di un avallo anche solo indiretto da parte degli altri Paesi delG20 &ndash; ma intanto...</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><span style="color: #444444;"><strong>The Advisor</strong></span></p>]]></content></entry><entry><title>Africa: l’Occidente arretra, la Cina avanza</title><category term="The Advisor"/><id>http://www.ilribelle.com/economia/2009/7/15/africa-loccidente-arretra-la-cina-avanza.html</id><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.ilribelle.com/economia/2009/7/15/africa-loccidente-arretra-la-cina-avanza.html"/><author><name>[Redazione]</name></author><published>2009-07-15T13:08:09Z</published><updated>2009-07-15T13:08:09Z</updated><content type="html" xml:lang="it-IT"><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonti: Il Sole 24 ore del 26 giugno 2009:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>1) "La UE insegue Pechino in Africa" di AdrianaCerretelli pag.8;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>2)"C'&egrave; troppa burocrazia nelle mosse di Bruxelles" di Adriana Cerretelli pag.8;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>3)"Senza WTO non c'&egrave; crescita" di Renato Ruggiero pag. 14.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Fin dai tempi antichi stretti legami hanno unito il continente africano con le economie europee. I romani vi hanno fondato citt&agrave; importanti come Leptis Magna, &egrave; fiorito un importante commercio di materie prime come il grano el'olio e l'Africa allora conosciuta havisto i natali persino di imperatori.Pi&ugrave; a sud del deserto del Sahara non si and&ograve;: hic sunt leones, si diceva.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l'avvento dell'era moderna &egrave; continuato lo stretto legame tra i due continenti e bench&eacute; il periodo coloniale sia una testimonianza ormai lontana nel tempo, essa ha fatto da base per una quantit&agrave; dirapporti che sono proseguiti anche in seguito. I Paesi ricchi di materie prime, infatti, sono stati sempre visti dagli europei come terre di conquista, a basso costo e di facile sfruttamento. Ora per&ograve; qualcosa sta cambiando e la rendita di posizione di cui l&rsquo;Europa ha goduto finora &egrave; messa a rischio dal mutare dei tempi e dalle nuove forze economiche e commerciali che si stanno profilando all'orizzonte. I Paesi del Bric (Brasile. Russia, India e, soprattutto, Cina) si stanno muovendo su pi&ugrave; fronti: oltre che coordinarsi tra loro allo scopo di scalzare sua maest&agrave; il dollaro dal trono mondiale di moneta di riferimento, stanno attaccando la supremazia delle economie occidentali anche in quelle regioni del pianeta che sono rimaste, per secoli e secoli, sotto il loro predominio.</p>
<p style="text-align: justify;">La Cina, in particolare, ha capito perfettamente l'importanza di accaparrarsi, togliendole ai suoi diretti concorrenti occidentali, le materie prime che l'Africa &egrave; in grado di fornire. Petrolio, cobalto, platino, cromo, manganese, oro, uranio, bauxite, titanio bastano di per s&eacute; a giustificare l'interesse di chiunque, tanto pi&ugrave; in un mondo affamato di materie prime a basso costo. Ma c&rsquo;&egrave; dell&rsquo;altro. Ci sono le enormi potenzialit&agrave; che una agricoltura moderna e ben organizzata potrebbe offrire. Il che giustifica ampiamente gli sforzi che le economie emergenti stanno compiendo nel tentativo di accreditarsi (e imporsi) come partner non solo affidabili ma graditi alle economie africane.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario l&rsquo;Europa, col suo eccesso di burocrazia e con tutte le ambiguit&agrave; derivanti dal suo barcamenarsi tra innumerevoli e contrastanti interessi, non sembra pi&ugrave; un partner n&eacute; affidabile n&eacute; trasparente per i governi africani, che di tutto hanno bisogno meno che di ulteriori fattori di rallentamento. Essendo Paesi in grave difficolt&agrave; economica, ma ricchissimi di materie prime e di potenzialit&agrave;, essi hanno bisogno di controparti serie, affidabili e soprattutto veloci a capire e ad agire.</p>
<p style="text-align: justify;">In un'illuminante intervistapubblicata dal Sole 24 ore il 26 giugno, il Presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, ha dapprima premesso che "L'Europa &egrave; il continente che conosce meglio l'Africa" ma poi ha sottolineato che "spesso abbiamo l'impressione di non essere capiti, di non avere interlocutori". Una situazione imbarazzante e tanto pi&ugrave; grave in un momento nel quale, vista anche la grave situazione che si &egrave; venuta a creare in occidente con questa crisi, ci sarebbe invece bisogno, proprio per elevare gli anemici Pil dei cosiddetti PVS (Paesi in Via di Sviluppo), di trovare mercati sicuri ove commerciare senza intralci. Invece, rincara la dose Wade, "una volta l'India era considerata lacapitale della miseria, oggi &egrave; un partner attivo dell'Africa. Ci offre contratti di forniture di macchinari, riso, generi alimentari con condizioni di credito a 15-20 anni... Lo stesso fala Cina. L'Europa si limita a distribuire aiuti a fondo perduto e in tempi eterni. Per di pi&ugrave; senza una strategia".</p>
<p style="text-align: justify;">Idee chiare, quindi e investimenti per il futuro stanno facendo s&igrave; che le economie emergenti stiano diventando, nei fatti, i partner privilegiati dell'Africa, sia attraverso una politica del credito pi&ugrave; immediata e pi&ugrave; aderente ai reali bisogni di quelle economie sia grazie alla possibilit&agrave; di mettere in campo una manodopera sempre pi&ugrave; specializzata, rapida ed efficiente. Wade parla chiaro: "L'Europa sta perdendo competitivit&agrave; in Africa. Oggi io posso telefonare al presidente cinese Hu e so che, qualsiasi cosa gli chieda, nel giro di qualche giorno avr&ograve; un si o un no. A Bruxelles &egrave; impossibile. Tra dossier, studi, burocrazie non si finisce pi&ugrave;. Idem se ricorro alla Banca mondiale: per fare cinquechilometri di strade ci vogliono almeno cinque anni. Tutto questo non succede con India e Cina. Presto in Africa ci sar&agrave; anche il Brasile con le sue grandi risorse tecnologiche". Una situazione allarmante, come si vede. E ancora pi&ugrave; preoccupante se si tiene conto del fatto che anche la Russia si sta muovendo per non "lasciare l'Africa a India e Cina". Il rischio, quindi, &egrave; perderedi vista un ambito commerciale assolutamente decisivo per il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornano a Wade, ecco infine una battuta, nei riguardi di Fiat, che &egrave; indicativa di tutto uno stato di cose: &ldquo;non la capiamo perch&eacute; va a costruire la 500 negli Stati Uniti e non viene a produrre piccole auto da noi quando il mercato dell'Africa occidentale conta 300 milioni di persone&rdquo;.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno scenario che si inquadra alla perfezione nel momento che stiamo attraversando. L'occidente &egrave; troppo indaffarato al proprio interno, cercando di uscire dall&rsquo;impasse finanziaria in cui si &egrave; sprofondato da s&eacute;, e troppo illuso che la storia giri sempre dalla stessa parte, per rendersi davvero conto che rischia seriamente di trovarsi, in un futuroneppure tanto lontano, in una posizione di subordine.N&eacute;, visto questo stato di cose, si comprende bene quale interesse possano ancora avere le cosiddette economie emergenti a fare accordi globali in stile WTO. Accordi che, al di l&agrave; delle solite enunciazioni di principio sulla globalizzazione come chiave di volta di una crescita planetaria a vantaggio di tutti, appaiono pi&ugrave; che mai come l'ennesimo trucco utilizzato dall'occidente per mantenere il proprio predominio sul resto del mondo.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>The Advisor</strong></p>
<p style="text-align: right;">&nbsp;</p>]]></content></entry><entry><title>E l’alta finanza rovescerà il tavolo</title><category term="The Advisor"/><id>http://www.ilribelle.com/economia/2009/7/2/e-lalta-finanza-rovescera-il-tavolo.html</id><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.ilribelle.com/economia/2009/7/2/e-lalta-finanza-rovescera-il-tavolo.html"/><author><name>[Redazione]</name></author><published>2009-07-02T15:38:10Z</published><updated>2009-07-02T15:38:10Z</updated><content type="html" xml:lang="it-IT"><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte: Il Sole 24 ore del 19 giugno 2009:</p>
<p style="text-align: justify;">1) <em>&ldquo;L&rsquo;occidente vive troppo sopra le righe&rdquo; di Luca Garavoglia, presidente del comitato tecnico per il fisco di Confindustria, pag. 2</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che addirittura un membro di Confindustria dica cose come queste &ndash; ben sintetizzate nel titolo &ldquo;<em>&ldquo;L&rsquo;occidente vive troppo sopra le righe&rdquo;</em> &ndash; ci deve far riflettere, e anche a lungo. Il suo punto di vista non fa una piega ed &egrave; perfettamente in linea con quanto da noi sempre sostenuto: l'Occidente vive al di sopra delle sue possibilit&agrave;, e gi&agrave; che lo dica uno di Confindustria fa sospettare e non poco.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la cosa pi&ugrave; interessante arriva verso la fine del discorso quando afferma che "l'Occidente dovrebbe ridurre i propri consumi. Ma noi occidentali non siamo disposti, non ve ne sono le condizioni politiche, n&eacute; quelle sociali", per poi aggiungere che "stiamo disperatamente sperando che la vituperata finanza torni presto in sella e il vortice riprenda forza. Anzi continuiamo ad incrementare la valanga di debito...", al punto che "Andiamo avanti imperterriti, in attesa che qualcuno in Cina e in Medio Oriente ci dica che non intende pi&ugrave; passare al ristorante a pagare il conto dopo che noi siamo usciti sazi e ci presenti il suo - salatissimo - conto politico".</p>
<p style="text-align: justify;">Sono parole durissime, durissime ma realistiche, che ci portano dritti al cuore del problema: l'occidente rischia di finire in un ruolo grandemente subalterno rispetto alle economie emergenti, e in particolare a quelle orientali, invertendo i rapporti di forza su scala planetaria. Ma ancora pi&ugrave; interessante &egrave; il fatto che l'autore parli esplicitamente di mancanza di condizioni politiche per una riduzione dei consumi in occidente. Significa che nelle nostre societ&agrave; non ci sono alternative a una visione di tipo consumistico e che, quindi, coloro che tirano i fili del potere economico e politico devono trovare a tutti i costi il modo di farci continuare a consumare. Si tratta di una questione di vita o di morte del sistema stesso: su questo punto non hanno alternative, &egrave; una macchina che non possono fermare.</p>
<p style="text-align: justify;">Garavoglia, inoltre, parla della speranza che la finanza torni in sella. Non vuol solo dire che sar&agrave; la finanza a farci continuare nella visione "spendacciona"; c&rsquo;&egrave; anche un sottile, e determinante, doppio senso: solo la finanza pu&ograve;evitare il capovolgimento della leadership mondiale. Ma per riuscirci, attenzione, deve muoversi in fretta. Deve muoversi ora. Poi non ci sar&agrave; pi&ugrave; tempo. Poi sar&agrave; troppo tardi.</p>
<p style="text-align: justify;">La strategia che si profila, beninteso, mira a salvaguardare i loro interessi. Non &egrave; una partnership tra noi e loro. &Egrave; un rilancio in extremis. Alternative non ce ne sono. C'&egrave; un bivio storico che deve essere affrontato e l'unico modo &egrave; quello di evitare che in particolare la Cina &ndash; ma il discorso si pu&ograve; estendere un po&rsquo; a tutti quei Paesi che stanno cominciando a prendere le distanze dal dollaro &ndash; arrivi a crearsi un mercato interno evoluto. Nel momento in cui questo dovesse avvenire, verr&agrave; meno l&rsquo;attuale bisogno dell'occidente come partner da sostenere a qualunque costo. E noi saremo annientati, forse per sempre, dalla scena della storia che conta.</p>
<p style="text-align: justify;">L'unica possibilit&agrave; di contrattacco, in termini finanziari, &egrave; quella di trasformare in carta straccia gli investimenti in dollari, e in titoli del Tesoro statunitense, fatti innanzitutto dalla Cina, ma anche dagli altri grandi creditori degli Usa. Dobbiamo per&ograve; ribadirlo: si tratta di un obiettivo da raggiungere al pi&ugrave; presto. I modi sono due. O diminuire il valore del dollaro, oppure diminuire il valore dei titoli. Non ci sono altre vie. Ma diminuire il valore del dollaro potrebbe creare tutta una serie di problemi all'interno dei rapporti tra partner occidentali.L'altra via, pi&ugrave; tecnica e meno"scoperta", sembra l'unica praticabile. Di che si tratta? Ovvio: basterebbe far partire un'inflazione a due cifre. L&rsquo;abbassamento repentino di tutti i valori originari (nominali) si estenderebbe al valore dei bond gi&agrave; emessi. E sarebbe, tecnicamente, come aver consolidato il debito. Sia per noi occidentali sia per i popoli orientali si determinerebbe un fortissimo abbassamento del tenore di vita, ma mentre loro ripiomberebbero nel medioevo le nostre economie ne uscirebbero depurate dai debiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono conseguenze tecniche inevitabili, in caso di alta inflazione. E l&rsquo;occidente, con questo ennesimo escamotage, potrebbe conservare ancora a lungo la propria leadership mondiale.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>The Advisor</strong></p>]]></content></entry><entry><title>Nulla di buono, sul fronte occidentale</title><category term="The Advisor"/><id>http://www.ilribelle.com/economia/2009/5/29/nulla-di-buono-sul-fronte-occidentale.html</id><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.ilribelle.com/economia/2009/5/29/nulla-di-buono-sul-fronte-occidentale.html"/><author><name>Sara Santolini</name></author><published>2009-05-29T08:50:17Z</published><updated>2009-05-29T08:50:17Z</updated><content type="html" xml:lang="it-IT"><![CDATA[<p>Fonti: Il Sole 24 ore del 22 maggio 2009:</p>
<p>1) Articolo "Vacilla la tripla A di Londra"&nbsp; di Leonardo Maisano pag. 13;</p>
<p>2)Articolo "Un chiaro avvertimento a Stati Uniti e Germania" di Isabella Bufacchi pag. 13;</p>
<p>3) Articolo "Il gringo Obama in America Latina" di Alessandro Merli pag. 17</p>
<p>Il Sole 24 ore del 23 maggio 2009:</p>
<p>1) Articolo "La Germania fa incetta di oro" di Beda Romano. pag.8</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mentre il Ministro Tremonti ha ammesso che a ottobre 2008 si &egrave; sfiorato il disastro finanziario globale, negli ultimi giorni si sono notate tre situazioni che ci fanno sempre pi&ugrave; dubitare del fatto che questa crisi sia a un punto di svolta e che, soprattutto, possa passare senza lasciare segno di s&eacute;, senza mutare quegli equilibri internazionali che si sono consolidati a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. La prima cosa che dobbiamo notare &egrave; il fatto che il dollaro, superato il momento &ldquo;tecnico&rdquo; che abbiamo indicato nello scorso intervento, si sta avviando verso quel temuto e consistente ribasso da noi pi&ugrave; volte paventato. L'1,40 nei confronti dell'Euro toccato in questi giorni&nbsp;&egrave; foriero di futuri minimi della valuta USA e di conseguenti difficolt&agrave; per le esportazioni dei prodotti del vecchio continente. Al momento &egrave; solo un inizio ma&nbsp;l'andamento futuro sembra proprio in questo senso.&nbsp;</p>
<p>La scusa ufficiale per giustificare questa impostazione &egrave; stato il mutamento di giudizio, da parte dell&rsquo;agenzia di rating Standard&amp;Poor's, sul debito pubblico inglese. Nell'ultimo outlook dell'agenzia, infatti, si &egrave; passati da "stabile" a "negativo", preludio a una perdita della tripla A nella valutazione del debito di Londra. Oltre a dare al mercato la chiara percezione che in questa fase ogni Paese, anche se appartiene al novero di quelli storicamente pi&ugrave; solidi, pu&ograve; trovarsi nelle condizioni di vedersi diminuito il rating, il segnale proveniente da Standard&amp;Poor's &egrave; risultato essere un vero e proprio monito per il debito USA, anch'esso non esente da qualche peccatuccio di solidit&agrave;. A quel punto si &egrave; aperta la strada per rendere manifesta l'inevitabile debolezza della valuta americana, che &egrave; arrivata a scendere poco oltre l'1,40 contro Euro.&nbsp;</p>
<p>Un altro elemento da non trascurare &egrave; l'intrusione della Cina in un'area geografica che da moltissimo tempo gravita nell&rsquo;orbita di Washington: l'America Latina. &Egrave; successo, infatti, che la Cina ha finanziato con dieci miliardi di dollari le esplorazioni petrolifere in Brasile al fine di "assicurarsi l'approvvigionamento di commodities". Durante la visita del Presidente Lula a Pechino si &egrave; sancito l'accordo. La novit&agrave; significativa consiste nel fatto che Cina e Brasile useranno le rispettive valute nazionali, e non pi&ugrave; il dollaro, per regolare i rispettivi scambi. Non che la cosa abbia effetti pratici clamorosi, in quanto poi ognuno per s&eacute; proceder&agrave; al cambio della valuta dell'altro (yuan e reais) in moneta americana, ma &egrave; comunque significativo che si tenti un affrancamento dalla valuta USA. Una tendenza che &egrave; gi&agrave; affiorata pi&ugrave; volte ma che ora inizia a consolidarsi specie nelle economie dei cosiddetti Paesi del Bric (leggasi Brasile, Russia, India, Cina) vale a dire di quelle economie emergenti che cercano di avere un ruolo sempre pi&ugrave; importante sulla scena mondiale, fino a cercare, in alcuni casi, di scalzare dal trono&nbsp;la moneta americana. Nuovi&nbsp;rapporti di forza&nbsp;valutari in vista, dunque.</p>
<p>Ci&ograve; che ci lascia davvero perplessi, invece, sono le notizie che arrivano dal mercato internazionale dell'oro. Non gi&agrave; <span> </span>quello relativo&nbsp;al settore della gioielleria, per cui c'&egrave; un'abbondante contrazione, ma quello dell'oro inteso&nbsp;</p>
<p>come bene-rifugio. Pare infatti che&nbsp;in Germania nel primo trimestre del 2009 si sia assistito a un clamoroso aumento (+ 400% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente) degli acquisti di oro da investimento (monete e lingotti).&nbsp;Persino la vendita di casseforti ha avuto un notevole incremento (+ 20%), segno evidente di una propensione alla tesaurizzazione. La tendenza all'aumento degli acquisti del metallo prezioso &egrave;&nbsp;in atto ormai in diversi Paesi e le statistiche ci&nbsp;danno un quadro&nbsp;ben chiaro: oltre al gi&agrave; segnalato +400% tedesco registriamo un + 437%&nbsp;in Svizzera, +216% negli USA. C'&egrave; persino un&nbsp;+ 75% di uso dell'oro nella zecca reale della G.B.. Anche la Cina ha aumentato le sue riserve&nbsp;auree con un +75% dal 2003.&nbsp;</p>
<p>Che succede? Perch&eacute; questa tendenza? &Egrave; un&rsquo;autentica &ldquo;corsa all'oro&rdquo;? Al momento no. Si tratta pi&ugrave; che altro di un riposizionamento di liquidit&agrave; legato al pericolo inflazionistico insito nelle manovre monetarie fin qui adottate dalle autorit&agrave; internazionali. L&rsquo;idea portante &egrave; che l&rsquo;aumento indiscriminato di liquidit&agrave; possa determinare una crescita dell'inflazione, per cui &egrave; meglio indirizzare gli investimenti verso una crescente quantit&agrave; di beni-rifugio.&nbsp;</p>
<p>La Germania, in questo senso, &egrave; il Paese che pi&ugrave; di tutti, per le tristi memorie storiche legate al periodo di iperinflazione della Repubblica di Weimar, soffre di questa "sindrome" che pu&ograve; indurla, almeno in parte, a enfatizzare questo atteggiamento. Anche per la Cina possiamo trovare giustificazione nel tentativo di diversificare il massiccio investimento in titoli USA, divenuto "a rischio" per la possibile svalutazione del dollaro. Ma riguardo gli Stati Uniti e la Svizzera? Nel loro caso non possiamo che registrare il dato e rilevare che questo atteggiamento, in realt&agrave;, non &egrave; in contrasto con altri elementi che abbiamo notato. In America i tassi bassissimi, con conseguente aumento indiscriminato della massa monetaria, fanno da base sia al cedimento del dollaro sia a una possibile tendenza inflazionistica, anche consistente, su scala internazionale. Prova ne sia che il mercato dei titoli di Stato sta gi&agrave; cominciando a registrare questa possibilit&agrave; manifestando una certa difficolt&agrave; nelle quotazioni&nbsp;dei titoli di Stato "lunghi".&nbsp;</p>
<p>La preoccupazione, ovviamente, non &egrave; legata solo al possibile avvento dell&rsquo;inflazione, ma al contesto in cui essa andrebbe a svilupparsi. In un periodo di crescita stabile una forte inflazione &egrave; un problema con cui fare i conti. In una fase di stagnazione, o addirittura di recessione, &egrave; l&rsquo;anteprima della catastrofe. Prezzi alle stelle e redditi famigliari in picchiata: quanto potrebbe durare? Quanto a lungo potrebbe essere tollerato, dalla popolazione occidentale? &nbsp;</p>
<p><strong>The Advisor</strong></p>]]></content></entry><entry><title>Quando le analisi tecniche smentiscono le chiacchiere dei politici - The Advisor 18/05/2009</title><category term="The Advisor"/><id>http://www.ilribelle.com/economia/2009/5/18/quando-le-analisi-tecniche-smentiscono-le-chiacchiere-dei-po.html</id><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.ilribelle.com/economia/2009/5/18/quando-le-analisi-tecniche-smentiscono-le-chiacchiere-dei-po.html"/><author><name>[Redazione]</name></author><published>2009-05-18T14:49:36Z</published><updated>2009-05-18T14:49:36Z</updated><content type="html" xml:lang="it-IT"><![CDATA[<p>Fonti:</p>
<p>Il Sole 24 Ore del 07 maggio 2009</p>
<p>1) "Spazio alla sanit&agrave; integrativa" di Marzio Bartoloni pag. 6;</p>
<p>2)"Pensioni, lavorare pi&ugrave; anni. I coefficienti non bastano" di Davide Colombo pag. 6</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Sole 24 ore del 09 maggio 2009</p>
<p>1)&nbsp;"Il lavoro USA rallenta la caduta" da Marco Valsania pag. 8&nbsp;</p>
<p>Mentre il sistema continua a farci credere che la crisi sia cosa superabile e che i 540mila posti di lavoro persi in USA nel mese di aprile siano un dato foriero di belle speranze, noi, pi&ugrave; realisticamente, preferiamo valutare l'attuale stato dell'arte in termini squisitamente tecnici.&nbsp;Al momento il recupero visto sulle piazze finanziarie&nbsp;appare solo un grosso rimbalzo tecnico e non ancora una solida impostazione rialzista.&nbsp;</p>
<p>Come avevamo segnalato nell'intervento del 7 aprile scorso, gli indici di borsa hanno superato la media mobile a 100 giorni e hanno avuto disco verde, in Italia come in America, per andare a sondare la &ldquo;resistenza tecnica&rdquo; pi&ugrave; elevata, cio&egrave; la media mobile a 200 giorni. In prossimit&agrave; di questi livelli i due&nbsp; indici hanno cominciato a &ldquo;sentire&rdquo; queste medie e ad mostrare un riflessivo rallentamento. Vedremo cosa accadr&agrave;, ma in caso di un nuovo eventuale ribasso si dovr&agrave; quanto meno iniziare a valutare con scetticismo i facili ottimismi del sistema.</p>
<p>Il mercato valutario, a sua volta, &egrave; pi&ugrave; o meno nella stessa situazione tecnica di quello azionario: vicino, cio&egrave;, a un possibile punto di svolta. Il rapporto tra dollaro ed euro, che poi &egrave; quello che ci riguarda pi&ugrave; da vicino, dovr&agrave; dirci a breve in quale direzione si muover&agrave;. L&rsquo;inevitabile perforazione tecnica della media mobile a 200 giorni da parte della media breve a 10 giorni potrebbe innescare quella spirale ribassista per il dollaro che avevamo paventato fin dall'intervento del 23 marzo scorso.&nbsp;</p>
<p>Intanto, parallelamente a una visione ottimistica, e volutamente non tecnica, il sistema&nbsp;sta gi&agrave; cercando di programmare il futuro per garantirsi il rientro dei deficit pubblici che saranno aumentati in maniera esponenziale da questa crisi. Abbiamo visto che il nostro Paese avr&agrave; un rapporto debito /Pil elevatissimo e abbiamo analizzato (intervento dell'08 maggio) come in Italia si sia&nbsp;modificato, proprio per questo scopo,&nbsp;&nbsp;il rapporto di erogazione di fondi tra Stato ed Enti locali con il "federalismo fiscale".&nbsp;</p>
<p>Pensare che solo in questa maniera si possano raggiungere&nbsp;gli obiettivi di rientro&nbsp;&egrave; oltremodo ottimistico, fino all'ingenuit&agrave;. Il mese scorso (intervento del 14 aprile) abbiamo posto l'accento sul fatto che le pensioni, altra voce importante di spesa per lo Stato,&nbsp;sono state in passato&nbsp;largamente riviste con tutta una serie di riforme. A&nbsp;questo proposito &egrave; utile mettere in evidenza che la scorsa settimana sia il libro bianco sul Welfare, sia uno studio parallelo del CER-CNEL, &nbsp;hanno evidenziato che "la piena applicazione a partire da gennaio dei nuovi coefficienti di trasformazione potrebbe non bastare a riequilibrare la spesa previdenziale". Nuove restrizioni, quindi. Gi&agrave; adesso, in attesa che le acque si calmino per poter nuovamente metter mano alla materia, "c'&egrave; una sola indicazione di policy: allungare le carriere lavorative".&nbsp;</p>
<p>Lavorare di pi&ugrave;, quindi, per ottenere, in sostanza, comunque di meno visto che nei prossimi anni andr&agrave; a regime il sistema contributivo che prevede&nbsp;un calcolo della pensione molto pi&ugrave; penalizzante rispetto al passato. Ma i problemi non finiscono qui. Dal cappello a cilindro del gestore pubblico, infatti, sta spuntando una nuova idea: il federalismo sanitario, non bastasse quello fiscale. Lo scopo &egrave; sempre lo stesso: risparmiare e raddrizzare i conti. Al centro del disegno, evidenziato dal libro bianco del Governo,&nbsp;ci sar&agrave; sempre il Servizio Sanitario Nazionale ma sar&agrave; dato spazio alla cosiddetta sanit&agrave; integrativa "per ridisegnare il Ssn nel segno "dell'universalismo selettivo" (!!!) che costringe tutti a fare i conti con la scarsit&agrave; delle risorse prevedendo il ricorso anche a misure dolorose come tariffazioni e compartecipazione ai costi dei servizi".&nbsp;</p>
<p>In poche parole,&nbsp;dovremo dire addio anche al modello sociale&nbsp;di sanit&agrave; cos&igrave;&nbsp;come lo conosciamo, mettere mano al portafogli e pagare.&nbsp;Vengono utilizzati termini denigratori per il passato e positivi per il nuovo modello. Viene detto che questo passaggio avviene tra un precedente modello "assistenziale" (come se le tasse non si pagassero anche per la sanit&agrave;), e un modello delle "responsabilit&agrave; condivise", come se nel pagare due volte, prima come contribuenti e poi come fruitori di servizi, ci fosse una qualche condivisione&nbsp;con qualcuno.&nbsp;</p>
<p>Le Regioni che non manterranno l'equilibrio finanziario in materia dovranno provvedere al saldo tramite inevitabili aumenti della pressione fiscale. Le Regioni attualmente maggiormente in difficolt&agrave; sono, manco a dirlo, nel centro-sud: Lazio, Campania e Sicilia dove si colloca ben l'85% del deficit sanitario complessivo. Quindi buio pesto per il cittadino in termini di pensioni e sanit&agrave; e seri problemi di tenuta finanziaria per le famiglie italiane appartenenti anche alla media borghesia che nel futuro dovranno sostenere sempre pi&ugrave; il peso dell'allontanarsi dello Stato dalla politica sociale. Con quali redditi si dovr&agrave; sostenere questo peso, poi, &egrave; tutto da vedere. Gi&agrave; ora il livello degli stipendi italiani &egrave; tra&nbsp;i pi&ugrave; bassi a livello europeo e ha subito una perdita di potere di acquisto progressivo negli anni. Recentemente, inoltre, si &egrave; deciso di modificare, con durata triennale,&nbsp;l'adeguamento economico dei contratti nazionali di lavoro, legandolo&nbsp;non pi&ugrave; al tasso di inflazione programmata (comunque nazionale) ma a un indice previsionale calcolato sulla base dell'indice armonizzato europeo (Ipca), depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati, calcolato da un soggetto terzo. Il problema &egrave; che l'Italia imbarca un'inflazione&nbsp;molto maggiore di quella europea alla quale si agganceranno i contratti. In questo modo il lavoratore italiano, temiamo,&nbsp;non solo non&nbsp;recuperer&agrave; mai il divario di potere di&nbsp;acquisto rispetto agli altri Paesi europei ma&nbsp;rischier&agrave; seriamente di veder precipitare, col tempo, il proprio reddito a livelli di mera sussistenza.&nbsp;</p>
<p>Un quadro d'insieme davvero amaro e drammatico.&nbsp;Come abbiamo rilevato (intervento dell'8 maggio scorso), le&nbsp;regioni del sud del Paese saranno le pi&ugrave; colpite. Confermiamo a questo proposito il sospetto che in futuro, anche proprio per questa necessit&agrave; di accattivarsi il consenso nel meridione, potremo assistere all'ennesimo trasformismo del sistema che avvalendosi di&nbsp;personaggi apparentemente non compromessi con il passato,&nbsp;incanalerebbe su binari gestibili l'inevitabile protesta popolare. I personaggi che avranno questo compito, quindi, andranno reperiti dal sistema tra coloro che possono avvalersi di radici ben profonde e storicamente consolidate nelle regioni del sud d'Italia.&nbsp;</p>
<p><strong>The Advisor</strong></p>]]></content></entry><entry><title>Un futuro amarissimo, dietro l’ottimismo di facciata - The Advisor 08/05/2009</title><category term="Crisi"/><category term="The Advisor"/><category term="economia"/><category term="futuro"/><id>http://www.ilribelle.com/economia/2009/5/8/un-futuro-amarissimo-dietro-lottimismo-di-facciata-the-advis.html</id><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.ilribelle.com/economia/2009/5/8/un-futuro-amarissimo-dietro-lottimismo-di-facciata-the-advis.html"/><author><name>Sara Santolini</name></author><published>2009-05-08T09:01:25Z</published><updated>2009-05-08T09:01:25Z</updated><content type="html" xml:lang="it-IT"><![CDATA[<p>Fonti&nbsp;</p>
<p><span>&bull;<span> </span></span>Il Sole 24 ore del 06 maggio 2009:</p>
<p>1)"Bernanke: ripresa a fine anno" di Mario Platero pag. 3;</p>
<p>2)"Troppo ottimismo non serve alla ripresa" di Alessandro Merli pag. 12;</p>
<p>3)"Dieci banche USA da ricapitalizzare" di Marco Valsania pag. 3</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span>&bull;<span> </span></span>Il Sole 24 ore del 30 aprile 2009:</p>
<p>1) "Diventer&agrave; l'IVA il vero forziere" di Eu. B. (Eugenio Bruno) pag. 5;</p>
<p>2)"La riforma sar&agrave; a regime nel 2016" di Eugenio Bruno pag. 2;</p>
<p>3)"Per 12 Regioni partenza "in rosso"" di Dino Pesole pag. 3;</p>
<p>4)"Dopo 150 anni il fisco diventa federale" di Barbara Flammeri pag.3.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli ultimi tempi abbiamo rilevato che il sistema sta cercando di muoversi su due direttrici: da un lato quella di minimizzare gli effetti negativi della crisi e di ampliare le aspettative positive e dall'altro di iniziare a programmare il futuro con nuovi assetti politico-istituzionali. Riguardo la prima direttrice&nbsp;c'&egrave; da dire che &egrave; una necessit&agrave; del tutto in linea con le priorit&agrave; di una classe dirigente che vuole dimostrare che questa &egrave; stata solo una battuta a vuoto ma che il sistema &egrave; sempre in grado di trovare al suo interno le giuste contromisure, tanto da essere considerato insostituibile e, addirittura, non discutibile.&nbsp;</p>
<p>In questo tipo di ottica, e di strategia d&rsquo;informazione (o piuttosto di manipolazione), anche i dati e le previsioni che di per se stessi sono preoccupanti vengono interpretati in chiave quanto meno possibilista riguardo a una ripresa futura che, pur se in tempi medio-lunghi, porter&agrave; l&rsquo;economia a uscire con certezza, a loro dire, dalle secche attuali. Ecco cos&igrave; che le indicazioni fornite da Bruxelles per il nostro Paese relativamente al 2009 (Pil&nbsp;a -4,4% e rapporto debito/Pil al 113,8%) e per il 2010 (Pil a +0,1% e rapporto debito/Pil al 116,1%) vengono definite &ldquo;buone&rdquo; dal Ministro Tremonti che dice "Ci riconosciamo nei numeri europei e apprezziamo le parole di elogio per l'operato del Governo".&nbsp;</p>
<p>Negli USA sulla stessa&nbsp;linea&nbsp;ottimistica si esprime anche il Governatore della FED, Ben Bernanke, che si &egrave; detto soddisfatto dell'esito degli &ldquo;stress test&rdquo; sulle banche americane: su 19 istituti analizzati "solo" 10 hanno bisogno di nuovi capitali! Nell&rsquo;imbastire la sua difesa d&rsquo;ufficio, inoltre, Bernanke si &egrave; anche richiamato all'andamento delle scorte di magazzino che, scese nel corso del primo trimestre del 2009,&nbsp;dovranno essere necessariamente ricostituite nel corso di questo secondo trimestre.&nbsp;Vedremo se queste previsioni saranno rispettate ma intanto non possiamo non sottolineare ci&ograve; che scrive, su questo ottimismo a tutti i costi, Alessandro Merli. "Le autorit&agrave; &ndash; si legge nel suo articolo del 6 maggio &ndash; non avvicineranno questa normalizzazione con la pubblicazione di scenari forzatamente a lenti rosa, a rischio di essere smentiti, ma con l'adozione di politiche credibili che ricostituiscano le basi per la crescita".&nbsp;</p>
<p>Appunto: il sistema si muove cercando di manipolare l'informazione in modo strumentale ai propri fini. Oltre a questo&nbsp;modo di voler condizionare l'opinione dei cittadini-consumatori,&nbsp;come abbiamo rilevato nel nostro intervento del 30 aprile scorso, si sta cercando di adottare un nuovo modello politico-istituzionale che possa, il pi&ugrave; velocemente possibile produrre nuova crescita e far recuperare ai bilanci pubblici, che da questa fase ne usciranno disastrati a causa del super indebitamento,&nbsp;situazioni contabili di maggior tranquillit&agrave;. In Italia gi&agrave; qualcosa di importante si &egrave; mosso in questa direzione. La scorsa settimana, infatti, il Senato ha approvato&nbsp;&nbsp;il cosiddetto "federalismo fiscale". La legge ha ottenuto 154 voti favorevoli, mentre 87 sono stati gli astenuti (tra cui il PD con l'eccezione di tre senatori tra cui Marco Follini) e solo 6 i voti contrari. I voti contrari, particolare&nbsp;da&nbsp;non trascurare,&nbsp;sono dell'UDC.&nbsp;</p>
<p>La riforma, senza entrare nel dettaglio, andr&agrave; a regime nel 2016 dopo un periodo transitorio di 5 anni e un iter complesso. Essa ridisegner&agrave; i rapporti tra Stato ed Enti locali circa i trasferimenti di fondi. Da notare che il vero "forziere" della riforma stessa sar&agrave; una voce ben precisa: la compartecipazione all'IVA. Questa appare come novit&agrave; assoluta e uno dei capisaldi, "insieme alla cancellazione dei trasferimenti erariali&nbsp;(tranne a quelli concessi a garanzia dei mutui gi&agrave; accesi) e alla perequazione verticale a favore degli enti a minore capacit&agrave; fiscale" della riforma stessa in quanto l'IVA non &egrave; legata al reddito ma ai consumi. Poich&eacute; i consumi, per&ograve;, sono variabili per definizione, non si capisce come possano assicurare agli Enti Locali l&rsquo;effettiva e stabile autonomia di entrate, e quindi di spesa, di cui hanno bisogno.&nbsp;</p>
<p>Quella fiscale &egrave; una materia molto tecnica, ma diventa centrale per capire che nell&rsquo;Italia del futuro si mirer&agrave; a evitare di attribuire troppe risorse agli Enti locali. Che, invece, dovranno sviluppare una politica pi&ugrave; attenta ad evitare sbilanci, allineando i propri costi a quanto si produce. Nell&rsquo;articolo di Dino Pesole del 30 aprile viene evidenziata la differenza tra entrate tributarie e spesa pubblica in ogni Regione. Ebbene,&nbsp;per il Meridione ne viene fuori un quadro sconfortante. Solo otto regioni spendono meno di quanto producono: Lombardia, Emilia Romagna.,Veneto, Piemonte, Toscana, Lazio, Marche, Friuli. Poi il disastro. A parte Liguria, Abruzzo&nbsp;e Provincia di Bolzano che si trovano in un "quasi pareggio", per gli altri &egrave; profondo rosso. Mentre l'unico ente del nord in passivo &egrave; la Provincia di Trento, &egrave; la generalit&agrave; del Sud a essere in difficolt&agrave;, per non dire di peggio.&nbsp;</p>
<p>&Egrave; la fotografia di una nazione spaccata in due. Proprio nel Sud, quindi, si giocher&agrave; una partita fondamentale per il futuro nazionale, non solo economico ma anche e soprattutto politico. La classe politica italiana dovr&agrave; sostenere un banco di prova determinante, sia per se stessa che per le sorti dell'intero Paese, trovando il modo di far superare al Mezzogiorno i suoi vizi consolidati: ma dovr&agrave; riuscirci facendo coesistere l&rsquo;incremento della ricchezza prodotta (e quindi delle entrate) con una politica di estrema attenzione alle spese. Questo difficile, difficilissimo equilibrio dovr&agrave;, in ogni caso, essere attuato&nbsp;senza perdere di vista il consenso elettorale: il che conferma l&rsquo;ipotesi che si decida di ricorrere, come abbiamo gi&agrave; avuto modo di evidenziare, a "dei nuovi personaggi che &ndash; non essendo, o non apparendo troppo compromessi col passato &ndash; facciano da catalizzatore di un sentimento comune di condivisione".</p>
<p><strong>The Advisor</strong></p>
<p>&nbsp;</p>]]></content></entry><entry><title>Con la scusa della crisi cambieranno la società e la politica - The Advisor 30/04/2009</title><category term="The Advisor"/><id>http://www.ilribelle.com/economia/2009/4/30/con-la-scusa-della-crisi-cambieranno-la-societa-e-la-politic.html</id><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.ilribelle.com/economia/2009/4/30/con-la-scusa-della-crisi-cambieranno-la-societa-e-la-politic.html"/><author><name>[Redazione]</name></author><published>2009-04-30T14:52:22Z</published><updated>2009-04-30T14:52:22Z</updated><content type="html" xml:lang="it-IT"><![CDATA[<p>Fonti: Il Sole 24 ore del 29 aprile 2009</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1) "Quando il meglio &egrave; nemico del bene" di Martin Wolf, pagine 1 e 8</p>
<p>2) "Sar&agrave; il debito a limitare la politica" di Carlo Bastasin, pagina 14</p>
<p>3) "Roma e la sindrome giapponese" di Alessandro Merli, pagina 14</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che questa crisi non sar&agrave; una crisi qualsiasi lo si era capito, che sar&agrave; peggio delle altre pure ma fino a che punto modificher&agrave; la nostra societ&agrave;, il nostro modo di vivere, di essere, di pensare forse ancora non &egrave; ben chiaro a tutti. Il <em>Sole 24ore</em> del 29 aprile 2009 &egrave; piuttosto esauriente sull'argomento e ci fa capire con &nbsp;sufficiente chiarezza che questa volta non ce la caveremo a buon mercato, che non sar&agrave; tutto come prima, che il nostro Paese sar&agrave; coinvolto, forse pi&ugrave; degli altri, in un cambiamento strutturale obbligatorio, come forse mai si era visto in passato. I tre articoli che segnaliamo permettono, se letti in modo congiunto e con la dovuta attenzione, di mettere a fuoco alcune importanti considerazioni sul nostro futuro.&nbsp;</p>
<p>In primo luogo &egrave; del tutto evidente che il potere politico mondiale si trova di fronte ad una scelta: far fallire la finanza con&nbsp;il sistema bancario e creditizio in prima linea o cercare di salvare il salvabile con l'unica&nbsp;via possibile: scaricare sui debiti pubblici il costo dell'operazione-salvataggio. La scelta, per il sistema, non&nbsp;prevede che una risposta: salvare ad ogni costo le banche, le istituzioni finanziarie, salvare in ultima analisi il sistema stesso. Ed il costo dell'operazione, ancora non perfettamente chiaro quanto a dimensioni, sar&agrave; enorme, tale da &nbsp;portare, secondo le stime del FMI, il debito pubblico presente nei Paesi del G20 dall'attuale 75% del Pil del 2008 al 110% nel 2014.&nbsp;Si tratta, in ogni caso,&nbsp;di una stima approssimata benevolmente&nbsp;per difetto, passibile di un aumento fino al 140% nel caso di variabili ancor pi&ugrave; negative quali tassi, andamento delle borse ed asset tossici da finanziare maggiori dell'attualmente prevedibile.</p>
<p>C'&egrave;, quindi, poco da stare allegri, tanto pi&ugrave; in un Paese come l'Italia che quanto a debito pubblico, &egrave; gi&agrave; di suo in condizioni critiche.&nbsp;La debolezza del nostro Paese appare ancor pi&ugrave; evidente se si confronta il suo&nbsp;andamento economico, l'andamento del Pil per intenderci,&nbsp;con quello giapponese. Praticamente negli ultimi due decenni i grafici delle due nazioni sono sovrapponibili e, nelle proiezioni future, lo saranno ancora&nbsp;. Alessandro Merli la definisce "sindrome giapponese", non &egrave; un virus ma&nbsp;non &egrave; niente di buono: significa stagnazione economica che segue una crisi finanziaria.&nbsp;</p>
<p>Il nostro Paese insomma sembra incapace di una reazione, incapace di cogliere gli impulsi positivi (positivi nella logica dell&rsquo;attuale modello di sviluppo, naturalmente) di una ripresa mondiale. E di crescita ce ne sar&agrave; bisogno, sar&agrave;, anzi, indispensabile per recuperare il pesante passivo del debito pubblico&nbsp;che questa crisi&nbsp;&nbsp;&nbsp;generer&agrave;, per poter uscire dalle secche del debito stesso&nbsp;e poter&nbsp;dare alle generazioni future una speranza. Bisogner&agrave; correre,&nbsp;mettere la quinta e sforzarsi di creare prodotti competitivi. Il tutto con un costo del lavoro ridotto, con un inevitabile ridimensionamento del welfare, con un recupero di efficienza da parte della macchina amministrativa dello Stato: con tutto ci&ograve; che serve, insomma, per far s&igrave; che l'Italia torni a essere terra di investimenti appetibili e di produttivit&agrave; garantita. &nbsp;</p>
<p>&Egrave; questa la visione che ci vogliono imporre.&nbsp;Questo il futuro al quale ci hanno condannato. Un futuro, di crescente competizione sociale e di decrescenti tutele, che si protrarr&agrave; a lungo, se non per sempre. Ma, si chiede il sempre lucido Carlo Bastasin,&nbsp;con quale politica si attuer&agrave; tutto questo? Attraverso quale rapporto tra la stessa politica e l&rsquo;economia, e la societ&agrave; nel suo complesso? La risposta &egrave; scontata: &ldquo;il debito costringer&agrave; dunque nei prossimi anni la politica a ritirarsi dall'interventismo per assumere pi&ugrave; di prima il compito di garante delle regole e dei diritti, compresi quelli sociali in un'accezione della cittadinanza che andr&agrave; allargata". Occorrer&agrave; in un clima generale difficile e di avversione al rischio che la classe politica riesca nell'impresa di mantenere il consenso e di produrre crescita. Sar&agrave; inevitabile "toccare proprio i settori politici dell'economia, quelli rivolti alla domanda interna". Sar&agrave; indispensabile un mutamento di ottica nel rapporto tra cittadino e istituzioni politiche, un nuovo patto che renda moralmente accettabili&nbsp;i sacrifici e che, allo stesso tempo, imponga una nuova direttiva ben precisa, allo scopo di rendere immediatamente il Paese pi&ugrave; competitivo, pi&ugrave; "dinamico". In quest&rsquo;ottica si profilano anche alcuni possibili mutamenti istituzionali che potrebbero accompagnare questo nuovo modello nazionale. Mutamenti che mirano ad accentrare il potere in alcune figure istituzionali&nbsp;con l'evidente scopo&nbsp;di&nbsp;favorire&nbsp;la rapidit&agrave;, e la insindacabilit&agrave;, delle decisioni.&nbsp;</p>
<p>Nulla, insomma, potr&agrave; pi&ugrave; essere come prima. Si affermeranno nuovi principi di comportamento e un nuovo modo di concepire la vita pubblica. La politica stessa&nbsp;sar&agrave; condizionata da questa crisi, da questo "affaire", che via via arriver&agrave; a scardinare dalle fondamenta&nbsp;l'architettura stessa della societ&agrave; cos&igrave; come noi la conosciamo. E poich&eacute; questo modello, per funzionare appieno e per imbrigliare il malcontento popolare, avr&agrave; la necessit&agrave; di rinsaldare l&rsquo;unit&agrave; nazionale, &egrave; assai probabile che sulla nostra scena politica si affaccino dei nuovi personaggi che &ndash; non essendo, o non apparendo, troppo compromessi col passato &ndash; facciano da catalizzatori di un sentimento comune di condivisione. Un'impresa alquanto complicata, ma che a giudicare da alcuni segnali, di cui parleremo in seguito, potrebbe essere gi&agrave; cominciata.&nbsp;</p>
<p><strong>The Advisor</strong></p>
<p>&nbsp;</p>]]></content></entry><entry><title>Capitalismo forever. È ripartita la fanfara del sistema - The Advisor 22/04/2009</title><category term="Crisi"/><category term="The Advisor"/><category term="capitalismo"/><category term="economia"/><id>http://www.ilribelle.com/economia/2009/4/22/capitalismo-forever-e-ripartita-la-fanfara-del-sistema-the-a.html</id><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.ilribelle.com/economia/2009/4/22/capitalismo-forever-e-ripartita-la-fanfara-del-sistema-the-a.html"/><author><name>Sara Santolini</name></author><published>2009-04-22T08:23:48Z</published><updated>2009-04-22T08:23:48Z</updated><content type="html" xml:lang="it-IT"><![CDATA[<p>Solo poche settimane fa sembrava la fine del mondo. Solo poche settimane fa il solo pensiero di mettere mano a qualche tipo di investimento sembrava una possibilit&agrave; remota, ormai relegata a un tempo passato. Oggi, invece, sembra che tutti i problemi che hanno innescato questa crisi siano, se non risolti o svaniti nel nulla, almeno improvvisamente sopiti. Sembra quasi che vi sia una specie di bonaccia benevola che ci sospinger&agrave;, senza troppi sforzi, in un futuro che sostanzialmente possa essere ricondotto al passato. Sembra, insomma, che si possa gi&agrave; tornare a pensare come prima.&nbsp;</p>
<p>Che fine avranno mai fatto i mutui subprime, i titoli tossici, le difficolt&agrave; dell'Est Europa, i bilanci lesionati delle banche, i deficit pubblici, la tenuta traballante dell'Euro? Sono problemi risolti o stanno ancora sul tappeto? E, soprattutto, i recenti rialzi di borsa sono indice di un mutamento definitivo verso il bello o, invece, un'ennesima trappola per gonzi? Si pu&ograve; tornare ad investire con serenit&agrave;? Ci si pu&ograve; fidare? E i disoccupati? Forse un domani potranno reimpiegarsi? E le perdite finanziarie? Forse, chi ha "tenuto" potr&agrave; un domani tornare a vedere quotazioni pi&ugrave; accettabili? Bastano due o tre dati "meno negativi" per sognare una ritrovata "positivit&agrave;"?&nbsp;</p>
<p>Queste sono solo alcune domande che incombono. Il sistema si arrampica sugli specchi e cerca di rispondere in modo affermativo, ma su quali basi pratiche si facciano queste valutazioni non &egrave; ancora dato di sapere. Di certezze, per chi guarda alla realt&agrave; con occhio tecnico e disincantato, non ce n&rsquo;&egrave; neppure l'ombra, tanto che lo stesso FOMC (Federal Open Market Committee, &nbsp; l'organismo della FED pi&ugrave; attento ai dati macro) non ha posizioni comuni al suo interno.</p>
<p>Il sistema si sta sbracciando per offrirci un'immagine benevola di s&eacute;. Per convincerci che, in fondo, l'unica possibilit&agrave; che abbiamo non &egrave; immaginare un futuro diverso, con nuove regole del gioco, ma seguitare ad affidarci alla sua forza intrinseca e a fare il tifo per la risalita del Pil e delle Borse, collaborando di buon grado a uscire dalle secche in cui questo modello di sviluppo si &egrave; incagliato. Insomma, pare che convenga proprio a tutti fare finta di nulla, fare finta che nulla sia successo e continuare daccapo come prima. Questa operazione di "restyling" si sta svolgendo nel pi&ugrave; subdolo dei modi: cercando di salvare l'immagine morale della finanza stessa. Cercando di dimostrare che le attivit&agrave; finanziarie, anche quelle relative alla vituperata "finanza creativa" sono in realt&agrave; attivit&agrave; commendevoli, volte al bene dell'umanit&agrave;, foriere di benessere e prosperit&agrave;. Poco importa che poi possano generare quei fastidiosi inciampi di percorso quali ingiustizie sociali, disuguaglianze, crisi rovinose.&nbsp;</p>
<p>Come disse Milton Friedman, famigerato capofila degli iperliberisti &ldquo;Chicago Boys&rdquo;, rispondendo a una giornalista del New York Times che nel 1976 gli chiedeva &laquo;se il costo sociale delle sue politiche [nel Cile di Pinochet] sarebbe stato eccessivo&raquo;, le conseguenze non sono un problema. Testualmente, &laquo;domanda sciocca&raquo;.</p>
<p>Le trombe della propaganda hanno ricominciato a suonare: per consentire al capitalismo di continuare a prosperare &egrave; sufficiente che si ristrutturi il settore finanziario. Non che esso cambi profondamente, nelle sue logiche e nelle sue pratiche. Solo che si ristrutturi, in modo tale da neutralizzare gli effetti dell&rsquo;indigestione di titoli speculativi ridotti a carta straccia, dapprima sovrastimati all&rsquo;eccesso e poi crollati miseramente.</p>
<p>E basta, suvvia, col guardare malevolmente chi ci ha straguadagnato sopra, basta col continuare a &laquo;soffiare sul fuoco di questo risentimento&raquo;. Soprattutto, come ci dice Ben Bernanke, basta coll'ideare troppi controlli, troppi vincoli sulla finanza, vero motore dell'economia. Troppi controlli potrebbero distruggere questa povera finanza, lasciamola lavorare in pace, che diamine. Come afferma egli stesso, &laquo;La regolamentazione non deve prevenire l'innovazione, piuttosto dovrebbe fare in modo che le innovazioni fossero sufficientemente trasparenti e comprensibili per consentire alle scelte dei consumatori di guidare i buoni risultati di mercato&raquo;.&nbsp;</p>
<p>La chiave di lettura, invece, &egrave; che i problemi siano talmente grandi, talmente complessi da esser di per s&eacute; irrisolvibili senza l'ausilio, si fa per dire, della finanza. Come il drogato che non pu&ograve; uscire dal tunnel senza continuare ad assumere le sue dosi, cos&igrave; il mondo non pu&ograve; fare a meno di truccare i bilanci, di alimentare bolle speculative su questo o quel prodotto (reale o finanziario che sia), di "costruire", di "inventare", di essere "creativo". Sono queste le condizioni essenziali per uscire dalla crisi, continuando come prima. E l'unica possibilit&agrave; che resta, per riuscirci, &egrave; ricominciare coi trucchi, con le mistificazioni, con le ipervalutazioni. Solo cos&igrave; se ne esce. Solo cos&igrave; il sistema pu&ograve; sopravvivere: con un&rsquo;immensa scrollata di spalle e girandosi dall'altra parte. Dormite pure, bimbi belli.</p>
<p><span> </span><strong>The Advisor</strong></p>
<p>Fonti:&nbsp;</p>
<ul>
<li><span>&bull;<span> </span></span>Il Sole 24ore 17 aprile 2009:</li>
</ul>
<ol>
<li>1)<span> </span>articolo di Alberto Alesina pag.1: "Rischio populismo alla svendita del secolo"</li>
<li>2)<span> </span>articolo di Edmund Phelps pag. 13 "Non c'&egrave; capitalismo senza incertezza"</li>
</ol>
<p><strong></strong></p>
<ul>
<li><span>&bull;<span> </span></span>Il Sole 24ore del 18 aprile 2009: articolo di M.P. (Mario Platero) pag. 8: "Bernanke: trasparenza sui prodotti finanziari".</li>
</ul>
<p><br /> &nbsp;</p>]]></content></entry><entry><title>Obama, che dopo le banche salverà anche le assicurazioni - The Advisor 14/04/2009</title><category term="The Advisor"/><id>http://www.ilribelle.com/economia/2009/4/15/obama-che-dopo-le-banche-salvera-anche-le-assicurazioni-the.html</id><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.ilribelle.com/economia/2009/4/15/obama-che-dopo-le-banche-salvera-anche-le-assicurazioni-the.html"/><author><name>[Redazione]</name></author><published>2009-04-15T08:04:16Z</published><updated>2009-04-15T08:04:16Z</updated><content type="html" xml:lang="it-IT"><![CDATA[<ul>
<li><span><strong><br /></strong>&bull;<span> </span></span>Fonte: Sole 24ore del 9 aprile 2009, pagina 42, articolo di Mario Platero&nbsp;</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di ritorno dal viaggio in Europa per il G20 (e, gi&agrave; che c&rsquo;era, per le altre passerelle tipo Praga) il presidente degli Stati Uniti si &egrave; premurato di estendere i fondi del piano Tarp anche alle polizze vita. Cos'&egrave; il piano Tarp? E perch&eacute; la sua estensione a questo settore? Il Tarp &egrave; il piano di sostegno pubblico statunitense al settore finanziario. Fu approvato dalla amministrazione Bush e prevedeva lo stanziamento di 800 miliardi di dollari. Di questi ne restano disponibili 130. Ma perch&eacute; Obama, adesso, si &egrave; deciso ad estenderlo al settore assicurativo?&nbsp;</p>
<p>La materia &egrave; molto delicata. Inizialmente i piani di intervento si sono concentrati nei settori che sono stati ritenuti "strategici" per far ripartire la fiducia, il consenso, i consumi. Questi settori sono stati individuati nelle banche e nel settore auto. Ora ci si &egrave; accorti che anche il settore assicurativo non pu&ograve; restare fuori da un sostegno pubblico.&nbsp;</p>
<p>Dati gli effetti della debacle finanziaria cui le societ&agrave; assicurative sono andate incontro con il tracollo delle valutazioni azionarie, infatti, i piani di accumulo finalizzati ad ottenere un reddito pensionistico o un capitale in et&agrave; pensionabile rischiano di produrre due effetti: il primo, immediato, &egrave; quelli dei riscatti in massa dai piani di accumulo, generando tra l'altro immediati effetti ribassisti; il secondo, posticipato, di vedere cospicui settori di popolazione entrare in fasce sociali di povert&agrave; una volta raggiunta un&rsquo;et&agrave; avanzata.&nbsp;</p>
<p>Negli Usa la situazione &egrave; diventata molto preoccupante, in quanto veri e propri colossi assicurativi del ramo vita come MetLife, Lincoln National, Hartford hanno accumulato perdite molto consistenti esponendo il sistema stesso ai rischi sopracitati. Questa crisi, quindi, investe anche aspetti diversi ma non meno sostanziali di quelli meramente finanziari: i costi sociali che saremo tutti chiamati a sopportare. Magari saranno dilazionati nel tempo, ma non risulteranno meno duri.&nbsp;</p>
<p>Il punto &egrave; che si &egrave; demonizzato l'intervento pubblico in alcuni settori vitali, come quello pensionistico, per destinare i mancati esborsi a favore dei consumi e degli aggiustamenti dei bilanci pubblici, sostenendo che la differenza sarebbe stata colmata da piani pensionistici basati sulle continue plusvalenze derivanti dai mercati finanziari. Niente di pi&ugrave; falso. Questa crisi ci ha insegnato che un futuro congegnato in questo modo &egrave; un futuro a rischio in quanto non vi &egrave; alcuna certezza di queste plusvalenze ma, anzi, in periodi fortemente recessivi vi sono certezze opposte.&nbsp;</p>
<p>In Italia la situazione non &egrave; meno drammatica. Le tre riforme delle pensioni firmate Amato, Ciampi, Dini non hanno fatto altro che tagliare le pensioni future a livelli insostenibili per una vita dignitosa, tanto che si pu&ograve; tranquillamente calcolare che un giovane che inizia a lavorare oggi in Italia avr&agrave; una pensione largamente inferiore al 50% del proprio reddito lavorativo. In un sistema fondato su un criterio di ripartizione, quindi di sostegno che le generazioni future danno a quelle passate, questo nuovo modello cos&igrave; concepito fa spendere molto di pi&ugrave; ai giovani per ottenere molto di meno rispetto a quanto versato. &Egrave; un modello assurdo, tanto pi&ugrave; che i livelli retributivi non sono pari a quelli delle generazioni precedenti, cio&egrave; proprio di quegli ex lavoratori che si dovranno sostenere, ma, anzi, in chiaro decremento rispetto alla capacit&agrave; di acquisto. Si rischia di scatenare una lotta generazionale e una povert&agrave; di massa per chi un domani, al termine della vita lavorativa, andr&agrave; in pensione. Tanto pi&ugrave; che, anche in Italia, si &egrave; pensato bene di colmare il divario pensionistico con i piani di accumulo dei cosiddetti "fondi pensione" che di certezze reddituali future si &egrave; visto che non ne possono dare.&nbsp;</p>
<p>Nel nostro Paese questa visione &egrave; stata sponsorizzata un po&rsquo; da tutti i Governi che via via si sono succeduti dopo il 1992, non senza l'appoggio delle organizzazioni sindacali che hanno, nei fatti, avallato una simile visione delle cose. Ancora oggi si profilano ipotesi di ulteriori riforme del settore pensionistico nella medesima, sciagurata direzione: tagliare le erogazioni future. La recente esperienza dovrebbe far capire che la via intrapresa non &egrave; quella giusta e che non &egrave; possibile lasciare al settore privato situazioni sociali cos&igrave; delicate come le pensioni. Ma &egrave; meglio non farsi illusioni. Come si dice, non c&rsquo;&egrave; peggior sordo di chi non vuole sentire. Nessun fallimento e nessuna crisi possono illuminare un sistema che non ne vuole proprio sapere di cambiare, che non ha nessuna intenzione di fare ammenda dei propri errori ma che, al contrario, pretende di imporre i propri (dis)valori a tutti i costi e in tutti i settori della vita umana.</p>
<p style="text-align: right;"><span> </span><strong><em>The Advisor</em></strong></p>
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<p style="text-align: left;">* A pagina 42 del Sole 24 ore del 09 aprile 2009 viene proposto un articolo a firma di Mario Platero che ci induce a una serie di riflessioni di grande interesse sociale. Il titolo del pezzo "Obama: aiuti alle assicurazioni" preannuncia un aspetto davvero drammatico delle conseguenze della crisi.</p>]]></content></entry><entry><title>“Una svolta storica”, disse Obama... - The Advisor – 07 aprile 2009</title><category term="The Advisor"/><category term="obama"/><id>http://www.ilribelle.com/economia/2009/4/7/una-svolta-storica-disse-obama-the-advisor-07-aprile-2009.html</id><link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.ilribelle.com/economia/2009/4/7/una-svolta-storica-disse-obama-the-advisor-07-aprile-2009.html"/><author><name>[Redazione]</name></author><published>2009-04-07T08:14:08Z</published><updated>2009-04-07T08:14:08Z</updated><content type="html" xml:lang="it-IT"><![CDATA[<p>La scorsa settimana ha visto due eventi economico-finanziari che segneranno il futuro dei prossimi mesi. Da un lato in Europa la BCE ha tagliato il tasso di riferimento di un ulteriore 0,25% e dall'altro il G20 di Londra &egrave; uscito con un comunicato che Barack Obama ha definito essere una "svolta storica". Che sia lui ad affermarlo sembra una cosa del tutto logica dato che era il leader occidentale che in questo momento rischiava di pi&ugrave;. Stretto tra le necessit&agrave; divergenti di un'Europa che si compattava in un'asse franco-tedesco ed una Cina difficilmente inquadrabile era l'uomo che pi&ugrave; di tutti aveva bisogno di un successo di immagine immediato. Innanzitutto per visibilit&agrave; interna al suo Paese ed al suo elettorato e poi per affermarsi sulla scena internazionale come leader capace di traghettare l'intero pianeta verso la soluzione di questa crisi.&nbsp;</p>
<p>Apparentemente, almeno dalle dichiarazioni ufficiali, il vertice sembra aver sancito una svolta, ma, per il momento, dare un giudizio cos&igrave; netto non ci sembra prudente. &Egrave; vero che sono stati raggiunti accordi sui cosiddetti paradisi fiscali con, tra l'altro, una bella figura fatta fare allo stesso Obama in veste di mediatore tra le posizioni francese e cinese, &egrave; vero che &egrave; stato raggiunto un accordo sul ruolo e gli stanziamenti a favore del FMI, &egrave; vero che sono state stigmatizzate le odiate remunerazioni dei manager in campo finanziario ma &egrave; pure vero che riguardo le regole finanziarie gli impegni sono sembrati un po&rsquo; pi&ugrave; vaghi. Soprattutto nel comunicato finale non vi &egrave; una chiara presa di posizione sugli asset tossici che sono alla base del problema. Sono stati inseriti nel paragrafo 8 ma il loro riferimento appare solo incidentale. Qui stava il problema, qui sta la non risoluzione del problema.&nbsp;</p>
<p>Per il resto i 1.100 miliardi di dollari dati al FMI saranno, nel breve, un&rsquo;ennesima iniezione di carburante all'economia globale con buona pace delle finanze pubbliche che dovranno sborsarli. Detto del taglio della BCE che ha avuto, in un momento cos&igrave; delicato, una valutazione prudente non accogliendo che in parte le sollecitazioni di chi voleva un taglio nell'immediato pi&ugrave; aggressivo dei tassi, i mercati hanno accolto con apparente entusiasmo i risultato del G20. Anche in questo caso le conclusioni non possono che essere caute, in quanto le borse si sono mosse in maniera tecnica andando per il momento a sondare semplicemente le medie mobili superiori.&nbsp;</p>
<p>La Borsa valori italiana ha fatto un passo in avanti verso la media mobile a 100 giorni e la stessa quotazione di Fiat che in un giorno &egrave; "volata" a +27% non fa che cogliere l'occasione per cercare una la media tecnica pi&ugrave; alta (in questo caso quella mobile a 200 giorni). Wall Street si &egrave; avvicinata alla stessa media mobile a 100 giorni che attualmente passa intorno agli 8.040 punti. Ci sar&agrave; da verificare se, al contatto con queste resistenze tecniche, le quotazioni avranno la forza di superarle. In quel caso Wall Street avr&agrave; disco verde fino ad oltrepassare la soglia dei 9.000 punti. Per il momento, quindi, solo un cosiddetto rimbalzo tecnico, per parlare di impostazione rialzista c'&egrave; tempo.</p>
<p>Quanto alle valute, l'ovvio iniziale incremento dell'Euro contro dollaro, derivato dal modesto taglio dei tassi della BCE, non &egrave; ancora tecnicamente valutabile. In campo valutario, infatti, i movimenti sono pi&ugrave; lenti; e, nel frangente, maledettamente delicati data la posta in gioco<span>.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span> </span><strong><em>The Advisor</em></strong></p>
<p><strong><br /></strong></p>
<p>&nbsp;</p>]]></content></entry></feed>
