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Fondatore Massimo Fini - Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco
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    venerdì
    ott242014

    Bruxelles: i compiti dello scolaro

    La maestra tedesca ha ripreso lo scolaretto discolo italiano che non fa bene i compiti a casa. E pure quello francese. Oltre a quello austriaco, sloveno e maltese. 

    La Commissione Europea, per conto della Germania di Angela Merkel, ha inviato una lettera a Matteo Renzi per fargli sapere che l'ultima manovra economica messa in cantiere dal governo è insufficiente per raggiungere gli obiettivi di stabilità finanziaria sui conti pubblici, dai quali si è deviato in maniera “significativa”. Quindi, altro che rispetto del tetto del disavanzo (sotto il canonico 3%) come previsto dal Patto europeo di Stabilità. E come sostenuto dallo stesso Renzi e da Padoan. 

    La lettera del presidente uscente della Commissione, Josè Barroso, sarebbe dovuta restare riservata ma il governo ha scelto di renderla pubblica, un fatto che non è stato molto apprezzato dall'ex premier portoghese. Renzi ha difeso la sua scelta parlando di “trasparenza”, e di “chiarezza”. Tutto deve essere reso pubblico, ha spiegato l'ex sindaco, aggiungendo che verranno pubblicati anche tutti i dati economici di quanto si spende nei palazzi europei e che sarà una cosa “molto divertente”.  Insomma, se l'Italia gioca, come a scuola, con i soldi in cassa, e con quelli che non ci sono, anche la burocrazia europea che dà lezioni a tutti non è che poi scherza. Siamo sempre ad Atene piange e a Sparta che non ride

    Bruxelles ha parlato di “significativa deviazione dagli obiettivi". Una frase che comporta uno scostamento di parecchi miliardi di euro. Renzi ha definito invece come “politica” tutta la questione. Affermazione che significa che Bruxelles e Berlino stanno facendo pressioni su Roma per mettere l'Italia con le spalle al muro ed obbligarla ad attaccarsi ulteriormente alla locomotiva tedesca. 

    L'irritazione della Commissione non ha impedito a Napolitano di firmare la legge. In realtà Bruxelles ha scelto il basso profilo attribuendo alla lettera la forma di “richiesta di chiarimenti” ma a nessuno degli osservatori è sfuggito l'aspetto della tempestività con cui ci si è mossi e il fatto che una lettera del genere è di fatto una premessa di una bocciatura senza se e senza ma. 

    L'apertura di una procedura di infrazione potrebbe essere imminente. Un portavoce di Bruxelles si è affrettato a precisare che la richiesta di chiarimenti “non pregiudica” i risultati finali che si dovrebbero avere dall'applicazione delle misure italiane. Resta il fatto che da più parti, in primis Forza Italia che sostiene Renzi sulle riforme istituzionali, si parla della necessità di rivedere la sostanza della manovra. 

    In ogni caso, ricevuti i chiarimenti richiesti, la Commissione emetterà la sua sentenza definitiva alla fine della prossima settimana. Renzi ha tenuto a chiarire che i soldi ci sono e che in discussione ci sono soltanto uno o due miliardi di euro. Inezie e quisquilie, a quanto pare. A suo avviso, gli obiettivi di bilancio per il 2015 sono tranquillamente raggiungibili. 

    Il punto resta quello sottolineato dalla lettera nella quale si spiega che a differenza del provvedimento dell'anno scorso (quando c'era Letta) si rinvia al 2017 il raggiungimento degli obiettivi di medio termine (il disavanzo) mentre la riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil (attualmente al 135%, il dato più negativo in Europa dopo quello greco) viene rinviata ai prossimi anni. Bruxelles insomma mette il dito sulla piaga della debolezza di un governo che non riesce a tagliare il debito per le feroci resistenze di tutti i centri di spesa centrali e locali e dei parlamentari che temono di vedere indebolite le clientele che li sostengono. È lì il vero problema dell'Italia. Nel momento in cui è stato scelto di restare nell'euro e nel sistema europeo, non ci si deve stupire che il maestro bacchetti sulle mani gli scolari indisciplinati, Italia in testa. Oltretutto, la precisazione sul debito serve alla Commissione per ricordare che se il Patto di Stabilità prescrive l'azzeramento del disavanzo, esso soprattutto comporta la riduzione progressiva del debito pubblico al 60%. Una riduzione che per l'Italia è una autentica chimera perché da un lato comporterebbe lo smantellamento dell'apparato pubblico italiano e che dall'altro potrebbe essere avviato, ma non raggiunto, soltanto attraverso una tassa patrimoniale straordinaria, alla quale, almeno quando era all'Ocse, Padoan si era più volte detto favorevole. E questo al di là degli effetti catastrofici che si avrebbero sul tessuto economico e sociale del nostro Paese dove la recessione in corso ha portato alla chiusura di migliaia di imprese e alla diffusione di una povertà di massa.

    Irene Sabeni
    venerdì
    ott242014

    Questo Bel Paese alluvionato dai soliti ignoti: noi

    venerdì
    ott242014

    Per Putin (ma non perché sia "buono")

    Gli USA hanno conquistato il mondo anche grazie alla propaganda abilissima, nella quale è maestra Hollywood. Lo schema della propaganda hollywoodiana è quello dello scontro finale fra il Buono e il Cattivo. Non è scontato che sia così in tutte le culture. Il duello finale dell’ Iliade, quello fra Ettore e Achille, tutto è tranne che lo scontro fra il Buono e il Cattivo, fra il Bene e il Male.

    Nell’uso politico che si fa dello schema Buono-Cattivo, oggi il Cattivo è, per tutto il pensiero unico liberal-social-demo-progressista, Putin. I pochi che riescono a sottrarsi alla macchina propagandistica, per reazione tendono a santificare il capo della Russia. Lo esaltano settori della destra europea e ora anche Salvini.

    Non è il caso di farlo, se vogliamo restare raziocinanti.

    Putin era un giovane e brillante agente del KGB sovietico. Gli agenti del KGB non erano cavalieri senza macchia. Come leader politico, Putin ha assunto il ruolo del restauratore della potenza russa strumentalizzando cinicamente la questione cecena. Dopo una serie di attentati che colpirono la stessa Mosca, attentati di oscura matrice almeno quanto alcuni che hanno suscitato fondati interrogativi in Occidente, in cui forse manine e manone dei servizi segreti hanno avuto un ruolo, Putin proclamò davanti alle telecamere che avrebbe «scovato i terroristi perfino nel cesso». Assurse alla statura di grande capo con queste parole e queste abili pratiche propagandistiche.

    Sulla scomparsa di alcuni giornalisti critici verso il suo potere, si addensano sospetti mai del tutto fugati.

    Ha liquidato con maniere spicce alcuni oligarchi che gli facevano ombra, mentre ne ha innalzato altri che gli facevano comodo. Anche nella gestione della vicenda ucraina ha mostrato spregiudicatezza e cinismo. La popolazione russofona delle regioni orientali sarebbe stata piegata in pochi giorni dal pur scalcagnato esercito di Kiev se non ci fosse stata l’intromissione di soldati russi senza divisa e di armi russe. In omaggio al nobile principio dell’ “autodeterminazione dei popoli”, spesso proclamato ma raramente osservato, sarebbe giustificabile il distacco della minoranza russofona da Kiev, ma l’osservanza rigorosa di quel principio ovunque, sconvolgerebbe il quadro politico. Per esempio in Bulgaria c’è un’importante minoranza turca. Ne facciamo un altro staterello indipendente? Uniamo quelle popolazioni alla Turchia, creando un altro focolaio di guerra in Europa? In Romania e Serbia vivono minoranze ungheresi. Facciamo un altro stato indipendente, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero? Si potrebbe continuare a enumerare casi di questo tipo.

    Dunque, Putin si è mosso in modo spregiudicato anche in Ucraina. Non è il Buono di uno schema che voglia opporsi a Hollywood assumendone la logica.

    D’altra parte, se c’è qualcuno che non avrebbe il diritto di protestare, costoro sono i responsabili delle nazioni di Occidente e della NATO. Autoproclamandosi “la comunità internazionale”, bombardarono Belgrado per costringere la Serbia a rinunciare a una sua provincia, il Kosovo. Precedente gravissimo, avvertito subito come tale dai pochi che non hanno portato il cervello all’ammasso. Si faceva strame di ogni traccia di diritto internazionale, in particolare quella “non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi” che sarebbe l’unica via per prevenire le guerre. Bisogna usare i verbi al condizionale perché anche quel principio è solo una bella frase, che raramente nella storia ha trovato riscontro nei fatti.

    La realtà vera è che in politica, e in particolare nella relazione fra Stati, vige l’unica regola della legge del più forte.

    L’Occidente non ha alcun diritto di indignarsi per i comportamenti di Putin, non solo per il precedente del Kosovo e per una serie di aggressioni sulla base di pretesti menzogneri. Non può farlo anche perché ha cavalcato e provocato i disordini in Ucraina per escludere la Russia dalla Crimea, quindi dal Mar Nero e in ultima analisi dal Mediterraneo, come ritorsione allo smacco subìto per opera di Putin in Siria. A gioco sporco si risponde con gioco sporco, quando i rapporti di forza, l’unica cosa che conta al di là dei bei princìpi mai osservati, sono cambiati.

    La demonizzazione di Putin era iniziata prima che esplodesse la questione ucraina. I capi dell’Occidente, escluso Letta che forse per questo ha pagato un prezzo, non andarono a Soci in occasione delle Olimpiadi invernali proprio in segno di protesta, accampando motivi del tutto pretestuosi, come una legge che si limitava a proibire la propaganda in favore dei gay in presenza di minori. L’evidenza è che Putin disturba solo perché vuole sottrarre il suo Paese al dominio imperiale.

    Del resto, volendo tornare a qualche pallida giustificazione di diritto, hanno più ragioni storiche le pretese russe sull’Ucraina (fra l’altro la prima capitale della Russia fu proprio Kiev) che quelle albanesi sul Kosovo, in cui solo di recente si era andata costituendo una maggioranza di lingua albanese. E la resistenza russa a una pretesa di dominio mondiale da parte dell’imperialismo anglo-americano è una causa che merita considerazione e sostegno.

    Concludendo, siamo con Putin non perché sia il Buono, ma per considerazioni di natura storica e di contingenza politica. Tutto qui. Non è la Sfida all’O.K. Corral, non è il pistolero buono che elimina il malvagio. Lasciamo questa rozzezza alla robaccia che ci viene da oltre Oceano, alluvione di spazzatura.

    Luciano Fuschini
    giovedì
    ott232014

    Rassegna stampa di ieri (22/10/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Storia e Controstoria

    giovedì
    ott232014

    Juncker da cabaret. Ma non fa ridere

    C’è da scommetterci: a Jean-Claude Juncker, che a inizio novembre prenderà il posto di Barroso alla guida della Commissione europea, sarà sembrata proprio una gran bella frase. Una di quelle che dovrebbero raccogliere un applauso a scena aperta, se pronunciate di fronte a un vasto pubblico di cittadini creduloni, o almeno degli sguardi ammirati, se proferite davanti alle platee assai più ristrette, ma assai più qualificate, delle conferenze stampa.

    La UE «deve avere anche un'altra “tripla A”, quella sociale, altrettanto importante di quella economica».

    Che parallelo suggestivo! Evocare le categorie tipiche, e aride, e sempre un po’ minacciose, delle agenzie di rating per lanciare invece un messaggio solidale, generoso, quasi palpitante. A monsieur Juncker, che tra le tante altre cariche ottenute è stato via via governatore della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, sarà parso di sfiorare la poesia. Le ragioni del cuore che per una volta non si contrappongono a quelle della ragione ma vi si intrecciano, in un’affascinante ghirlanda.

    Affascinante sì, ma tutt’altro che giocosa. Quel nobile obiettivo non è certo lì a portata di mano, come un fiorellino già sbocciato che aspetti solo di essere colto. Mais non, mes amis. Juncker, per quanto sensibile, sa benissimo di doversi mantenere severo, e infatti non ha mancato di sottolinearlo: «Invito i colleghi che criticano l'austerità ad abbandonare l'idea che si possa crescere con deficit e debito. Non è così. Se così fosse oggi l'Europa conoscerebbe la più alta crescita al mondo, e così non è». Qualcuno non ha afferrato l’antifona? Ecco pronta la versione “for dummies”: «Si è parlato molto di patto di stabilità senza rifletterci molto. Voglio essere chiaro, le regole non si cambiano e vanno interpretate secondo quanto indicato dal Consiglio europeo a giugno. Vanno interpretate con quel margine di flessibilità consentito dal Trattato e dai testi giuridici, quindi non ci saranno svolte drastiche».

    La vagheggiata “tripla A” del sociale resta dunque una meta lontanissima. Una sorta di ideale al quale tendere (anzi: al quale far credere che si tenda) proseguendo tuttavia nel segno delle politiche rigorose che stanno falcidiando allo stesso tempo i patrimoni nazionali, attraverso le privatizzazioni, i diritti e i redditi dei lavoratori, tramite la rimozione sistematica delle precedenti conquiste sindacali, e i modelli di welfare, in nome della spiacevole, ma oggettiva, carenza di fondi pubblici da destinare alla bisogna.

    È l’architrave della strategia con cui si sta gestendo la crisi, ammesso e non concesso che nel medesimo disegno non rientrino anche le dinamiche che hanno determinato la debacle finanziaria del 2007-08. È l’alibi permanente dello stato di necessità, e di emergenza, che costringe le autorità politiche ed economiche a imporre le pesantissimi misure che abbiamo già visto, e che continueremo a vedere negli anni, o nei decenni, a venire.

    È la “crisi-terapia” di matrice bancaria: per sperare, o illudersi, di tornare al luminoso passato del consumismo di massa, bisogna attraversare l’interminabile e oscuro tunnel delle privazioni. Buon viaggio, pecorelle europee. La tosatura proseguirà strada facendo e in un modo o nell’altro la lana accumulata sarà ancora abbondante. Magari non proprio da “tripla A”, ma buona quanto basta a soddisfare i vostri solleciti allevatori.

    Federico Zamboni  
    mercoledì
    ott222014

    Teatro dell'Opera: la storia torbida dei licenziamenti (altro che indennità fantasiose)

    Sulla vicenda del licenziamento di quasi duecento artisti del Teatro dell’Opera di Roma aleggiano più fantasmi che certezze. Ed enormi ragionevoli dubbi. Non è certo neanche il fatto stesso che riguarda il loro licenziamento, nel senso che per come è stato annunciato ci sono seri indizi di incostituzionalità che prima o poi dovranno pur essere affrontati. Nel frattempo si brancola nel buio, complice anche una ormai ampia casistica di articoli di stampa sciatta se non proprio scorretta e con il sospetto di una vera e propria azione di convincimento, per quanto attiene all’opinione pubblica, per veicolare la necessità di questi licenziamenti.

    L’ultimo aggiornamento riguarda una interrogazione parlamentare di Sel nella quale, giustamente, la senatrice Alessia Petraglia chiede a Dario Franceschini, Ministro di beni e attività culturali, di «revocare il licenziamento dell’orchestra e del coro del Teatro dell’Opera». Secondo la senatrice, «l’articolo 18 non è stato ancora abolito, eppure ci troviamo di fronte all’ennesimo attacco ai lavoratori in cui le responsabilità di altri, in questo caso delle cattive gestioni economiche delle diverse amministrazioni che si sono succedute alla guida della Fondazione, ricadono su 182 orchestrali».

    Il punto è esattamente questo: che il buco in bilancio ci sia non è in discussione, in discussione sono semmai il motivo e le responsabilità di tale buco (oltre alla vera entità, ancora sconosciuta), ma ancora prima di accertarne natura e motivazione, si è pensato di usare la mannaia sulla parte produttiva della Fondazione, cioè su orchestra e coro, che sono il cuore del soggetto.

    Gli indizi che si tratti di una operazione sconcertante ci sono tutti, e il fatto che tanti giornali allineati si siano dedicati alla causa con articoli volutamente diffamatori nei confronti degli artisti ne è una prima conferma.

    I primi temi sui quali è doveroso fare chiarezza sono almeno tre, e poi c’è bisogno di interrogarsi su un macro tema di fondo attinente a tutte le realtà come il Teatro dell’Opera.

    Intanto si deve andare a vedere sul serio a quanto ammonta il buco in bilancio. In secondo luogo cercare di capire quali sono le responsabilità, cioè da dove deriva sul serio questo buco. E quindi fare un po’ di chiarezza sulle vergognose imprecisioni che sono state scritte per screditare quelli che al momento sono stati ritenuti i responsabili di tutto, cioè gli artisti. Parliamo, in quest’ultimo caso, delle esilaranti commedie che sono state scritte e vendute all’opinione pubblica in merito ai sedicenti privilegi dei professori d’orchestra e degli artisti del coro (si chiamano così, i professionisti che lavorano nelle Fondazioni musicali, non “orchestrali”).

    Partiamo da quest’ultimo punto, perché smontare una a una le idiozie che sono state scritte è un gioco da ragazzi. Ed è utile per evitare di credere supinamente alla vulgata che si sta cercando di far percepire come reale.

    Dunque i privilegi. Quelli che hanno destato più scalpore, e hanno inviperito le penne di tanti editorialisti innescando facili battute nell’opinione pubblica sono i seguenti: indennità vestiario, indennità strumento, indennità umidità. 

    Queste soprattutto hanno solleticato maggiormente le fantasie, ed è dunque operazione di norma igienica spiegarle sul serio.

    L’indennità vestiario riguarda una modesta voce, in busta paga agli artisti, che è presente in tutte le orchestre del mondo. Fatto salvo nei casi in cui il vestiario viene consegnato a orchestra e coro dall’istituzione (alla Scala di Milano, ad esempio, il vestiario è una spesa in bilancio). Per tutte le altre orchestre del mondo che hanno l’obbligo - da contratto: l’obbligo - di vestire in un certo modo, sono i musicisti che devono pensare da sé a comperare l’abbigliamento. Per l’orchestra del Teatro dell’Opera si tratta di frac, gemelli, scarpe da sera e tutto ciò che concorre al “costume” di scena. Ora, per qualsiasi lavoro del mondo che comporta l’obbligo di indossare una divisa, essa viene consegnata dall’azienda. Dottori e infermieri in ospedale indossano una divisa. Operatori ecologici anche. E anche i metalmeccanici, o gli agenti di Polizia. Questa divisa viene loro consegnata. Per gli artisti del Teatro dell’Opera invece funziona con l’indennità. Ecco tutto.

    L’indennità strumento, poi, è ancora più facile da spiegare. Qualsiasi lavoratore del mondo che lavora presso una azienda non è che si porta lo strumento del suo lavoro da casa, o no? Non è che chi lavora in fabbrica si porta i propri macchinari personali in azienda, oppure il medico che fa le radiografie il proprio macchinario RX, o ancora, più semplicemente, un impiegato che lavora con il computer si porta in ufficio il suo pc personale. E allora, un violino professionale costa dai 20 ai 300 mila euro. E ogni professore d’orchestra ha il suo strumento, che porta avanti e indietro da casa al lavoro. E che va mantenuto: corde, crini per l’arco, spalliere, ma anche le ance per i fiati, le scollature, le registrazioni e la sostituzione di parti soggette a usura.

    Ecco la famosa indennità strumento in busta paga, che consta peraltro di pochi altri spiccioli ogni mese.

    E veniamo all’indennità spettacoli all’aperto. Un violino del 700 che “lavora” una intera stagione all’aperto - ad esempio, sì, a Caracalla - necessita, alla fine delle rappresentazioni, di essere portato dal liutaio, perché le condizioni climatiche nelle quali ha operato gli sono dannose. Costo del tagliando per rimetterlo in sesto: circa 300 euro. Appare così strano, adesso, che in busta paga vi sia qualche euro ogni mese per concorrere alle spese di questa operazione che la Fondazione non copre in sé ma delega a ogni singolo artista di effettuare?

    Inutile insistere, speriamo, eppure c’è chi ha detto che se il tutto è vero, è però anche vero che tali indennità siano in alcuni casi previste anche per gli amministrativi del Teatro dell’Opera. Appunto: è tema di approfondimento sul settore dirigenziale, questo, al quale, questa volta sì, si dovrebbe chiedere conto. Senonché, come abbiamo visto nei giorni scorsi, si copre di ignominia (e si licenzia) solo la parte che di queste indennità ha tutto il diritto. Non pare strano?

    Ma infine i salari degli artisti. Buste paga mostruose che, comprese tutte le indennità, arrivano difficilmente a 2000 euro. Troppo alte? Ognuno può rispondere da sé: professionisti che per arrivare a fare musica al Teatro dell’Opera hanno studiato per venti o trenta anni - con studi costosissimi, peraltro - che hanno vinto concorsi internazionali per poter essere assunti e che per mantenersi ai livelli di eccellenza che un tale lavoro comporta devono continuare a studiare e a migliorarsi incessantemente. Sono troppi 2000 euro al mese per un lavoro del genere?

    Si dice: lavorano non più di qualche ora al giorno. Falso: è chiaro che una rappresentazione non dura più di qualche ora, ma dovrebbe essere altresì chiaro che per arrivare a esibirsi in tale circostanza si debba studiare molte più ore, ogni giorno. Altrimenti sarebbe come pagare un chirurgo, in ospedale, solo per le ore che effettivamente passa in sala operatoria. Oppure un giornalista che si occupa di una inchiesta solo per le ore che meccanicamente richiede il digitare un articolo di due cartelle.

    Ecco: un musicista al Teatro dell’Opera guadagna la cifra che abbiamo detto, e che comprende tutte le voci sulle quali si sta discettando in questi giorni. Per come sono chiamate le indennità si può pensare al ridicolo, e probabilmente la formula contrattuale di questo tipo di lavoratore è farraginosa e bizantina, come in tante altre circostanze in Italia, ma di questo stiamo parlando: salari attorno ai 2000 euro al mese. Per degli artisti d’eccellenza.

    Quando ognuno di noi acquista un biglietto d’aereo si accorge che al prezzo finale concorrono varie voci altrettanto curiose, come il supplemento carburante, le tasse aeroportuali e magari i diritti di agenzia, ma alla fine ciò che conta è il prezzo finale, o no?

    O anche quando si paga una qualunque bolletta: importo, tasse, spese di invio, surplus una tantum o “quota comodato d’uso apparecchiature”. Ciò che conta è sempre il totale. E il totale della busta paga di questi lavoratori è quello, indipendentemente dalle voci che lo compongono.

    La musica che viene fuori da questa vicenda dovrebbe a questo punto essere molto più nitida, almeno per quanto attiene ai salari di chi è stato additato per il dissesto del Teatro dell’Opera e che è in procinto di pagare, con il licenziamento, per colpe che non sono sue.

    Le responsabilità del dissesto della Fondazione sono dunque ovviamente altrove. E cercheremo nei prossimi giorni di andarle a snidare.

    Valerio Lo Monaco

     

    (1 - continua)

    martedì
    ott212014

    TTIP: il super Trattato super dannoso

    TTIP: Transatlantic Trade and Investment Partneriship. Fino a qualche giorno fa, con la scusa implicita che se ne stanno ancora definendo i termini esatti, se ne è parlato troppo poco, in modo che la stragrande maggioranza dei cittadini ne restasse all’oscuro. E solo ultimamente, a causa dell’esigenza di accelerare i tempi e giungere all’accordo definitivo tra USA e UE, la questione è parzialmente uscita dall’ombra ricevendo un po’ di attenzione mediatica in più.

    Anche se poi, come al solito, la qualità di questa attenzione lascia spesso a desiderare, privilegiando le dichiarazioni entusiastiche di Renzi, che si è proclamato «un convinto sostenitore» del Trattato, rispetto alle enormi insidie che vi sono contenute. Ancora più che in altre occasioni, infatti, il TTIP costituisce un attacco brutale e strategico alla sovranità nazionale e al concetto stesso di democrazia come difesa degli interessi generali del popolo contro gli abusi di qualsivoglia oligarchia, subordinando ogni futura decisione da parte dei governi agli interessi degli investitori. In pratica, ma anche sul piano giuridico, l’annichilimento della politica a tutto vantaggio dell’economia. Anzi del liberismo. Anzi dell’iper liberismo modellato sulle convenienze delle multinazionali che mirano solo al massimo profitto e che, perciò, pretendono di godere di una libertà d’azione tendenzialmente illimitata.

    La norma-capestro è la seguente, e tanto per sgombrare il campo da qualsiasi eventuale sospetto di riportarla in maniera poco obiettiva ne citiamo la sintesi formulata nel marzo scorso da Aspenia on line, ossia dalla versione web della rivista edita dall’Aspen Institute: «La clausola di protezione degli investimenti (investor-state dispute settlement, ISDS), permetterà agli investitori privati di citare in giudizio i governi nazionali presso una corte d’arbitrato, nel caso in cui gli investitori ritengano che nuove leggi locali minaccino i loro investimenti».

    L’idea è già assurda di per sé, visto che si basa sul presupposto che le normative non debbano mai contrastare gli interessi delle imprese (quando invece è sacrosanto l’esatto contrario: gli interessi delle imprese, e a maggior ragione delle multinazionali, non devono mai ostacolare la tutela legislativa del bene comune), ma ad accrescerne la pericolosità c’è la natura delle “corti d’arbitrato” che dovrebbero pronunciarsi sulle controversie. Come ha ben spiegato Report nell’ultima puntata, incentrata appunto sul TTIP e intitolata Il segreto sul piatto, tali organismi sono di carattere privato e non prevedono come motivo di incompatibilità dei “giudici” il fatto che essi abbiano lavorato alle dipendenze delle stesse aziende, o di altre appartenenti al medesimo fronte del turbo capitalismo, che intentano causa agli Stati. Tuttavia, la Commissione UE minimizza e sostiene che «l’esistenza di una tutela degli investimenti e di disposizioni ISDS non impedisce in sé che i governi adottino leggi particolari né impongono l’abrogazione di determinate leggi. Al massimo, può portare al pagamento di un risarcimento».

    Ma il punto è l’entità di questo risarcimento. Laddove il suo ammontare fosse particolarmente cospicuo – e l’ipotesi è tutt’altro che peregrina, basti pensare soltanto agli immani fatturati di un settore come l’alimentare, in cui l’approccio europeo è di gran lunga più restrittivo rispetto a quello che domina negli USA – esso diventerebbe un autentico spauracchio, specialmente in presenza di conti pubblici già gravati da debiti immensi e di economie in stagnazione, o peggio. Del resto, proprio la crisi in corso, che essendo strutturale sta cambiando in via definitiva le società occidentali, viene strumentalizzata per accreditare il TTIP come una potentissima occasione di rilancio della produzione e delle esportazioni.

    Renzi dixit: «La globalizzazione non è un male per l'Italia, ma è una straordinaria opportunità».

    Bisognerebbe rispondergli con una sollevazione popolare. E la lotta contro questa spaventosa “partnership” di matrice statunitense, che per ora è osteggiata principalmente dall’iniziativa Stop TTIP Italia, dovrebbe diventarne un cardine.

    Federico Zamboni
    martedì
    ott212014

    Chi è l'infame? Daniele Luttazzi

    lunedì
    ott202014

    La troika è già tra noi

    Ma insomma appare veramente normale che l'uomo che ha operato i tagli relativi alla spendig review nel nostro Paese torno poi a fare il lavoro che faceva prima, e nello specifico alle dipendenze del Fondo Monetario Internazionale?

    Possibile che sul serio non si capisca come un conflitto di interessi serpeggi in modo così chiaro e allo stesso tempo gli italiani, pronti a stracciarsi le vesti per qualsiasi cosa di poco conto, non trovino poi neanche la capacità di cogliere una situazione così paradossale e non si trovi una persona che sia una, neanche nella cloaca di facebook, per sollevare qualche ragionevole dubbio?

    Carlo Cottarelli, finito il lavoro per il Governo Renzi sfociato nell'indicazione dei 15 miliardi di tagli all'interno della Legge di Stabilità 2015, fa insomma fagotto, lascia non senza qualche polemica l'Italia, e torna a Washington, alle dipendenze dell'Fmi. Tutto normale? Tutto nella norma?

    A noi non sembra affatto. Colui che venne scelto dall'alto, ovvero per chiamata diretta, senza alcuna possibilità di consultazione popolare, per intervenire chirurgicamente in uno degli organi interni del nostro Paese, in una operazione praticamente a cuore aperto, è poi la stessa persona che lavora per un organismo che ha nel suo motivo di esistere una missione diametralmente opposta a quella che invece è propria di uno Stato.

    Il Fondo Monetario Internazionale lavora per le aziende transnazionali, per gli interessi privati di queste, per l'economico, il finanziario e il mercatismo, mentre chi opera per un Paese che si vuole sovrano dovrebbe operare per il sociale, per l'economia reale e per il bene pubblico.

    Carlo Cottarelli, beninteso, non è il solo caso in questione. Ed è certo che di tagli agli sprechi il nostro Paese ha un disperato bisogno. Di altri casi è pieno, cioè è la norma, il mondo. Da Mario Draghi che da Goldman Sachs è passato poi alla Banca Centrale Europea e, per rimanere al caso italiano, da Mario Monti che nel 2010 è stato presidente europeo della Commissione Trilaterale (gruppo di interesse fondato da David Rockfeller) e membro del comitato elettivo del Gruppo Bilderberg. Non solo, tra il 2005 e il 2011 è stato international advisor per Goldman Sachs e membro del "Senior European Advisory Council" per l'agenzia di rating Moody's. Per poi finire, quasi manu militari e con l'appoggio incondizionato di Giorgio Napolitano, a dirigere uno dei governi italiani che più di altri, tra il suo operato e quello della Fornero (quest'ultima un passato tra Intesa Sanpaolo, Confindustria e la World Bank) ha praticamente spianato la strada allo smantellamento sociale che stiamo vivendo.

    Sono solo due nomi, i più recenti, di una lista lunghissima, tra Presidenti del Consiglio, Ministri e Sottosegretari e Consulenti tecnici dei vari governi degli ultimi decenni per portare qualche esempio.

    La sostanza è sempre la stessa: esponenti di spicco di quel mondo lobbistico e finanziario, speculativo, a trazione statunitense e dunque votati da sempre al conseguimento del massimo profitto per le grandi aziende private transnazionali che vengono poi installati nei posti chiave dei vari Paesi per risolvere i problemi interni relativi al pubblico, al popolo. In qualità di "tecnici", e si sa bene di quale ambito, con quali mansioni, con quali obiettivi, passano dal privato al pubblico per poi tornare ovviamente al privato e magari ottenere qualche ulteriore scatto in avanti, in carriera, dopo aver "prestato servizio", a favore di chi è facile immaginarlo oltre che verificarlo di giorno in giorno sulla nostra pelle, in quei pochi mesi di lavoro nel settore pubblico.

    Possibile che vada tutto bene, all'italiano medio? Possibile che continui ancora a votare per esponenti e partiti politici che poi, una volta al governo, non fanno altro che mettere la cosa pubblica nelle mani di questi "inviati" della speculazione privata?

    E certo, prima che si levi la prima manina alzata, certo che di tagli agli sprechi ce ne è bisogno. Certo che le Regioni (per dirne solo una) oggi in combutta con Renzi per le indicazioni contenute dentro la manovra, debbano tagliare tutti gli illeciti (sotto forma di sprechi, di consulenze, di peculato di vario tipo) che hanno accumulato negli anni. Basti pensare al caso siciliano, così come è facile immaginare si debba fare in qualsiasi settore della cosa pubblica. Ma che sia una persona che ha nella missione di vita di tutto il suo lavoro quello di fare gli interessi del privato a decidere poi cosa debba avvenire a livello anche pubblico, è come nominare il capo d'impresa anche a rappresentante dei lavoratori dell'azienda.

    Quella di Carlo Cottarelli è solo l'ultima parabola nota: dall'Fmi all'Italia e ritorno.

    Per tutti quelli che non credono che la troika possa sul serio arrivare a governarci. Per tutti quelli che non hanno capito che la troika ci governa già.

    Valerio Lo Monaco 

    lunedì
    ott202014

    Grecia e Italia, l'oggi e il domani

    La nuova crisi greca è la dimostrazione che le cure imposte dalla Troika (Fondo monetario internazionale, Bce e Commissione europea) stanno ammazzando il malato. 

    Certo, è indubbio che i governi che si erano succeduti al potere prima del crollo (socialisti e conservatori) avessero truccato i conti pubblici (con l'aiuto, peraltro dimostrato, gentilmente offerto dalla Goldman Sachs) al fine di ottenere il via libera all'entrata nel sistema dell'euro. Ma resta il fatto che l'austerità imposta alla Grecia ha finito per devastare il sistema economico e sociale. Un traguardo facilmente prevedibile da qualunque osservatore accorto, ma che non ha impedito alla tecnocrazia di imporre i propri metodi, già sperimentati altrove, e di trovare governi “collaborazionisti” pronti ad applicarli. 

    Del resto come poteva uscire dalla crisi un Paese come la Grecia che la cui economia è basata sull'agricoltura, sul turismo e sulla cantieristica navale? Quindi settori che non assicurano un grande reddito ed entrate tali da abbassare il debito record e il disavanzo. Una debolezza strutturale che  è stata poi aggravata dalla recessione economica in corso e della quale non si riesce ad intravedere la fine. 

    Le tensioni in atto sui mercati finanziari, con il rialzo degli interessi (ora a quasi il 9%) sui titoli greci, e di conseguenza dello spread rispetto ai Bund tedeschi, al di là delle speculazioni che sono sempre presenti, rappresentano l'emergere di timori concreti che già covavano da tempo. Investitori e speculatori vari sono rimasti scossi non soltanto dai fallimentari risultati ottenuti dall'economia greca, quanto dalla concomitante diminuzione della liquidità pompata a piene mani sia dalla Bce che dalla Federal Reserve nel sistema economico. Il tutto a fronte di tassi di interesse bassissimi praticati sia dalla Bce che dalla Fed. 

    Aiuti che in realtà sono stati un aiuto offerto esclusivamente alle Banche, le uniche che, attraverso l'acquisto di titoli pubblici, sono in grado di assicurare una tregua finanziaria sui mercati. 

    La crisi greca rappresenta in ogni caso un chiaro monito anche per l'Italia, oberata da un debito pubblico del 135% e da un disavanzo altalenante sopra e sotto il tetto del 3% sul Pil, imposto dal Patto di Stabilità. Un segnale d'allarme confermato anche dal commissario europeo all'Economia, il finlandese  Jyrki Katainen, che allo stesso modo del suo predecessore e connazionale Olli Rehn, ha assicurato che l'Unione europea sosterrà la Grecia ma che i governi dovranno continuare con le “riforme”. Ovviamente quelle “strutturali” come la riforma del mercato del lavoro all'insegna della flessibilità e del precariato. Dovranno farlo l'attuale governo e quelli futuri, visto che si riparla insistentemente di elezioni generali che dovrebbero logicamente registrare il successo delle formazioni anti-euro di sinistra e di destra. 

    L'Unione, ha spiegato Katainen, intende agire affinché la Grecia sia capace di raccogliere fondi sul mercato e perché vi abbia pieno accesso. I greci hanno fatto progressi “immensi”, ha concesso il tecnocrate, a cui avviso Atene avrebbe «voltato l'angolo». A smentire l'ottimismo di Bruxelles è il dato sul debito pubblico della Grecia (il 180% sul Pil) che lascia ben poche speranze sul suo futuro economico.  

    L'intervento dell'Unione sembra quindi, in buona sostanza, il classico avvertimento dato alla nuora (la Grecia) perché la suocera (l'Italia) intenda. Specie in una fase come questa nella quale Renzi incontra sempre maggiori difficoltà nel fare passare ed imporre la sua politica economica. Che in realtà è quella che gli hanno chiesto la Merkel e i vari organismi internazionali, alfieri del libero mercato e della più totale libertà di azione offerta alle Banche e alla finanza internazionale. In tal senso, uno come Padoan (ex dirigente dell'Ocse) rappresenta una garanzia per quei poteri. Resta il fatto che anche l'Italia, al pari della Grecia, rischia il commissariamento. Se questo non è ancora successo è soltanto per il disastroso effetto domino che si innescherebbe e che potrebbe provocare anche la stessa fine dell'euro.  

    Irene Sabeni

    venerdì
    ott172014

    Medio Oriente: tutti contro tutti?

    Quello che sta succedendo in Medio Oriente, con la grande coalizione dei nuovi “volonterosi” contro il Califfato e con tutte le ambiguità, con tutte le contraddizioni e tutti i retropensieri che la minano dall’interno, è molto istruttivo e rivelatore di ciò che probabilmante accadrà su scala molto più vasta.

    Il Califfato fa evidentemente comodo a molti.

    Viene foraggiato dall’Arabia Saudita in funzione anti iraniana, anti sciita, anti Assad. Viene sostenuto dalla Turchia in funzione anti curda e per l’utilità che può avere nel disegno di penetrazione in quello che fu l’impero del sultanato. Fa comodo agli USA perché può offrire il pretesto per insinuarsi in Siria e liquidare Assad, con ciò dando un colpo durissimo all’Iran e in ultima analisi a quella Russia di Putin che sta procurando molti grattacapi all’Impero.

    Bisognerebbe anche chiedersi come mai Israele sembri preoccuparsi di tutto tranne che del Califfato. Eppure quei fanatici potrebbero diventare i mortali nemici di Israele. In realtà i dirigenti sionisti si godono lo spettacolo della disgregazione degli Stati loro confinanti, e delle tribù sunnite e sciite che si scannano anziché unirsi contro lo Stato ebraico. Dal canto suo, il Califfato non si sente affatto una pedina né dell’Arabia Saudita, né della Turchia, né tantomeno di Israele e degli USA.

    I combattenti dello Stato Islamico odiano l’Occidente, decapitano occidentali a cui impongono camicioni di colore arancione come quelli dei musulmani seviziati a Guantanamo. Si preparano a minacciare anche i loro sponsor.

    A completare e complicare il quadro, si deve rilevare che in fondo il Califfato fa comodo anche alla Siria di Assad, e quindi a Iran e Russia.

    Infatti nel loro fanatismo folle e forse stimolato  da droghe, i guerrieri del Califfo si scagliano ferocemente pure contro gli altri gruppi che combattono l’esercito siriano, compresi quelli che si ricollegano ad Al-Qaeda. Assad ne sta traendo un indubbio beneficio.

    Inoltre infieriscono contro i curdi, nemici sia della Turchia sia del governo di Damasco, e combattuti pure dall’Iran. Insomma, il Califfato fa comodo a tanti, ma sono quegli stessi per i quali rappresenta una minaccia.

    Questo quadro caotico, attraversato da contraddizioni non componibili, prefigura lo scenario più probabile della grande guerra mondiale che si sta preparando.

    Non si deve pensare che sarà lo scontro fra due schieramenti granitici e nettamente contrapposti: da una parte la NATO, Israele e gli alleati asiatici degli USA, dall’altra parte i BRICS, l’Iran e alcuni Paesi dell’America Latina.

    Ci sono profonde linee divisorie anche all’interno dei due schieramenti ipotizzati. Stiamo già assistendo a qualcosa di impensabile: il Vietnam alleato degli USA. I nemici dei miei nemici sono miei amici, anche quando i nuovi amici in tempi recenti hanno ucciso milioni di miei concittadini, hanno fatto nascere migliaia di bambini deformi a causa dei defolianti chimici che hanno inquinato la mia terra. Ora la Cina è per il Vietnam più minacciosa degli USA, quindi i nemici di ieri sono gli amici di oggi.

    Sarà piuttosto una guerra fra alleanze a geometria continuamente variabile.

    Sarà una mischia generale, una guerra di tutti contro tutti, fra nazioni ma anche all’interno delle nazioni.

    A meno che la tentazione di un colpo decisivo preventivo attraverso una tempesta di missili con testate nucleari, non trasformi rapidamente il pianeta in un ammasso di rovine fumanti veleni radioattivi.

    Allora non ci sarebbe spazio né tempo per le geometrie variabili e i calcoli sulla pelle delle tribù inferocite.

    Allora sarebbe il Tempo dello svelamento, dell’inveramento delle profezie antiche.

    Luciano Fuschini
    venerdì
    ott172014

    Il più grave pericolo per la civiltà non è l'Isis ma la scienza

    venerdì
    ott172014

    Rubygate: ecco le “motivazioni” che assolvono Silvio

    Coincidenze, come no? L’assoluzione in appello di Berlusconi, che è arrivata il 18 luglio scorso e che nel giro di un anno ha completamente ribaltato la condanna di primo a grado a ben sette anni (e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici), è solo frutto del libero convincimento dei giudici e non ha nulla, ma proprio nulla, a che fare con il suo riposizionamento politico dall’autunno 2011 in poi.

    Niente a che vedere né con le sue dimissioni da presidente del Consiglio, che permisero a Napolitano di rimpiazzarlo con Mario Monti, né con quel progressivo auto depotenziamento che ha spianato la strada al successo di Matteo Renzi, accreditando quest’ultimo come “l’unica alternativa” al tracollo nazionale e consentendogli di raccogliere molti voti anche dall’elettorato di centrodestra.

    Le motivazioni della sentenza sono state depositate ieri e si apprende che, secondo i magistrati che le hanno redatte, i fatti contestati sono sostanzialmente avvenuti come già si sapeva – dalla telefonata alla Questura di Milano per far sì che Ruby fosse affidata a Nicole Minetti, ai festini di Arcore con numerose ragazze che andavano lì a compiere attività sessuali variamente assortite ma equivalenti alla prostituzione – e tuttavia non configurano alcun reato. Da un lato, non vennero esercitate intimidazioni o minacce nei confronti di Pietro Ostuni, il capo di Gabinetto della Questura milanese, che pure ha «inizialmente peccato di eccessivo ossequio e precipitazione, condizionato – se non addirittura preoccupato – dalle possibili conseguenze della ventilata parentela della giovane con Mubarak»; dall’altro, non sussiste un «adeguato supporto probatorio» riguardo al fatto che Berlusconi sapesse che all’epoca la “nipotina di Mubarak” era ancora minorenne.

    Insomma: abuso sì, ma non crimine, il far pesare su un funzionario pubblico la propria autorità di capo del governo nazionale; vecchio puttaniere sì, visto che a settant’anni suonati usava donne giovani o giovanissime per soddisfare a pagamento la propria lussuria, ma a norma di legge, stante che la generalità delle servizievoli fanciulle era maggiorenne e l’unica al di sotto della fatidica soglia lo era, ohibò, a insaputa dell’anziano, ma vispo, “utilizzatore finale”.

    Stando così le cose, va a finire che bisognerà scusarsi con il povero Silvio e magari anche con i suoi sostenitori/fan/leccaculo, pregandoli di voler essere magnanimi e accontentarsi, dopo il lungo penare a fronte di accuse tanto infamanti quanto infondate, della vittoria conquistata in seconda battuta. E se poi le scuse collettive non basteranno, si potrà aggiungere una targa commemorativa che ricordi a tutti, a cominciare dagli improvvidi colpevolisti, la riconquistata (se non proprio fulgida) innocenza del leader.

    Dove installare la lapide? Ipotesi uno: davanti al Tribunale di Milano. Ipotesi due: davanti alla sede romana del Pd, in via del Nazareno. Dove, per pura coincidenza, è stato stretto l’omonimo patto tra (san) Silvio e (san) Matteo.

    Federico Zamboni
    giovedì
    ott162014

    Renzi e la manovra "col botto" (letteralmente)

    Come era facile immaginare, anche in occasione della presentazione della Legge di Stabilità, il governo Renzi ha impugnato il megafono per urlare e alzare la posta.

    Il documento appena annunciato è presente al momento su tutti i siti di informazione. Si tratta di un elenco di misure e di cifre che è impossibile da commentare a fondo, visto il carattere attuale di mero annuncio. Ma anche solo a prima vista, salta immediatamente all’occhio che si tratta di cifre tanto grandi dal rendere impossibile anche solo pensare a una loro reale applicazione.

    Valga solo uno dei punti più esilaranti, sul quale si regge poi buona parte dell’impalcatura generale di questa manovra: il governo ha messo nero su bianco che il rapporto tra deficit e Pil sarà del 2,9%: così facendo ha conquistato 0,7 punti di spazio finanziario in più rispetto al 2,2% inizialmente indicato. In soldoni, si tratta di circa 11 miliardi di euro che si potranno andare a raccogliere sui mercati, generando deficit aggiuntivo ma non intaccando il parametro del 3% voluto dall'Europa." 

    Le parole chiave per capire il trucco sono le prime: “il governo mette nero su bianco”. Cosa? Una previsione. Noncurante di tutte quelle sino a ora sbagliate, in merito al Pil dell’anno in corso e al suo rapporto col debito, il Governo si arroga il diritto non solo di fare una previsione tanto importante per il 2015, ma addirittura di incardinarci sopra una buona metà della manovra. Che ha un totale di 36 miliardi.

    Si tratta di cifre enormi. Impossibili da raggiungere. Impossibili da andare a pescare da nessun bacino, o tesoretto, di cui l’Italia non dispone da decenni. Solo un anno addietro si è discusso mesi e mesi, in Parlamento, per trovare 4 miliardi in merito all’affare dell’abolizione dell’Imu sulla prima casa. E, sempre che gli italiani se ne siano nel frattempo accorti, anche in quel caso a fronte dell’annuncio di aver poi trovato, alla fine, tale cifra, il tutto si è concepito e realizzato con la sua abolizione ma anche con l’introduzione della Tasi, semplicemente differita di un po’. È notizia di questi giorni, in merito, che la Tasi alla fine, nella maggior parte dei casi, concorre a far pagare tasse sulla casa più alte di quelle che si sarebbero pagate, e che si pagavano a suo tempo, quando invece l’Imu era cosa corrente. In quel caso, visto che di denaro per finanziare l’operazione non ce ne era, il Governo vendette pubblicitariamente una operazione che non è altro che un gioco delle tre carte. Via l’Imu, dentro la Tasi. A somma negativa, per il contribuente.

    Le cose, oggi, non sono cambiate. Perché non è cambiata la traiettoria disastrosa dei conti pubblici. Anzi, semmai questi sono peggiorati, e anche se l’ultima rilevazione sul debito pubblico vede una discesa di 20 miliardi, i livelli di disoccupazione e quelli dei consumi sono arretrati ulteriormente, per non parlare del Pil e del relativo rapporto con il debito sul quale l’Europa è in procinto di chiederci conto.

    Come è possibile allora che oggi, a conti peggiorati, il Governo sia in grado di varare una manovra così ampia e con spese così “folli” per i nostri conti pubblici? Ovviamente non è possibile nei numeri, per un semplice calcolo aritmetico. E ovviamente ciò significa che, posto che agli annunci seguiranno i decreti attuativi, il che è tutto da vedere, il denaro per coprire tale manovra dovrà essere racimolato altrove. Cioè, per dirla in altre parole, rastrellato da una parte delle tasche dei cittadini e poi immesso, in qualche percentuale, da altre parti. Gli ulteriori tagli a Comuni, Province e Regioni - cioè ai servizi al cittadino - ne sono già un assaggio.

    La sola copertura dell’operazione degli 80 euro in busta paga, confermata per il 2015, consta di quasi 10 miliardi. Che non ci sono. E che devono dunque essere raggranellati altrove. Nel complesso, del 36 miliardi della manovra, ben 26 vengono da tagli e da spesa in deficit.

    Come accaduto in passato, i mezzi attraverso i quali qualsiasi Governo può rastrellare denaro sono le tasse. Dirette e indirette. Palesi o mascherate. Visibili e invisibili. Per tasse invisibili intendiamo tutte quelle voci, quei balzelli, che non saltano all’occhio immediatamente, ma che poi concorrono all’esproprio complessivo cui ogni cittadino viene condannato. Un esproprio articolato in varie voci, diversificate, e sparpagliate all’interno di tantissimi ambiti in modo da non essere percepite immediatamente come tanto importanti e impopolari. In modo da non destare immediatamente il sospetto, o la certezza, che una concessione fatta da una parte sia poi vanificata da un prelievo dall’altra.

    Per intenderci, se a fronte degli 80 euro di Renzi fosse stata varata immediatamente una nuova tassa che andava a concorrere per un importo uguale, il bluff sarebbe stato percepito immediatamente, e il gioco mediatico non avrebbe retto. Invece in occasioni del genere - e lo abbiamo visto innumerevoli volte in passato - si concede 50 e si preleva 55, o 60, spalmando il tutto in voci ulteriori di tassazione di non facilissima e immediata identificazione. 

    Ora, posto che i denari necessari alla manovra appena annunciata non ci sono, si tratta di capire dove essi saranno prelevati. Per buona parte, almeno a quanto si sa in queste ore, come abbiamo visto la spesa che il Governo ha deciso di effettuare è in deficit, anche se si è premurato immediatamente di precisare che tale spesa andrà a incidere per alcuni punti di Pil ma sempre rientrando all’interno del tetto del 3% per quanto attiene al 2015. Cosa significa? Lo ribadiamo in parole molto semplici: il Governo scommette su delle previsioni. Scommettendo - letteralmente - che nel 2015 il nostro Pil possa essere in ripresa rispetto al disastro del 2014, il Governo conta di poter investire oggi in deficit, e poi aspettare la crescita per ripagare il tutto, come da previsione.

    Sulle reali possibilità di vincere la scommessa in merito alla crescita del Pil nel 2015 nutriamo qualche dubbio. Non solo perché le previsioni, in merito, sono periodicamente riviste al ribasso rispetto a quelle precedenti, ed è cosa che accade da molti anni, ormai, ma anche perché non c’è un solo indicatore che sia uno in grado di far pensare che il Pil possa riprendere a crescere. Né in Italia né in tutta Europa e men che meno negli Stati Uniti (visti i crolli di ieri?). 

    Ecco, l’Italia sta scommettendo su questo quando a livello europeo persino la Germania, ed è notizia anche in questo caso recente, è costretta ad ammettere forti rallentamenti. In estrema sintesi: scommettiamo di andare più forte dei tedeschi, nel 2015. E ognuno può supporre, a questo punto, ciò che vuole.

    Lo scenario sperato è quello di spendere ciò che non si ha, essendo certi di effetti sulla ripresa economica tanto forte da essere poi in grado di coprire nel 2015 ciò che si va a fare a debito oggi. 

    Lo scenario realistico è invece quello della deriva del “sistema del debito” della nostra società, i cui effetti sono evidenti in ogni parte del mondo, che ha già ampiamente dimostrato di non funzionare. 

    Se si dovesse verificare il primo, tutto a posto, si fa per dire. In caso contrario, delle due l’una: o si sfora pesantemente con il deficit e si aumenta ulteriormente il debito pubblico - con tutto ciò che a livello europeo la cosa comporta - oppure il denaro dovrà essere drenato ai cittadini in altro modo.

    L’annuncio di oggi del Governo Renzi va a nostro avviso letto come una fatale condanna per quello che sarà nel prossimo futuro: un inasprimento delle tasse nella migliore della ipotesi, per esempio mediante l’aumento ulteriore dell’Iva e delle accise, un esproprio con una patrimoniale consistente (e ovviamente più visibile) nell’ipotesi a nostro avviso più probabile, oppure il traghettamento diretto verso il commissariamento da parte della troika.

    L’operazione di Renzi di oggi non va dimenticata, perché dovremo rammentarla, tra qualche mese, come l’innesco di una ulteriore pesante fase di declino del nostro Paese. 

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    ott152014

    M5S: ma basta, con le «scimmie dal culo pelato»

    Stile Madonna, si potrebbe dire. Nel senso della showgirl americana, naturalmente. E, più in particolare, del “mitico” saluto che rivolse al pubblico italiano in apertura dello show del 1987 a Torino, quando esordì con la doppia domanda «Siete pronti? Siete caldi?» per poi prendere atto dell’entusiastico «Sììììììì» dei fan e aggiungere, bontà sua, un trionfale (ma mal accentato) «Ànch’io!».

    Grillo l’ha affrontato così, il suo ruolo di Lider Maximo in occasione della Festa del MoVimento 5 Stelle che si è svolta nello scorso fine settimana al Circo Massimo. Ancora una volta, ha puntato quasi tutto sull’emotività e poco o nulla sull’approfondimento. E benché sia ovvio che comizi e affini non costituiscano lo spazio adatto a esporre tesi complesse, questa elementare verità non può diventare un alibi indiscriminato per, come si dice a Roma, “buttarla in caciara”. A maggior ragione, poi, se lo squilibrio tra forma e sostanza non è affatto l’eccezione ma la regola.

    La forma è trascinante e corre su direttrici chiarissime, che continuano a essere quelle del Vaffa-Day del 2005 e si imperniano, quindi, su una contrapposizione assoluta ai partiti e agli altri poteri che hanno dominato a proprio vantaggio la società italiana; la sostanza arranca e si disperde su traiettorie che sono confuse e spezzate, come d’altronde è inevitabile quando non si faccia riferimento a un progetto economico, e macroeconomico, coerente e compiuto. Stando così le cose, le parole d’ordine abbondano ma le chiavi di lettura scarseggiano. L’entusiasmo si alimenta di sé stesso ma diventa bulimico: più che nutrirsi si ingozza. E rischia continuamente l’indigestione, o l’ubriachezza.

    Grillo, sia per non perdere terreno ai fini elettorali, sia a causa delle ricorrenti turbolenze che attraversano il MoVimento, ha come priorità il rinsaldamento della compattezza interna e cerca di ottenerla galvanizzando gli aderenti e i simpatizzanti, nella speranza che l’effetto duri il più a lungo possibile e si perpetui anche dopo che il suo ultimo comizio-show si è concluso. L’obiettivo non è sbagliato in sé stesso, visto che assai di frequente, e purtroppo, i seguaci sono appunto delle persone che seguono il capo, purché lo vedano stagliarsi, congruamente ingigantito dalla suggestione collettiva, al di sopra di chiunque altro. Ciò che non quadra, e che solleva, o conferma, i peggiori dubbi sulle vere intenzioni di Grillo & Casaleggio, è il fatto che il coinvolgimento emotivo venga inseguito in maniera così rozza, esponendosi ottusamente alle requisitorie sprezzanti di chi, per convenienza o per omologazione, si ostina ad appoggiare l’establishment. Vedi, per citare solo un caso, la ricognizione che ha fatto l’Espresso all’indomani della chiusura della kermesse romana, sotto un titolo che si commenta da sé: «#Italia5Stelle: il peggio del Circo Massimo. Dal tartufo di Grillo alla biga di Casaleggio».

    La domanda da porsi è inequivocabile: credono davvero, i vertici e i sostenitori del M5S, che l’aggressività sia incompatibile con delle analisi degne di tal nome, ed esposte con un frasario, e un immaginario, meno triviali? Credono davvero che perderebbero la loro immagine di nemici irriducibili del “sistema” se la smettessero di usare metafore dozzinali come quella delle «scimmie dal culo pelato»?

    Al Circo Massimo ci si è richiamati, come valori politici fondanti, all’onestà e alla comunità. Benissimo. Peccato, però, che queste siano soltanto delle precondizioni. E peccato che, nel lanciare iniziative come il referendum sull’Euro, non ci si prenda mai la briga di affiancare al proclama di turno degli studi dettagliati sulle conseguenze che ne deriverebbero.

    Qualche “fuck” in meno, e molte “faq” in più, e la credibilità del MoVimento avrebbe tutto da guadagnarci.

    Federico Zamboni
    mercoledì
    ott152014

    Rassegna stampa di ieri (14/10/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Storia e Controstoria

    martedì
    ott142014

    Internet, la "legge bavaglio" non ha il bavaglio

    Al solito si grida allo scandalo, senza aver compreso il tema né averci ragionato più di due minuti. E i titoli dei giornali concorrono ad alzare la palla per chi ha il tiro sempre pronto. Questa volta il tema è quello delle maxi multe per le testate on-line. E si grida al “bavaglio”.

    All’interno della riforma relativa all’ambito delle diffamazioni su internet attualmente allo studio, tra i tanti è stato pubblicato un articolo allarmato su Repubblica (qui).

    I punti più incriminanti sono i seguenti:

    Il carcere non c’è più. E sia. Ma ci sono le multe. Normalmente fino a 10mila euro. Ma fino a 50mila “se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità”.

    Come dire: se si scrive una cosa falsa scatta la sanzione. 

    E poi: 

    Rispondono anche, “a titolo di colpa”, il direttore o il vice direttore responsabile. “La pena è in ogni caso ridotta di un terzo”. Ma i due rispondono pure “nei casi di scritti o di diffusioni non firmati”.

    Come dire: il direttore responsabile della testata è sul serio responsabile di ciò che ci viene scritto sopra.

    E ancora:

    E veniamo alle rettifiche, il comma dolente. È scritto che “il direttore è tenuto a pubblicare gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo, con la seguente indicazione “rettifica dell’articolo (titolo) del (data) a firma (l’autore)” nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa, o nella testata giornalistica online (solo registrate, quindi niente blog, ndr.) le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Salvo che queste rettifiche non abbiano un risvolto penale, vanno pubblicate.

    Come dire: se una rettifica è sacrosanta, proprio per la correttezza della testata stessa, allora il direttore deve pubblicarla.

    E infine, con toni più allarmati:

    Ma non è finita qui. Siamo alla distruzione definitiva. Oltre alla rettifica e alla richiesta di aggiornare le informazioni, l’interessato “può chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o dei dati personali”. Non basta nemmeno. “L’interessato può chiedere al giudice di ordinare la rimozione delle immagini e dei dati ovvero di inibirne l’ulteriore diffusione”.

    Come dire: se un giornale pubblica una cosa falsa, la deve rimuovere.

    Un disastro insomma? Un bavaglio? Niente affatto: semplicemente buon senso, logica e correttezza applicata via regolamentazione. Se ne facciano una ragione tutti quelli che pensano che il web sia una zona franca dove la facilità e la libertà di pubblicazione possono essere scambiate per il permesso di pubblicare qualsiasi cosa. Anche il falso.

    E visto che di “falso” (e di diffamatorio) su internet ce ne è parecchio, e visto che di auto-regolamentazione non se ne parla perché evidentemente è una richiesta troppo alta da aspettarsi da ogni singola persona che pubblica su internet, è il caso di regolamentare il tutto. Evidentemente.

    Beninteso, la legge potrà contenere diverse cose del tutto fuori luogo e potrà essere applicata al peggio, e si può tentare di migliorarla ancora, ma parliamoci chiaro, il “bavaglio”, per cortesia me lo si spieghi, dove è?

    (vlm)

    martedì
    ott142014

    Non solo Isis: un mare di miseria ci farà affogare

    martedì
    ott142014

    La Fed (ri)cambia strategia. Gli Usa non sono in ripresa

    Negli Stati Uniti come in Europa la parola d'ordine delle Banche Centrali è quella di aiutare le Banche. La visione comune è infatti quella della centralità della Finanza (Alta o bassa che sia) e della conseguente marginalità dell'economia reale. Imprese e famiglie non sono più viste come la colonna portante dell'economia ma esistono soltanto come fruitrici dei prestiti che le banche gentilmente gli possono concedere. 

    È quasi inutile ricordare come si sia arrivati a questo punto. Oggi è un dato di fatto con il quale si devono fare i conti. È semmai inquietante che i governi, quello italiano in testa, non se ne siano accorti e continuino a ritenerlo un fatto quasi normale. La politica del denaro a bassi tassi di interesse che dovrebbe essere girato a tassi poco più alti alle imprese e alle famiglie sta mostrando tutti i suoi limiti. 

    Le Banche preferiscono utilizzare i soldi ricevuti per ricostruire il proprio patrimonio intaccato da speculazioni andate a male piuttosto che prestarlo a chi dovrebbero prestarlo, non sapendo se esso tornerà indietro. Con la crisi, anzi con la recessione, è in atto un processo domino che vede il generale impoverimento dei cittadini e la chiusura di centinaia di imprese incapaci di affrontare una concorrenza basata sui prezzi bassi  Un segnale doppiamente inquietante perché testimonia del fatto che le Banche avvertono che una crisi devastante è in arrivo e che essa lascerà dietro di sé soltanto macerie. L'economia reale in Europa è ferma. Pure la Germania, ex locomotiva d'Europa, nonostante tutte le riforme “strutturali” realizzate, segna il passo e la sua crescita annua è attorno all'1%. Troppo poco per sé e per trainare gli altri. 

    Oltre Atlantico va un po' meglio ma le basi da cui la crescita Usa nasce sono più deboli di quelle europee. E in particolare di quelle italiane. È inutile nasconderselo. L'economia americana, più che nel 1929, è basata sul debito. Tutti si indebitano. Le famiglie e le imprese con le Banche. Si fanno debiti per pagare il mutuo di una casa in legno (nelle quali un europeo non abiterebbe mai) o per i semplici consumi. È o non è il Paese delle carte di credito? Si indebitano gli Usa nel loro complesso perché il debito commerciale è da decenni in profondo rosso. Soprattutto è indebitato lo Stato Federale (per non parlare delle amministrazioni locali)  il cui debito è ben sopra il 105% del Prodotto interno lordo mentre democratici e repubblicani si trovano obbligati a trovare ogni anno un accordo al Congresso per alzarne il tetto legale. 

    Tutto questo testimonia del fatto che gli Usa vivono ben al di sopra delle proprie possibilità e riescono a mantenere il proprio predominio, e soprattutto a conservare il dollaro come moneta preferenziale di riferimento nelle transazioni (in particolare per le materie prime) sui mercati internazionali in virtù della propria schiacciante forza militare. Se il dollaro non fosse una moneta di occupazione, il suo valore dovrebbe risentire dei cosiddetti “fondamentali” dell'economia Usa che saranno pure di enorme dimensione ma che sicuramente non sono “sani”. Una realtà che non preoccupa minimamente l'amministrazione Obama (come non preoccupava nemmeno Bush e i suoi accoliti) e che vede Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, trovare delle corrispondenze di amorosi sensi con Mario Draghi, grande (si fa per dire) capo della Bce. 

    Così, rendendosi conto che la crisi è molto peggiore di quello che sembra, i banchieri dispongono di antenne sconosciute a noi umani, la Yellen che già aveva avviato (in sintonia con il suo predecessore Bernanke) la riduzione degli acquisti di titoli (finalizzati ad immettere più liquidità nel sistema) ha fatto sapere di voler cambiare marcia. L'economia non va così bene come si sperava e come si pensava, quindi si interverrà su una riduzione dei tassi di interesse. Se non è zuppa, è pan bagnato. Quindi altri soldi alle Banche e avanti con il solito copione. Fino a quando l'economia reale del mondo imploderà su se stessa e presenterà il conto che sarà salatissimo per tutti noi, mettendo sulle strade decine di milioni di disoccupati che, sperabilmente, sapranno identificare finalmente, come in Grecia, i loro veri nemici. Quindi, i banchieri, centrali e no, e tutti quei politici che gli hanno concesso tutto l'esorbitante potere del quale dispongono.

    Irene Sabeni
    lunedì
    ott132014

    La priorità del momento

    Gli unici che formulano proposte precise per porre rimedio al disastro di civiltà, prima ancora che economico, in cui ci troviamo, sono quelli che articolano il loro programma su tre punti: recupero della piena sovranità nazionale, uscendo da quella sciagura che è l’attuale UE; recupero della sovranità monetaria, uscendo dall’euro; adozione di una politica economica sostanzialmente neokeynesiana, per riprendere la marcia dello sviluppo e riequilibrare la distribuzione del reddito.

    Il programma è chiaro e lodevole negli intenti ma il guaio è che non può funzionare.

    Il recupero della sovranità nazionale è forse una condizione necessaria, vista la realtà di questa UE, ma non è assolutamente sufficiente. Massimo Fini sintetizza bene il concetto quando ripete: se deve governarmi Schifano, preferisco la Merkel.

    La questione monetaria viene enfatizzata fin troppo. Il ritorno alla lira avrebbe come unico effetto positivo il ricorso frequente alla svalutazione competitiva, che come politica economica non è un modello di sana gestione. Le svalutazioni competitive non ci misero al riparo dai disastri né dagli attacchi alla lira. Diciamocelo chiaramente: l’Italia è in bancarotta dal 1992, ben prima del’adozione dell’euro. Siamo in bancarotta da quando Amato, agendo di notte come un ladro, ordinò il prelievo del 6 per mille sui depositi bancari perché all’indomani lo Stato non avrebbe avuto i soldi per pagare pensioni e stipendi ai dipendenti pubblici. Siamo in regime di bancarotta da 22 anni. Non possiamo dichiararlo ufficialmente perché i creditori non ce lo consentono. Tutti i balzelli, le IMU, le Tares, le TASI e quant’altro, hanno la stessa funzione di quel prelievo sui CC: tirare avanti qualche mese, nascondere quella bancarotta che ci affliggeva già con la liretta. La moneta non è il fattore decisivo. Decisiva è la scelta fra una produzione rivolta a privilegiare i beni comuni e una rivolta alle merci funzionali al consumo individuale; decisivi sono i criteri di distribuzione del reddito nazionale. Queste sono scelte politiche. La moneta è importante ma non è la panacea.

    Quanto alle strategie economiche keynesiane, è bene ricordare che furono proposte e adottate per uscire da un’altra crisi ciclica disastrosa. Avevano questo fine, correggere le storture del sistema per salvare il sistema stesso, non per affossarlo. Il riformismo keynesiano è l’estremo tentativo di salvare il capitalismo.  Non ci riuscì. Il capitalismo fu salvato dalla guerra. Vero è che il periodo della ricostruzione, il meraviglioso trentennio glorioso successivo al secondo conflitto mondiale, fu improntato nella sostanza a criteri keynesiani, praticati sia dalle socialdemocrazie, dai laburismi e dai partiti cattolico-democratici europei, sia da alcuni presidenti americani. Quello fu il periodo in cui i lavoratori salariati dell’Occidente hanno goduto del più alto livello di vita in tutta la storia moderna.

    Purtroppo quelle conquiste furono il frutto di condizioni irripetibili: il fervore della ricostruzione postbellica; il basso costo delle materie prime; l’assenza di una coscienza ecologica; un debito pubblico sotto controllo perché l’incremento del PIL superava i tassi di interesse passivi; l’alta percentuale di giovani nel complesso della popolazione; la competizione col blocco sovietico, che obbligava capitalisti e governi a concessioni generose verso il lavoro salariato, per vincere la forza di attrazione di un sistema, quello sovietico, che vantava piena occupazione e servizi sociali semi-gratuiti per i lavoratori.

    Nessuna di quelle condizioni è presente oggi, né lo sarà in un futuro prevedibile. Le politiche keynesiane sono oggi impraticabili. Il relativo benessere diffuso, dagli anni ’50 agli ’80 del secolo scorso, è una parentesi eccezionale e non ripetibile nella storia della modernità capitalista. Del resto già allora il consumo di massa era consentito dalla pratica di appianare i debiti con altri debiti, in una spirale di insensatezza di cui prima o poi si doveva pagare il conto.  

    La sovranità nazionale e monetaria, nonché il neokeynesismo, sono contestabili per il loro riformismo illusorio e sostanzialmente riconducibile a un disegno di conservazione del sistema tornando ad anni irrimediabilmente sepolti nel passato. Del resto quell’epoca idealizzata è stata sì l’età dell’abbondanza delle merci disponibili per tutti, ma è stata anche l’epoca della decadenza progressiva dei costumi, della nevrosi di massa per i ritmi frenetici di una civiltà folle, dell’infelicità generalizzata, denunciata dalla massiccia produzione artistica, letteraria, saggistica, di chi aveva la sensibilità e l’acutezza di sguardo capaci di cogliere le linee di tendenza e le realtà profonde dietro l’apparenza. Non è il caso di rimpiangere quel passato.

    Si uscirebbe veramente dalle attuali strettoie adottando parametri nuovi, non rifacendosi a modelli che hanno rappresentato il precedente immediato di questa crisi.

    Uno di questi modelli alternativi sarebbe riorientare l’economia verso l’ autoproduzione e l’autoconsumo, dove vigesse la regola del lavorare tutti, lavorare poco, guadagnare poco. Sarebbe una decrescita tutt’altro che felice. Sarebbe un impoverimento generale al quale ben pochi si adatterebbero per libera scelta.

    Un altro modello sarebbe quello che, non ripudiando la tecnologia moderna ma anzi riconoscendo che moltiplica la produttività del lavoro, accettasse che solo una minoranza della popolazione in età produttiva lavorasse, producendo il necessario per tutti appunto grazie all’elevata produttività, mentre agli altri verrebbe corrisposto un reddito di cittadinanza. Avremmo così una minoranza di lavoratori altamente qualificati e ben remunerati e una maggioranza che vivacchierebbe col reddito di cittadinanza, una condizione che porterebbe con sé molti altri inconvenienti. 

    Allora, che fare?

    La verità è che nessuno è in grado di delineare chiaramente il tipo di società che sortirà dall’attuale disastro. Le follie della finanza, i disastri ambientali e demografici, le migrazioni incontrollabili, il generale disorientamento di un’umanità impazzita, sono i sintomi precisi di un’apocalisse in atto.

    I poteri che contano ne sono consapevoli e lavorano per l’unica soluzione che conoscono e che ha già funzionato in passato: una guerra mondiale che diminuisca drasticamente la popolazione, distrugga per consentire il grande affare della ricostruzione, azzeri i debiti pubblici annientando i creditori. Quella guerra è forse già iniziata. Si tratta di impedire che dilaghi. Ecco qual è la priorità assoluta: costruire un grande movimento internazionale contro la guerra. Non per il generico pacifismo degli arcobaleni e dei girotondi, ma per vanificare il disegno del Potere. Impedire la guerra per lasciare che la crisi faccia il suo corso, fino ad esiti che è inutile cercare di definire in un modello ideale che vivrebbe solo nelle nostre teste, inesorabilmente superato dalla forza delle cose, nell’imprevedibilità dei sistemi complessi.

    Luciano Fuschini
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