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mercoledì
apr152009

Pertinenza delle riflessioni inviate (e una richiesta di un consiglio)

Tra le tante, c'è una cosa delle quale discutiamo spesso in redazione: come rispondere (e se rispondere o no) a chi ci pone questioni, in merito a un articolo pubblicato, del tutto avulse dal contenuto dell'articolo stesso.

Mi spiego. A differenza che in tante realtà analoghe, una delle regole che ci siamo dati in redazione, dal direttore politico fino in segreteria, è quella di essere il più possibile presenti ai lettori. Ovvero, nello specifico, rispondere il più possibile alle richieste di vario tipo che pervengono in redazione. Il che è un bene, molto spesso è cosa che ci aiuta proprio nel lavoro stesso. Non parlando del sesso degli angeli, né di quello di nani e ballerine, è evidente che le tematiche affrontate richiamino dibattiti e interesse superiori a quelli che i più dedicano alle riviste da sala da attesa del parrucchiere. Il che è bene, bis. Ciò non significa però che si possa far scadere sino all'inutile un discorso di lungo termine che tappa dopo tappa, articolo dopo articolo, è nelle nostre intenzioni debba portare a una comprensione diversa e più ampia dell'attualità.

Qualche volta, però, la cosa è frustrante. Perché riceviamo delle riflessioni, delle domande, quando non proprio delle sentenze, che oltre a essere in totale disaccordo con il contenuto dell'articolo - del che poco male, ci mancherebbe - sono del tutto non pertinenti con l'articolo di turno in questione.

Da qui il dilemma.

A quel punto che si fa? Suggerire di rileggere, o di leggere meglio il pezzo, ci sembra superfluo oltre che irritante sia per noi sia soprattutto per il lettore stesso (partiamo dall'assunto, infatti, che il lettore sia tale sul serio). 

Del resto non è neanche utile scendere nel merito. Poiché un merito non c'è. Esempio: se noi scriviamo "A", e chi ci contatta asserisce che noi, "scrivendo "B" abbiamo sbagliato..." insomma, di cosa stiamo parlando? Cosa dovremmo precisare?

A questo punto delle due l'una: o lasciamo cadere la cosa (e spesso riceviamo ulteriori rimproveri in merito) oppure entriamo in una dinamica sterile. Dunque la scelta è tra sembrare "assenti" oppure snervarci per il nulla.

Cosa suggerite?

vlm

 

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Reader Comments (2)

Inutile innescare discussioni sterili, questo non aiuterebbe il lavoro redazionale e non porterebbe a nulla: la discussione parte da quello che nell'articolo è scritto, nel momento in cui il lettore non coglie il senso di un articolo è evidente che qualunque discussione non porterebbe a nulla di positivo per il lettore e per la redazione. Non comprendere il senso di ciò che è scritto è ben diverso dal non condividere il contenuto di un pezzo (in questo caso una discussione, un approfondimento è possibile oltre che utile).
Io credo, quindi, che bisognerebbe lasciare cadere nel vuoto ogni discussione sterile su qualsivoglia questione, semmai far notare la dissonanza con l'articolo dando una risposta chiarificatoria e sommaria chiudendo subito la questione senza innescare dibattiti. In tal modo non si rischia di sembrare assenti e si evitano inutili snervamenti.

dc

mercoledì, aprile 15, 2009 | Registered CommenterDavide Colaiocco

Credo che tra i compiti di un redattore ci sia anche quello di incanalare i dibattiti e di mantenere una certa linea editoriale, il che appare incompatibile con il tentativo di rispondere a tutti (anzi, a tutto).

Naturalmente il lettore può giudicare se gli argomenti eventualmente tralasciati fossero invece imprescindibili. A me a volte capita, ma ciò non mi sembra sufficiente a giustificare un'incazzatura.

Nulla vieta poi, ogni tanto, nei casi topici, di far notare al lettore che non ha colto il punto.

giovedì, aprile 16, 2009 | Registered CommenterGabriele Buogo Andreella
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