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La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
Fondatore Massimo Fini - Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco
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    giovedì
    lug242014

    Il momento è propizio, per radere al suolo "il lavoro"

    L'Europa economica, vedremo, adesso sarà costretta a muoversi sul serio. La Commissione europea e la Banca Centrale Europea, a questo punto, non possono più tardare dal mettere sul tavolo ciò che hanno in mente di tirare fuori dal cappello a cilindro: i dati provenienti dall'economia tedesca sono allarmanti, e hanno validità per ben oltre la sola Germania.

    Che essa non potesse continuare a crescere indisturbata, e a esportare e un "resto dell'Europa" e a un "resto del mondo" che non ha più denaro neanche per comperare i prodotti made in Germany era cosa che prima o poi anche i più scettici avrebbero dovuto ammettere. Che la battuta di arresto arrivi proprio nel momento in cui da più parti si continua a ripetere che dopo le varie cure dimagranti imposte ai tanti Paesi si fosse iniziato a prendere la strada della ripresa ha però l'effetto di un fulmine a ciel sereno.

    Dunque la Germania ristagna. Figuriamoci come sono messi "gli altri". Dell'Italia, nel particolare, è persino superfluo ormai quasi continuare a dire: i dati relativi al debito pubblico e al rapporto con il Pil sono eloquenti. E i vari annunci fatti in merito agli zero virgola di crescita ripetuti sempre in modo così presuntuoso sino a qualche mese addietro - per intenderci, in "zona insediamento Renzi" - stanno lasciando il posto alla più classica pletora di aggiornamenti in peggio. Sino al ridicolo 0,3% di questi ultimi giorni, che ovviamente sarà soggetto a ulteriori ritocchi (facile immaginare al ribasso) da qui alla fine dell'anno. Tutti gli errori sulle previsioni fatte negli ultimi cinque anni naturalmente non impediscono ai vari governi, e l'ultimo in carica non fa eccezione, di fare ulteriori previsioni roboanti per i 2015. Per l'anno prossimo, dunque, in cui è previsto un Pil di addirittura l’1,5%. In base a quale evento non è dato sapere. Per quanto riguarda questo, di anno, e soprattutto i mesi che abbiamo davanti, sarà invece il momento di vedere appunto "le carte" (metafora quanto mai azzeccata) attraverso le quali dai piani alti si penserà di poter far ripartire la situazione.

    Beninteso, non vi è alcuna correlazione diretta, come invece tentano da sempre di convincerci, tra lo stato dell'economia reale e i vari valori di spread dei Paesi: basti su tutti il valore di spread attuale dell'Italia, ben sotto i 200 punti, nel momento in cui dal lato dei conti pubblici il nostro Paese si trova in situazione ben peggiore di quanto non fosse invece al momento in cui lo spread veleggiava oltre i 500 punti con l'obiettivo, ormai praticamente dimostrato, di far cadere l'allora governo in carica onde permettere, attraverso il golpe Napolitano, l'insediamento di Mario Monti prima e di Enrico Letta poi sino a Renzi. Tutti personaggi, certamente i primi due in modo diretto ma anche il terzo in virtù della sua spendibilità alla causa, molto ben visti dagli ambienti della speculazione finanziaria internazionale. 

    L'Italia rasa al suolo dagli inviati del Bilderberg, ad ogni modo, non si è affatto ripresa. E siccome il "lavoro" necessario alla sua definitiva capitolazione sociale deve essere terminato, una nuova ondata di crisi, questa volta comprendente anche la Germania, servirà alla bisogna.

    All'orizzonte ci sono due cose sopra ogni altra. Da una parte le "misure non convenzionali" tanto e sempre sbandierate dalla BCE e ora in prossimità di essere sul serio rese pubbliche e adoperate. Dall'altra parte il denaro che Juncker ha promesso di stanziare a livello europeo. Questa pioggia di liquidità, però, non arriverà gratis, o quanto menò sarà di certo più costosa di quella messa in atto per anni dalla Federal Reserve per gli Stati Uniti. Ma se mentre per quanto attiene alla Banca Centrale Europea il tutto si risolverà facilmente a favore delle Banche così come è sempre avvenuto (e in ogni caso ne sviscereremo i dettagli non appena se ne saprà di più) per quanto riguarda i Paesi sottomessi alla Commissione Europea si tratterà di cedere su un punto fondamentale che sino a ora non è stato del tutto consegnato in mano ai padroni del vapore. Per ricevere il denaro si dovrà accettare la "riforma" delle "riforme", quella di cui si parla spesso senza entrare nei dettagli, quella applicata a macchia di leopardo in tanti luoghi d'Europa eppure mai imposta sul serio come invece "i padroni" auspicano.

    È il momento di farla passare, adesso. Proprio per mezzo della nuova ondata di crisi ormai piombata sul vecchio continente - che questo stop della Germania non è altro che lo squillo di tromba. Si tratta della riforma europea sul "mercato" del lavoro. 

    In Italia Renzi è l'uomo giusto per farla passare, quasi senza che gli italiani se ne accorgano. 

    E ovviamente in cambio dell'ennesima illusione, che questa volta non sarà solo opera del Presidente del Consiglio, ma verrà corroborata, appunto, anche dai piani alti d'Europa.

    Nello specifico del nostro Paese, la cosa prenderà le sembianze della flessibilità sui conti, ovvero della possibilità di sforare i parametri di rapporto tra deficit e Pil. L’Europa è costretta a rivedere tali parametri: praticamente nessun Paese potrà rispettarli, vista la situazione, e dunque per poter andare avanti dando la parvenza che tutto può continuare senza crollare del tutto, tali parametri saranno allargati. Ciò che sino a ieri era impossibile anche solo pronunciare ora verrà palesato come possibile, anzi, indispensabile.

    Naturalmente tale concessione non sarà indolore, ma verrà anzi messa in opera a patto che i Paesi svolgano alcuni compiti a casa molto precisi. Uno su tutti, come detto, il definitivo smantellamento delle tutele sul lavoro. Da noi la cosa offrirà il destro al governo per portare avanti lo scempio del Jobs Act promesso da Renzi a suo tempo. 

    In altre parole, pur di avere la concessione sulla revisione dei conti, cioè più margine, e più flessibilità sul rapporto deficit/Pil, l’Italia sarà costretta a varare l’unica riforma annunciata - o sarebbe meglio dire minacciata - dal governo in carica. Riforma venduta a tutti come indispensabile per far ripartire l’occupazione ma soprattutto vista con enorme favore da tutti gli attori internazionali della speculazione che pur di continuare a rastrellare sangue dalle vene dei cittadini coglieranno la palla al balzo per sprofondare nell’incertezza, nel lavoro sottopagato, non protetto né tutelato, milioni e milioni di persone.

    Il momento è adattissimo, adesso, per farla passare. Altrimenti l’Europa non ci concederà maggiore flessibilità e torneranno i fantasmi - ci diranno - della troika e del commissariamento…

    A meno di colpi d’orgoglio e di moti finalmente rivoluzionari, che non sono all’orizzonte, gli italiani accetteranno supini anche questo altro esproprio sulla propria pelle. 

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    lug232014

    Riforme: garantisce Napolitano…

    L’appuntamento in sé fa abbastanza ridere, e già dal nome: la “cerimonia del Ventaglio”.

    Un retaggio (un residuato) le cui origini risalgono alla fine dell’Ottocento e che appartiene alla categoria, odiosa, dei salamelecchi reciproci fra il potere politico e quello mediatico. L’ASP, l’Associazione Stampa Parlamentare, rende omaggio al presidente della Repubblica e a quelli della Camera e del Senato, regalando a ognuno di loro un ventaglio, congruamente decorato allo scopo di impreziosirlo e, quasi, di nobilitarlo. Inoltre, come se un’unica messinscena fosse troppo poco per soddisfare l’ansia di compiacersi gli uni con gli altri, la consegna non avviene simultaneamente, ma in tre occasioni distinte. Manco si trattasse di blandire tre bimbetti bizzosi, che esigono ciascuno una festicciola esclusiva.

    Così, in attesa degli appuntamenti successivi, si è cominciato col Capo dello Stato. Il quale, al di là delle chiacchiere di circostanza (vedi l’elogio alla suddetta «Stampa Parlamentare, antenna tra le più sensibili della vita politica e istituzionale nella sua evoluzione e nei suoi travagli»), non si è fatto sfuggire l’occasione per tirare un altro po’ d’acqua al solito mulino: quello dove si impastano, e si impapocchiano, le famigerate “riforme strutturali”. Che – a detta di Napolitano – sono state «da tempo individuate come necessarie per rendere più dinamici i nostri sistemi produttivi e istituzionali», nel segno di un approccio generale in cui «le riforme dell'assetto parlamentare, del processo legislativo, dei meccanismi decisionali pubblici, non sono meno importanti delle riforme del mercato del lavoro e della spesa pubblica».

    A chi legge con attenzione non dovrebbe sfuggire la pseudo logica, apparentemente oggettiva e viceversa completamente autoreferenziale, che fa da architrave a questa ennesima perorazione. Nel caso specifico, il trabocchetto si situa nel passaggio che definisce le riforme «da tempo individuate come necessarie». Ma «individuate» da chi? E «necessarie» per cosa, oltre che per quell’incremento di dinamismo che – anche volendo ammettere la sua efficacia ai fini di un significativo incremento del Pil, peraltro tutto da verificare – certamente non garantisce alcunché in termini di rilancio dell’occupazione e di riequilibrio nella distribuzione della ricchezza?

    Ancora una volta Napolitano, al pari dei suoi molti “compagni di riforme” (e di rinculo, per cui a ogni colpo, o colpetto, che esplodono si ritrovano proiettati all’indietro, su posizioni sempre meno di sinistra e sempre più liberiste), spaccia per pragmatismo quella che in realtà è solo acquiescenza nei confronti del modello economico dominante. Ribadito il dogma, o il “dogmino”, di fondo, ecco aggiungersi il monitoall’ordine che si lega all’attualità. Ed è palesemente destinato, benché senza citarlo in maniera esplicita, al M5S, che dopo il fallimento dello sciagurato tentativo di dialogo con Renzi è tornato a lanciare accuse di deriva oligarchica, giustamente ravvisata sia nell’Italicum che nello stravolgimento del Senato.

    L’intonazione è la solita, così come consueto è il richiamo alla soggezione. «Rivolgo un pacato e fermo appello a superare un'estremizzazione dei contrasti, un'esasperazione ingiusta e rischiosa - anche sul piano del linguaggio - nella legittima espressione del dissenso. E per serietà e senso della misura nei messaggi che dal Parlamento si proiettano verso i cittadini, non si agitino spettri di insidie e macchinazioni autoritarie. Né si miri a determinare in questo modo un nuovo nulla di fatto in materia di revisioni costituzionali».

    Ci mancherebbe. Non solo bisogna lasciarli fare, mentre ci spingono giù per la china del fatalismo liberista, ma ci si deve anche astenere da qualsivoglia critica. Rassicurati per l’eternità dal fervore di Renzi, dall’aplomb di Draghi, dalla fissità dello stesso Napolitano.

    Ci mancherebbe. Come no?

    Federico Zamboni
    mercoledì
    lug232014

    Rassegna stampa di ieri (22/07/2014)

    olitica e Informazione

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    Cultura, Filosofia e Spiritualità

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    martedì
    lug222014

    Il Mondo cambia, ma i media non se ne accorgono

    Il livello del personale politico che ha diretto negli ultimi decenni quello che si suole definire “l’Occidente”, è di infimo grado. Una vera combriccola di incapaci, senza cultura storica e senza attitudine a ragionare in grande.

    Negli anni Novanta del secolo scorso era già evidente che il modello cinese, l’economia di mercato gestita dalla dittatura del partito unico, si imponeva come la maggiore minaccia all’egemonia dell’Impero marittimo anglo-americano.

    La Russia era appena uscita dalla disintegrazione dell’URSS con un carico di risentimenti, velleità di rivincita, ma anche desiderio di entrare a far parte del blocco occidentale a pieno titolo e non come vassallo sconfitto.

    Un ceto politico accorto e con un minimo di cultura storica, avrebbe teso la mano alla Russia occidentalizzante, l’avrebbe cooptata nel blocco atlantico, e la Cina sarebbe rimasta chiusa nel suo angolo.

    Invece il potere atlantico ha sottoposto la Russia a una serie di umiliazioni, stringendola in una morsa, estendendo la NATO sempre più a est, verso le repubbliche ex sovietiche che con buone ragioni storiche la Russia considera appartenenti alla sua sfera di influenza, aggredendo la Serbia amica della Russia, provocando ribellioni in Georgia e ora in Ucraina. Come risultato di tanta stoltezza, russi e cinesi, pur divisi da una serie di interessi contrastanti, sono stati letteralmente spinti gli uni nelle braccia degli altri.

    Si è così costituita una formidabile alleanza continentale, un blocco russo-cinese che per dimensioni territoriali, risorse economiche, popolazione, potenza armata, possibilità di agire per linee interne in caso di guerra, appare imbattibile.

    Il consolidamento di un raggruppamento, quello dei BRICS, che per ora ha soltanto una configurazione economico-commerciale ma ha in sé potenzialità di alleanza politica e di attrazione verso altri Paesi importanti, quali l’Iran, il Venezuela, l’Argentina, costituisce una svolta storica di immenso rilievo. La decisione di istituire una Banca comune che permetta grandi investimenti e regoli gli scambi fra gli Stati che aderiscono al BRICS, è la novità che sconvolge tutto il quadro internazionale. Nasce un’istituzione finanziaria in diretta concorrenza col FMI e in una prospettiva di attacco al dollaro, vale a dire al cuore pulsante del dominio imperiale atlantico.

    Il mondo che va delineandosi in questo 2014 è completamente diverso da quello di 10 anni fa. Allora le armate di un Impero che sembrava onnipotente avevano invaso l’Iraq dopo averne distrutto l’esercito in pochi giorni e dopo campagne brevi e irresistibili che avevano piegato prima la Serbia e successivamente i talebani afghani, nel timoroso silenzio del resto del mondo incapace della minima opposizione. La globalizzazione celebrava i suoi trionfi, il pensiero unico del Mercato Universale sembrava la fine della storia. Il Presidente degli USA era il Presidente del mondo.

    Oggi, si costituisce un blocco formidabile alternativo a quello finora dominante. Mentre la NATO si estende all’est europeo, l’America latina, il cortile di casa degli USA, sfugge al controllo dell’Impero e riceve trionfalmente i capi della Russia e della Cina. Le armate della NATO si apprestano a sgomberare un Afghanistan mai piegato, l’Iraq coi suoi imprevisti sviluppi politici e militari è la prova più chiara di come costosissime guerre super tecnologiche siano servite solo a scardinare le finanze della maggiore potenza del mondo, a parte l’utilità marginale che ne ha ricavato Israele, con la distruzione dell’unità nazionale di Stati ostili ai suoi confini. E l’Occidente si involve nel turbine di una crisi finanziaria, economica, sociale, spirituale, che oscura i fasti della globalizzazione.

    L’implosione dell’URSS aveva offerto all’Occidente l’occasione di un predominio almeno secolare. La stupidità del suo ceto dirigente ha dissipato quel patrimonio nel giro di venti anni, creando le premesse per un’altra guerra mondiale dall’esito incerto.

    I cosiddetti complottisti che credono nell’esistenza di centrali occulte e semi-onnipotenti, si tranquillizzino: se quei poteri esistono, sono un branco di incapaci.

    Intanto, nella nostra italietta verifichiamo la conferma di un fenomeno non nuovo: nel periodo della dissoluzione di un sistema, i media autoreferenziali procedono su una via che ignora la realtà. Si dedicano due parole distratte alla fondazione della Banca dei BRICS, mentre si decidono programmi speciali di intere serate televisive per discutere dei processi di Berlusconi e di Ruby rubacuori.

    Uno stupore catatonico coglierà moltitudini indementite, quando la dura concretezza del reale irromperà a travolgere i fondali di cartapesta tirati su in fretta dagli imbonitori del nulla.

    Luciano Fuschini
    lunedì
    lug212014

    L'Europa dovrebbe cacciarci a pedate

    lunedì
    lug212014

    Debito pubblico senza freni. E la manovra è già pronta

    Il debito pubblico continua ad aumentare. Secondo i dati della Banca d'Italia, in maggio è aumentato di 20 miliardi salendo al tetto massimo “storico” di 2.166,3 miliardi. La conclusione che se ne deve trarre è che il governo Renzi, allo stesso modo di quelli di Berlusconi, Monti e Letta, giusto per citare gli ultimi della serie, non è stato in grado di controllare la dinamica della spesa pubblica. 

    Alla faccia della spending review, in italiano la revisione della spesa. Lo stesso vale per le amministrazioni locali che se ne infischiano allegramente di fare economie, tanto i soldi che scialacquano non sono i loro. 

    C'è un aspetto inquietante che aleggia intorno all'entità del debito pubblico ed è la sua incidenza sul Prodotto interno lordo. Uno corre a vedere il sito di quotidiani come Corriere della Sera e Repubblica, tanto per citare i più diffusi, e lo stesso succede il giorno dopo sull'edizione cartacea, e non trova alcuna traccia di questo dato. Niente di niente. Ogni mese si parla dell'aumento del debito in termini quantitativi ma ci si guarda bene dal rendere noto se siamo saliti al 134% o al 135% sul Pil. È come se i giornali dei cosiddetti poteri forti, gruppi finanziari e bancari, grande industria e dintorni, non volessero evidenziare il totale fallimento degli ultimi governi e la loro totale incapacità nell'affrontare la recessione in corso. La quale, in conseguenza del crollo delle entrate fiscali e contributive, non può che peggiorare il livello sia del debito che del disavanzo. Per sapere come stanno le cose, si è obbligati a calcolarselo in proprio, dopo essersi muniti dell'ultimo bollettino mensile di Via Nazionale. O, in alternativa, cercare qualche sito indipendente che riporta quella percentuale che rappresenta l'autentico indicatore della scarsa salute dell'economia del nostro Paese. 

    A fine anno esso era infatti al 132,6% per 2.066 miliardi. Fatti un po' di conti, siamo sopra il 135%. Eppure nessun quotidiano di regime, come detto, tira fuori questi numeri. La sensazione, o il sospetto, è che le banche, azioniste dei quotidiani e loro creditrici, e legate strettamente al Partito Democratico in virtù degli interessi locali rappresentati dalle fondazioni, e legate alla Bce di Draghi per la montagna di soldi ricevuti in prestito, abbiano imposto una sorta di silenzio stampa per non allarmare troppo i piccoli risparmiatori che ancora credono nella convenienza dell'idea di investire nei titoli di Stato. In primo luogo i Btp decennali che, in rapporto al rendimento (interessi al netto dell'inflazione) rispetto ai confratelli Bund tedeschi, determinano l'entità dello spread. Uno spread che in questa fase, grazie all'acquisto di titoli pubblici fatto dall'Esm (il fondo salva Stati) e dalla Bce, resta basso e venerdì 18 luglio si è stabilizzato a 164 punti. Una bonaccia finanziaria che non riflette i cosiddetti “fondamentali” dell'economia (i cittadini sono sempre più poveri e le imprese chiudono una dopo l'altra) né tanto meno il reale giudizio dei mercati finanziari sulla solvibilità futura dei Btp. Un giudizio negativo che ci avrebbe dovuto portare da tempo a vivere gli stessi scenari della Grecia. L'impresentabile Berlusconi cadde infatti nel novembre 2011 quando il debito era al 120,1% e lo spread a 570. Oggi il debito al 135% non preoccupa minimamente Renzi e il suo degno compare Padoan. E questo testimonia che c'è qualcosa che non va nella logica che muove le vicende del nostro Paese. Una logica che, al contrario, è perfettamente chiara per coloro che gestiscono direttamente il potere reale globale, quello finanziario, e che, per interposta persona, guidano il governo italiano che è una loro agenzia di affari. 

    Il punto è che per tutti i soggetti economico-finanziari e politici mondiali, l'Italia non deve fallire. Non siamo la Grecia e il nostro crac provocherebbe un terremoto dalle conseguenze catastrofiche. Il ministro tedesco dell'Economia, Wolfgang Schauble, ha concesso fiducia a Renzi, sostenendo che la Germania e l'Europa (insomma la Commissione) si aspettano che l'Italia faccia le riforme “strutturali”. Il lavoro deve essere più precario e flessibile così le imprese assumeranno sapendo di poter licenziare. Soprattutto, i crucchi hanno fatto sapere a Renzi che in autunno ci sarà bisogno di una manovra “correttiva” per 24 miliardi di euro. Giusto per tamponare qualche buco di bilancio. Ma poi, siccome le famiglie italiane sono più ricche di quelle tedesche, un punto che lo stesso Renzi ha più volte ricordato, ecco che i tedeschi si stanno orientando a chiederci una misura che è già stata attuata in Grecia e che è stata chiesta, per l'Italia, in un documento riservato anche dal Fondo monetario internazionale. Un prelievo forzoso (del 10-15%) sui conti correnti bancari di importi superiori a 100 mila euro con il fine di ridurre il debito pubblico. 

    Così con politici criminali che continuano a saccheggiare le risorse pubbliche, a pagare, come sempre, saranno chiamati i cittadini che si illudevano di avere messo da parte un po' di risparmi per la vecchiaia. 

    Irene Sabeni
    giovedì
    lug172014

    Padoan, se questo è un Ministro…

    Quanto avvenuto stamane al Parlamento ha dell’inaudito. E (almeno) nel corso dei telegiornali di mezza giornata pare che nessuno lo abbia notato con la dovuta sottolineatura.

    Il Ministro del Tesoro, nel corso di una audizione ufficiale e nel pieno del merito del suo ambito preciso di competenza, di fronte alla sacrosanta domanda riguardo una possibile nuova manovra correttiva dei conti economici in Italia della quale si inizia a parlare con una certa insistenza, si è trincerato dietro un semplice - e semplicistico - «no comment»

    In altre parole non ha voluto rispondere a una domanda su un argomento di sua diretta competenza. Come fosse un cittadino qualsiasi al quale magari viene rivolta una domanda sulla propria sfera personale, Padoan ritiene di non dover commentare su un argomento che è invece non solo di dominio pubblico ma, ribadiamo, di sua diretta pertinenza. C’è di che basta per chiedere a forza le sue dimissioni immediate. Ministro del governo in carica, e in dipendenza diretta, di fatto, di ogni italiano, ha dunque rifiutato di svolgere la sua funzione, e non in un dibattito televisivo, non in una intervista rubata in mezzo alla strada, ma dentro a un luogo istituzionale.

    Beninteso, i motivi per il suo recalcitrare di fronte a un argomento del genere ci sono tutti: dichiarare oggi che è già allo studio una misura correttiva per tentare (vanamente) di riequilibrare i conti pubblici in ulteriore caduta libera sarebbe stato un fulmine a ciel sereno. Ove “ciel sereno” è ovviamente solo quello presente sulle teste degli ingenui che tale possibilità non reputano veramente probabile.

    Come sappiamo, tutti i dati - tutti - relativi allo stato dell’economia nel nostro Paese vanno nella direzione (che era facile prevedere) di un peggioramento costante e inesorabile. Il nostro debito pubblico aumenta senza sosta, il dato di inflazione scende ulteriormente e l’economia pertanto non riparte. Il che significa che spendiamo sempre di più di quanto incassiamo, che non c’è denaro in giro e dunque la gente compera sempre meno, e che la spirale deflazionistica in corso non può che spingere ulteriormente in basso le possibilità di invertire la rotta ai fini di una ripresa dell’occupazione e dunque dei consumi, operazione vista tuttora come panacea di tutti i mali.

    Padoan ha sì dovuto ammettere che «non ci sono bacchette magiche» per far ripartire l’economia, e dunque si è trattato di una ammissione di impotenza, ma non è entrato nel merito di alcuna strategia del governo per tentare di agire su una situazione disastrosa. L’unica cosa di un certo rilievo partorita dal Ministro è stata quella relativa alla norma degli 80 euro di Renzi che, ha ribadito, «diventerà permanente». Notare, per favore, l’utilizzo del tempo futuro nella dichiarazione: come a confermare che ancora non lo è, permanente, e che ci si adopererà per farla diventare tale. In futuro…

    Naturalmente nessuno, a parte gli “ingenui” di cui sopra, ha pensato che tale manovra sarebbe stata quella adatta a far iniziare un cambiamento della situazione in Italia. Come sappiamo si è trattato di una mossa in perfetto “stile Renzi” per disinnescare i rischi che potevano derivare dalle elezioni europee (con risultato peraltro ottenuto) ma nulla più: premiare, e con poco, chi un lavoro lo ha già senza incidere minimamente sulla possibilità di ripresa dell’occupazione poteva essere unicamente una boutade elettorale simile, nei fatti, a quelle utilizzate dai partiti della Prima Repubblica dove nel più classico dei voti di scambio venivano date agli elettori le sole scarpe destre con la promessa di consegnargli le sinistre una volta il risultato nelle urne fosse stato ottenuto. 

    Allo stesso modo, non sarà sfuggito ai più e speriamo almeno ai nostri lettori, con il medesimo “stile Renzi” è stato dato l’annuncio, giorni addietro, che i dati relativi alla cassa integrazione iniziavano a essere in calo. Vero, per la precisione numerica. Ma ciò che si è evitato di dire in tale circostanza è che la cosa sta avvenendo non perché c’è meno bisogno di cassa integrazione quanto perché essa è arrivata a scadenza. Una volta esaurita anche quella in deroga non c’è più spazio per ottenerla, e dunque per gli ex cassa integrati si aprono - e ne avremo contezza a breve - le porte della disoccupazione.

    È evidente, insomma, che le cose stiano continuando ad andare nel verso che era facile prevedere ed è certo, pertanto, che una “manovra correttiva” è alle porte. Di qui il silenzio intollerabile di Padoan.

    A livello generale, dunque, e come viatico per il mese di Agosto alle porte, l’Italia sta continuando a sprofondare ed è facile aspettarsi che non appena tornati a temperature climatiche più fresche, se non proprio durante il solleone estivo, arriverà sulla testa degli italiani la ciliegina indigesta della manovra. Per come la si vorrà chiamare, e per come Renzi e i suoi tenteranno di farla digerire, si tratterà in ogni caso di un ulteriore prelievo dalle tasche di ognuno di noi.

    A livello europeo il problema è allo studio da tempo: si sa bene, da quelle parti, che la situazione non sta affatto migliorando e che è necessario fare delle operazioni per non far crollare definitivamente il tutto entro tempi brevi. 

    Lo avevamo ipotizzato su queste pagine già circa due anni addietro: si farà di tutto per perpetuare l’illusione. I 300 miliardi promessi dal neo eletto Juncker alla Commissione Europea, per rilanciare l’economia, sono uno di questi tentativi allo studio, così come l’ennesimo aiuto alle Banche promesso da Draghi non più tardi di due settimane addietro.

    Lo scenario è chiaro: i governi locali non sono in grado, se non con giochi di prestigio di occultamento temporaneo, di operare inversioni di tendenza rispetto al declino inesorabile, e a livello superiore si corre ai ripari cercando di fare, anche in Europa, né più né meno di quanto fatto in Usa sino a ora, cioè tipologie di quantitative easing mascherati, per via di “misure non convenzionali”, che non tarderanno a rendersi manifeste. 

    La situazione è peggiore adesso rispetto anche a due anni addietro. E qualche “trucco” è ancora possibile. Vedremo che non tarderanno a propinarlo e che lo berremo tutto d’un fiato, perché oramai lo stato di annientamento delle coscienze critiche (almeno di noi italiani) è talmente basso dal non rilevare neanche l’assurdità di un “no comment” da parte di un Ministro del nostro Stato. 

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    lug162014

    Gioventù e cieli azzurri. Se l'estate non è una stagione per vecchi

    mercoledì
    lug162014

    Rassegna stampa di ieri (14/07/2014)

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    martedì
    lug152014

    Putin "condona" i debiti di Cuba

    Putin ha fatto precedere il suo viaggio nell’America latina dalla notizia che la Russia cancella il 90% del debito cubano, impegnandosi inoltre a utilizzare il restante 10% per investimenti nell’economia dell’isola caraibica.

    I poteri politici e finanziari dell’Occidente mettono la sordina a una notizia come questa, che invece provoca approvazione incondizionata fra chi a questo Occidente si oppone.

    Benissimo, ma andiamoci piano con gli entusiasmi.

    Nel mondo della politica e delle relazioni internazionali nessuno regala senza contropartita. Non è il regno del dono disinteressato. La contropartita che Putin si attende è presumibilmente politica.

    Ciò che fa infuriare i russi è l’espansione progressiva della NATO attorno ai loro confini, dopo la dissoluzione dell’URSS e nonostante le assicurazioni che George Bush fece a Gorbaciov sulla non intenzione degli USA di approfittare della situazione per spingere la loro influenza e le loro basi militari sempre più a est.

    Visto l’accerchiamento di fatto che gli USA stanno completando verso i confini della Russia, per il governo di Mosca un’analoga sua manovra in America latina, il tradizionale “cortile di casa” degli yankee, sarebbe una formidabile carta da giocare in un’eventuale trattativa, merce di scambio per consentire un contemporaneo disimpegno di basi NATO in Europa orientale e delle eventuali basi russe nell’America centro-meridionale.

    Lo stesso calcolo provocò la crisi dei missili a Cuba nel 1962, la circostanza che fece correre al mondo la più seria minaccia di scontro nucleare di tutta la cosiddetta guerra fredda.

    Se la visita di Putin significasse anche questo, in contemporanea con la gravissima crisi ucraina, incomberebbe su tutti un pericolo reale e tremendo.

    Finalmente perfino l’allineatissimo Napolitano prende atto di quella minaccia di guerra generalizzata che tutti i media sembrano stolidamente ignorare.

    Con parole insolitamente chiare il nostro Presidente denuncia il fatto che l’UE si occupa solo di questioni economico-finanziarie, trascurando completamente uno scenario internazionale che si aggrava di giorno in giorno.

    Finalmente Napolitano nota, pur con la doverosa cautela del linguaggio diplomatico, che il dopo 11 Settembre 2001 è stato una lunga serie di errori e insuccessi.

    In Afghanistan dopo quasi 13 anni di guerra asimmetrica, dove la NATO ha potuto dispiegare una potenza di fuoco mille volte superiore a quella dei resistenti, i talebani occupano parti significative del territorio e si apprestano a dilagare nel Paese dopo il disimpegno della maggior parte delle truppe di occupazione.

    In Iraq si è installato un governo più amico dell’Iran che degli USA, mentre parte del territorio è praticamente uno Stato indipendente curdo, invìso alla Turchia alleata strategica degli USA, e un’altra parte è stata conquistata recentemente da quelle formazioni estremiste per distruggere le quali si era mossa la macchina da guerra americana, almeno secondo la propaganda di Bush figlio e dei suoi reggicoda.

    Libia e Siria sono in pieno caos, come tutta l’area delle “primavere arabe”, e nel cuore dell’Europa si combatte una guerra che potrebbe mettere NATO e Russia una di fronte all’altra.

    Sforziamoci per un attimo di dimenticare il ruolo nefasto recitato da Napolitano in alcune di quelle vicende e soprattutto nel caso libico, e apprezziamo che finalmente un uomo di Stato europeo inviti a riflettere su una politica internazionale disastrosa e sui pericoli che comporta.

    Chissà che dopo questa bacchettata che viene da fonte non sospetta, i talk show della nostra squallida TV non decidano di occuparsi anche di questioni di vitale importanza e non solo dell’appeal di Renzi nonostante il suo inglese maccheronico, del “cerchio magico” attorno a Berlusconi, della riforma del Senato, dell’andamento dello spread e di altre quisquilie (e “pinzillacchere”, avrebbe aggiunto l’immortale Totò).

    Luciano Fuschini
    lunedì
    lug142014

    Ribelle 59 - Giugno 2014

    Qui la raccolta degli articoli del mese di Giugno

    Versione Pdf

    Versione eBook

    lunedì
    lug142014

    Il Paese di merda? Quello che paragona B. a Tortora

    lunedì
    lug142014

    Palestina: il genocidio continua

    Che il popolo palestinese debba essere spazzato via dalla faccia della terra è elemento essenziale, per Israele, per poter continuare a perpetrare la sua stessa esistenza. Si tratta di una considerazione ovvia, ancorché politicamente scorretta e censurata su qualsiasi tipo di media, per il semplice motivo che un popolo privato della sua terra (i palestinesi), o prima o poi, se non in modo perenne, tornerebbe immancabilmente a pretenderne la resa.

    Naturalmente il linguaggio accettato da ogni organo di informazione e diffusione, così come dagli ambienti politici accreditati, evita accuratamente di prendere coscienza di questa realtà elementare proponendo interminabili discussioni e tavoli su un "processo di pace" che tra due contendenti con queste intenzioni non è possibile stipulare, se non in maniera temporanea.

    Qui non siamo in conflitto con le parole e i concetti e dunque procediamo in una rapida ed essenziale analisi su quanto sta accadendo. 

    Basterebbe prendere visione della immagine che pubblichiamo in calce a questo articolo (anche se non è aggiornatissima) per rendersi conto dell'operato reale e tangibile di Israele e per poter arrivare subito alle conclusioni. Ma non ce la giochiamo così facilmente. E partiamo con due cenni di storia, dunque con due "fatti", che si sottraggono per ciò stesso al campo delle "opinioni". Chi vuole opinare può continuare a farlo su ogni argomento, ma non sui fatti. Che non sono opinabili.

    In un articolo del 10 Febbraio 2009 scrivevamo: 

    La legittimità della creazione di uno Stato Ebraico sul territorio dell'antico “Erets Israel” (…) discende da due elementi ben precisi. Il primo di carattere religioso: rinvia a un passaggio della Bibbia (Gen. 15, 18-21). Il secondo di carattere storico: l’aver posto i palestinesi, nel 1948, di fronte al fatto compiuto.”

    (Qui il testo completo)

    E non troviamo parole migliori anche oggi, per descrivere storicamente quanto accaduto ed è all’origine di tutto quanto avvenuto in seguito sino a oggi.

    Dunque, lo Stato di Israele esiste e trova la sua legittimazione su, appunto, due fatti.

    Per quanto attiene al primo la cosa è molto più semplice di quanto sembri: vi si deve accordare attenzione e legittimazione così come la si deve a ogni altro tipo di narrativa di carattere religioso. Per il secondo punto, se possibile, l'analisi è ancora più sintetica: si tratta di una operazione operata con la forza del vincitore. Decisa a tavolino e imposta al mondo e soprattutto ai palestinesi mediante coercizione. Se così non fosse, Israele non sarebbe tuttora dotato dei più grandi arsenali militari (anche atomico) del mondo. Il "libero Stato di Israele" è di fatto un luogo ove i cittadini vivono rinchiusi come in un bunker e protetti dall'esercito: c'è dunque originariamente, e tuttora, il vizio colossale della sua istituzione mediante la forza. Nessun altro Paese al mondo deve al momento difendersi da rivendicazioni simili a quelle che riceve Israele.

    Tornando al punto principale, di cui poi i fatti di questi giorni non sono che l'ennesimo aggiornamento del medesimo copione, Israele, a riprese separate ma collegate a una unica strategia, e secondo convenienza del momento, prosegue dunque nel suo intento che unicamente chi è in malafede non può non vedere: l'estensione del suo dominio sul territorio, l'estensione del territorio stesso, e l'eliminazione di quanti più palestinesi sia possibile. Il tutto, in modo ancora più ovvio, con la motivazione ufficiale della sicurezza

    Ora, non si dà sicurezza, non si può dare, in ogni caso in cui vi sia una contesa del genere. Dunque da questo punto di vista Israele sta operando proprio al fine di ottenere l'unica situazione possibile per arrivare a tale sicurezza: la sparizione dalla faccia della terra di ogni singolo palestinese.

    Quelli che oggi vengono chiamati "territori occupati" (occupati ovviamente per le medesime ragioni di sicurezza...) sono territori che anche la spartizione a tavolino aveva lasciato agli originari proprietari, i palestinesi, e che ovviamente non verranno mai resi loro (che un territorio venga definito "occupato”, proprio in quanto non di proprietà, è considerazione persino superflua). Non solo: la continua espansione fisica dello Stato di Israele, la continua privazione che i palestinesi sostengono, di terre fertili, di terre con possibilità di accedere all’acqua, e di ettari di terra in senso lato, è esattamente l'elemento che a Israele stesso serve per continuare nel suo processo: ogni rivendicazione, ogni sussulto, ogni razzo, ogni tentativo di reazione del popolo palestinese - attenzione: in  reazione all'azione di espansione di Israele - viene utilizzato da quest'ultimo proprio per continuare nella sua opera di cancellazione territoriale e fisica della Palestina. Quella che è una sacrosanta reazione a una azione coercitiva viene utilizzata per una nuova azione, in una strategia bellica oliata alla perfezione dalla complicità degli Stati Uniti, dai suoi Paesi satelliti (Europa inclusa) e dalla ramificazione onnipresente delle rivendicazioni ebraiche all’interno del mondo dei media (basta scorrere i nomi dei grandi possessori dei network e del sistema bancario mondiale di cui sono megafoni per rendersene conto).

    Gli stessi vertici politici israeliani, che pure si appellano alla "comunità internazionale" ogni volta in cui dalla Palestina si erge un atto di reazione, viene del tutto messa da parte, e ne abbiamo avuto prova anche nelle ultime ore per voce dello stesso premier Netanyahu, quando invece è Israele che intende agire per la sua strategia di sempre. 

    Posto che il processo di pace è impossibile da portare avanti con le premesse storiche stesse sulle quali è nato Israele, tutto il resto del mondo, e ognuno di noi, deve interrogarsi unicamente su un quesito: operare mediante la forza in reazione all'azione di forza perpetrata da Israele oppure assistere inermi al completamento del genocidio del popolo palestinese. 

    Valerio Lo Monaco
    venerdì
    lug112014

    A cent'anni da Sarajevo i Balcani rischiano di ripiombare nel caos

    venerdì
    lug112014

    Draghi e le sue banche

    La Banca centrale europea continua a giocare con le parole per giustificare la propria politica monetaria orientata ad aiutare e a salvare le banche da se stesse. In primo luogo dalle proprie speculazioni. Il sistema finanziario resta infatti centrale per Mario Draghi che, purtroppo per noi europei, continua ad esserne il presidente. E continua a presentare la crisi in corso come indipendente dalle scelte sciagurate e criminose finora fatte dall'istituto di Francoforte. 

    Tanto per dirne una, il non aver vincolato i giganteschi prestiti fatti alle banche europee al loro utilizzo in favore delle imprese e dei cittadini. Soldi che invece sono stati utilizzati per ricostruire il proprio patrimonio. Per l'economia reale, come abbiamo visto, niente. 

    Così, planando sullo scacchiere internazionale, l'ex vicepresidente di Goldman Sachs, una delle banche più impegnate a speculare sempre ed ovunque, la banca che lo ha formato, ha sostenuto che «i rischi geopolitici e gli andamenti nei Paesi emergenti e nei mercati finanziari mondiali potrebbero essere in grado di influenzare negativamente le condizioni economiche, anche tramite effetti sui prezzi dell'energia e sulla domanda mondiale di beni e servizi provenienti dall'area dell'euro». Insomma per Draghi e i suoi complici, impegnati nella tradizionale riunione mensile del direttivo della Bce, se l'economia europea non riuscirà a riprendersi, e se il sistema economico italiano si sgretolerà, la colpa o la responsabilità devono essere attribuite a fattori esogeni, quindi esterni, tipo i prezzi del petrolio che potrebbero riprendere a salire per le tensioni in Iraq, causate dalla guerra civile in corso. 

    Poi, bontà sua, Draghi ha citato le dinamiche dei mercati finanziari mondiali che è un po' come dire tutto e il contrario di tutto. Mercati che lui stesso ha contribuito a destabilizzare regalando di fatto soldi ai banchieri, con i quali giocare in Borsa. 

    La parola magica per Draghi resta comunque l'inflazione. Egli, come presidente della Bce, deve tenerla sotto controllo. Quello rappresenta il suo compito istituzionale. Per il resto, chi se ne importa. L'economia è in recessione? Pazienza. Forse in futuro andrà meglio. Certo, se l'eccessiva inflazione è un male, al massimo si può arrivare al 2%, anche il suo contrario non va bene. E adesso nell'area dell'Euro si sta assistendo al suo contrario. La deflazione, con la caduta dei prezzi, è una ipotesi che non fa dormire sonni tranquilli al banchiere di fede e interessi anglofoni perché avrebbe effetti catastrofici per i ricavi delle imprese, le quali sono già penalizzate da una ripresa bassa che rimarrà tale anche nel prossimo semestre. 

    Il terzo trimestre del 2014 è stato in tal senso molto inferiore alle attese e alle speranze. Che fare allora? L'economia reale deve muoversi da sola e i governi dovranno accompagnarla aumentando il campo di applicazione delle riforme strutturali. In primo luogo, quella del lavoro che dovrà essere sempre più precario e più flessibile. In base al principio che le imprese assumeranno soltanto se potranno pagare poco i nuovi dipendenti. Altrimenti, pensa Draghi e con lui i vari Marchionne ed Elkann, più i loro servi nei sindacati collaborazionisti, non sarà possibile affrontare la concorrenza dei cinesi che i dipendenti li pagano pochissimo o niente. Ma dal niente alla povertà il passo è breve pure in Italia. 

    Insomma il solito copione e le solite analisi. E soprattutto le solite conclusioni. Se l'economia europea è ferma e se c'è un pericolo di deflazione, ci dovrà pensare la Bce. “Misure non convenzionali”, è l'ipotesi di Draghi. In buona sostanza, più liquidità nel sistema, per tenere in piedi i prezzi e perché le imprese abbiano maggiori possibilità di accesso al credito. Ma più liquidità in circolazione significa soltanto, ancora una volta, più soldi alle banche che continueranno ad usare quelli che sono soldi pubblici, soldi dei cittadini, per coprire i propri buchi di bilancio. Niente credito invece né alle famiglie né alle imprese. Draghi lo sa bene ma se ne frega. Se con i soldi che lui e i suoi scudieri gli daranno, le banche continueranno a comprare titoli di Stato per garantirsi guadagni sicuri, la Bce non potrà che esserne contenta. I tassi di interesse infatti resteranno ad un livello accettabile unitamente all'inflazione. E Draghi potrà millantare di essere stato coerente con il suo incarico ufficiale. Anche se l'economia reale continuerà ad andare allo sfascio.

    Irene Sabeni
    mercoledì
    lug092014

    Se il Bene porta guerre, allora preferisco il Male

    mercoledì
    lug092014

    AAA Cercasi libreria disperatamente

    Sono in viaggio al Sud, dove il mare odora profondamente di mare, in una terra dove se da un lato non c'è stata la speculazione turistica che pure le avrebbe permesso di decollare economicamente, dall'altro lato non mancano, praticamente ovunque, oscenità urbanistiche derivanti dal connubio tra incultura e povertà. È così la Puglia della costa, se guardi il mare da una parte sei in paradiso, se guardi dall'altra parte, verso terra, ti sembra di attraversare l'inferno.

    Sì, Alberobello, Locorotondo, Martina Franca e Ostuni e tutto il resto. Dall'Adriatico allo Ionio e sino alla Taranto's Bay per poi risalire a settentrione. Ma il resto, oltre agli ulivi a milioni, è libero e deturpato. Quasi ogni abitazione, magari anche subito accanto a villini d'epoca meravigliosi, è invece considerabile come un ecomostro. Sembra che gli architetti e gli artisti abbiano emigrato del tutto dalla Puglia alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il resto, ciò che è venuto dopo, è bidonville di ordinaria sopravvivenza.

    Devi andare alle masserie, ai monumenti nelle città, alle torri e alle scogliere deserte, alle grotte marine e a quelle terrestri, come Castellana, per trovare ciò che l'uomo non abbia ancora compromesso col cemento e con i blocchetti di tufo. Devi insomma cercare all'indietro. Che il resto meriterebbe di essere raso al suolo.

    Sono partito senza tappe prefissate, ancora adesso che il turismo sudato è fermo nelle città. Quando gli altri si muoveranno per venire da queste parti, quando prenderanno d'assalto i brandelli di sabbia e il mare, io tornerò verso Nord.

    Ma non divaghiamo. Sono partito appositamente senza libri al seguito - quasi un sacrilegio - fatta eccezione per un saggio di Fritjof Capra consigliatomi da un'amica: fisica moderna, teoria della relatività e meccanica quantistica per arrivare a una interpretazione spirituale dell'incedere dell'uomo nella vita, in ogni suo atto. Scritto in modo magistrale. E ci torneremo sopra a Settembre. Ma tappa dopo tappa, mano a mano che la temperatura è aumentata e i paesaggi urbani sono stati sostituiti dagli assolatissimi spazi aperti, ho sentito il bisogno di rileggere un libro straordinario nel quale mi ero immerso come in un bagno di sole e di mare alcuni anni addietro. E ovviamente non lo avevo con me. 

    Si tratta di Sud, di Marcello Veneziani: che come filosofo e saggista merita enormemente di più - da sempre - di come quando invece deve vergare editoriali che ancora adesso sono pubblicati su quotidiani di dubbia provenienza e proprietà. È un libro incredibilmente denso, Sud, per chi è del Sud, naturalmente, ma anche per chi ci ha viaggiato almeno una volta nella vita. Ed è una lettura che ho sentito il bisogno di fare nuovamente proprio mentre mi trovavo nel ventre di questa madre della storia.

    Ne ho tre copie di questo libro, nel mio studio. Una acquistata da me immediatamente dopo l'uscita. Un'altra ricevuta dall'editore settimane dopo, e un'altra ancora acquistata da mio padre, che all'epoca non volle attendere la fine della mia lettura per leggerlo a sua volta contemporaneamente a me. Quest'ultima è poi finita nella mia libreria, un paio d'anni fa, come le alcune decine di migliaia di volumi che ho ereditato da lui...

    Qui in Puglia ho resistito solo un giorno all'impulso di comperarlo immediatamente. Il tempo di sostare qualche ora sotto un ulivo ultracentenario e ascoltare le cicale a centinaia. Le cicale hanno una sorta di messa in moto. Il loro suono inconfondibile e ritmato ha una metrica precisa. Ed è preceduto da un paio di arcate più lente, di partenza insomma. Come per accordare lo strumento. Non iniziano a frinire prendendoti di sorpresa. Si annunciano. Si siedono in sala, accordano lo strumento e quindi iniziano il loro canto nella Controra. Le cicale della Puglia sono seconde solo a quelle della Provenza dell'entroterra. E non hanno bisogno di direttore d'orchestra.

    Sto divagando ancora, in questo viaggio intrapreso proprio per divagare, e proprio adesso mentre da noi si disquisisce sul nulla di una legge elettorale che uno vuole in un modo, l'altro nel modo completamente opposto e però pensano di poter trovare un accordo... E soprattutto sto divagando - devo divagare - proprio perché la stagione che ci attende da settembre, la prossima, sarà veramente fondamentale. E faticosa da raccontare.

    Comunque alla fine non ho resistito alle cicale e ho dovuto acquistarne ancora una copia, di quel libro. La quarta dunque. Ma ho dovuto attendere parecchi giorni. E non tanto perché il libro è uscito nel 2009 e dunque poteva essere difficilmente reperibile in libreria (ora è uscito anche "Ritorno al Sud", sempre di Veneziani, ma si tratta di un lavoro quasi del tutto nuovo), ma proprio perché è stato difficile trovarla fisicamente, una libreria. Figuriamoci una che avesse una copia di Sud (al Sud, peraltro...).

    Ho cercato e chiesto ovunque mi sia fermato. E ho volutamente chiesto informazioni a giovani sotto ai vent'anni, incontrati per strada, per farmi indicare dove fosse la libreria del posto. Ho chiesto a Molfetta, a Giovinazzo, a Bari, ad Alberobello, a Otranto e a Santa Maria di Leuca. E quasi nessuno, credetemi, tra i ragazzi sotto ai venti anni cui chiedevo informazioni per strada e nelle piazze, ha saputo dirmi con esattezza la via nella propria città dove si trovava la libreria locale: "ci dovrebbe essere... una libreria... ma non mi ricordo dove...". I giovani non vanno più in libreria. E non sanno nemmeno della loro esistenza nel proprio luogo di residenza.

    O forse sono diventato io un dinosauro da comunicazione orale, da logica e pensiero astratto, da lentezza e profumo di pagine stampate, e non me ne sono accorto. Io che vado in cerca di una libreria come fosse una fontanella d'acqua. Io che cerco un libro pubblicato addirittura cinque anni fa. E per comprarne la quarta copia vista l'assoluta impossibilità psichica, letteralmente, di aspettare di ritornare a casa per poterlo rileggere.

    Alla fine non poteva essere che Lecce il posto in cui trovarlo. Lecce che è ancora culla di cultura e stile. Lecce proprio di fianco all'anfiteatro romano. Ovviamente...

    E dunque finalmente Sud, viaggiano nel Sud.

    Un lettore del giornale ci ha scritto, giorni addietro, sollecitandoci a riprendere una rubrica che ha avuto un certo successo negli anni passati, Usciti Ieri, proprio per offrire qualche spunto di (ri)lettura di libri rigorosamente pubblicati negli anni passati eppure, secondo noi, attualissimi. Io considero ogni lettore di questo giornale come un tesoro personale, e ogni lettore di libri (di libri veri) come un tesoro per la società intera.

    Voi, ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens (per dirla sempre alla Sartori, e in contrapposizione all'Homo Videns di oggi che non sa nemmeno dell'esistenza, di una libreria...) siete coloro che di meglio è possibile incontrare sulla propria strada. Coloro che è unicamente bello e vero incontrare, a dirla tutta.

    Valerio Lo Monaco
    martedì
    lug082014

    Ribelle 58 - Maggio 2014

    Raccolta articoli del mese di maggio 2014

    versione Pdf

    versione eBook

    martedì
    lug082014

    Rassegna stampa di ieri (07/07/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Scienza e Coscienza Olistica

    Storia e Controstoria

    lunedì
    lug072014

    Spreco di cibo in tempo di crisi

    Intervista a Roberto Scarpari, coordinatore del servizio Siticibo in Trentino: si occupa di raccolta gratuita e redistribuzione degli alimenti. Abbiamo parlato di spreco in tempo di crisi economica.

    Qui il link all'audio

    di Sara Santolini
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