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La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
Fondatore Massimo Fini - Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco
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    mercoledì
    ott012014

    Nessuna resa, mai

    A suo tempo lo disse benissimo Tolkien, con una frase che aveva la forza di un aforisma e che è diventata, giustamente, assai nota. Replicando a chi lo accusava di essersi rifugiato nel mondo delle fiabe, con la pur splendida saga ambientata nell’immaginaria Terra di mezzo, l’autore del Signore degli Anelli chiarì il concetto alla perfezione: «Poiché siamo costretti tra le sbarre di una prigione la nostra non è la disdicevole fuga del disertore di fronte al nemico, ma la legittima evasione del prigioniero».

    Con tutte le differenze del caso, è la stessa contrapposizione che si staglia sullo sfondo di quello che ha scritto Valerio Lo Monaco un paio di settimane fa, in una lunga e coinvolgente riflessione intitolata Quella serenità di 30 anni fa, alla quale va stretto il termine di “articolo”. E con la quale, ancora più di quanto accade di solito a chi si pone al di fuori del conformismo imperante e dei suoi innumerevoli luoghi comuni, si è preso il rischio di essere equivocato. Cosa che poi, a giudicare da più di qualche commento, è puntualmente successa: incapaci di comprendere a fondo la natura del discorso, che andava molto al di là della critica ai vizi del modello liberista e si estendeva/innalzava a una dimensione esistenziale, i savonarola di turno, o di passaggio, hanno perso la bussola. Vittime delle proprie impressioni negative, si sono inalberati di slancio. E a vanvera.

    In estrema sintesi, e sorvolando sui toni insultanti che non meritano risposta (semmai un paio di ceffoni, a trovarcisi di persona), l’allucinazione è questa: si scambia il sacrosanto rifiuto di qualsiasi obiettivo, e ambizione, e lusinga, di benessere economico, per una vigliacca rinuncia alla lotta contro le terribili iniquità della società contemporanea. La definitiva presa di distanza dal classico schema lavora-consuma-crepa, che era già sbagliato di suo ma che nel frattempo è addirittura diventato di impervia realizzazione, viene scioccamente e colpevolmente confusa con l’accettazione rassegnata, e quindi passiva, dello stato di cose che ha fatto seguito alla crisi iniziata nel 2007-08.

    Nulla di più assurdo, per quanto ci riguarda. Sia sul piano individuale che come redazione del Ribelle, la nostra ostilità nei confronti dell’establishment occidentale è quella di sempre. E non potrebbe essere altrimenti, visto che a determinarla non sono soltanto le crescenti disuguaglianze di reddito tra i cittadini, e le sofferenze imposte a molti milioni di esseri umani causa dall’asservimento di intere nazioni alle brame di profitto e di potere delle oligarchie che dominano sia gli USA che la UE. Al cuore di quella avversione, che è allo stesso tempo istintiva e ragionatissima, c’è il disconoscimento del cardine stesso su cui si impernia il tutto: la concezione del cosiddetto “homo oeconomicus”, che in realtà andrebbe letto, e riscritto, come “automa oeconomicus”.

    A partire da questa distanza abissale, che esclude ogni riavvicinamento o compromesso, le reazioni pratiche possono essere le più diverse, ma devono comunque tenere ben presenti le rispettive opportunità di riuscita. Come ha rimarcato giusto ieri Lo Monaco, rispondendo a un lettore/censore capitato qui chissà da dove, e quanto mai disinvolto nel liquidarci alla stregua di schiavi e collaborazionisti (sic), bisogna fare «attenzione alle parole, in modo particolare a quella che è presente nella nostra testata. Questo non è il tempo delle Rivoluzioni, ma della Ribellione, che è cosa diversa. Se hai a cuore il tuo futuro allora ribellati, ma con la sedizione, il sabotaggio, semmai, non nello sperare in una rivoluzione per la quale non ci sono armigeri contro un esercito che ha impiegato secoli per arrivare alla forza attuale».

    Una sottolineatura che si amalgama a quanto scritto in chiusura dell’articolo del 17 settembre. E allora quelle conclusioni proviamo a riformularle in maniera meno suggestiva e più analitica, sperando (ma non troppo) di evitare ulteriori fraintendimenti: il primo passo è prendere atto che la crisi in corso sta dimostrando, ancora più di prima, che le promesse di un continuo e generalizzato accrescimento dei redditi e dei consumi sono totalmente infondate; il secondo è trasformare questo crollo delle “certezze” precedenti nell’occasione per ricostruire da zero, laddove non lo si sia già fatto in passato, la propria idea di esistenza, all’insegna di un affrancamento il più ampio possibile da qualunque mira, o miraggio, di ricchezza materiale; il terzo, infine, è provare a ritagliarsi, sia pure all’interno di un contesto che ci è non soltanto estraneo ma nemico, dei percorsi di vita nei quali realizzare le nostre migliori potenzialità. Individuali e relazionali.

    La precarizzazione che ci circonda, e che ci avvolge, e che tende a ingabbiarci in una prigionia assillante e senza scampo, rimane una responsabilità imperdonabile di chi l’ha innescata e persino voluta; tuttavia, paradossalmente, può generare un impulso risolutivo ad aprire gli occhi: il venire meno delle esche appetitose cui ci avevano abituato permette ai pesci che non siano completamente ottusi di vedere con maggiore facilità che quelle tentazioni nascondono un amo. O una rete.

    Chi è intelligente si tiene alla larga e guizza via.

    Chi è intelligente sa che fine fanno, o prima o dopo, i pesci d’allevamento.   

    Federico Zamboni
    mercoledì
    ott012014

    Tutti a Bevagna (siamo figli del Medioevo, eccome)

    Esistono ancora i luoghi dell’anima. Ne ho trovato uno incredibile. Attuale, presente, ancora intatto in questa modernità terribile che viviamo e che tenta di cambiarlo eppure orgogliosamente radicato in un solco che ha radici antiche ma ancora vive, in grado di parlare, di raccontarsi e di raccontarci.

    Siamo senza dubbio figli del medioevo, noi, della terra e delle pietre, del lavoro artigianale e di un linguaggio che porta ancora oggi segni indelebili di quel tempo.

    Mi sono permesso di fare un sopralluogo per il prossimo incontro dei Ribelli, e forse anche per qualcosa di più che ci piacerebbe organizzare. Ho trovato il posto adatto, fidatevi, dove sarà possibile cementare ancora di più la nostra piccola comunità e dove potremmo indurre anche altri a entrare per farne parte.

    Ma andiamo con ordine. 

    La storia di Bevagna (nel cuore dell'Umbria, a un passo da Foligno) inizia lontanissimo nel tempo, di probabile origine etrusca e in ogni caso contemporanea a Roma. Trentamila persone la frequentavano allora (oggi gli abitanti non sono più di cinquemila), un porto fluviale, la via Flaminia nel cuore e un anfiteatro che poteva contenere diecimila spettatori. Una metropoli di allora. Un frammento di autentica realtà vivente oggi. E un manipolo di volenterosi che ancora oggi dà vita a una delle più importanti rivisitazioni storiche, rigorosissime dal punto di vista filologico, trovando motivazione nella sola volontà di continuare a celebrare la tradizione, senza altro scopo che non nella soddisfazione stessa di partecipare a un evento che abbia un senso profondo.

    Ma possiamo anche andare ben oltre “il Mercato delle Gaite”, che è diventato fatalmente anche una attrazione turistica di spessore nell’ultima decade di giugno di ogni anno. Merita una visita, naturalmente: il Paese viene interamente trasformato rimuovendo ogni segno della nostra modernità per ritornare a essere, e a vivere, come si faceva nel medioevo. Spariscono asfalto, automobili, segnali stradali e luci elettriche. Spariscono i vestiti moderni e persino l’italiano attuale per tornare a parlare esattamente come allora, con il Volgare. E si aprono le botteghe artigiane per produrre con macchinari, metodi e materiali rigorosamente attinenti a ciò che avveniva tra il 1250 e il 1350. 

    Si arriva in quelle zone provenendo dal ventunesimo secolo e una volta varcata una delle porte d’ingresso si piomba nel medioevo: una trasposizione reale che nessuna realtà virtuale, nessun film holliwoodiano e nessun videogame potranno mai rendere tanto vera.

    E ci sono anche altre manifestazioni, tutte radicate nella storia, nel tempo e nel territorio. Basta il sito del Comune per rendersene conto.

    Eppure per capire che Bevagna è un posto dell’anima ci si deve andare negli altri giorni, quando è possibile parlare con le persone, che hanno tempo e voglia di raccontare, quando è possibile camminare per le strade semideserte, che hanno pietre da solcare e spazi per respirare, quando è possibile visitare i suoi monumenti, che hanno storia da dimostrare e ore dilatate per meditare, quando è possibile passeggiare per i boschi intorno, dove la natura si rivela ancora oggi come allora, con i ritmi inalterati e gli odori veri dei muschi, degli animali selvatici. Quando è possibile insomma tornare a convincersi che malgrado tutto, malgrado proprio tutto, un altro modo di vivere è non solo possibile, ma è alla portata di chiunque abbia coraggio e voglia di cambiare sul serio.

    Ho trovato anche il luogo per soggiornare, mi ci sono imbattuto quasi per caso. Si chiama (altro indizio di non poco conto…) “Il Giardino degli Elfi”. È perfetto per un ritiro Ribelle lontani da tutto il resto. Se Bevagna ha case nella pietra e taverne medioevali questo agriturismo a fortissimo carattere ecologico ci offre stanze serene e una sala riunioni immersa nel verde. A Bevagna c’è l’edificio termale del secondo secolo, “agli Elfi” una piscina per riunioni all’aperto. 

    Vale la pena sul serio andare da quelle parti, la prossima volta che ci incontreremo così come abbiamo fatto altre volte altrove. E magari pensare a qualcosa di più grande, sempre da organizzare in quello scenario.

    Ma vale la pena andarci anche da soli, con la famiglia o con gli amici più intimi, quando solo ci si sentirà un po’ stretti ovunque altrove.

    Non mi dilungo oltre - per ora - che fare la guida turistica non è l’intento di questa segnalazione, e del resto per saperne di più su Bevagna basta cercare a questo indirizzo.  

    Mi permetto un solo consiglio: da non perdere, assolutamente, una visita guidata - rigorosamente guidata da Filippo, chiedete di lui! - alla Casa Medievale, in via del Teatro Romano 11 (se fuori stagione, prendete un appuntamento mandando una email qui, o chiamando 0742/360229).

    Così come, anche, se andate da quelle parti, contattate pure Fabiola o Giancarlo al Giardino degli Elfi (qui, o al tel. 0742/362014), e dite che vi mando io: loro sanno già che vorremmo organizzare lì il nostro prossimo incontro, e un sopralluogo intimo, voi e famiglia, merita davvero un viaggio, nel cuore dell’Umbria, della Storia, dell’Anima. 

    Per il resto organizziamoci tutti insieme, quando la facciamo la prossima riunione?

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    ott012014

    Ebrezza ed ebrezze

    Esistono ancora, lo giuro, uomini e donne rappresentanti di un piccolo mondo antico che fu; alcuni di loro vanno spediti per i quaranta: non sono più giovani, come oggi si tende a credere, anzi sono uomini fatti. Spesso abitano in borghi sperduti, minuscoli presepi, alla periferia delle vite degli altri e nel pieno centro dell’esistenza, la propria. Per questo non sono perduti.

    Intorno a un tavolaccio, si parla con loro di cose semplici e concrete – la terra, il pane, il tempo – e, immancabilmente, ci si ritrova nel vero che non è né antico né futuro, bensì eterno. Si parte dal poco, l’essenziale, da quello che c’è prima di tutto in tavola: una birra da condividere dopo le fatiche della giornata trascorsa in una bottega a intagliare, scartavetrare, scolpire. Fa il falegname, il mio interlocutore, e, allo stappare della birra, l’odore del luppolo prevale su quello del legno. Che lui si porta addosso. Lo assalgono i ricordi come se fosse già vecchio, e un po’ lo è: ha trentott’anni, lui, ma insieme ai suoi ha vissuto pure gli anni del padre Cosimo, che ai tempi, anziché spedirlo a giocare a pallone per strada con gli altri ragazzini, lo trascinava per i campi a faticare. Bisognava aiutare, certamente, ma prima di tutto si doveva diventare uomini alla svelta: allora, questo era il dovere di un genitore e il diritto di un figlio.

    Quando il pomeriggio volgeva alla fine, quando quello che andava fatto era stato fatto e quando le ossa erano rotte perché la volontà si stava indurendo, quel padre smetteva la vanga e lo portava sopra il loro muretto a secco per vedere colare il tramonto sulla campagna. Lì Cosimo stappava due birre, una per sé e una per il figlio, già grande a nove anni. 

    Più della fatica, dei giochi proibiti e dell’infanzia perduta, è quell’odore di luppolo, scovato dopo tanta e tanta terra da consolare, a scolpire il mio falegname, che ricorda il padre nell’avventura di essere stato sì duro, ma giusto: con lui sempre e soltanto alla pari. Ecco la sua madeleine.

    Queste sono le istantanee che accompagnano certe vite; istantanee che oggi farebbero inorridire i tanti, troppi stakanovisti dei diritti civili, già atterriti anche solo dall’idea dello sfruttamento del lavoro minorile con la conseguente aggravante etilica. 

    Dove potremmo incontrare, oggi, quel ragazzino? Difficilmente su un muretto a secco in faccia al tramonto, in compagnia del proprio padre che fa da coprifuoco alla sua esistenza ancora imberbe; facilmente, invece, in qualche bar affollato di movida. Se ne sta lì, al seguito di sconosciuti da emulare, nel mentre tracanna un dopo l’altro un cocktail (binge drinking) o degli shot di rum scadente. Non ha coprifuoco per le ore piccole, lui, e mai avrà la fortuna di averne. Al termine della notte, se ne starà inginocchiato in un bagno o disteso su una panchina, senza memoria e senza odori da portarsi dietro fino alla vecchiaia. Nei casi peggiori, l’inesperienza porterà altri ragazzini come lui dritti dritti in ospedale – trasportati da un’ambulanza chiamata dagli amici o da un passante – accasciati su un letto a biascicare inutilmente il proprio nome in preda alle allucinazioni, o peggio precipitati in coma etilico.

    A Milano, alla clinica pediatrica De Marchi – come denuncia il primario Emilio Fossati – i ricoveri di questo genere sono aumentati del 66%: cinquanta casi negli ultimi sette mesi, quasi quanto nell’intero 2012.  

    I vari divieti emessi dallo Stato, facilmente raggirabili, servono solo a invertire per l’ennesima volta gli effetti con le cause: non è certamente l’alcol, il problema di fondo; sono piuttosto i radicali mutamenti sociali e comportamentali, a partire dalla stessa famiglia, ad avere alterato profondamente le nostre coscienze, a questo punto oramai alticce.

    È Cosimo, il padre che è venuto a mancare, con le sue fatiche troppo grandi a istruirci sul come si fa e come si deve, incurante dei sollazzi infantili perché attento all’uomo già presente nel bambino; un uomo, che va coltivato esclusivamente quando è seme, vale a dire fin dalla più tenera età. 

    È la casa, la grande assente, pure se è cielo aperto e ruvida terra, alberi da scalare come vette e ritorni al focolare prima che faccia del tutto buio, ché allora, sì, è l’ora del riposo che non lascia segni: troppo sfiniti per lamentarsi, per rimuginare, per annoiarsi. 

    È l’esempio, cui non servono e comunque non bastono le buone parole o le buone intenzioni, che ci è venuto a mancare; l’esempio non di modelli sociali privi di autorevolezza, perché distanti, estranei e sempre fittizi, ma quello contagioso di chi vive al nostro canto, giorno dopo giorno, al quale dobbiamo rendere conto e ragione.

    Per onestà di cronaca, bisogna ammetterlo, al mio falegname sono mancati, e molto, i giochi con gli altri suoi coetanei, le libere uscite, i pomeriggi di ozio e perfino il mare… lui che l’aveva a due passi dall’uscio. Solo che tanta franchigia se l’è pigliata ugualmente, e senza contraddizione alcuna, con la disubbidienza, pur sicuro del fatto che, una volta rincasato, le avrebbe buscate forte. 

    Se l’è presa, la libertà – quella sana e vigorosa, agognata da qualsiasi ragazzo a cui tutto giustamente va stretto – ma facendosi carico dell’immane presupposto che essa comporta: la responsabilità.  

    Quel Cosimo lì, dal canto suo, non avrebbe mai disatteso le aspettative del figlio; puntualmente lo rivoltava come un calzino, ma anche se non lo dava a vedere, alla sera, prima di addormentarsi, sorrideva di approvazione sotto i baffi, per la ribellione che le sue mani avevano inutilmente cercato di addomesticare, tremendamente fiero del cucciolo d’uomo già ebbro di volontà propria. 

    Fiorenza Licitra
    mercoledì
    ott012014

    Rassegna stampa di ieri (30/9/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    martedì
    set302014

    Madrid: il referendum in Catalogna "non si ha da fare"

    Il referendum tenuto in Scozia settimane addietro, al di là del fallimentare risultato - per gli indipendentisti - ha rappresentato in ogni caso un sensibile precedente. Che nessuno ha sottovalutato, tanto che stampa e politica di quasi tutto l’Occidente ha tirato fuori l’artiglieria per sabotare passo passo ogni sentimento di rivalsa da parte di larga parte degli scozzesi.

    Ci sono diverse altre realtà, in Europa (ma anche negli Stati Uniti) che covano al loro interno intenti secessionisti. Una di queste, da tempo, è la Catalogna.

    Pochi giorni dopo il referendum scozzese è la volta della Spagna: il governo catalano ha indetto una consultazione simile per il prossimo 9 novembre. E, come riporta il giornale La Vanguardia, lo Stato ha velocemente messo in piedi “la sua risposta politica e istituzionale”.

    Si profila un quadro legale di riferimento, in merito alla strategia di Madrid, per impedire proprio ciò che viene considerato un referendum di fatto. Secondo il governo centrale la consultazione è in realtà un referendum mascherato, e dunque vietato dalla Costituzione, che è il solo competente per indire questo tipo di consultazioni: momento nel quale tutti gli spagnoli dovrebbero essere consultati. 

    I gangli legali non devono però far perdere di vista il dato di fondo: siamo di fronte, in questo come in altri casi, all’ennesima dimostrazione di come quando una volontà popolare vuole esprimersi e legittimamente imporsi, con prevedibili risultati funesti per chi detiene le redini dello status quo, questi ultimi tentino in ogni modo di evitare anche solo il rischio che una consultazione possa far emergere con chiarezza la volontà dei cittadini.

    Ma la situazione in Catalogna va avanti da tempo. Troppo, perché Madrid possa sperare che anche l’obiettivo di cancellare questa consultazione serva a far tacere gli animi e gli intenti per sempre.

    martedì
    set302014

    Poteri forti? No: fortissimi

    Reduce dagli USA, dove manco a dirlo è stato molto apprezzato (da bravo ufficialetto sollecito e promettente, in visita al quartier generale), Matteo Renzi ha rilasciato un’intervista a Repubblica ed è tornato a ribadire la sua totale indipendenza dai “poteri forti”. Che a sentire lui vorrebbero fermarlo per impedirgli di rinnovare profondamente l’Italia, ma ai quali egli, ça va sans dire, non si arrenderà né ora né mai.

    In effetti lo aveva già riaffermato appena pochissimi giorni fa, a New York. Laggiù, però, si era trattato solo di un accenno («siamo pronti sfidare i poteri forti»)  condito con l’ennesima battutina appariscente e superficiale, da presentatore tv che chiacchiera senza posa e utilizza i riferimenti culturali a orecchio («più dei poteri forti, io temo i pensieri deboli»). Nel lungo colloquio pubblicato domenica, invece, il presidente del Consiglio ha aggiunto qualcosa di più, “spiegando” che «i poteri forti o presunti tali sono quelli che in questi vent'anni hanno assistito silenziosi o complici alla perdita di competitività dell'Italia».

    Chiarimento sufficiente? Nemmeno un po’. La formula era fumosa prima e fumosa rimane. In mancanza di indicazioni dettagliate e inequivocabili, con almeno un inizio di elenco che specifichi l’identità di coloro i quali appartengono alla categoria, la denuncia vale zero. E si riduce ad agitare uno spauracchio di comodo, tipo il babau delle fiabe.

    Se lo facesse qualcun altro, nella prospettiva di un rifiuto generale del sistema di potere USA-centrico che oggi domina l’Occidente, lo si taccerebbe subito di complottismo, accusandolo di puntare il dito su entità talmente imprecisate da equivalere a dei fantasmi. Viceversa, all’interno della vulgata corrente, col suo tacito impegno ad assecondare le interpretazioni conformiste e il torpore generale, la stessa vaghezza viene accettata senza batter ciglio.

    Chi sono esattamente i poteri forti? Non importa. L’importante è poterli evocare ogni volta che serve. E siccome ci si guarda bene dall’indicare chi rientra nel novero, ecco il vantaggio supplementare di non dover chiarire perché altri ne siano stati esclusi.

    Sono artifici ben noti, a chi non si sia dimenticato di quell’architrave della manipolazione collettiva che è la guerra delle parole. La guerra delle parole che, guarda caso, assomiglia molto all’approccio bellico preferito dagli USA: delle aggressioni unilaterali che vengono travestite da interventi super partes e che sono condotte a suon di bombardamenti, sottraendosi ai rischi di un conflitto a viso aperto e combattuto sul campo. Uno scontro vigliacco e quanto mai asimmetrico, imperniato su uno squilibrio enorme e permanente delle forze a disposizione, e acuito dal fatto che il nemico, essendo inchiodato sul proprio territorio, non potrà contrattaccare all’interno dei confini statunitensi. Se non con azioni isolate e paramilitari, prontamente bollate come atti terroristici.

    La guerra delle parole riproduce tutto questo in chiave mediatica. E uno dei suoi obiettivi fondamentali, su cui il Ribelle insiste da sempre, è nascondere gli interessi oligarchici del mondo finanziario dietro le apparenze di una serie di trasformazioni spontanee e ineluttabili, condensate nel termine onnicomprensivo “globalizzazione”. A questa offensiva generale (“globale”, appunto) si affiancano innumerevoli episodi specifici, a seconda delle situazioni locali. Qui in Italia, com’è noto, il concetto guida è quello del rinnovamento. Una rottura col passato che ha il suo uomo immagine nel succitato Matteo Renzi, il rampante junior manager lodatissimo da Marchionne, e che quel passato mira a presentarlo, a rappresentarlo, sotto forma di uno schieramento nemico in piena regola. Che ricomprende appunto i cosiddetti “poteri forti”.

    L’assunto, dato per scontato, è che essi siano entità prettamente italiane. E in questo modo, per nulla casuale, si esclude a priori che vi siano dei nemici altrettanto infidi anche all’estero, e altrettanto impegnati a sfruttare i privilegi già acquisiti per espanderli ancora di più. Al contrario, anzi, il sottinteso è che le grandi organizzazioni finanziarie internazionali, a partire dalla BCE, operino lealmente – e quasi in modo disinteressato – affinché l’Italia si risollevi al più presto dal suo perdurante declino.

    I “poteri forti” sono incrostazioni nostrane refrattarie al cambiamento. I “poteri fortissimi” sono élite benedette che levano alto il vessillo dell’innovazione, al puro scopo di salvarci.

    Federico Zamboni
    lunedì
    set292014

    Bulgaria: conti correnti bloccati. Anche per chi ha pochi spiccioli

    La notizia - e la reprimenda che ne è scaturita - è apparsa sul sito ufficiale che raccoglie le rassegne stampa europee, qui, ed è di notevole interesse. Per la prima volta in Europa viene infranto uno dei capisaldi, si fa per dire, del sistema bancario: in Bulgaria non sono più garantiti neanche i conti correnti al di sotto dei 100 mila euro. E non solo, visto che due Banche bulgare tecnicamente fallite il giugno scorso, al momento hanno congelato i conti correnti bancari anche per importi inferiori, appunto, ai 100 mila euro. 

    Per essere ancora più chiari: i cittadini che hanno i conti correnti in queste due Banche al momento non hanno accesso al proprio denaro. Si noti che una delle due Banche è il quarto istituto di credito del Paese (CCB - Commercial Bank) dunque non proprio una filiale di provincia.

    Naturalmente è stata aperta una procedura di infrazione da parte della Commissione Europea su questa decisione unilaterale di queste due Banche bulgare, e se ne saprà di più non prima del 20 ottobre, quando dovrebbero essere più chiari i termini del Giudizio, almeno la prima parte, atteso proprio per quella data. Nel frattempo, però, i conti correnti sono congelati. Anche quelli con pochi spiccioli dentro.

    Rammentiamo che a livello bancario, secondo un regolamento dell’Unione Europea, sono teoricamente protetti e assicurati tutti gli importi in conto corrente fino a poco più di 100 mila euro (114 mila per la precisione): sempre molto teoricamente, se una Banca fallisce, ammesso di avere sul proprio conto somme maggiori a 100 mila euro il minimo che il correntista può sperare di recuperare, proprio grazie a questa garanzia, è appunto di 100 mila euro, con liquidazione entro massimo 20 giorni dal fallimento della Banca.  Ma ciò che è avvenuto in Bulgaria è il primo caso in cui, in una situazione di fallimento bancario, vengono appunto congelati i conti correnti anche al di sotto di tale cifra.

    È facile immaginare dal punto di vista pratico cosa ciò comporti per i correntisti: pur avendo sostanze “proprie” all’interno del “proprio” conto corrente non possono accedere ai prelevamenti e sono, dunque, senza la possibilità di avere denaro in tasca.

    Al di là di come si concluderà questa vicenda il caso è esemplare, e rappresenta un ennesimo precedente (oltre al caso Cipro) che dovrebbe suonare come ulteriore campanello di allarme anche per i correntisti italiani, soprattutto quelli che hanno conti correnti in una delle Banche in forte difficoltà di cui è disseminato il nostro Paese.

    (vlm)

    PS. Per chi volesse conoscere quanto abbiamo pubblicato in merito negli anni scorsi basta cercare nel nostro archivio inserendo nella sezione “cerca” alcune semplici parole chiave, come “prelievo forzoso” oppure “sofferenze bancarie”.

    lunedì
    set292014

    Né con i tagliagole né con gli Stati Uniti

    lunedì
    set292014

    Articolo 18: una storia in cui perdono tutti

    Non c'è praticamente niente che non si sia detto dell'articolo 18. Parte integrante dello "Statuto dei lavoratori", amato (almeno a parole) dai sindacati e odiato dalle aziende, è passato dal rappresentare l'ultimo baluardo contro il libero arbitrio delle imprese a essere considerato una norma gravida di differenziazioni e ingiustizie sociali.

    Ma andiamo con ordine. L'articolo recita: «Il giudice, con la sentenza con la quale dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio [...], ovvero intimato in concomitanza col matrimonio [...], o in violazione dei divieti di licenziamento [...] in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, [...] ovvero perché riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito [...], ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro» e poi segue con una serie di condanne, dal pagamento dell'indennità come risarcimento a quello dei contributi, con pene per mancanza di giustificato motivo soggettivo o giusta causa solo per imprese con più di 15 lavoratori (5 se si parla di imprese agricole).

    Insomma, se ad esempio un datore di lavoro licenzia in favore di un parente o di una segretaria più giovane e attraente, perché i dipendenti sono iscritti a un sindacato o peggio ancora non vogliono proprio piegarsi ai cambi unilaterali di contratto e così via, non c'è nessuno che potrà dargli ragione.

    Il ragionamento si inceppa quando il Governo decide di cambiare strada, anzi di fare della modifica dell'articolo 18 un vero e proprio obiettivo per, dice, "far ripartire l'Italia". 

    E allora, facciamo finta che sia vero, che l'Italia possa "ripartire" con questa norma, intendendo con questo termine il ritorno a un passato di (sovra)produzione e "benessere" economico in cui ancora esisteva una classe media degna di questo nome. Facciamo finta e tiriamo due somme. Cosa significa la modifica dell'articolo 18 per lavoratori e imprese?  Ogni anno in Italia su 40mila casi ci sono circa 3000 reintegri a tenore dell'articolo in questione, quindi presumibilmente quelle 3000 persone non verrebbero più riassunte e andrebbero di anno in anno a ingrossare le file della disoccupazione. Poche, secondo il ragionamento di chi l'art.18 vorrebbe abolirlo- senza considerare che tali sentenze fanno sicuramente da deterrente per la cattiva condotta dei datori di lavoro che in loro assenza si sentirebbero senz'altro molto più liberi di poter licenziare "senza giusta causa". Così però, si dice, si sentirebbero allo stesso modo liberi di assumere senza che questo significhi per loro restare legati per sempre al dipendente, anche quando non serva più e diventi un costo inutile. Ma, allora, ad averlo o no, quel "contratto", non cambia nulla: il lavoro diventa una semplice merce, un costo da aggiungere al business plan, cercando di tenerlo il più basso possibile aumentandone però la produttività. A quel punto saremo tutti uguali, dipendenti e partite iva, spazzini e dottori, tutti pedine dello stesso scacchiere - ancora di più di quanto non lo siamo già. 

    Certo è che in Italia già ci sono forti disparità anche tra chi un contratto ce l'ha e chi no, ma la responsabilità non è dell'articolo 18. Piuttosto, sarebbe forse utile cancellare tutte le forme contrattuali e non, che, aggirandolo, hanno sì creato disparità tra lavoratori "vecchi" e "giovani", stabili e precari, assunti o meno. In ogni caso sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano, e che distolgono l'attenzione dalle reali disuguaglianze di questo Paese - anzi, di questo mondo. 

    Spostare lo sguardo dalle ingiustizie sociali ed economiche cui il mercato e la politica ci costringono, con il 50% della ricchezza concentrata nelle mani del 10% della popolazione, alle ineguaglianze di trattamento tra lavoratori - per di più colpevolmente provocate - può avere il solo scopo di creare l'ennesima illusione: che sia giusto togliere a tutti quelle tutele. E questo senza entrare nel merito delle singole norme, e di quelle questioni che invece avrebbero richiesto interventi per evitare l'invidia sociale che oggi rende ogni considerazione sulle assunzioni una "guerra tra poveri", tra dipendenti pubblici e privati, più o meno garantiti sul lavoro, o, peggio ancora, tra chi percepisce da anni una baby pensione e chi non ne avrà mai una.

    Ma non finisce qui. Anche le aziende hanno tutto da perdere dalla concentrazione degli sforzi del Governo sullo Statuto dei lavoratori. O meglio, quelle che hanno da perdere sono le piccole e medie aziende, quelle che per tradizione sono l'ossatura portante dell'economia italiana e che questa crisi sta spazzando via.

    Lasciando stare quelle non interessate dall'articolo 18 perché sotto la soglia dei 15 (o 5) dipendenti, nelle altre la perdita della stabilità nel lavoro è in realtà deleteria. I lavoratori d'esperienza, capaci di capire e intervenire nelle emergenze e comprendere i meccanismi e i flussi di lavoro della singola impresa non si trovano facilmente: solo laddove il lavoratore è un numero, il lavoro è molto poco specializzato e l'errore facilmente assimilabile la facilità al licenziamento è davvero conveniente, anche a livello economico, per l'impresa. In sostanza stiamo parlando di colossi dell'industria, di gruppi di produzione, di grosse multinazionali che, se non bastassero i meccanismi del mercato, non hanno che da guadagnare dalle difficoltà delle piccole imprese - spesso d'eccellenza - disseminate sul territorio italiano ma purtroppo più impegnate a cercare di far concorrenza alle merci straniere che a valorizzare il proprio lavoro. C'è da domandarsi se non sarebbe più adatta alle esigenze della piccola e media impresa italiana una discussione sulla pressione fiscale oltre che, dall'altra parte, sull'evasione fiscale.

    Infine, non si può considerare vitale per la ripresa occupazionale una norma che mina le fondamenta dei rapporti tra dipendenti e impresa. Si apre così la strada al ricatto, alla rappresaglia e, in sintesi, a una forma di schiavitù sottile e maligna: quella dell'assunzione al ribasso. 

    Fermo restando che la crisi strutturale ha ormai creato schiere di lavoratori più o meno specializzati di tutte le età disposti a mettere sotto le scarpe qualsiasi pretesa di tutela e reddito pur di portare a casa qualche soldo - perché non si ha alcuna libertà di scelta se non si mangia - nulla vieta che si assumano quelli più disperati, e sempre con la spada di Damocle del licenziamento tra le mani. Torna in mente una frase tristemente celebre: "è il libero mercato, e tu ne fai parte!"*.

    Sara Santolini 

    *dal film "Wall Street", 1987, diretto da Oliver Stone

    venerdì
    set262014

    Derivati: nuova bolla pronta a esplodere

    Cinque Banche statunitensi. Quarantamila miliardi di dollari ciascuna. Di carta straccia. 

    È l’esposizione, in derivati, di quattro realtà Usa. Una cifra enorme, da sola in grado di destabilizzare nuovamente le fondamenta di un sistema bancario e finanziario, quello statunitense, che non solo non ha imparato nulla dalla crisi del 2007, ma che anzi ha continuato imperterrito a operare nel medesimo modo che aveva portato a quel dramma economico di cui ancora stiamo pagando, e pagheremo, i risvolti. Del resto, a questo atteggiamento le Banche sono state spinte proprio dalle politica Usa che, all’epoca, vennero salvate dai loro stessi errori caricando le spalle dei contribuenti, e l’economia mondiale, dei debiti da pagare. Come dire: una volta accortesi di aver creato il danno, al di là di due fallimenti inevitabili come quelli di Lehman Brothers e della nazionalizzazione - termine ridicolo - di Fannie Mae e Freddie Mac, per tutte le altre sono piovuti gli aiuti, dunque perché cambiare registro?

    Il punto è che al momento, secondo il New York Times, malgrado la crisi del 2008 abbia dimostrato chiaramente i rischi connessi a quel tipo di attività, a oggi le Banche statunitensi hanno, nel complesso, non meno di 280 mila miliardi di dollari di derivati iscritti a bilancio. Di questi, come detto, soli cinque istituti ne possiedono circa 200 mila.

    La pratica dei derivati non si è dunque affatto fermata né invertita, anzi ha continuato ad andare avanti. Se a questo aggiungiamo il debito pubblico complessivo, che per gli Usa si attesta al momento a quasi 18 mila miliardi di dollari, il quadro generale della grande nuova bolla dovrebbe essere chiaro da leggere.

    Wall Street è stata e continua a essere, malgrado tutto, il più grande casinò finanziario dei nostri tempi. Di fronte a una situazione tanto disastrosa non solo dal punto dei vista dei numeri - che parlano da soli - quanto proprio per l’evidenza di pratiche criminali che non smettono di essere messe in atto, e che nessun governo al mondo, in primis quello Usa, scoraggia sul serio o impedisce di fatto, è chiaro che qualsiasi discorso, qualsiasi manovra suggerita o imposta, qualsiasi necessità che viene fatta digerire anche con la forza ai cittadini (anche europei) ha il sapore di una beffa, se non di un crimine ancora più grande.

    Da una parte si chiedono sacrifici mentre dall’altra si permette di continuare a banchettare rischiando di far saltare nuovamente, e in modo ancora più dirompente che nel 2007, il mondo.

    (vlm)

    venerdì
    set262014

    I talk show al capolinea. E Santoro si sfila

    Il genere non tira più – tra eccesso di offerta e crollo degli ascolti – e Michele Santoro annuncia in una lettera aperta che quella appena iniziata sarà l’ultima stagione di Servizio pubblico. Non già perché lui voglia uscire di scena, ma perché ha «sempre sentito la necessità di battere strade nuove». E allora, di fronte alle crescenti difficoltà di questo format, che appunto in quanto tale ha tra i suoi vizi oramai insormontabili quello di essersi ridotto a una formula prefissata, e quindi ripetitiva, e quindi prevedile fino alla noia, l’unica possibile alternativa è uscire dal flusso.

    Santoro non è certamente privo di difetti, a cominciare da una cospicua dose di cinismo dissimulata dietro le apparenze del paladino senza macchia e senza paura, ma di sicuro non è uno che si siede sugli allori. Sapendo benissimo che tutto si usura, specialmente in ambito televisivo e andando in onda a getto continuo, settimana dopo settimana e anno dopo anno, sa anche che bisogna trovare il modo di tenere alta l’attenzione degli spettatori. Bisogna sforzarsi, per riuscirci. Bisogna avere della trasmissione un’idea complessiva, per cui non basta essere dei bravi conduttori e ci si deve innalzare, ammesso che se ne sia capaci, al rango di artefici e responsabili dell’intero prodotto.

    Il primo limite dei talk show in circolazione è proprio questo. Essendo dei programmi editi da questa o quella rete, ossia da questa o quella fazione editoriale-politica-economica, sono imbrigliati a priori all’interno di una fitta trama di condizionamenti. Che per quanto impliciti rimangono vincolanti. E che, del resto, si aggiungono al vincolo generale su cui poggia il sistema mediatico del mainstream: mantenere bassi, nel pubblico e dunque nella cittadinanza, i livelli di autentica consapevolezza, simulando la ricerca della verità e deviando invece su percorsi di finta conoscenza la richiesta di informazione giornalistica.

    L’inganno è nelle premesse, che equivalgono a delle promesse, illusorie, e che generano delle aspettative infondate. Lo stesso Santoro si riferisce ai talk show definendoli «trasmissioni d’approfondimento», e quindi dando per scontato che lo siano o che aspirino a esserlo, ma il termine “approfondimento” è quanto mai fuorviante. Ciò che suggerisce è che ci si muoverà in verticale, penetrando oltre la superficie per giungere al cuore dei problemi e comprenderne appieno le cause e le dinamiche, mentre in effetti lo si farà in orizzontale, varcando il casello di ingresso delle autostrade del Pensiero unico e obbligando i viaggiatori a vedere solo ed esclusivamente ciò che si trova lungo quei tracciati.

    La contraddizione fondamentale e imprescindibile è qui: chi dovrebbe smascherare i disegni oscuri del potere è finanziato, direttamente o indirettamente, da chi quel potere lo detiene. Quand’anche non si tratti di una vera e propria corruzione, da pennivendoli o da, per dirlo in maniera aggiornata, “microfonovendoli”, il risultato non cambia, visto che a essere esclusa a priori è una vera diversità di approccio e di interpretazione critica. Il succitato e ipotetico “approfondimento” si risolve perciò in un ampliamento, e in una amplificazione, delle tesi dominanti, che al di là dei dissidi tra i singoli centri di interesse sono accomunate da principi e obiettivi condivisi.

    Così come per i tg, e per il resto dell’industria delle news, l’unico uso proficuo dei talk show consiste nel seguirli a mente fredda, senza abboccare alla tentazione di prendere le parti dell’uno o dell’altro dei contendenti piazzati sotto le luci della ribalta. Venuto meno il coinvolgimento emotivo, che un po’ alimenta la tendenza alle opposte tifoserie e un po’ ne è alimentato, diverrà finalmente chiaro che da lì si possono derivare solo ulteriori aspetti della mistificazione in corso. Aspetti, per così dire, di secondo livello, ma che rientrano nella medesima logica.

    Le analisi, viceversa, vanno cercate e costruite altrove. Al posto dello show accattivante, la riflessione impegnativa e persino faticosa. Al posto degli studi televisivi, che in realtà sono dei set, lo studio in senso culturale.    

    Federico Zamboni   
    venerdì
    set262014

    Le quattro mosse per sanare il calcio dall'overdose mortale

    giovedì
    set252014

    Francia, Front National e caratura maggiore

    Il Front National, in Francia, non perde un colpo. Anzi, ne mette a segno uno dopo l’altro. Beninteso, su questo giornale facili entusiasmi non sono di casa, e all’emotività preferiamo sempre la ragione. Ma una cosa è certa, nell’assoluto silenzio di una proposta Politica seriamente alternativa, in tutti i Paesi europei, quella di Marine Le Pen rappresenta una vera e propria rarità.

    Il Front National non è un partito o partitino umorale, dalla dubbia provenienza e dagli ancora più dubbi obiettivi (facciamo l’esempio di Alba Dorata in Grecia, per intenderci) quanto una realtà che ha nella sua consistenza strettamente politica il punto di maggiore interesse.

    Accade anche altrove che vi siano forze politiche in apparente o reale opposizione alle realtà dominanti e governative. Ci sono esempi in Gran Bretagna (Farage) e anche in Italia (Grillo). Ma ciò che contraddistingue il Front National è il fatto che da anni porta avanti un progetto e una comunicazione che hanno alcune caratteristiche fondamentali: sono chiare, non contraddittorie, e sono di peso, proprio dal punto di vista Politico (ancora: la maiuscola in questo caso è d’obbligo).

    Alcuni altri partiti e movimenti si muovono sui terreni sdrucciolevoli delle contraddizioni, degli errori tattici e comunicativi, e delle evidenti lacune degli esponenti, e non offrono, soprattutto, un quadro generale di riferimento che vada oltre tematiche prettamente interne e, se comparate con i problemi della modernità, irrilevanti. Il Front National francese, per quello che se ne possa pensare, d’accordo o in disaccordo, ha invece una visione d’insieme chiara, un respiro ampio e una chiave di lettura dalla quale poi discendono tutte le proposte che fa. 

    E l’elettorato, in un Paese caldo come la Francia, continua a rendersene conto.

    Solo un altro esempio di come la presenza di un vero Partito possa sul serio imprimere alla discussione pubblica un cambio di marcia: il quotidiano Le Monde, che sino a ora ha sempre avuto posizioni europeiste ed euriste, ha pubblicato recentemente un articolo in cui si sostiene che in fondo, l’uscita dall’Euro non provocherebbe un cataclisma finanziario. Si esprime cioè su un tema - fortemente portato avanti dal Front National - che invece sulla “nostra” stampa è letteralmente bandito.

    Il caso francese è da seguire con attenzione (oltre che con cautela, naturalmente).

    Intanto, chi vuole, può prendere coscienza di come sia molto più avanti, e molto più aperto, il dibattito in terra francese, proprio prendendo in esame l’articolo del Le Monde che abbiamo citato. Il sito Voci dall’Estero ne traduce ampi stralci, qui.

    (vlm)

    giovedì
    set252014

    De Bortoli vs Renzi: ma la massoneria non c’entra

    È davvero così eclatante, l’editoriale contro Matteo Renzi pubblicato ieri dal Corriere e firmato dal suo direttore (ormai a termine, visto che lascerà il posto la prossima primavera) Ferruccio De Bortoli? Sì e no.

    Sì, nel quadro dei rapporti tra le diverse cordate che un po’ si spartiscono, e un po’ si contendono, l’esercizio del potere economico e politico in Italia, sia pure nei limiti di una sovranità nazionale enormemente compressa dai vincoli, e dai diktat, internazionali. Sì, ma senza sopravvalutarlo troppo e stando attenti a non confondere quell’accenno di maretta con una vera tempesta. E invece no, nella maniera più assoluta, riguardo alle scelte strategiche portate avanti dal presidente del Consiglio e dal suo governo inzeppato di ligi portavoce travestiti da ministri. A proposito: più che un esecutivo, nel senso istituzionale, quello che si trova oggi a Palazzo Chigi è un team di esecutori, in termini aziendali. Allineati e coperti, sperando che basti a guadagnarsi il rinnovo del contratto e magari un bonus straordinario, se le cose andranno come la mission richiede. E come Washington esige.

    Quale sia la chiave dell’articolo, d’altronde, lo si capisce già nelle prime righe: «Devo essere sincero: Renzi non mi convince. Non tanto per le idee e il coraggio: apprezzabili, specie in materia di lavoro. Quanto per come gestisce il potere». Appunto: ciò che turba De Bortoli non è il progetto complessivo del premier, ma il suo stile di comando e di comunicazione. Ossia, andando al di là della superficie, il suo modo di porsi rispetto alle oligarchie preesistenti, abituate alle rendite di posizione e ora assai preoccupate dalla possibilità, incombente, di finire travolte dal rinnovamento/restyling del “sistema Italia”.

    Il passaggio che ha fatto rumore lo si trova molto più avanti. E suona così: «E qui [il fatto che il Pd tenda a diventare un partito personale alla Berlusconi] sorge l’interrogativo più spinoso. Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria. Auguriamo a Renzi di farcela e di correggere in corsa i propri errori. Non può fallire perché falliremmo anche noi».

    Ciò che ha fatto drizzare le orecchie è il richiamo alla massoneria. In effetti, però, la sollecitazione non si concentra sulla sostanza del patto, bensì sull’alone di ambiguità che lo circonda. De Bortoli – figurarsi – non sta affatto sostenendo, o anche solo ipotizzando, che tra Renzi e Berlusconi vi sia un legame propriamente massonico, ma si sta lamentando di un’intesa che si è sviluppata al di fuori dei consueti canali diplomatici. Il problema non sono le ricadute dell’accordo sulla popolazione. Il nodo, in questa querelle che per quanto avvelenata resta a scartamento ridotto, è il riassetto delle relazioni all’interno dell’establishment italiano.

    Una fase di turbolenza che non si chiuderà a breve e che affastellerà molti altri episodi, vuoi sotto forma di segnali in codice, come in questo caso, vuoi di veri e propri scontri. Sempre ieri, ad esempio, è arrivata la replica, gelida, di Sergio Marchionne. Benché la Fiat sia di gran lunga il maggiore azionista di Rcs, seppure a fronte di un capitale parecchio frammentato e con una quota che dal giugno scorso ammonta al 16,73 per cento, l’ad ha risposto a chi gli chiedeva un parere sulla sortita di De Bortoli con uno sprezzante «Normalmente non lo leggo». Viceversa – e come dubitarne, specie in questi giorni di attacchi frontali all’articolo 18 e ai sindacati – ha molto lodato Renzi, che «parla del futuro per la prima volta» e che «sta cambiando il sistema, con freschezza nelle nuove idee».

    Tra manager della medesima pasta, evidentemente, se la intendono benissimo.

    Federico Zamboni
    giovedì
    set252014

    Che fare? Un dibattito da seguire

    Sul giornale si è innescato un intenso dibattito, tra i lettori, suscitato dall’articolo “È inutile, siamo spacciati”, nel quale ci chiedevamo quale senso avesse continuare a cercare di comunicare “ai sordi”.

    Il tutto si è spostato, come era facile prevedere, sul “che fare”, con una traccia che si dipana, a quanto leggiamo al momento, su due binari. 

    Il primo è relativo al fatto di sperare o meno che tutto quanto facciamo - noi tutti - possa essere utile a livello generale oppure unicamente (il che non sarebbe comunque poco) a noi stessi. In altre parole se sia una vana speranza pensare di poter incidere in qualche modo sulle menti atrofizzate della grande maggioranza delle persone che abbiamo intorno oppure mirare, quanto meno, a una propria depurazione personale al fine di attraversare il guado di civiltà che ci è toccato in sorte di vivere in questi anni.

    Il secondo è relativo invece alla possibilità, ventilata da molti (e da tempo, e in tante circostanze) di dichiarare la battaglia generale persa per sempre e dunque cercare o meno un altro luogo dove vivere.

    Sono argomenti molto più importanti, molto più prossimi di quanto a prima vista si potrebbe immaginare, perché ne va della nostra esistenza stessa, della nostra serenità nello stare al mondo. Tutti i giorni.

    Un nostro lettore storico, Bruno Di Prisco, tra gli altri, ha pubblicato un lungo commento di cui riportiamo uno stralcio. Ha il beneficio, almeno così lo sentiamo a livello personale, di rasserenare almeno un po’ il disagio che viviamo nel muoverci dentro i labirinti inutili della comunicazione di massa.

    Riguarda il “cosa aspettarci”:

    In un tempo assai breve succederanno molte cose, e le coscienze dubito rimarranno immutate. Io non credo che molti di noi siano ora quelli che erano all'inizio del caos. Né che non cambieremo idee, opinioni, punto di vista, ulteriormente. Gli eventi hanno portato molti - forse pochi in percentuale, ma un gruppo folto di per sé - a mutare visione di parecchie decine di gradi, e a capire che ogni nuova interpretazione è una tappa, e che la meta non si raggiunge mai.

    Io non direi che siamo spacciati, direi che il mondo che esisteva fino a dieci anni fa è spacciato, e non mi riferisco al tipo di società, il che sarebbe ovvio, ma al modo di concepire la società come qualcosa di stabile, sicuro, a cui si dà e da cui si è protetti. Qualsiasi assetto verrà messo in piedi, non recupererà quella fiducia in breve: troppo dolore, troppi lutti, troppo livore, e troppo rancore. Troppa sete di giustizia di chi è stato umiliato e offeso. Difficile scordare, forse inopportuno. Bene o male? Che dire, talvolta l'arrivo dei barbari è la miglior cosa che può capitare. Chi sopravvive diventa più cattivo, più sospettoso, più duro, più incline a porsi domande, meno mansueto e, quindi, più intelligente. Il dopo potrebbe esser anche meglio del prima.

    Soprattutto se il prima puzzava di morte già da un pezzo.

    È uno spunto notevole. Queste parole sortiscono un effetto non da poco, e parliamo a livello personale: eliminano paura. Almeno un po’. 

    È vero: “il prima puzzava di morte già da un pezzo”. E un dopo in cui saremo più cattivi, più sospettosi, più duri e più inclini a porci domande sarà sicuramente meglio di adesso. Perché stiamo fatalmente ritornando a essere più vigili, più presenti, meno proni a lasciarci inondare dai veleni di vario tipo attraverso i quali questa società, fino a ora, ci ha portato allo stato di zombie nel quale siamo.

    L’operazione riuscirà su pochi elementi, c’è da giurarci, ma sentire di poter essere attorniati da questi “nuovi elementi”, da questi “uomini nuovi”, rende meno ansiosa l’aspettativa di quel poi, e in fin dei conti anche il percorso attuale per raggiungerlo.

    Ci auguriamo che lo scambio di idee continui ad andare avanti, su questo tema. Perché qui, sul giornale, non molleremo certo l’attenzione all’argomento. 

    Intanto, potete seguire il tutto da qui, in basso nei commenti, e intervenire, naturalmente: è una bella comunità, questa. Per fortuna.

    (vlm)

    mercoledì
    set242014

    La parola alle Banche: "bolle e bombe nucleari monetarie"...

    A quanto pare anche due soggetti di un certo calibro hanno gettato la maschera. Nei giorni addietro, in rapida sequenza tanto da far sembrare il tutto quasi una messa in scena (a favore di cosa lo vedremo), Deutsche Bank e Mediobanca, rispettivamente, hanno pubblicato i risultati di ampi studi fatti dai loro sedicenti macro-esperti e offerto delle dichiarazioni per sentenziare una cosa di non poco conto: solo una bolla ci può salvare. E non solo.

    Per la precisione, la prima Banca ha condotto uno studio sui rendimenti di alcune diverse classi di attivi sui mercati finanziari, e ha concluso che solo negli ultimi venti anni i mercati hanno soprattutto, o meglio innanzi tutto, creato e mantenuto in vita bolle economiche con un solo e unico scopo: ne avevano bisogno.

    Letteralmente, Deutsche Bank rileva che “negli ultimi due decenni, l’economia mondiale ha navigato di bolla in bolla con eccessi che non hanno mai avuto la possibilità di attenuarsi. Risposte politiche aggressive hanno incoraggiato a produrre nuove bolle. E questo ha contribuito a fare del moderno sistema finanziario un tema di preoccupazione permanente.” 

    Come dire: le bolle sono le condizioni necessarie - sottolineiamo il termine “necessarie” - per mantenere il sistema attuale di gestione della crisi. Come scrive giustamente Stefano Bassi sul suo sito e al quale fa eco un articolo pubblicato su Zero Hedge: “il problema è che questa bolla non può andare da nessuna parte, perché è nelle mani di governi e banche centrali, con regolatori che si assicurano che altri grandi acquirenti rimangano recettivi.

    Secondo lo studio, malgrado la bolla perduri per assicurare la solvibilità dell’attuale sistema finanziario, lo scenario più ottimista sarebbe lo scoppio lento, attraverso rendimenti reali negativi per i portatori di obbligazioni. Lo scenario più pessimista sarebbe una futura ristrutturazione. 

    Siccome i tassi di interesse tendono ad abbassarsi in gran parte del mondo, in parte per una debole crescita, e che l’indebitamento pubblico tende a svilupparsi, è poco probabile che i portatori di obbligazioni sovrane realizzino un profitto sul medio o lungo termine, a causa della possibilità dell’inflazione o di una ristrutturazione”. 

    Ma “quello che nessuno dice, è che solo l’1% beneficia della bolla” – a scriverlo è il portale d’informazione Zero Hedge. “La ricchezza e i redditi di tutti gli altri otterranno progressivamente minori benefici”.

    Per quanto riguarda invece Mediobanca, bastino le parole di Antonio Guglielmi su, questa volta, la situazione italiana: «È una catastrofe per le finanze del paese. Stiamo per arrivare a una ratio del debito del 145%». E ancora, in modo ancora più chiaro: «Chi conosce il numero massimo che il mercato tollererà? Il numero è già preoccupante, e il tempo ci dirà se questo gioco di poker di Draghi si rileverà un successo. Ci vorrebbe una bomba nucleare monetaria per cambiare la situazione. Se Draghi alla fine non farà nessun intervento di rilievo – e c’è molto scetticismo sui piani della Bce – l’Italia è morta».

    Beninteso, il fatto che oggi siano Deutsche Bank e Mediobanca, seppure con toni differenti, a sostenere una cosa del genere, è solo uno dei tanti casi dove alla fine, da qualche maglia aperta o non controllata a dovere di una “istituzione” di questo tipo arrivano conferme su ciò che in altri luoghi si teorizzava e cercava di spiegare da anni.

    Quello che invece può non essere immediato a prima vista, e che rappresenta il dato più importante da cogliere, è il ragionamento che ne discende, e ne consegue, se si porta il discorso fino in fondo. Del resto, non si può che portare fino in fondo un ragionamento anche solo partendo dai termini stessi usati da questi due colossi: il primo parla di “bolle necessarie”, il secondo della necessità di una “bomba nucelare economica”. Termini non proprio sobri e cauti, a quanto pare.

    E dunque, tanto per iniziare, avevano (e hanno) ragione quei pochi che sostengono una cosa del genere da anni, se non decenni. E avevano (e hanno) torto tutti gli altri. Ma proprio tutti. Che a questo punto dovrebbero essere ridotti almeno al silenzio.

    In secondo luogo, cosa ancora più importante, se è vero - come è vero - quello che oggi anche Deutsche Bank e Mediobanca affermano, ciò significa che tutto quanto fatto da allora a oggi dai vari governi, tutte le procedure, le sedicenti “riforme”, i sacrifici imposti e la macelleria sociale in ogni ordine e grado in ogni Paese, è servita unicamente a sostenere una truffa finanziaria. Il punto è che non siamo “noi” a dirlo, ma “loro”.

    Dal che, una volta scoperto l’inganno e confessato dai soggetti stessi che a vario titolo hanno partecipato al crimine, dovrebbero scaturire alcune riflessioni. E soprattutto azioni per, nell’ordine: fermare immediatamente quanto si sta facendo; processare i colpevoli e condannarli; sequestrare i beni che hanno rastrellato e ridistribuirli a tutti quanti a vario titolo siano stati depredati. Cioè il restante 99%.

    Una sacrosanta e giusta conclusione. E una utopia politica, naturalmente, se pensiamo che a tali atti dovrebbe portarci una classe dirigente, quella attuale almeno, che è al servizio delle Banche stesse e di altri attori della speculazione (lobby & finanza, per intenderci). Ma sopra ogni altra cosa si dovrebbe dichiarare, in modo unilaterale e irrevocabile, l’immediata sospensione di qualsiasi pagamento a qualsivoglia organizzazione o istituzione che a vario titolo può far destare anche solo il sospetto di appartenere a quella “banda degli onesti”.

    Ad esempio: il nostro debito pubblico è inesigibile, perché a esigerlo sono dei truffatori. E dunque non lo si paga più. Punto. E così via dicendo.

    Sono solo in apparenza “parole forti”, le nostre, e vani tentativi di sollecitare rivolte che ovviamente non si vedono all’orizzonte. Ma soprattutto, malgrado l’apparenza di una forma e di una sostanza, quelle che abbiamo usato, da tribuno della plebe (oggi si direbbe da populista) si tratta invece della cosa più evidente e logica - e minima - che si dovrebbe fare.

    La prova del nove di quanto sosteniamo è semplicissima, un gioco da ragazzi. Se appare tanto strano (o stralunato) il principio di rifiutarsi di partecipare e anzi dichiarare guerra a questi truffatori mondiali, è certo che dovrebbe apparire molto più strano e “al di fuori della realtà” continuare a fare la parte dei derubati per tutta la vita. O no?

    Come dire: il re è nudo, ha per giunta confessato i suoi crimini, ma noi ci ostiniamo a non volerlo tirare giù dal trono. La bolla e la truffa sono qui davanti a noi, ci rastrellano l’anima ogni secondo che passa, ma noi rimaniamo a guardarle, e a subirle, senza muovere un solo dito.

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    set242014

    Rassegna stampa di ieri (22/9/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Storia e Controstoria

    mercoledì
    set242014

    Precari "a tempo indeterminato"

    A questo punta resta da chiedersi come si comporteranno le Banche, con i neo assunti dopo che sarà varato il jobs act. Alla fine del balletto parlamentare attorno alla questione del lavoro, è facile prevedere, in ogni caso, quale è la direzione verso la quale si sta andando.

    Malgrado i possibili cambiamenti - di nome, di norma, di procedura -, che il mondo del lavoro sarà spinto verso la precarietà di massa dovrebbe ormai essere una certezza acquisita.

    La famosa storiella - che di questo si tratta - in merito alle "tutele crescenti" che è sulla bocca di tutti, è in realtà un escamotage per fare in modo che, tra le altre cose, l'articolo 18 non venga più applicato a nessuno.

    Dopo i fatidici tre anni il punto di approdo del "giovane lavoratore" dovrebbe essere teoricamente quello di una assunzione con un contratto simile a quello degli "anziani". Ma siccome per questi ultimi è prevista la cancellazione di tutta una serie di norme a tutela del loro posto di lavoro (di cui l'articolo 18 è solo uno specchietto per le allodole) il punto centrale di tutta la "riforma" è uno solo: non esisteranno più, in assoluto, i contratti a tempo indeterminato.

    Ci saranno unicamente lavoratori precari, e al di là del nome del contratto che avranno tra le mani, non sarà difficile per gli istituti di credito valutare la "forza" di questi contratti, con le conseguenti ricadute nei termini di concessione di prestiti o, in particolare, di mutui: cioè della madre dei finanziamenti per chi, nell'era contemporanea, ha intenzione di mettere in piedi una famiglia e di comperare una casa.

    È noto a tutti come, negli anni passati, per chiunque, prima di vedersi riconoscere la concessione di un mutuo, le Banche a cui ci si era rivolti andassero a vedere fin nei minimi dettagli lo stato di solvibilità del loro futuro cliente. L'ipoteca sull'immobile era solo la parte finale dell'accordo, ma ci si vedeva imporre sovente di presentare anche un avallo economico vincolante da parte di altri parenti più stretti.

    Poi le cose cambiarono, e i mutui di fatto non vennero proprio più concessi, se non in casi di "grande sicurezza" per le Banche.

    Ora, con la eliminazione, di fatto, del lavoro a tempo indeterminato, chiunque vorrà andare in Banca per chiedere un mutuo mostrerà non altro che un contratto precario, anche se chiamato con altro nome. E le Banche ne trarranno fatalmente le conseguenze e le decisioni. 

    Ci saranno insomma forse più occupati - sottopagati, precari, senza tutele - e in grado di consumicchiare qualche cosa per sopravvivere, ma che questo possa rappresentare, come sostiene il governo Renzi, una svolta per il Paese, è vendere fumo. 

    (vlm)

    mercoledì
    set242014

    Camerieri degli Usa col terrorismo alle porte

    martedì
    set232014

    Los Angeles: se voti puoi vincere un premio

    Potrebbe sembrare solo una notizia curiosa, imperniata su una proposta bizzarra, ma sarà il caso di tenerla a mente in vista degli eventuali (o probabili) sviluppi successivi.

    I fatti sono questi: a Los Angeles, dove alle ultime elezioni comunali l’afflusso alle urne si è fermato al 23 per cento, la Ethics Commission ha chiesto all’amministrazione in carica di incentivare la partecipazione dei cittadini, ricorrendo a un metodo che ha dell’incredibile. E che però, di contro, rientra alla perfezione nella smania statunitense per il denaro. L’idea, o piuttosto la trovata, è quella di legare il voto a una specie di lotteria, sorteggiando tra coloro che avranno fatto “il loro dovere” dei premi compresi tra 25 e 50 mila dollari.

    In pratica, una messinscena. Invece di porsi il problema del perché così tante persone non avvertano più il bisogno, e l’utilità, di scegliere tra i diversi candidati, si pensa di aggirare la questione ricorrendo a un trucco. Un po’ come si fa sui set di Hollywood, che d’altronde è un distretto di Los Angeles, quando bisogna girare delle scene di massa e serve un gran numero di comparse. Se non le trovi gratuitamente le paghi. E oplà: ne trovi quante ne vuoi.

    Da un lato viene da sorridere, magari a denti stretti, liquidando la cosa come la classica, ed ennesima, “americanata”. Dall’altro c’è di che inorridire, stante che l’ipotesi non arriva da persone qualsiasi ma da una struttura pubblica, i cui membri sono designati, tra l’altro, dal sindaco in carica. Analogamente pubblici, ovviamente, sarebbero i denari necessari alla corresponsione delle vincite, a meno che non si ricorra a sponsor privati, con interessanti interrogativi sulle relative contropartite pubblicitarie, quali ad esempio un marchietto aziendale sulle schede o qualche spot all’interno dei seggi.

    La domanda che bisogna porsi, comunque, è quale sia l’interesse che si vuole tutelare. La risposta ufficiale è facilmente immaginabile: accrescere il numero dei votanti costituisce di per sé un rafforzamento della democrazia. Ma in effetti è vero il contrario, se quell’incremento poggia solo sull’opportunità, o sul miraggio, di portarsi a casa dei soldi.

    La risposta corretta, quindi, è che lo scopo non risiede affatto nell’aumentare il tasso di democrazia, bensì nel simulare che ciò sia accaduto. Le elezioni come una sorta di spettacolo, che per avvalorarsi ha bisogno di svolgersi davanti a platee stracolme – o quantomeno non semivuote. La legittimazione che non scaturisce dall’esercizio consapevole della sovranità popolare, ma dal fatto stesso che i cittadini (gli spettatori) sono lì ad affollarsi.

    Il costo collettivo delle elezioni si trasforma così in un investimento a vantaggio esclusivo dell’establishment. Il che, a ben vedere, succede già adesso e anche da noi, solo che accade in maniera meno macroscopica e quindi, agli occhi dei più, non ancora evidente.

    Federico Zamboni
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