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    martedì
    ott212014

    TTIP: il super Trattato super dannoso

    TTIP: Transatlantic Trade and Investment Partneriship. Fino a qualche giorno fa, con la scusa implicita che se ne stanno ancora definendo i termini esatti, se ne è parlato troppo poco, in modo che la stragrande maggioranza dei cittadini ne restasse all’oscuro. E solo ultimamente, a causa dell’esigenza di accelerare i tempi e giungere all’accordo definitivo tra USA e UE, la questione è parzialmente uscita dall’ombra ricevendo un po’ di attenzione mediatica in più.

    Anche se poi, come al solito, la qualità di questa attenzione lascia spesso a desiderare, privilegiando le dichiarazioni entusiastiche di Renzi, che si è proclamato «un convinto sostenitore» del Trattato, rispetto alle enormi insidie che vi sono contenute. Ancora più che in altre occasioni, infatti, il TTIP costituisce un attacco brutale e strategico alla sovranità nazionale e al concetto stesso di democrazia come difesa degli interessi generali del popolo contro gli abusi di qualsivoglia oligarchia, subordinando ogni futura decisione da parte dei governi agli interessi degli investitori. In pratica, ma anche sul piano giuridico, l’annichilimento della politica a tutto vantaggio dell’economia. Anzi del liberismo. Anzi dell’iper liberismo modellato sulle convenienze delle multinazionali che mirano solo al massimo profitto e che, perciò, pretendono di godere di una libertà d’azione tendenzialmente illimitata.

    La norma-capestro è la seguente, e tanto per sgombrare il campo da qualsiasi eventuale sospetto di riportarla in maniera poco obiettiva ne citiamo la sintesi formulata nel marzo scorso da Aspenia on line, ossia dalla versione web della rivista edita dall’Aspen Institute: «La clausola di protezione degli investimenti (investor-state dispute settlement, ISDS), permetterà agli investitori privati di citare in giudizio i governi nazionali presso una corte d’arbitrato, nel caso in cui gli investitori ritengano che nuove leggi locali minaccino i loro investimenti».

    L’idea è già assurda di per sé, visto che si basa sul presupposto che le normative non debbano mai contrastare gli interessi delle imprese (quando invece è sacrosanto l’esatto contrario: gli interessi delle imprese, e a maggior ragione delle multinazionali, non devono mai ostacolare la tutela legislativa del bene comune), ma ad accrescerne la pericolosità c’è la natura delle “corti d’arbitrato” che dovrebbero pronunciarsi sulle controversie. Come ha ben spiegato Report nell’ultima puntata, incentrata appunto sul TTIP e intitolata Il segreto sul piatto, tali organismi sono di carattere privato e non prevedono come motivo di incompatibilità dei “giudici” il fatto che essi abbiano lavorato alle dipendenze delle stesse aziende, o di altre appartenenti al medesimo fronte del turbo capitalismo, che intentano causa agli Stati. Tuttavia, la Commissione UE minimizza e sostiene che «l’esistenza di una tutela degli investimenti e di disposizioni ISDS non impedisce in sé che i governi adottino leggi particolari né impongono l’abrogazione di determinate leggi. Al massimo, può portare al pagamento di un risarcimento».

    Ma il punto è l’entità di questo risarcimento. Laddove il suo ammontare fosse particolarmente cospicuo – e l’ipotesi è tutt’altro che peregrina, basti pensare soltanto agli immani fatturati di un settore come l’alimentare, in cui l’approccio europeo è di gran lunga più restrittivo rispetto a quello che domina negli USA – esso diventerebbe un autentico spauracchio, specialmente in presenza di conti pubblici già gravati da debiti immensi e di economie in stagnazione, o peggio. Del resto, proprio la crisi in corso, che essendo strutturale sta cambiando in via definitiva le società occidentali, viene strumentalizzata per accreditare il TTIP come una potentissima occasione di rilancio della produzione e delle esportazioni.

    Renzi dixit: «La globalizzazione non è un male per l'Italia, ma è una straordinaria opportunità».

    Bisognerebbe rispondergli con una sollevazione popolare. E la lotta contro questa spaventosa “partnership” di matrice statunitense, che per ora è osteggiata principalmente dall’iniziativa Stop TTIP Italia, dovrebbe diventarne un cardine.

    Federico Zamboni
    martedì
    ott212014

    Chi è l'infame? Daniele Luttazzi

    lunedì
    ott202014

    La troika è già tra noi

    Ma insomma appare veramente normale che l'uomo che ha operato i tagli relativi alla spendig review nel nostro Paese torno poi a fare il lavoro che faceva prima, e nello specifico alle dipendenze del Fondo Monetario Internazionale?

    Possibile che sul serio non si capisca come un conflitto di interessi serpeggi in modo così chiaro e allo stesso tempo gli italiani, pronti a stracciarsi le vesti per qualsiasi cosa di poco conto, non trovino poi neanche la capacità di cogliere una situazione così paradossale e non si trovi una persona che sia una, neanche nella cloaca di facebook, per sollevare qualche ragionevole dubbio?

    Carlo Cottarelli, finito il lavoro per il Governo Renzi sfociato nell'indicazione dei 15 miliardi di tagli all'interno della Legge di Stabilità 2015, fa insomma fagotto, lascia non senza qualche polemica l'Italia, e torna a Washington, alle dipendenze dell'Fmi. Tutto normale? Tutto nella norma?

    A noi non sembra affatto. Colui che venne scelto dall'alto, ovvero per chiamata diretta, senza alcuna possibilità di consultazione popolare, per intervenire chirurgicamente in uno degli organi interni del nostro Paese, in una operazione praticamente a cuore aperto, è poi la stessa persona che lavora per un organismo che ha nel suo motivo di esistere una missione diametralmente opposta a quella che invece è propria di uno Stato.

    Il Fondo Monetario Internazionale lavora per le aziende transnazionali, per gli interessi privati di queste, per l'economico, il finanziario e il mercatismo, mentre chi opera per un Paese che si vuole sovrano dovrebbe operare per il sociale, per l'economia reale e per il bene pubblico.

    Carlo Cottarelli, beninteso, non è il solo caso in questione. Ed è certo che di tagli agli sprechi il nostro Paese ha un disperato bisogno. Di altri casi è pieno, cioè è la norma, il mondo. Da Mario Draghi che da Goldman Sachs è passato poi alla Banca Centrale Europea e, per rimanere al caso italiano, da Mario Monti che nel 2010 è stato presidente europeo della Commissione Trilaterale (gruppo di interesse fondato da David Rockfeller) e membro del comitato elettivo del Gruppo Bilderberg. Non solo, tra il 2005 e il 2011 è stato international advisor per Goldman Sachs e membro del "Senior European Advisory Council" per l'agenzia di rating Moody's. Per poi finire, quasi manu militari e con l'appoggio incondizionato di Giorgio Napolitano, a dirigere uno dei governi italiani che più di altri, tra il suo operato e quello della Fornero (quest'ultima un passato tra Intesa Sanpaolo, Confindustria e la World Bank) ha praticamente spianato la strada allo smantellamento sociale che stiamo vivendo.

    Sono solo due nomi, i più recenti, di una lista lunghissima, tra Presidenti del Consiglio, Ministri e Sottosegretari e Consulenti tecnici dei vari governi degli ultimi decenni per portare qualche esempio.

    La sostanza è sempre la stessa: esponenti di spicco di quel mondo lobbistico e finanziario, speculativo, a trazione statunitense e dunque votati da sempre al conseguimento del massimo profitto per le grandi aziende private transnazionali che vengono poi installati nei posti chiave dei vari Paesi per risolvere i problemi interni relativi al pubblico, al popolo. In qualità di "tecnici", e si sa bene di quale ambito, con quali mansioni, con quali obiettivi, passano dal privato al pubblico per poi tornare ovviamente al privato e magari ottenere qualche ulteriore scatto in avanti, in carriera, dopo aver "prestato servizio", a favore di chi è facile immaginarlo oltre che verificarlo di giorno in giorno sulla nostra pelle, in quei pochi mesi di lavoro nel settore pubblico.

    Possibile che vada tutto bene, all'italiano medio? Possibile che continui ancora a votare per esponenti e partiti politici che poi, una volta al governo, non fanno altro che mettere la cosa pubblica nelle mani di questi "inviati" della speculazione privata?

    E certo, prima che si levi la prima manina alzata, certo che di tagli agli sprechi ce ne è bisogno. Certo che le Regioni (per dirne solo una) oggi in combutta con Renzi per le indicazioni contenute dentro la manovra, debbano tagliare tutti gli illeciti (sotto forma di sprechi, di consulenze, di peculato di vario tipo) che hanno accumulato negli anni. Basti pensare al caso siciliano, così come è facile immaginare si debba fare in qualsiasi settore della cosa pubblica. Ma che sia una persona che ha nella missione di vita di tutto il suo lavoro quello di fare gli interessi del privato a decidere poi cosa debba avvenire a livello anche pubblico, è come nominare il capo d'impresa anche a rappresentante dei lavoratori dell'azienda.

    Quella di Carlo Cottarelli è solo l'ultima parabola nota: dall'Fmi all'Italia e ritorno.

    Per tutti quelli che non credono che la troika possa sul serio arrivare a governarci. Per tutti quelli che non hanno capito che la troika ci governa già.

    Valerio Lo Monaco 

    lunedì
    ott202014

    Grecia e Italia, l'oggi e il domani

    La nuova crisi greca è la dimostrazione che le cure imposte dalla Troika (Fondo monetario internazionale, Bce e Commissione europea) stanno ammazzando il malato. 

    Certo, è indubbio che i governi che si erano succeduti al potere prima del crollo (socialisti e conservatori) avessero truccato i conti pubblici (con l'aiuto, peraltro dimostrato, gentilmente offerto dalla Goldman Sachs) al fine di ottenere il via libera all'entrata nel sistema dell'euro. Ma resta il fatto che l'austerità imposta alla Grecia ha finito per devastare il sistema economico e sociale. Un traguardo facilmente prevedibile da qualunque osservatore accorto, ma che non ha impedito alla tecnocrazia di imporre i propri metodi, già sperimentati altrove, e di trovare governi “collaborazionisti” pronti ad applicarli. 

    Del resto come poteva uscire dalla crisi un Paese come la Grecia che la cui economia è basata sull'agricoltura, sul turismo e sulla cantieristica navale? Quindi settori che non assicurano un grande reddito ed entrate tali da abbassare il debito record e il disavanzo. Una debolezza strutturale che  è stata poi aggravata dalla recessione economica in corso e della quale non si riesce ad intravedere la fine. 

    Le tensioni in atto sui mercati finanziari, con il rialzo degli interessi (ora a quasi il 9%) sui titoli greci, e di conseguenza dello spread rispetto ai Bund tedeschi, al di là delle speculazioni che sono sempre presenti, rappresentano l'emergere di timori concreti che già covavano da tempo. Investitori e speculatori vari sono rimasti scossi non soltanto dai fallimentari risultati ottenuti dall'economia greca, quanto dalla concomitante diminuzione della liquidità pompata a piene mani sia dalla Bce che dalla Federal Reserve nel sistema economico. Il tutto a fronte di tassi di interesse bassissimi praticati sia dalla Bce che dalla Fed. 

    Aiuti che in realtà sono stati un aiuto offerto esclusivamente alle Banche, le uniche che, attraverso l'acquisto di titoli pubblici, sono in grado di assicurare una tregua finanziaria sui mercati. 

    La crisi greca rappresenta in ogni caso un chiaro monito anche per l'Italia, oberata da un debito pubblico del 135% e da un disavanzo altalenante sopra e sotto il tetto del 3% sul Pil, imposto dal Patto di Stabilità. Un segnale d'allarme confermato anche dal commissario europeo all'Economia, il finlandese  Jyrki Katainen, che allo stesso modo del suo predecessore e connazionale Olli Rehn, ha assicurato che l'Unione europea sosterrà la Grecia ma che i governi dovranno continuare con le “riforme”. Ovviamente quelle “strutturali” come la riforma del mercato del lavoro all'insegna della flessibilità e del precariato. Dovranno farlo l'attuale governo e quelli futuri, visto che si riparla insistentemente di elezioni generali che dovrebbero logicamente registrare il successo delle formazioni anti-euro di sinistra e di destra. 

    L'Unione, ha spiegato Katainen, intende agire affinché la Grecia sia capace di raccogliere fondi sul mercato e perché vi abbia pieno accesso. I greci hanno fatto progressi “immensi”, ha concesso il tecnocrate, a cui avviso Atene avrebbe «voltato l'angolo». A smentire l'ottimismo di Bruxelles è il dato sul debito pubblico della Grecia (il 180% sul Pil) che lascia ben poche speranze sul suo futuro economico.  

    L'intervento dell'Unione sembra quindi, in buona sostanza, il classico avvertimento dato alla nuora (la Grecia) perché la suocera (l'Italia) intenda. Specie in una fase come questa nella quale Renzi incontra sempre maggiori difficoltà nel fare passare ed imporre la sua politica economica. Che in realtà è quella che gli hanno chiesto la Merkel e i vari organismi internazionali, alfieri del libero mercato e della più totale libertà di azione offerta alle Banche e alla finanza internazionale. In tal senso, uno come Padoan (ex dirigente dell'Ocse) rappresenta una garanzia per quei poteri. Resta il fatto che anche l'Italia, al pari della Grecia, rischia il commissariamento. Se questo non è ancora successo è soltanto per il disastroso effetto domino che si innescherebbe e che potrebbe provocare anche la stessa fine dell'euro.  

    Irene Sabeni

    venerdì
    ott172014

    Medio Oriente: tutti contro tutti?

    Quello che sta succedendo in Medio Oriente, con la grande coalizione dei nuovi “volonterosi” contro il Califfato e con tutte le ambiguità, con tutte le contraddizioni e tutti i retropensieri che la minano dall’interno, è molto istruttivo e rivelatore di ciò che probabilmante accadrà su scala molto più vasta.

    Il Califfato fa evidentemente comodo a molti.

    Viene foraggiato dall’Arabia Saudita in funzione anti iraniana, anti sciita, anti Assad. Viene sostenuto dalla Turchia in funzione anti curda e per l’utilità che può avere nel disegno di penetrazione in quello che fu l’impero del sultanato. Fa comodo agli USA perché può offrire il pretesto per insinuarsi in Siria e liquidare Assad, con ciò dando un colpo durissimo all’Iran e in ultima analisi a quella Russia di Putin che sta procurando molti grattacapi all’Impero.

    Bisognerebbe anche chiedersi come mai Israele sembri preoccuparsi di tutto tranne che del Califfato. Eppure quei fanatici potrebbero diventare i mortali nemici di Israele. In realtà i dirigenti sionisti si godono lo spettacolo della disgregazione degli Stati loro confinanti, e delle tribù sunnite e sciite che si scannano anziché unirsi contro lo Stato ebraico. Dal canto suo, il Califfato non si sente affatto una pedina né dell’Arabia Saudita, né della Turchia, né tantomeno di Israele e degli USA.

    I combattenti dello Stato Islamico odiano l’Occidente, decapitano occidentali a cui impongono camicioni di colore arancione come quelli dei musulmani seviziati a Guantanamo. Si preparano a minacciare anche i loro sponsor.

    A completare e complicare il quadro, si deve rilevare che in fondo il Califfato fa comodo anche alla Siria di Assad, e quindi a Iran e Russia.

    Infatti nel loro fanatismo folle e forse stimolato  da droghe, i guerrieri del Califfo si scagliano ferocemente pure contro gli altri gruppi che combattono l’esercito siriano, compresi quelli che si ricollegano ad Al-Qaeda. Assad ne sta traendo un indubbio beneficio.

    Inoltre infieriscono contro i curdi, nemici sia della Turchia sia del governo di Damasco, e combattuti pure dall’Iran. Insomma, il Califfato fa comodo a tanti, ma sono quegli stessi per i quali rappresenta una minaccia.

    Questo quadro caotico, attraversato da contraddizioni non componibili, prefigura lo scenario più probabile della grande guerra mondiale che si sta preparando.

    Non si deve pensare che sarà lo scontro fra due schieramenti granitici e nettamente contrapposti: da una parte la NATO, Israele e gli alleati asiatici degli USA, dall’altra parte i BRICS, l’Iran e alcuni Paesi dell’America Latina.

    Ci sono profonde linee divisorie anche all’interno dei due schieramenti ipotizzati. Stiamo già assistendo a qualcosa di impensabile: il Vietnam alleato degli USA. I nemici dei miei nemici sono miei amici, anche quando i nuovi amici in tempi recenti hanno ucciso milioni di miei concittadini, hanno fatto nascere migliaia di bambini deformi a causa dei defolianti chimici che hanno inquinato la mia terra. Ora la Cina è per il Vietnam più minacciosa degli USA, quindi i nemici di ieri sono gli amici di oggi.

    Sarà piuttosto una guerra fra alleanze a geometria continuamente variabile.

    Sarà una mischia generale, una guerra di tutti contro tutti, fra nazioni ma anche all’interno delle nazioni.

    A meno che la tentazione di un colpo decisivo preventivo attraverso una tempesta di missili con testate nucleari, non trasformi rapidamente il pianeta in un ammasso di rovine fumanti veleni radioattivi.

    Allora non ci sarebbe spazio né tempo per le geometrie variabili e i calcoli sulla pelle delle tribù inferocite.

    Allora sarebbe il Tempo dello svelamento, dell’inveramento delle profezie antiche.

    Luciano Fuschini
    venerdì
    ott172014

    Il più grave pericolo per la civiltà non è l'Isis ma la scienza

    venerdì
    ott172014

    Rubygate: ecco le “motivazioni” che assolvono Silvio

    Coincidenze, come no? L’assoluzione in appello di Berlusconi, che è arrivata il 18 luglio scorso e che nel giro di un anno ha completamente ribaltato la condanna di primo a grado a ben sette anni (e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici), è solo frutto del libero convincimento dei giudici e non ha nulla, ma proprio nulla, a che fare con il suo riposizionamento politico dall’autunno 2011 in poi.

    Niente a che vedere né con le sue dimissioni da presidente del Consiglio, che permisero a Napolitano di rimpiazzarlo con Mario Monti, né con quel progressivo auto depotenziamento che ha spianato la strada al successo di Matteo Renzi, accreditando quest’ultimo come “l’unica alternativa” al tracollo nazionale e consentendogli di raccogliere molti voti anche dall’elettorato di centrodestra.

    Le motivazioni della sentenza sono state depositate ieri e si apprende che, secondo i magistrati che le hanno redatte, i fatti contestati sono sostanzialmente avvenuti come già si sapeva – dalla telefonata alla Questura di Milano per far sì che Ruby fosse affidata a Nicole Minetti, ai festini di Arcore con numerose ragazze che andavano lì a compiere attività sessuali variamente assortite ma equivalenti alla prostituzione – e tuttavia non configurano alcun reato. Da un lato, non vennero esercitate intimidazioni o minacce nei confronti di Pietro Ostuni, il capo di Gabinetto della Questura milanese, che pure ha «inizialmente peccato di eccessivo ossequio e precipitazione, condizionato – se non addirittura preoccupato – dalle possibili conseguenze della ventilata parentela della giovane con Mubarak»; dall’altro, non sussiste un «adeguato supporto probatorio» riguardo al fatto che Berlusconi sapesse che all’epoca la “nipotina di Mubarak” era ancora minorenne.

    Insomma: abuso sì, ma non crimine, il far pesare su un funzionario pubblico la propria autorità di capo del governo nazionale; vecchio puttaniere sì, visto che a settant’anni suonati usava donne giovani o giovanissime per soddisfare a pagamento la propria lussuria, ma a norma di legge, stante che la generalità delle servizievoli fanciulle era maggiorenne e l’unica al di sotto della fatidica soglia lo era, ohibò, a insaputa dell’anziano, ma vispo, “utilizzatore finale”.

    Stando così le cose, va a finire che bisognerà scusarsi con il povero Silvio e magari anche con i suoi sostenitori/fan/leccaculo, pregandoli di voler essere magnanimi e accontentarsi, dopo il lungo penare a fronte di accuse tanto infamanti quanto infondate, della vittoria conquistata in seconda battuta. E se poi le scuse collettive non basteranno, si potrà aggiungere una targa commemorativa che ricordi a tutti, a cominciare dagli improvvidi colpevolisti, la riconquistata (se non proprio fulgida) innocenza del leader.

    Dove installare la lapide? Ipotesi uno: davanti al Tribunale di Milano. Ipotesi due: davanti alla sede romana del Pd, in via del Nazareno. Dove, per pura coincidenza, è stato stretto l’omonimo patto tra (san) Silvio e (san) Matteo.

    Federico Zamboni
    giovedì
    ott162014

    Renzi e la manovra "col botto" (letteralmente)

    Come era facile immaginare, anche in occasione della presentazione della Legge di Stabilità, il governo Renzi ha impugnato il megafono per urlare e alzare la posta.

    Il documento appena annunciato è presente al momento su tutti i siti di informazione. Si tratta di un elenco di misure e di cifre che è impossibile da commentare a fondo, visto il carattere attuale di mero annuncio. Ma anche solo a prima vista, salta immediatamente all’occhio che si tratta di cifre tanto grandi dal rendere impossibile anche solo pensare a una loro reale applicazione.

    Valga solo uno dei punti più esilaranti, sul quale si regge poi buona parte dell’impalcatura generale di questa manovra: il governo ha messo nero su bianco che il rapporto tra deficit e Pil sarà del 2,9%: così facendo ha conquistato 0,7 punti di spazio finanziario in più rispetto al 2,2% inizialmente indicato. In soldoni, si tratta di circa 11 miliardi di euro che si potranno andare a raccogliere sui mercati, generando deficit aggiuntivo ma non intaccando il parametro del 3% voluto dall'Europa." 

    Le parole chiave per capire il trucco sono le prime: “il governo mette nero su bianco”. Cosa? Una previsione. Noncurante di tutte quelle sino a ora sbagliate, in merito al Pil dell’anno in corso e al suo rapporto col debito, il Governo si arroga il diritto non solo di fare una previsione tanto importante per il 2015, ma addirittura di incardinarci sopra una buona metà della manovra. Che ha un totale di 36 miliardi.

    Si tratta di cifre enormi. Impossibili da raggiungere. Impossibili da andare a pescare da nessun bacino, o tesoretto, di cui l’Italia non dispone da decenni. Solo un anno addietro si è discusso mesi e mesi, in Parlamento, per trovare 4 miliardi in merito all’affare dell’abolizione dell’Imu sulla prima casa. E, sempre che gli italiani se ne siano nel frattempo accorti, anche in quel caso a fronte dell’annuncio di aver poi trovato, alla fine, tale cifra, il tutto si è concepito e realizzato con la sua abolizione ma anche con l’introduzione della Tasi, semplicemente differita di un po’. È notizia di questi giorni, in merito, che la Tasi alla fine, nella maggior parte dei casi, concorre a far pagare tasse sulla casa più alte di quelle che si sarebbero pagate, e che si pagavano a suo tempo, quando invece l’Imu era cosa corrente. In quel caso, visto che di denaro per finanziare l’operazione non ce ne era, il Governo vendette pubblicitariamente una operazione che non è altro che un gioco delle tre carte. Via l’Imu, dentro la Tasi. A somma negativa, per il contribuente.

    Le cose, oggi, non sono cambiate. Perché non è cambiata la traiettoria disastrosa dei conti pubblici. Anzi, semmai questi sono peggiorati, e anche se l’ultima rilevazione sul debito pubblico vede una discesa di 20 miliardi, i livelli di disoccupazione e quelli dei consumi sono arretrati ulteriormente, per non parlare del Pil e del relativo rapporto con il debito sul quale l’Europa è in procinto di chiederci conto.

    Come è possibile allora che oggi, a conti peggiorati, il Governo sia in grado di varare una manovra così ampia e con spese così “folli” per i nostri conti pubblici? Ovviamente non è possibile nei numeri, per un semplice calcolo aritmetico. E ovviamente ciò significa che, posto che agli annunci seguiranno i decreti attuativi, il che è tutto da vedere, il denaro per coprire tale manovra dovrà essere racimolato altrove. Cioè, per dirla in altre parole, rastrellato da una parte delle tasche dei cittadini e poi immesso, in qualche percentuale, da altre parti. Gli ulteriori tagli a Comuni, Province e Regioni - cioè ai servizi al cittadino - ne sono già un assaggio.

    La sola copertura dell’operazione degli 80 euro in busta paga, confermata per il 2015, consta di quasi 10 miliardi. Che non ci sono. E che devono dunque essere raggranellati altrove. Nel complesso, del 36 miliardi della manovra, ben 26 vengono da tagli e da spesa in deficit.

    Come accaduto in passato, i mezzi attraverso i quali qualsiasi Governo può rastrellare denaro sono le tasse. Dirette e indirette. Palesi o mascherate. Visibili e invisibili. Per tasse invisibili intendiamo tutte quelle voci, quei balzelli, che non saltano all’occhio immediatamente, ma che poi concorrono all’esproprio complessivo cui ogni cittadino viene condannato. Un esproprio articolato in varie voci, diversificate, e sparpagliate all’interno di tantissimi ambiti in modo da non essere percepite immediatamente come tanto importanti e impopolari. In modo da non destare immediatamente il sospetto, o la certezza, che una concessione fatta da una parte sia poi vanificata da un prelievo dall’altra.

    Per intenderci, se a fronte degli 80 euro di Renzi fosse stata varata immediatamente una nuova tassa che andava a concorrere per un importo uguale, il bluff sarebbe stato percepito immediatamente, e il gioco mediatico non avrebbe retto. Invece in occasioni del genere - e lo abbiamo visto innumerevoli volte in passato - si concede 50 e si preleva 55, o 60, spalmando il tutto in voci ulteriori di tassazione di non facilissima e immediata identificazione. 

    Ora, posto che i denari necessari alla manovra appena annunciata non ci sono, si tratta di capire dove essi saranno prelevati. Per buona parte, almeno a quanto si sa in queste ore, come abbiamo visto la spesa che il Governo ha deciso di effettuare è in deficit, anche se si è premurato immediatamente di precisare che tale spesa andrà a incidere per alcuni punti di Pil ma sempre rientrando all’interno del tetto del 3% per quanto attiene al 2015. Cosa significa? Lo ribadiamo in parole molto semplici: il Governo scommette su delle previsioni. Scommettendo - letteralmente - che nel 2015 il nostro Pil possa essere in ripresa rispetto al disastro del 2014, il Governo conta di poter investire oggi in deficit, e poi aspettare la crescita per ripagare il tutto, come da previsione.

    Sulle reali possibilità di vincere la scommessa in merito alla crescita del Pil nel 2015 nutriamo qualche dubbio. Non solo perché le previsioni, in merito, sono periodicamente riviste al ribasso rispetto a quelle precedenti, ed è cosa che accade da molti anni, ormai, ma anche perché non c’è un solo indicatore che sia uno in grado di far pensare che il Pil possa riprendere a crescere. Né in Italia né in tutta Europa e men che meno negli Stati Uniti (visti i crolli di ieri?). 

    Ecco, l’Italia sta scommettendo su questo quando a livello europeo persino la Germania, ed è notizia anche in questo caso recente, è costretta ad ammettere forti rallentamenti. In estrema sintesi: scommettiamo di andare più forte dei tedeschi, nel 2015. E ognuno può supporre, a questo punto, ciò che vuole.

    Lo scenario sperato è quello di spendere ciò che non si ha, essendo certi di effetti sulla ripresa economica tanto forte da essere poi in grado di coprire nel 2015 ciò che si va a fare a debito oggi. 

    Lo scenario realistico è invece quello della deriva del “sistema del debito” della nostra società, i cui effetti sono evidenti in ogni parte del mondo, che ha già ampiamente dimostrato di non funzionare. 

    Se si dovesse verificare il primo, tutto a posto, si fa per dire. In caso contrario, delle due l’una: o si sfora pesantemente con il deficit e si aumenta ulteriormente il debito pubblico - con tutto ciò che a livello europeo la cosa comporta - oppure il denaro dovrà essere drenato ai cittadini in altro modo.

    L’annuncio di oggi del Governo Renzi va a nostro avviso letto come una fatale condanna per quello che sarà nel prossimo futuro: un inasprimento delle tasse nella migliore della ipotesi, per esempio mediante l’aumento ulteriore dell’Iva e delle accise, un esproprio con una patrimoniale consistente (e ovviamente più visibile) nell’ipotesi a nostro avviso più probabile, oppure il traghettamento diretto verso il commissariamento da parte della troika.

    L’operazione di Renzi di oggi non va dimenticata, perché dovremo rammentarla, tra qualche mese, come l’innesco di una ulteriore pesante fase di declino del nostro Paese. 

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    ott152014

    M5S: ma basta, con le «scimmie dal culo pelato»

    Stile Madonna, si potrebbe dire. Nel senso della showgirl americana, naturalmente. E, più in particolare, del “mitico” saluto che rivolse al pubblico italiano in apertura dello show del 1987 a Torino, quando esordì con la doppia domanda «Siete pronti? Siete caldi?» per poi prendere atto dell’entusiastico «Sììììììì» dei fan e aggiungere, bontà sua, un trionfale (ma mal accentato) «Ànch’io!».

    Grillo l’ha affrontato così, il suo ruolo di Lider Maximo in occasione della Festa del MoVimento 5 Stelle che si è svolta nello scorso fine settimana al Circo Massimo. Ancora una volta, ha puntato quasi tutto sull’emotività e poco o nulla sull’approfondimento. E benché sia ovvio che comizi e affini non costituiscano lo spazio adatto a esporre tesi complesse, questa elementare verità non può diventare un alibi indiscriminato per, come si dice a Roma, “buttarla in caciara”. A maggior ragione, poi, se lo squilibrio tra forma e sostanza non è affatto l’eccezione ma la regola.

    La forma è trascinante e corre su direttrici chiarissime, che continuano a essere quelle del Vaffa-Day del 2005 e si imperniano, quindi, su una contrapposizione assoluta ai partiti e agli altri poteri che hanno dominato a proprio vantaggio la società italiana; la sostanza arranca e si disperde su traiettorie che sono confuse e spezzate, come d’altronde è inevitabile quando non si faccia riferimento a un progetto economico, e macroeconomico, coerente e compiuto. Stando così le cose, le parole d’ordine abbondano ma le chiavi di lettura scarseggiano. L’entusiasmo si alimenta di sé stesso ma diventa bulimico: più che nutrirsi si ingozza. E rischia continuamente l’indigestione, o l’ubriachezza.

    Grillo, sia per non perdere terreno ai fini elettorali, sia a causa delle ricorrenti turbolenze che attraversano il MoVimento, ha come priorità il rinsaldamento della compattezza interna e cerca di ottenerla galvanizzando gli aderenti e i simpatizzanti, nella speranza che l’effetto duri il più a lungo possibile e si perpetui anche dopo che il suo ultimo comizio-show si è concluso. L’obiettivo non è sbagliato in sé stesso, visto che assai di frequente, e purtroppo, i seguaci sono appunto delle persone che seguono il capo, purché lo vedano stagliarsi, congruamente ingigantito dalla suggestione collettiva, al di sopra di chiunque altro. Ciò che non quadra, e che solleva, o conferma, i peggiori dubbi sulle vere intenzioni di Grillo & Casaleggio, è il fatto che il coinvolgimento emotivo venga inseguito in maniera così rozza, esponendosi ottusamente alle requisitorie sprezzanti di chi, per convenienza o per omologazione, si ostina ad appoggiare l’establishment. Vedi, per citare solo un caso, la ricognizione che ha fatto l’Espresso all’indomani della chiusura della kermesse romana, sotto un titolo che si commenta da sé: «#Italia5Stelle: il peggio del Circo Massimo. Dal tartufo di Grillo alla biga di Casaleggio».

    La domanda da porsi è inequivocabile: credono davvero, i vertici e i sostenitori del M5S, che l’aggressività sia incompatibile con delle analisi degne di tal nome, ed esposte con un frasario, e un immaginario, meno triviali? Credono davvero che perderebbero la loro immagine di nemici irriducibili del “sistema” se la smettessero di usare metafore dozzinali come quella delle «scimmie dal culo pelato»?

    Al Circo Massimo ci si è richiamati, come valori politici fondanti, all’onestà e alla comunità. Benissimo. Peccato, però, che queste siano soltanto delle precondizioni. E peccato che, nel lanciare iniziative come il referendum sull’Euro, non ci si prenda mai la briga di affiancare al proclama di turno degli studi dettagliati sulle conseguenze che ne deriverebbero.

    Qualche “fuck” in meno, e molte “faq” in più, e la credibilità del MoVimento avrebbe tutto da guadagnarci.

    Federico Zamboni
    mercoledì
    ott152014

    Rassegna stampa di ieri (14/10/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Storia e Controstoria

    martedì
    ott142014

    Internet, la "legge bavaglio" non ha il bavaglio

    Al solito si grida allo scandalo, senza aver compreso il tema né averci ragionato più di due minuti. E i titoli dei giornali concorrono ad alzare la palla per chi ha il tiro sempre pronto. Questa volta il tema è quello delle maxi multe per le testate on-line. E si grida al “bavaglio”.

    All’interno della riforma relativa all’ambito delle diffamazioni su internet attualmente allo studio, tra i tanti è stato pubblicato un articolo allarmato su Repubblica (qui).

    I punti più incriminanti sono i seguenti:

    Il carcere non c’è più. E sia. Ma ci sono le multe. Normalmente fino a 10mila euro. Ma fino a 50mila “se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità”.

    Come dire: se si scrive una cosa falsa scatta la sanzione. 

    E poi: 

    Rispondono anche, “a titolo di colpa”, il direttore o il vice direttore responsabile. “La pena è in ogni caso ridotta di un terzo”. Ma i due rispondono pure “nei casi di scritti o di diffusioni non firmati”.

    Come dire: il direttore responsabile della testata è sul serio responsabile di ciò che ci viene scritto sopra.

    E ancora:

    E veniamo alle rettifiche, il comma dolente. È scritto che “il direttore è tenuto a pubblicare gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo, con la seguente indicazione “rettifica dell’articolo (titolo) del (data) a firma (l’autore)” nel quotidiano o nel periodico o nell’agenzia di stampa, o nella testata giornalistica online (solo registrate, quindi niente blog, ndr.) le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Salvo che queste rettifiche non abbiano un risvolto penale, vanno pubblicate.

    Come dire: se una rettifica è sacrosanta, proprio per la correttezza della testata stessa, allora il direttore deve pubblicarla.

    E infine, con toni più allarmati:

    Ma non è finita qui. Siamo alla distruzione definitiva. Oltre alla rettifica e alla richiesta di aggiornare le informazioni, l’interessato “può chiedere l’eliminazione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o dei dati personali”. Non basta nemmeno. “L’interessato può chiedere al giudice di ordinare la rimozione delle immagini e dei dati ovvero di inibirne l’ulteriore diffusione”.

    Come dire: se un giornale pubblica una cosa falsa, la deve rimuovere.

    Un disastro insomma? Un bavaglio? Niente affatto: semplicemente buon senso, logica e correttezza applicata via regolamentazione. Se ne facciano una ragione tutti quelli che pensano che il web sia una zona franca dove la facilità e la libertà di pubblicazione possono essere scambiate per il permesso di pubblicare qualsiasi cosa. Anche il falso.

    E visto che di “falso” (e di diffamatorio) su internet ce ne è parecchio, e visto che di auto-regolamentazione non se ne parla perché evidentemente è una richiesta troppo alta da aspettarsi da ogni singola persona che pubblica su internet, è il caso di regolamentare il tutto. Evidentemente.

    Beninteso, la legge potrà contenere diverse cose del tutto fuori luogo e potrà essere applicata al peggio, e si può tentare di migliorarla ancora, ma parliamoci chiaro, il “bavaglio”, per cortesia me lo si spieghi, dove è?

    (vlm)

    martedì
    ott142014

    Non solo Isis: un mare di miseria ci farà affogare

    martedì
    ott142014

    La Fed (ri)cambia strategia. Gli Usa non sono in ripresa

    Negli Stati Uniti come in Europa la parola d'ordine delle Banche Centrali è quella di aiutare le Banche. La visione comune è infatti quella della centralità della Finanza (Alta o bassa che sia) e della conseguente marginalità dell'economia reale. Imprese e famiglie non sono più viste come la colonna portante dell'economia ma esistono soltanto come fruitrici dei prestiti che le banche gentilmente gli possono concedere. 

    È quasi inutile ricordare come si sia arrivati a questo punto. Oggi è un dato di fatto con il quale si devono fare i conti. È semmai inquietante che i governi, quello italiano in testa, non se ne siano accorti e continuino a ritenerlo un fatto quasi normale. La politica del denaro a bassi tassi di interesse che dovrebbe essere girato a tassi poco più alti alle imprese e alle famiglie sta mostrando tutti i suoi limiti. 

    Le Banche preferiscono utilizzare i soldi ricevuti per ricostruire il proprio patrimonio intaccato da speculazioni andate a male piuttosto che prestarlo a chi dovrebbero prestarlo, non sapendo se esso tornerà indietro. Con la crisi, anzi con la recessione, è in atto un processo domino che vede il generale impoverimento dei cittadini e la chiusura di centinaia di imprese incapaci di affrontare una concorrenza basata sui prezzi bassi  Un segnale doppiamente inquietante perché testimonia del fatto che le Banche avvertono che una crisi devastante è in arrivo e che essa lascerà dietro di sé soltanto macerie. L'economia reale in Europa è ferma. Pure la Germania, ex locomotiva d'Europa, nonostante tutte le riforme “strutturali” realizzate, segna il passo e la sua crescita annua è attorno all'1%. Troppo poco per sé e per trainare gli altri. 

    Oltre Atlantico va un po' meglio ma le basi da cui la crescita Usa nasce sono più deboli di quelle europee. E in particolare di quelle italiane. È inutile nasconderselo. L'economia americana, più che nel 1929, è basata sul debito. Tutti si indebitano. Le famiglie e le imprese con le Banche. Si fanno debiti per pagare il mutuo di una casa in legno (nelle quali un europeo non abiterebbe mai) o per i semplici consumi. È o non è il Paese delle carte di credito? Si indebitano gli Usa nel loro complesso perché il debito commerciale è da decenni in profondo rosso. Soprattutto è indebitato lo Stato Federale (per non parlare delle amministrazioni locali)  il cui debito è ben sopra il 105% del Prodotto interno lordo mentre democratici e repubblicani si trovano obbligati a trovare ogni anno un accordo al Congresso per alzarne il tetto legale. 

    Tutto questo testimonia del fatto che gli Usa vivono ben al di sopra delle proprie possibilità e riescono a mantenere il proprio predominio, e soprattutto a conservare il dollaro come moneta preferenziale di riferimento nelle transazioni (in particolare per le materie prime) sui mercati internazionali in virtù della propria schiacciante forza militare. Se il dollaro non fosse una moneta di occupazione, il suo valore dovrebbe risentire dei cosiddetti “fondamentali” dell'economia Usa che saranno pure di enorme dimensione ma che sicuramente non sono “sani”. Una realtà che non preoccupa minimamente l'amministrazione Obama (come non preoccupava nemmeno Bush e i suoi accoliti) e che vede Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, trovare delle corrispondenze di amorosi sensi con Mario Draghi, grande (si fa per dire) capo della Bce. 

    Così, rendendosi conto che la crisi è molto peggiore di quello che sembra, i banchieri dispongono di antenne sconosciute a noi umani, la Yellen che già aveva avviato (in sintonia con il suo predecessore Bernanke) la riduzione degli acquisti di titoli (finalizzati ad immettere più liquidità nel sistema) ha fatto sapere di voler cambiare marcia. L'economia non va così bene come si sperava e come si pensava, quindi si interverrà su una riduzione dei tassi di interesse. Se non è zuppa, è pan bagnato. Quindi altri soldi alle Banche e avanti con il solito copione. Fino a quando l'economia reale del mondo imploderà su se stessa e presenterà il conto che sarà salatissimo per tutti noi, mettendo sulle strade decine di milioni di disoccupati che, sperabilmente, sapranno identificare finalmente, come in Grecia, i loro veri nemici. Quindi, i banchieri, centrali e no, e tutti quei politici che gli hanno concesso tutto l'esorbitante potere del quale dispongono.

    Irene Sabeni
    lunedì
    ott132014

    La priorità del momento

    Gli unici che formulano proposte precise per porre rimedio al disastro di civiltà, prima ancora che economico, in cui ci troviamo, sono quelli che articolano il loro programma su tre punti: recupero della piena sovranità nazionale, uscendo da quella sciagura che è l’attuale UE; recupero della sovranità monetaria, uscendo dall’euro; adozione di una politica economica sostanzialmente neokeynesiana, per riprendere la marcia dello sviluppo e riequilibrare la distribuzione del reddito.

    Il programma è chiaro e lodevole negli intenti ma il guaio è che non può funzionare.

    Il recupero della sovranità nazionale è forse una condizione necessaria, vista la realtà di questa UE, ma non è assolutamente sufficiente. Massimo Fini sintetizza bene il concetto quando ripete: se deve governarmi Schifano, preferisco la Merkel.

    La questione monetaria viene enfatizzata fin troppo. Il ritorno alla lira avrebbe come unico effetto positivo il ricorso frequente alla svalutazione competitiva, che come politica economica non è un modello di sana gestione. Le svalutazioni competitive non ci misero al riparo dai disastri né dagli attacchi alla lira. Diciamocelo chiaramente: l’Italia è in bancarotta dal 1992, ben prima del’adozione dell’euro. Siamo in bancarotta da quando Amato, agendo di notte come un ladro, ordinò il prelievo del 6 per mille sui depositi bancari perché all’indomani lo Stato non avrebbe avuto i soldi per pagare pensioni e stipendi ai dipendenti pubblici. Siamo in regime di bancarotta da 22 anni. Non possiamo dichiararlo ufficialmente perché i creditori non ce lo consentono. Tutti i balzelli, le IMU, le Tares, le TASI e quant’altro, hanno la stessa funzione di quel prelievo sui CC: tirare avanti qualche mese, nascondere quella bancarotta che ci affliggeva già con la liretta. La moneta non è il fattore decisivo. Decisiva è la scelta fra una produzione rivolta a privilegiare i beni comuni e una rivolta alle merci funzionali al consumo individuale; decisivi sono i criteri di distribuzione del reddito nazionale. Queste sono scelte politiche. La moneta è importante ma non è la panacea.

    Quanto alle strategie economiche keynesiane, è bene ricordare che furono proposte e adottate per uscire da un’altra crisi ciclica disastrosa. Avevano questo fine, correggere le storture del sistema per salvare il sistema stesso, non per affossarlo. Il riformismo keynesiano è l’estremo tentativo di salvare il capitalismo.  Non ci riuscì. Il capitalismo fu salvato dalla guerra. Vero è che il periodo della ricostruzione, il meraviglioso trentennio glorioso successivo al secondo conflitto mondiale, fu improntato nella sostanza a criteri keynesiani, praticati sia dalle socialdemocrazie, dai laburismi e dai partiti cattolico-democratici europei, sia da alcuni presidenti americani. Quello fu il periodo in cui i lavoratori salariati dell’Occidente hanno goduto del più alto livello di vita in tutta la storia moderna.

    Purtroppo quelle conquiste furono il frutto di condizioni irripetibili: il fervore della ricostruzione postbellica; il basso costo delle materie prime; l’assenza di una coscienza ecologica; un debito pubblico sotto controllo perché l’incremento del PIL superava i tassi di interesse passivi; l’alta percentuale di giovani nel complesso della popolazione; la competizione col blocco sovietico, che obbligava capitalisti e governi a concessioni generose verso il lavoro salariato, per vincere la forza di attrazione di un sistema, quello sovietico, che vantava piena occupazione e servizi sociali semi-gratuiti per i lavoratori.

    Nessuna di quelle condizioni è presente oggi, né lo sarà in un futuro prevedibile. Le politiche keynesiane sono oggi impraticabili. Il relativo benessere diffuso, dagli anni ’50 agli ’80 del secolo scorso, è una parentesi eccezionale e non ripetibile nella storia della modernità capitalista. Del resto già allora il consumo di massa era consentito dalla pratica di appianare i debiti con altri debiti, in una spirale di insensatezza di cui prima o poi si doveva pagare il conto.  

    La sovranità nazionale e monetaria, nonché il neokeynesismo, sono contestabili per il loro riformismo illusorio e sostanzialmente riconducibile a un disegno di conservazione del sistema tornando ad anni irrimediabilmente sepolti nel passato. Del resto quell’epoca idealizzata è stata sì l’età dell’abbondanza delle merci disponibili per tutti, ma è stata anche l’epoca della decadenza progressiva dei costumi, della nevrosi di massa per i ritmi frenetici di una civiltà folle, dell’infelicità generalizzata, denunciata dalla massiccia produzione artistica, letteraria, saggistica, di chi aveva la sensibilità e l’acutezza di sguardo capaci di cogliere le linee di tendenza e le realtà profonde dietro l’apparenza. Non è il caso di rimpiangere quel passato.

    Si uscirebbe veramente dalle attuali strettoie adottando parametri nuovi, non rifacendosi a modelli che hanno rappresentato il precedente immediato di questa crisi.

    Uno di questi modelli alternativi sarebbe riorientare l’economia verso l’ autoproduzione e l’autoconsumo, dove vigesse la regola del lavorare tutti, lavorare poco, guadagnare poco. Sarebbe una decrescita tutt’altro che felice. Sarebbe un impoverimento generale al quale ben pochi si adatterebbero per libera scelta.

    Un altro modello sarebbe quello che, non ripudiando la tecnologia moderna ma anzi riconoscendo che moltiplica la produttività del lavoro, accettasse che solo una minoranza della popolazione in età produttiva lavorasse, producendo il necessario per tutti appunto grazie all’elevata produttività, mentre agli altri verrebbe corrisposto un reddito di cittadinanza. Avremmo così una minoranza di lavoratori altamente qualificati e ben remunerati e una maggioranza che vivacchierebbe col reddito di cittadinanza, una condizione che porterebbe con sé molti altri inconvenienti. 

    Allora, che fare?

    La verità è che nessuno è in grado di delineare chiaramente il tipo di società che sortirà dall’attuale disastro. Le follie della finanza, i disastri ambientali e demografici, le migrazioni incontrollabili, il generale disorientamento di un’umanità impazzita, sono i sintomi precisi di un’apocalisse in atto.

    I poteri che contano ne sono consapevoli e lavorano per l’unica soluzione che conoscono e che ha già funzionato in passato: una guerra mondiale che diminuisca drasticamente la popolazione, distrugga per consentire il grande affare della ricostruzione, azzeri i debiti pubblici annientando i creditori. Quella guerra è forse già iniziata. Si tratta di impedire che dilaghi. Ecco qual è la priorità assoluta: costruire un grande movimento internazionale contro la guerra. Non per il generico pacifismo degli arcobaleni e dei girotondi, ma per vanificare il disegno del Potere. Impedire la guerra per lasciare che la crisi faccia il suo corso, fino ad esiti che è inutile cercare di definire in un modello ideale che vivrebbe solo nelle nostre teste, inesorabilmente superato dalla forza delle cose, nell’imprevedibilità dei sistemi complessi.

    Luciano Fuschini
    sabato
    ott112014

    Quell'America Latina raccontata così male

    Si muove molto, in America Latina. Si muovono idee e popoli. A dispetto dello spazio che nel “mondo di sopra” media e politica danno alle trasformazioni e ai nuovi equilibri che si sono creati nell’ex cortile di casa del suo primo e più importante esponente. Meglio non dover  spiegare, a chi qui riesce a malapena a mettere insieme pranzo e cena –ché ce lo chiede l’Europa – che ci sono paesi lontani nei quali la parola “democrazia” è stata riempita, con i fatti, di diritti e possibilità, mentre dalle nostre parti significa paesi guidati da persone non elette, nominate o votate da una parte esigua della popolazione. Troppo complicato spiegare che negli ultimi dieci anni intere popolazioni, prima di fatto prive di ogni diritto, oggi partecipano attivamente alla vita politica, sociale ed economica del loro paesi. Così, quando proprio non se ne può fare a meno, quando c’è da riempire le pagine, si preferisce dipingere quei luoghi e quelle storie con tono paternalistico, se ne fa un disegno naif nel quale il rifiuto degli stessi strumenti che qui ci stanno annientando – Fmi, Banca Mondiale, multinazionali, ingerenze nordamericane – è derubricato a fenomeni simili al grillismo nostrano. O peggio, a istanze che hanno fatto presa su popoli – diversamente da noi “evoluti” europei votanti indifferentemente destre o socialdemocrazie, tutte liberal - in gran parte ignoranti e suggestionabili. 

    Eh… ma lo sappiamo noi… mica è quella la strada giusta, lasciamoli giocare alla rivoluzione, ai “poveri al potere”. Noi qui sappiamo che la via giusta è fare sacrifici in nome della “stabilità”, adeguarci alla flessibilità, tifare per le spending review. 

    Il Brasile? Ci hanno giocato i mondiali di calcio qualche mese fa. Per i più “impegnati” però non è solo Rio, costumi succinti e carnevale; loro leggono, si informano, sanno che Dilma Roussef  è… “controversa”: ha usato la mano pesante con i dimostranti che contestavano le cifre astronomiche spese per l’evento sportivo. Perché dove c’è un qualche giovanotto fotografabile in pose plastiche con volto coperto e molotov in mano, in certa sinistra (quella che si autodefinisce tale…) scatta il riflesso pavloviano dell’appoggio incondizionato. Mentre allo stesso tempo gli ambienti più reazionari si scoprono ribelli. Tutti insieme appassionatamente a denunciare mancanza di libertà e spregio delle regole democratiche. Poi se dietro alla protesta, esattamente come accaduto in Venezuela dalla morte di Hugo Chávez, ci sono i settori delle destre filo statunitensi che con il paravento di una presunta limitazione delle libertà cercano di rovesciare governi legittimamente eletti, pazienza: riot fa fico. 

    Ma, se Dilma rischiava di essere rieletta al primo turno delle recenti presidenziali, evidentemente i brasiliani non sono poi così stufi dell’esponente del PT, partito sotto la cui guida si è registrato un impressionante miglioramento delle condizioni di vita nel paese e una crescita economica importante. 

    Fa niente, meglio sprecare carta, inchiostro e spazi web per sviolinare in favore della candidata “ambientalista” Marina Silva, così verde, così “di sinistra” da essere appoggiata nientepopodimenoche da Washington e che ora, eliminata dalla corsa grazie alle insufficienti percentuali raggranellate, visto che tocca aspettare il ballottaggio che stabilirà chi sarà il nuovo presidente brasiliano, si è schierata in appoggio dell’avversario della Roussef, l’esponente della destra liberal Aécio Neves. 

    Quando si dice il superamento delle barriere. Brazilian peace and love. Lo stesso genere di cartaccia, di cellulosa e virtuale, ci viene propinata in merito alla collega argentina di Dilma, la presidenta Cristina Fernandez de Kirchner. Opinionisti e analisti calcano la mano sulle sue “poco ortodosse” decisioni in materia finanziaria e tifa default, tutta schierata in difesa della sentenza del giudice americano Griesa con cui il nostro ha dato ragione ai fondi avvoltoio, quelli in mano a ricchi finanzieri interessati a spolpare Buenos Aires. Che Griesa abbia giurisdizione anche in certe redazioni, oltre che, evidentemente per alcuni, in Argentina? Ancora la Casa Rosada si rifiuta di sottomettere il destino argentino a decisioni prese da giudici stranieri, e allora non resta che delineare un futuro nero per questi riottosi che si oppongono alla “naturalità” delle cose finanziarie. 

    La speranza nel default per un po’ si è rivolta anche al Venezuela, recentemente sparito dalle cronache dopo settimane, qualche mese fa, di martellamento su Maduro e la sua “violenta” repressione delle proteste delle opposizioni. Nella fattispecie “studenti” armati, sostenuti dalla Casa Bianca e quindi democratici, contro il terribile regime chávista imposto… dal voto popolare. Ora che le stesse bande sono passate a metodi da latinoamerica anni ’80, con l’uccisione mirata di esponenti del partito di governo, il Psuv, come il deputato Robert Serra, il silenzio regna assoluto. Tranne in Spagna però, sempre, per ovvie ragioni, un po’ più attenta a quel che succede dall’altra parte dell’oceano. Un’attenzione della quale si potrebbe però fare a meno, dato che ABC ha visto bene di attribuire il recentissimo0 assassinio di Serra (e di sua moglie) a presunte faide interne al mondo chavista. 

    In questo panorama mediatico restiamo in attesa di qualche segno di vita riguardo alle elezioni boliviane di domenica che vedranno con certezza la rielezione del presidente Evo Morales, dato dai sondaggi vincente già al primo turno e con un consenso popolare stabile da tempo se non in crescita. Ma la Bolivia è così piccola… potremmo sorvolare. Salvo magari qualche pezzullo di colore sull’indio arrivato al potere, con quei pittoreschi vestiti tradizionali che fanno tanto Inti Illimani. 

    Simpatico quasi quanto il presidente dell’Uruguay Pepe Mujica, fichissimo perché ha liberalizzato la marijuana. Da queste parti, nel nord del mondo, l’America Latina non è niente più di questo… Ah… segnalazione: se nel Messico centrista e filo-Usa di Enrique Peña Nieto scompaiono una quarantina di ragazzi colpevoli di avere protestato contro il governo, uccisi e gettati in fosse comuni da polizia locale e gang criminali, la notizia merita appena qualche riga. Lo sdegno e i papiri si risparmiano per governi molto meno amici…

    Alessia Lai
    venerdì
    ott102014

    Eurogendfor alle porte?

    Della forza di polizia europea, l’Eurogendfor, su questo giornale aggiorniamo da tempo.

    Tutto nacque nel 2007 con la firma dello scellerato trattato, siglato assieme a Francia, Spagna, Paesi Bassi e Portogallo, mediante l’istituzione della gendarmeria europea, che andrà a sostituire le Forze dell’Ordine nazionali nella gestione dell’ordine pubblico.

    Un tipico caso liquidato frettolosamente, da soliti noti ipnotizzati della società civile italiana, come l’ennesimo allarme dei soliti complottisti (dei quali naturalmente faremmo parte). Senonché il tutto è diventato legge nel 2010, in Italia, mediante la Legge di Ratifica 84 del 14 maggio di quell’anno.

    Punto e a capo, pertanto, per i negazionisti.

    Dunque l’Eurogendfor si occuperà della gestione delle crisi (eventuali scioperi, manifestazioni) sul suolo italiano, e soprattutto non risponderà alle Camere né al Presidente della Repubblica - che, rammentiamo, teoricamente è il capo delle Forze Armate, almeno secondo la nostra Costituzione - ma sarà a diretta dipendenza del CIMIN, cioè un alto comando interministeriale composto da tutte le parti firmatarie dell’accordo. In altre parole: l’Eurogendfor è al di sopra, dal punto di vista gerarchico, delle forze di polizia italiane.

    Non solo: il trattato firmato assegna a questo corpo di gendarmeria l’immunità penale per gli atti correlati allo svolgimento delle loro funzioni. Possono fare praticamente di tutto, e non verranno perseguiti. I loro archivi saranno inviolabili.

    Forze militari sovranazionali verranno a picchiare in casa nostra, tanto per essere ancora più espliciti, e lo faranno in assoluta autonomia e impunità.

    Quali sono gli aggiornamenti odierni? Molto semplice: all’interno delle recenti manovre attorno alla spending rewiew e ai tagli necessari che l’Italia si trova a fare, una delle ipotesi che sta circolando all’interno delle stanze dei bottoni è proprio quella di un riordino delle forze di polizia. Addirittura è stata ventilata l’ipotesi di un accorpamento di vari corpi differenti attualmente operativi (si fa per dire) sul nostro territorio. I due corpi incriminati sono l’Arma dei Carabinieri e le Forze di Polizia. 

    Allora diciamolo chiaramente: la cosa non è possibile, l’ipotesi non è plausibile, e non è neanche immaginabile. Per un motivo preciso, che risiede proprio nel trattato di costituzione dell’Eurogendfor: siccome ogni Paese firmatario si deve impegnare a fornire degli effettivi a questa nuova forza sovranazionale, è già scritto, firmato e ratificato proprio nella legge di ratifica del 2010 (all’articolo 3) quale sarà la nostra scelta obbligata in tal senso.

    L’articolo è chiaro: “Ai fini del trattato di cui all’articolo 1, la Forza di Polizia italiana a statuto militare per la Forza di gendarmeria europea è l’Arma dei Carabinieri”.

    Nei secoli fedele si ferma qui. E non sarà più fedele a noi. 

    (vlm)

    venerdì
    ott102014

    Napoli, Italia. “Questa” Italia

    Cronaca nera, Signore e Signori. Efferata, yes. Dozzinale, yes-yes. Del tutto momentanea, yes-yes-yes.

    Significa che come al solito se ne parlerà intensamente per un paio di giorni, o giù di là, per poi voltare pagina e passare ad altro. Attenzione, prego: passare ad altro, non pensare ad altro. La differenza dovrebbe essere chiara, a meno che si sia già stati risucchiati, imbottigliati, catturati nei labirinti dell’idiozia collettiva. A meno che si “pensi”, appunto, che qualsiasi cosa ci si muova nella testa meriti di essere equiparata a un vero pensiero, con delle premesse e delle conclusioni. Delle conclusioni che non durino solo qualche momento, prima di farsi attrarre, e distrarre, dall’ennesimo episodio della fiction per eccellenza: l’Attualità.

    L’episodio di oggi (oddio, di ieri: meglio sbrigarsi, prima di finire fuori tempo massimo) arriva da Napoli. Tre “ragazzi” di 24 anni che prendono di mira un adolescente obeso e che, tanto per “giocare” un po’, lo riducono in fin di vita. Sai com’è. Loro si trovano in un autolavaggio e non sanno che cazzo fare. Il ragazzino ciccione aspetta che gli puliscano il motorino e nell’attesa si sistema su un divanetto a sonnecchiare. Da qualche parte lì intorno, come in ogni stazione di servizio, c’è un compressore. Ideona, allora! Che ne dite, guagliò, gli facciamo uno scherzo, a ‘stu strunz?   

    Glielo hanno fatto. Gli hanno piazzato il compressore dove è facile immaginare, anche senza una ricostruzione dettagliata in stile Porta a Porta o Quarto grado, e gli hanno dato una bella pompata. Col risultato di fargli a pezzi il colon, che infatti gli è stato poi asportato in ospedale, e di ridurlo in fin di vita.

    Ma c’è quasi di peggio: dopo che la polizia è intervenuta, concentrandosi soprattutto su quello dei tre che pare essere stato l’esecutore materiale, i parenti di quest’ultimo sono insorti in sua difesa. Da un lato i genitori, dall’altro la suocera. Il succo, traducendo a fatica dal loro idioma, e dalla loro concitazione, è che il baldo congiunto avrà pure sbagliato, ma non è giusto accanirsi contro di lui. Primo, perché mica è stato solo lui. Secondo, perché è evidente che non si è reso conto delle possibili conseguenze.

    La madre della vittima, naturalmente, la vede in maniera opposta. E forse esagerando un po’, ma la si può ben capire, si augura che i responsabili dell’aggressione finiscano «sulla sedia elettrica».

    E noi? Noialtri che pensiamo, e che non siamo impazienti di passare oltre (anche se, certo, questa sera ci sarà il big match con la Russia ai Mondiali di pallavolo femminile, con diretta su Rai Sport 2 e forse anche, come da richiesta di Fiorello, su Rai Uno…) che cosa pensiamo?

    Pensiamo che come sempre si raccoglie quello che si semina. E che il degrado di Napoli, o del suo hinterland, non abbia nulla di casuale. Nulla di deviante. Ciò che accade laggiù – e nei tanti altri luoghi dove dilagano il degrado e l’infezione, in questa immensa discarica collettiva in cui ci fanno vivere – è l’esito di un abbattimento sistematico dell’idea stessa di etica. E di gerarchia. E di valore.

    L’immondizia mediatica, che esibisce continuamente il peggio ed esibendolo lo legittima, ha prodotto una contaminazione collettiva che è tendenzialmente irreversibile, in quanto è funzionale a quell’ottusità diffusa di cui ha bisogno chi detiene il potere.

    Il mainstream spiana tutto e sparge il concime. I commenti accorati dei professionisti sono solo una spruzzata di pesticidi, o presunti tali. Le lacrimucce di giornata sono rugiada, per queste colture avvelenate.

    I frutti, come vediamo, arrivano copiosi.

    Federico Zamboni  
    venerdì
    ott102014

    Ritorno alla terra? (Un tentativo di risposta)

    Pur mettendoci tutta la buona volontà, è per me abbastanza arduo rispondere al signor Lorenzi; per farlo seriamente, ci vorrebbero sociologi e filosofi, storici ed economisti. La carne da lui messa al fuoco è tanta e richiederebbe padronanze più che specifiche. Posso, però, riprendere postazione a quel tavolaccio rude, lo stesso intorno al quale siedono certi amici di affinità elettiva, e provare a rispondere ricorrendo più che al sapere dei dotti (a quanto pare, la mia memoria dev’essere assenteista o, peggio, ultraselettiva e non permette tale erudizione) a una conoscenza tutta intuitiva.

    Personalmente, non credo al mito bello e dannato del ritorno alle origini; per dirla con Nietzsche, «ai greci non si ritorna» perché la storia non si ripete. Trovo vano e anche un po’ vanesio – dettato cioè dalle mode circostanti – un “ritorno alla natura” tout court quasi a volere fare tabula rasa dell’attualità; l’uomo moderno, esattamente come quello antico, non soltanto può, ma altresì deve, vivere il proprio tempo storico, vale a dire il suo presente, senza ripetere meccanicamente ciò che è stato, sentendo anche la necessità di dargli una forma personale e, se è possibile, originale. Questa, a mio avviso, è l’eterna sfida, la partita che si gioca qui e ora.

    Fanno male la pervasione della tecnica, il dominio dell’economia e quello della scienza, che si sbarazza della persona per trasformarlo in un mezzo organico su cui sperimentare senza fine. D’altro canto è pur vero che siamo noi, scambiando la parte per il tutto, a prestarci a nostra volta ai vari riduzionismi; siamo noi a lasciarci pervadere dalla triade, la quale, giusto o sbagliato che sia, svolge la sua funzione: il progresso per il progresso, la crescita per la crescita.

    Sono tante le cause che ci hanno condotti fin qui, ma a mio avviso la più devastante riguarda – oltre all’abbandono della terra, delle tradizioni, del bello e del bene – l’effettiva perdita dell’uomo. La crisi di oggi, prima ancora di essere economica, ambientale e sociale, è profondamente umana e visceralmente individuale; infatti, ciò che si ha modo di riscontrare, quotidianamente e ovunque, è un endemico sottosviluppo della personalità fin quasi alla sua totale paralisi. 

    Se così stanno le cose, il dramma contemporaneo risiede nell’inquietante e innaturale somiglianza tra un uomo e l’altro, tanto che è sempre più raro incontrare chi si faccia ricordare per qualche una sua specifica peculiarità, per suo un modo di ragionare inedito o comunque personale, per una sua indole spiccata, buona o cattiva che sia. Avviene più facilmente l’esatto contrario: il più delle volte, ci si imbatte in qualcuno che richiama alla mente altri cento come lui, i quali vivono come lui e, soprattutto, pensano come lui.

    Quello che accade su un piano privato, allora, non è altro che la pena, gravissima, della mancata realizzazione del proprio sé, di pari passo con l’impietoso fallimento di un’intera vita nonostante gli eventuali successi e guadagni. 

    Su un piano più esteso come quello metastorico, ciò significa che la nostra società così com’è attualmente – abitata da una schiera di donne e uomini ormai piuttosto assoggettati, informi e amorfi – difficilmente riuscirà a dare un’impronta irripetibile al presente. Passerà senza schierarsi mai davvero e senza lasciare traccia alcuna. Una generazione astorica, questa.

    Nel precedente articolo, l’invito non era un ottimistico semplice ritorno alla natura per la natura. Mi parrebbe un’ipocrisia, nonché un’inutile fatica, andare a vivere in campagna e campare biologicamente, mantenendo però comunque quella condotta esistenziale indifferente e indifferenziata, che potrebbe darsi anche nell’ultima delle megalopoli; una condotta, mutuata ancora una volta dalla retorica equa e solidale, che apparentemente va contro la cosiddetta “civilizzazione”, ma in realtà altro non è che un suo risvolto.

    Mi sembra superfluo piantare alberi, accudire animali, mangiare in modo rigorosamente sano e battersi strenuamente per la natura, per poi ignorare completamente la nostra, di natura, precipua e irriducibile; per poi mandare i nostri vecchi all’ospizio; per poi accontentarci di una persona qualsiasi al nostro fianco, pur di non restare soli.

    Tutto questo allora, se ciò che si fa prescinde inesorabilmente da chi si è, diviene soltanto un modo velleitario e fine a se stesso di stare al mondo. Proprio come auspicano tecnica, scienza ed economia.

    Persino nel male, manca l’uomo; lo si capisce dalla sfilza di omicidi che, giorno dopo giorno, si susseguono in Italia e sembrano dovuti a un’emulazione mediatica più che alla vendetta per una folle gelosia, al sangue che ribolle o all’inesorabilità dell’errore tanto fatale quanto umano.

    L’invito di una piccola storia come quella di Cosimo è di coltivare nei figli che verranno “il pericolo che salva”, cioè la loro autenticità individuale; nelle ristrettezze e nei divieti, però, perché solo attraverso il fuoco di questi, lo sforzo di crescere diviene impellenza di «divenire ciò che si è». 

    Solo così potremo ancora avere una storia che sia nostra.


    Fiorenza Licitra
    giovedì
    ott092014

    Tocci, nessuna dignità (altroché)

    Walter Tocci, esponente della minoranza del Pd e fortemente contrario - ma solo a parole - al Jobs Act, si è dimesso dopo aver votato sì alla fiducia. Da qui, da questo gesto così impopolare nel nostro Paese (le dimissioni) sono iniziate le lodi sperticate in merito alla “dignità” della sua decisione. 

    Ha parlato di dignità anche Corradino Mineo, uno degli ultimi “estratti” del calderone Pd (lo preferivamo molto di più quando faceva il nostro mestiere).

    Ma la precisazione è d’obbligo: di quale dignità si ciancia?

    Se avesse voluto fare una operazione dignitosa, e in piena aderenza con quanto annunciato, cioè la contrarietà a questo provvedimento, Tocci avrebbe dovuto dimettersi prima, semmai. Oppure non avrebbe dovuto votare proprio la fiducia a un governo per andare a fare esattamente la cosa che in coscienza gli è apparsa così insopportabile. Invece Tocci ha votato la fiducia - allineato e coperto - e poi si è dimesso.

    Il punto risiede tutto in quel “poi”. Come dire: sto facendo una porcata, la faccio contro la mia volontà (visto che voto contro quello che reputo giusto), la faccio tanto in antitesi con ciò che penso, e dunque straccio la mia onestà intellettuale, tanto che dopo mi dimetto. 

    Tocci ha reputato preferibile contribuire alla vita di questo governo anche se non lo sopporta a tal punto da aver scelto poi di dimettersi.

    In altre parole: vota per una cosa di cui si vergogna tanto dal dover poi compiere un gesto di questo tipo.

    E allora, sia chiaro: non c’è proprio alcuna dignità, in questo.

    (vlm)

    giovedì
    ott092014

    Mose: adesso anche Galan vuole patteggiare

    Nel giugno scorso, quando era esploso lo scandalo del Mose ed era venuto fuori che tra gli indagati per corruzione c’era anche lui, Giancarlo Galan era insorto. Dichiarandosi estraneo alle accuse e impaziente di essere ascoltato dagli inquirenti, l’ex presidente della Regione Veneto aveva rivendicato con toni perentori la propria innocenza: «Mi riprometto di difendermi a tutto campo nelle sedi opportune con la serenità ed il convincimento che la mia posizione sarà interamente chiarita. Chiederò di essere ascoltato il prima possibile con la certezza di poter fornire prove inoppugnabili della mia estraneità».

    Quattro mesi dopo, e a quanto pare sotto il peso della detenzione in carcere cominciata il 22 luglio, la musica è completamente cambiata. Al posto di quella sicurezza, o sicumera, ecco la richiesta di patteggiamento, presentata dai suoi avvocati e già avallata, in attesa della decisione del Gip, dalla Procura di Venezia: due anni e dieci mesi di reclusione, nonché la confisca di 2,6 milioni di euro, pur di evitare sanzioni peggiori e confidando di essere trasferito agli arresti domiciliari.

    Sul conto di Galan, a questo punto, c’è ben poco da aggiungere. La vicenda si commenta da sé e dovrebbe equivalere a una pietra tombale sulla sua attività politica, anche se c’è quasi da scommettere che o presto o tardi pure lui proverà a rifugiarsi nel distinguo, quasi sempre pretestuoso, tra patteggiamento e ammissione di colpa. Assai più del giudizio individuale, però, merita attenzione la questione complessiva. Il fatto che la normativa esistente preveda, e quindi permetta, questo tipo di soluzioni. O, per meglio dire, di scappatoie. Di fronte a reati come la corruzione, specialmente se reiterata e lucrosa come nel caso del Mose, bisognerebbe seguire comunque l’iter ordinario – escludendo, beninteso, ogni possibilità di fruire della prescrizione – e irrogare sempre il massimo della pena.

    Il patteggiamento nasce da considerazioni essenzialmente pratiche, ossia dall’intento di far risparmiare tempo e denaro all’amministrazione giudiziaria. Ma è un criterio che non può prevalere sull’esigenza di infliggere punizioni esemplari ai responsabili di condotte particolarmente nocive. I Galan di turno – e la loro lista, come dimostrano le cronache anche recenti, è non solo lunghissima ma in continuo aggiornamento – dovrebbero sapere per certo che non avranno scampo, qualora siano beccati con le mani nel sacco.

    (fz)

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