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La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
Fondatore Massimo Fini - Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco
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    venerdì
    set192014

    La Scozia se la fa sotto al kilt

    Altro che Braveheart. Dunque nessuna indipendenza. Hanno vinto gli europeisti-unionisti. A quanto sembra, dagli scrutini eseguiti sino a ora, per circa il 55% degli scozzesi è meglio rimanere con la Gran Bretagna.

    È una delusione forte, inutile negarlo, per una vicenda che per una volta almeno sembrava poter davvero segnare l’inizio di un cambiamento profondo a livello europeo, perché fatalmente, a “indipendenza” ottenuta, si sarebbe innescato un precedente importante per tanti Paesi dell’area in odore (e in speranza) di abbandonare il carrozzone dei Banksters. 

    Beninteso, non è affatto certo che una Scozia indipendente avrebbe poi sul serio messo in atto tutta una serie di norme, prima tra tutte quella sulla sovranità monetaria, in grado di dare veramente scacco matto a questa Europa fatiscente che ci sta spingendo nel baratro (oltre che alla Gran Bretagna). Ma sarebbe stato certamente un inizio. E un indizio.

    Come a suo tempo fu per la Grecia, che scelse la strada europea e stiamo vedendo a cosa la stia portando, anche per la Scozia si ripete il medesimo copione. Solo che in questo caso le speranze, e i numeri, avrebbero potuto dire qualcosa di diverso. Se solo gli indecisi avessero avuto chiara la situazione.

    Non è un caso che in modo del tutto non convenzionale, e dal punto di vista diplomatico davvero sgradevole, siano scesi in campo, e nelle televisioni, e in ogni ordine e luogo, i premier di quasi tutti gli altri Paesi del mondo occidentale per scoraggiare - e in qualche caso minacciare - i cittadini scozzesi dal prendere una decisione di questo tipo. Oltre alla pletora dei maggiordomi dei Paesi dell’Eurozona si sono pronunciati anche quelli oltre all’Oceano, Barack Obama in testa.

    Una invasione di campo diplomatica senza precedenti. Che ha portato i suo frutti.

    Per quanto attiene a Londra, essa ha dapprima ignorato la possibilità dell’indipendenza, poi la ha derisa, poi la ha attaccata, e alla fine la ha letteralmente sabotata facendo offerte come al mercato. Rimanete con noi e vi faremo delle concessioni. 

    Poco più della metà degli scozzesi ha abboccato. Cameron ha assicurato devolution a gennaio e maggiore autonomia anche a Inghilterra, Galles e Nordirlanda. Una barzelletta. E tutto rimane come prima. 

    E questo risultato, bisogna pur dirlo, di cui gli scozzesi si pentiranno così come i cittadini greci, scoraggerà anche altre realtà dal tentare questa strada. Almeno per ora. Non sono ancora maturi i tempi, evidentemente. 

    (vlm)

    venerdì
    set192014

    Via l’articolo 18: e la chiamano equità

    Un completo ribaltamento logico. Ovvero, per dirla in maniera spiccia, una truffa politica. Una mistificazione che si va dipanando da anni, tanto è vero che l’abbiamo già analizzata a suo tempo (qui), ma che oggi diventa ancora più spudorata. Il drastico ridimensionamento dell’articolo 18, che per ora colpirà solo i nuovi assunti a tempo indeterminato ma che incombe anche sugli altri, viene infatti presentato sotto l’egida di una dicitura quanto mai ingannevole: il contratto «a tutele crescenti».

    A sentire i suoi fautori, da Renzi in giù, è un grande passo avanti sulla strada dell’equità. Eliminando l’obbligo di reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa, per sostituirlo con un indennizzo pari ad alcune mensilità che aumenterà in funzione dell’anzianità di servizio, si rimuove una delle principali differenze normative tra i dipendenti stabili e quelli precari. Gli effetti pratici, a vantaggio esclusivo degli imprenditori, si saldano a un potente messaggio di cambiamento, rivolto alle nuove generazioni e finalizzato a rassicurarle: le disparità di trattamento sono un retaggio del passato e sono destinate ad attenuarsi sempre di più, fino a dissolversi. Nell’Italia del futuro chiunque, a prescindere dall’età, avrà all’incirca il medesimo trattamento, sia sul piano contrattuale che su quello pensionistico. E in questa sostanziale equiparazione – evviva! – si realizzerà una ritrovata giustizia.

    Peccato che sia un raggiro, appunto. L’approccio corretto, per chi inalberi i vessilli etici della parità tra i cittadini, dovrebbe consistere nell’estendere le garanzie preesistenti a chi ancora non ne gode, anziché nel predisporre un futuro in cui non ne godrà più nessuno. Nel caso specifico, inoltre, le disuguaglianze che si sostiene di voler superare non sono altro che l’esito, prevedibilissimo e inevitabile, delle modifiche introdotte in precedenza dal Parlamento, spianando la strada a ogni sorta di rapporti instabili. Che nella sostanza, ovvero sul piano delle prestazioni richieste ai lavoratori, sono analoghi a quelli che erano già in uso, ma che viceversa cancellano le usuali garanzie a loro tutela.   

    Insomma: prima si sono create le condizioni che legalizzavano il divario, innescandone una diffusione così ampia da diventare uno standard che colpisce sistematicamente i più giovani, e poi ci si sono indossati i panni (le maschere) dei paladini che vogliono “sanare” la discriminazione in atto. Tutti quanti nella stessa barca – o piuttosto nella stessa stiva, dove la sola cosa sicura è che bisogna prostrarsi ai diktat di chi comanda, augurandosi che basti a conservare il posto e a spuntare uno stipendio non proprio da fame – e fine dei motivi di lamentela sui padri che sono trattati meglio dei figli.

    È così che funziona il riformismo, ovvero l’offensiva neoliberista sotto mentite spoglie. Quando sostiene di mettere i cittadini sullo stesso piano, in realtà li appiattisce verso il basso. Quando afferma che ciascuno può innalzarsi ai più alti livelli, in effetti parla (ciancia) di una possibilità che nella stragrande maggioranza dei casi rimarrà astratta.

    Mai dimenticarlo: lo schema organizzativo, che rientra in un progetto consapevole e perseguito col massimo cinismo, è quello statunitense. Una piccola cerchia di super ricchi che non si accontenta più di spadroneggiare ai danni dei ceti poveri e incolti, nel vecchio e infido presupposto che essi stessi siano i responsabili, e quindi i colpevoli, della loro miseria ed emarginazione. Una oligarchia che per trovare nuovi margini di profitto ai suoi capitali già immensi è costretta a estendere il saccheggio alle classi medie. Le quali, del resto, sono l’esito storico di un artificio assai prolungato ma pur sempre transitorio, che è servito a legittimare il sistema nel suo complesso.

    Una cooptazione momentanea, come stanno dimostrando i fatti. C’era bisogno di un vasto consenso e lo si è ottenuto incrementando massicciamente le paghe dei sottoposti. Più soldi per affascinarli, per convertirli, per corromperli.

    Un investimento straordinario, e tutt’altro che in perdita, in attesa di tornare alle antiche preferenze: un dominio assoluto e tirannico, una sopraffazione senza scampo.

    Federico Zamboni
    giovedì
    set182014

    Nasce la “Generazione 300 euro”

    La Generazione 1000 euro è ormai solo un lontano ricordo. Ciò che non più tardi del 2006 (data di uscita di questo fortunato libretto concepito originariamente on-line nel 2005 da Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa) era considerato già un punto di arrivo peraltro difficilmente raggiungibile, rappresenta oggi un vero e proprio miraggio. E siamo a quasi un decennio dai fatti. Incorvaia e Rimassa nel frattempo sono passati dai 30 ai 40 anni, e le cronache relative al mondo del lavoro, ancora prima del prossimo - annunciato - intervento di Renzi (per quanto attiene all’Italia), ci parlano di una situazione da rivedere drasticamente al ribasso.

    Ben oltre, o meglio, ben più al ribasso rispetto ai mini-jobs tedeschi, è la realtà della Grecia che deve farci riflettere. Lì, la situazione lavorativa è la diretta conseguenza delle richieste fatte a suo tempo dalla Troika e perpetrate sino ai giorni nostri. 

    Una recentissima inchiesta condotta dall’istituto del lavoro del principale sindacato greco GSEE parla chiarissimo: i salari greci, per chi ne ha, sono crollati proprio attraverso i cosiddetti “contratti di lavoro flessibile” tanto cari anche dalle nostre parti.

    Lì, “i lavori di contratti flessibile" sono considerati i contratti part-time, la riduzione degli orari di lavoro e i cosiddetti lavori in rotazione. E l’altissimo tasso di disoccupazione sta forzando sempre di più i lavoratori soprattutto del settore privato ad accettare tali condizioni. 

    Il che ha determinato la vera e propria nascita di una nuova generazione, quella da 300 euro.

    Un lavoratore su tre nel settore privato guadagna un salario da 440 euro lordi, ovvero, appunto, 300 euro netti al mese. Con occupazione saltuaria, a rotazione, e senza alcuna garanzia, al bene ribadirlo.

    Ora, quando anche da noi si sente parlare dei buoni effetti che avrebbe il varo del Job Act di Renzi, varrebbe la pena prendere in considerazione a cosa sta portando negli altri Paesi, e in particolare modo proprio in Grecia, dove il laboratorio a cielo aperto è in corso permanente.

    (vlm)

    giovedì
    set182014

    Altro che 1000 giorni. Renzi con le ore contate?

    Come per tutti i fenomeni che riguardano l’arte di imbonire, il tempo fa perdere l’efficacia all’ipnosi. Pare che - finalmente, e sempre troppo, troppo tardi - per il governo in carica stia iniziando la fatale parabola discendente.

    Secondo un sondaggio della Ispo sono in forte aumento gli scettici, in merito alla valanga di promesse che Renzi ha fatto e continua a fare di continuo. Secondo il rapporto “si sta diffondendo, a torto o a ragione, l’impressione che, al di là degli annunci, le prospettive di effettiva realizzazione delle riforme promesse siano scarse”. Ma dai. 

    I dati sono eloquenti: il 67% degli italiani crede che il governo soffra di quella che inizia a essere chiamata “annuncite”. E in particolare sembrerebbero i residenti nel Nord-Est a essersene accorti. 

    Il consenso di Renzi è legato più che altro alla mancanza di alternative. Alla scelta del meno peggio. O meglio, alla scelta di colui che, nell’assoluto silenzio degli altri, o nella sgangherata proposizione di proposte poco chiare e comunicate peggio (vedi alcuni partiti attualmente in Parlamento), se non altro promette con convinzione mediatica qualcosa. 

    Secondo il sondaggio gli scettici sarebbero soprattutto i giovani in cerca di occupazione e i disoccupati, cioè quelli, in sostanza, che non hanno beneficiato degli 80 euro, per intenderci. Quelli, del resto, verso i quali si sta dirigendo l’azione di governo in merito allo stravolgimento del mercato del lavoro secondo i desiderata dell’Europa dei banchieri. Sulla bontà di tale operazione, peraltro, è più che lecito dubitare, vista la provenienza della ricetta. 

    Ma torniamo al punto: Renzi inizia la sua discesa che passerà fatalmente dallo scetticismo alla ostilità vera e propria. 

    È una buona notizia? Naturalmente lo è: anche se al momento non pare ci siano alternative ciò non significa che si debba perpetrare nell’errore di credere al nulla. Anche perché sino a che si crede al nulla - e lo si continua a votare - non ci potrà mai essere neanche la speranza che possa nascere una alternativa. Senonché, come al solito avviene per lo sbadato e credulone elettorato italiano, la parentesi renziana sarà servita ancora una volta a prendere tempo. A perdere tempo. E a fare danni, se per esempio questa riforma del lavoro riuscirà ad andare in porto prima che Renzi sia costretto a tornare a Firenze.

    (vlm)

    mercoledì
    set172014

    Quella serenità di 30 anni fa

    Fa un certo effetto pensare a 30 anni addietro. Perché di 30 addietro ho memoria storica personale e ricordi vividi. Quando leggo di serie storiche, di anni Cinquanta e Sessanta, posso solo studiarne i dati e immaginare. Ma il comunicato di Confcommercio della settimana scorsa non lascia scampo: "i redditi delle famiglie sono tornati indietro di 30 anni". Io quei tempi me li ricordo. Io c’ero. I redditi di mio padre e di mia madre me li ricordo eccome. E mi ricordo come vivevamo proprio dal punto di vista economico. Giornalista mio padre, impiegata mia madre, io decenne e mio fratello poco più piccolo in casa e altri due figli di una vita precedente di mio padre che però non vivevano con noi.

    Il reddito di allora. Il reddito dei miei. Il nostro “tenore di vita” (economico) e quello etico e morale. E me: cosa facevo? Cosa consumavo? Cosa mi mancava?

    Impossibile non fare confronti con oggi. Oggi che siamo quarantenni noi come allora lo erano i nostri genitori. Oggi, quasi all’indomani dell’apertura della scatola nera dei ricordi e degli oggetti svuotati dalla casa avita ormai disabitata per la morte dei miei e per la necessità ereditaria di doverla vendere.

    Giravano solo cari fantasmi ormai in quelle stanze e in quei corridoi, in quei disimpegni spariti dalle case moderne eppure così utili, così intimi, così indispensabili, così importanti. Fantasmi dei miei genitori e di me e mio fratello piccoli, di mia nonna, del nostro cane. E quei ricordi di come vivevamo allora di cui quasi sento ancora gli odori, i rumori, i ritmi e le consuetudini.  

    Con il reddito dei miei di allora avevamo un appartamento a Roma, in un quartiere ancora vivibile, dove i negozianti ci conoscevano ad uno ad uno. Dove andavo da "Remo" ogni pomeriggio, tornando da scuola da solo, e prendevo un pezzo di pizza che poi mia madre passava a pagare. Dove ci portavano ancora il vino a casa con le damigiane e dove Taraddei, il pizzicarolo dietro l’angolo, un giorno mi accompagnò sin dietro la porta di casa, sul pianerottolo, per riconsegnarmi a mia madre dopo che mi ero acceso come un fiammifero strusciando sull’asfalto in seguito a una curva ardita sulla mia bicicletta rossa. Ora i palazzi di quel quartiere hanno appartamenti con dei confortevoli affacci vista traffico smog e rumore h24. Roba da cui scappare, dunque. Ma allora era diverso.

    Torniamo ai consumi e imponiamoci di non divagare oltre. 

    Una famiglia dunque, un appartamento al quale poi si sarebbe aggiunto un piccolo villino fuori Roma, sul Lago di Bracciano per trascorrervi i mesi estivi - i mesi estivi, non i quindici giorni comandati di oggi - una Renault 4 bianca che ho detestato fino al compimento dei 18 anni e poi invece adorata per tanti motivi… Ma soprattutto una cosa: la certezza, nei miei genitori e dunque fatalmente trasferita inconsciamente anche a noi figli, di una vita serena. Limitata all’interno del possibile e dell’impossibile di quella condizione di allora ma senza alcuna paura di precipitare. I nostri genitori allora riuscivano anche a risparmiare. 

    Io allora e negli anni seguenti, e almeno sino ai vent’anni, non ho mai sentito la pesantezza di qualche mancanza grave. 

    Poi il consumo della società prese a salire vertiginosamente. Per quasi tutti. E chi non si adeguava, in qualche modo, si sentiva automaticamente lasciato indietro. E dunque qualche azzardo personale, a rate. E dunque qualche preoccupazione. Qualche capitombolo. Qualche notte non proprio serena.

    Per tornare a quello stato di serenità provato anni prima, di consapevolezza di non aver bisogno d’altro, di non sentirne proprio l'esigenza, e dopo essere passati per le forche caudine degli orribili anni Ottanta e Novanta, quelli del consumo folle, c’è voluto almeno un altro decennio e qualche migliaio di libri letti. Una crisi economica colta e aspettata sin da prima che iniziasse sul serio e la volontà di abbracciare la decrescita fatale che ne è scaturita con la consapevolezza della maturità raggiunta, delle convinzioni acquisite. Un processo lungo dunque. E in continuo aggiornamento. A ogni rinuncia, a ogni step di decrescita, un ulteriore passo verso la serenità. Ma che fatica, soprattutto all'inizio. Fatica del cambiamento. Malgrado aver interiorizzato il tutto, la trasformazione ha richiesto - e richiede - impegno. Una lotta senza quartiere contro le abitudini incrostateci addosso.

    Voglio dire: in realtà oggi abbiamo infinitamente meno di allora, di 30 anni fa. Non di oggetti, naturalmente, di cui siamo pieni. Ma di speranze per il futuro. La privazione di allora era per qualche capriccio che non potevamo permetterci - e che a casa mia ci negavamo sino al momento in cui non vi fossero effettivamente stati i denari necessari per eventualmente acquistarlo. La privazione di oggi è in quella serenità che ci è stata sottratta. Allora dovevamo combattere per convincerci a rinunciare a qualche cosa, e magari risparmiare per continuare ad avere quella certezza di riuscire a vivere senza affanni all’interno di quei limiti ben precisi. Oggi si deve lavorare su se stessi per attraversare il guado che la nostra generazione ha davanti, dal mondo come era indirizzato negli ultimi vent’anni a quello che sarà. Per sopportare queste incertezze che abbiamo davanti.

    Insomma: con il reddito di allora ho la netta sensazione si vivesse meglio, nel senso più ampio della parola, rispetto a come si viveva con il reddito di una decina d’anni fa, nel periodo pre-crisi, per intenderci. Certo oggi, con un reddito come quello di trenta anni addietro, si vive molto peggio, perché ciò che allora era assicurato, con quel reddito, è ora invece avvicinabile solo con affanno, visto che i servizi dello Stato sono meno e i beni primari costano molto di più. Ma è negli anni prima del 2008 che si è compiuto il dramma. Perché in quella moltiplicazione di beni e servizi in vendita in comode rate è cambiata la nostra capacità di resilienza alla vita. È cambiata la nostra capacità di capire cosa serve e cosa no, cosa è più importante e cosa lo è meno.

    La sfida personale di oggi - oltre alle battaglie che è necessario combattere contro i titani della finanza e della speculazione - risiede dunque nel ritrovare gli equilibri interni che ci consentano di riprendere contatto con la realtà di cosa ci serve sul serio. Di ciò di cui possiamo fare tranquillamente - tranquillamente! - a meno, e che dunque non vale un solo minuto della nostra serenità perduta onde poterlo raggiungere. E di ciò che invece, certo, ci è sul serio indispensabile. 

    Ma per trovare quella serenità interiore di trenta anni addietro serve un lavoro mostruoso su se stessi, che è possibile iniziare, peraltro, solo dopo il momento in cui ci si convince intimamente che quel mondo non tornerà. Che è meglio sia così.  E che ci si deve iniziare a inventare “come vivere” in un mondo completamente differente.

    Chi aspetta unicamente che le cose tornino a girare come prima non solo è un ingenuo, perché va incontro immancabilmente a una delusione feroce, ma è spacciato, perché non riuscirà mai più a trovare un vero equilibrio.

    La nostra generazione deve abbracciare questo cambiamento e deve imparare ad apprezzarlo, sin quasi ad amarlo, per plasmare un nuovo modo di vivere che sia degno di essere vissuto. Fare altrimenti è condannarsi alle delusioni, alle paranoie, alle ansie. È condannarsi a non voler più vivere.

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    set172014

    Crisi di rischi e valori anche così si spiegano gli occidentali nell'Isis

    mercoledì
    set172014

    Rassegna stampa di ieri (15/9/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Storia e Controstoria

    martedì
    set162014

    L'Ocse tira la volata alla BCE

    L'Ocse ci boccia sonoramente. E Anche per la Germania non va tanto meglio.

    Intanto i fatti di casa nostra. Senza mezzi termini: l'Italia è in caduta libera, e a confermarlo, ove ce ne fosse bisogno, stavolta arrivano l'Ocse e Standard & Poor's. 

    Per i meri dati, la prima cosa da mettere a fuoco è che malgrado i roboanti annunci fatti da mesi e mesi, e soprattutto dal governo Renzi, per il 2014 chiuderemo in acclarata recessione. Il Pil si contrarrà ulteriormente di uno 0,4% (dopo il +1,8% del 2013). E anche per il 2015 cresceremo, a quanto si legge, di appena lo 0,1%. Anche in quest'ultimo caso si tratta di previsioni. E abbiamo già constatato ampiamente come queste, da più di un lustro ormai, sia tutte immancabilmente da rivedere al peggio.

    A essere negativi sono tutti - tutti - gli indicatori economici: vendite, consumi e potere d'acquisto. Mentre sono in aumento il debito pubblico, la pressione fiscale, la disoccupazione giovanile e i fallimenti aziendali. 

    Tutti dati dell'Ocse. Inutile insistere nel commento, se non per segnalare una ulteriore perla dell'istituto parigino, ovvero i consigli per manovre: viste "le prospettive di bassa crescita e il rischio che la domanda potrebbe essere ulteriormente indebolita se l'inflazione rimane vicino allo zero, o addirittura diventasse negativo", l'Ocse raccomanda "un sostegno" monetario ulteriore per l'area dell'euro. E in modo ancora più chiaro: "Le azioni recenti della Banca centrale europea sono benvenute, ma ulteriori misure, tra cui il quantitative easing, sono legittime".

    Terreno pronto dunque per Draghi & co. E manovre suggerite in arrivo per noi tutti.

    Dal canto suo, puntuale come una cambiale, fatti i debiti conti e letto il rapporto dell'Ocse, Standard & Poor's non ci ha messo più di un minuto per diramare il proprio comunicato tanto caro a Borse e speculatori: Il Pil dell'Eurozona si attesterà a +0,8% e si prevede che l'economia italiana resterà al palo nel 2014, contro il +0,5% previsto a giugno. Al ribasso vengono riviste anche le stime di Francia (a +0,5% da +0,7%) e Olanda (a +0,8% da +1%), mentre restano invariate quelle di Germania (+1,8%), Spagna (+1,3%) e Belgio (+1,1%). "I deludenti risultati del secondo trimestre hanno gettato dubbi sulla sostenibilità della ripresa nella zona dell'euro", avverte S&P, secondo cui "le condizioni economiche" dell'area "restano fragili".

    Al quadro fosco generale si aggiunge anche un altro dettaglio di un certo rilievo: cala ancora la fiducia degli investitori in Germania.

    Si tratta dell'indice Zew, che misura proprio la fiducia degli investitori: rispetto agli 8,6 punti di agosto, a settembre si è registrato un calo a 6,9 - molto sonoro, dunque. E si tratta soprattutto del nono calo consecutivo.

    Il dato è importante perché va inquadrato nell'ambito delle prossime inevitabili tensioni tra la Bundesbank e la Banca Centrale Europea, quando quest'ultima metterà in moto le nuove misure economiche previste ad agosto. A quel punto, e visti i dati che iniziano a essere allarmanti anche da parte tedesca, non sarà possibile un braccio di ferro troppo energico. Merkel & co. dovranno cedere. E la BCE avrà mano libera.

    (vlm)

    martedì
    set162014

    Storie di ordinaria schiavitù

    (L'immagine non si riferisce a Valerio Sardo)Cronaca, per una volta. Cronaca sociale. Vicenza: muore a 87 anni, in fabbrica.

    Si chiamava Valerio Sardo, e aveva dunque poco meno di 90 anni - novanta anni - ma lavorava ancora. In una fabbrica. 

    Avrebbe ovviamente dovuto essere fuori dal lavoro, ma la magra pensione che percepiva non gli permetteva di vivere una vecchiaia almeno ai limiti della decenza. E dunque era tornato al lavoro, presso la stessa azienda per la quale aveva prestato servizio decenni. Con un contratto da consulente, stavolta. Per arrotondare l'assegno mensile elargito dallo Stato.

    L'incidente - si suole chiamarlo così - è avvenuto alle acciaierie Valbruna. Naturalmente tutta l'attenzione si è spostata sulla dinamica dell'accaduto, e le sigle sindacali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil , dunque Fiom, Fim e Uilm, hanno deciso di bloccare lo stabilimento al fine di verificare quanto accaduto e provvedere alla messa in sicurezza dell'impianto. Sigle e comunicati che non vogliono dire molto, e che dicono ancora meno se contribuiscono, come è facile constatare, a perdere di vista il fatto crudele della vicenda.

    Valerio Sardo, di anni 87, lavorava ancora in fabbrica. È stato schiacciato da un muletto in manovra. Nel parco rottami dell'azienda.

    Nel parco rottami, appunto.

    (vlm)

    martedì
    set162014

    Ballarò. Talkshow. Ahò  

    Stasera ricomincia Ballarò, nella “nuova gestione” di Massimo Giannini. A proposito: nuova gestione di un negozio autonomo o di un esercizio in franchising?

    Non prendetela come una battuta. I più si limitano a guardare quello che è esibito in vetrina, con l’eccitante consuetudine del rinnovo settimanale della merce esposta – e con l’andirivieni dei manichini che la ostentano. Invece di lasciarsi attrarre/soggiogare da ciò che viene mostrato dovrebbero interrogarsi sul perché. Anzi sui perché, al plurale. Che cosa stanno cercando, loro che si ostinano a baloccarsi davanti al teleschermo? Che cosa stanno vendendo, davvero, quelli che allestiscono il tutto?

    L’ex vicedirettore di Repubblica promette di fare «buon giornalismo», ma prima di proseguire con le domande sulla riorganizzazione del programma bisognerebbe chiarirsi su cosa si intenda con questa formula, o formuletta. Viceversa, e come accade di solito, l’intervistatore di turno (Sebastiano Messina, anch’egli di Repubblica) non avverte alcuna necessità di approfondire. Nessuna esigenza di chiedere che cosa si intenda, con quell’espressione che punta tutto sull’aggettivo e confida, in tal modo, di restituire totale credibilità al sostantivo.

    Il vero problema, infatti, è che con l’andare degli anni il giornalismo a più larga diffusione si è talmente intrecciato con le oligarchie politiche ed economiche da appiattirsi sul pensiero unico dominante, perdendo così ogni residua indipendenza di giudizio. Non è solo una questione di malafede deliberata e di asservimento obbligato, che pure sono le fatali conseguenze di un’editoria che non è in grado di reggersi sulle vendite e che, perciò, può sopravvivere solo se a farsi carico delle perdite ci sono dei potentati industriali o finanziari, come attestano gli assetti proprietari di quasi tutti i principali quotidiani, dal Corriere a Repubblica, e dalla Stampa al Giornale. La patologia è persino più grave. Un’infezione che azzera le capacità di osservare la realtà in maniera radicalmente diversa da quella corrente, tornando a metterne in discussione non solo gli aspetti operativi ma le premesse e le finalità.

    In questa situazione – in questa distorsione, sempre più attorcigliata su sé stessa – la censura diventa superflua, essendo sostituita dall’autocensura. Che discende a sua volta dall’omologazione. Il giornalismo mainstream rinuncia a priori ad andare al fondo dei fenomeni in atto e si riduce a cronaca del potere. Una sorta di “tutto il calcio minuto per minuto” in cui si riferiscono minuziosamente gli avvenimenti, nonché i relativi cascami sul filo del gossip e le miriadi di pseudo notizie che non hanno un effettivo fondamento ma che sono utilissime per richiamare l’attenzione e tenere alto il coinvolgimento emotivo. Quanto alla logica generale, che è quella del business imperniato sulla mercificazione a 360 gradi e che, non a caso, accomuna sia lo sport professionistico che la società nel suo insieme, un silenzio pressoché assoluto.

    Il limite insormontabile di Ballarò, e dei tanti altri talkshow che infestano i palinsesti televisivi, è in questo vizio genetico. È nell’inscriversi in una prospettiva a senso unico, dove si discute all’infinito dei dettagli e dove, però, si omette completamente di alzare il tiro fino a identificare le vere cause. Le vere responsabilità. I veri centri di interesse che plasmano il mondo a proprio vantaggio, e sono disposti a qualsiasi arbitrio pur di riuscirci.

    Questa sera, per cominciare in bellezza, l’ospite principale di Massimo Giannini sarà Romano Prodi. Non avete già l’acquolina in bocca, immaginando le sue illuminanti riflessioni?

    Federico Zamboni
    lunedì
    set152014

    Suvvia, «Obama e soci»: un po’ di cautela… 

    È solo una goccia nell’oceano della disinformazione, l’articolo firmato oggi da Vittorio Feltri e pubblicato sul sito del Giornale con il titolo Un consiglio a Obama: andiamoci piano con le guerre mondiali”. Eppure, nel suo piccolo, rientra in una mistificazione di ben più ampia portata, che è essenziale comprendere e tenere a mente: la banalizzazione del grande potere economico e politico, e di chi lo detiene, dandone delle letture superficiali, che tendono a sminuire il livello di consapevolezza che sta dietro le decisioni assunte di volta in volta, ivi incluse quelle di maggior rilievo.

    Prendiamo come esempio la chiusura del pezzo di Feltri. Dopo essersi lungamente soffermato, deprecandole al massimo grado, sulle scelte che determinarono via via lo scoppio della Prima guerra mondiale e i successivi massacri, l’editorialista torna all’attualità soltanto in extremis e scrive: «Le guerre non sono ciliegie eppure l'una tira l'altra. Tant'è che Obama e soci meditano di farne un'altra contro l'Isis, e non pensano che così creeranno i presupposti per incrementare le decapitazioni e i monumenti ai caduti».

    La chiave di volta, come i più attenti avranno già capito, è in quel «non pensano che (…)». Il messaggio che si cerca di far passare è che la colpa di Obama & C. risieda in una certa avventatezza, che li induce a iniziare questo nuovo conflitto senza aver adeguatamente ponderato le sue conseguenze. Il sottinteso, allo stesso tempo, è che si tratta di persone che in buona fede stanno tentando di agire per il meglio, ossia a difesa dell’Occidente democratico e liberista e delle rispettive popolazioni. Per quanto gravi potranno essere gli esiti, fino a un bagno di sangue di enormi proporzioni, si rimarrebbe appunto nei limiti della colpa, anziché del dolo.

    Quella che a prima vista appare un’accusa, e quasi una requisitoria (visto l’insistito e inorridito richiamo all’ecatombe del 1915-18), si risolve così nella conferma di una sostanziale legittimazione, sia individuale che sistemica. Poiché le intenzioni restano buone, o persino ottime, il presidente USA e i suoi sostenitori non vanno mica considerati dei cinici guerrafondai pronti a qualsiasi sterminio in nome dei propri interessi oligarchici, ma tutt’al più, parafrasando la vecchia frase sulle Br e affini, dei “liberali che sbagliano”.

    (fz)

    lunedì
    set152014

    Caro Capanna, ti autoassolvi con troppa disinvoltura

    lunedì
    set152014

    "Enduring Freedom" è un fallimento totale

    Sono passati tredici anni dal famoso 11 settembre e dalla proclamazione di Enduring Freedom, la guerra di lunga durata e senza quartiere che avrebbe dovuto stroncare il terrorismo islamico.

    Dopo tredici anni i guerrieri di Allah controllano vaste aree dell’Afghanistan, proclamano il Califfato fra Siria e Iraq, incendiano la Libia, dilagano in vaste aree dell’Africa nera. 

    Allora, delle due l’una: o Enduring Freedom è stata un colossale fallimento, o il vero obiettivo delle guerre americane era un altro, non il fondamentalismo islamico: per esempio seminare il caos disgregando nazioni a tutto vantaggio di Israele, oppure circondare Cina e Russia di basi in un’area strategicamente decisiva anche per le risorse energetiche.

    L’ipotesi che il vero obiettivo fosse un altro, appare molto più fondata. Ancora di più oggi.

    L’Internazionale Islamica, che assume volta per volta nomi e sigle diverse, appare negli anni ’80 in Afghanistan. Combatte i sovietici, usufruendo della logistica offerta dal Pakistan, alleato degli USA, del finanziamento e del reclutamento garantiti dall’Arabia Saudita, pilastro del sistema di dominio americano, e delle armi fornite dalla CIA. Fa un ottimo lavoro contro l’Armata Rossa, scalfendone il prestigio e contribuendo all’implosione dell’URSS.

    Riappare negli anni ’90 prima in Bosnia e poi nel Kosovo, in coordinazione con la NATO: gli aerei dell’alleanza occidentale colpiscono dal cielo e l’Internazionale Islamica fa il lavoro sporco a terra.

    Negli stessi anni un’Internazionale Islamica opera in Cecenia, spina nel fianco di una Russia che vorrebbe risorgere dalle ceneri dell’URSS.

    Nel primo decennio del XXI secolo l’Internazionale Islamica agisce in Iraq, questa volta apparentemente contro gli invasori occidentali, ma le barbute bombe umane si fanno esplodere soprattutto nei mercati e nelle moschee dei quartieri sciiti, provocando una scissione nella guerriglia patriottica che tanti grattacapi stava dando alle forze occupanti.

    Nel 2011 torna la cooperazione con la NATO, in Libia. I bombardieri colpiscono dal cielo, l’Internazionale Islamica fa il lavoro sporco a terra. Intanto altri guerrieri di Allah mettono a ferro e fuoco la Siria di Assad, invisa all’Impero perché è alleata dell’Iran e ospita basi russe.

    Al culmine di questa serie storica, appare ISIS.

    Con una rapidità sorprendente conquista un vasto territorio. I satelliti spia, gli aerei che fotografano l’intera superficie terrestre, sembrano non accorgersi di colonne di armati e di mezzi di trasporto che attraversano zone pianeggianti o desertiche. La reazione degli americani è tardiva e debole, e viene decisa solo dopo che due dei loro sono barbaramente sgozzati davanti alle telecamere.

    Il fatto è che ISIS è servita a creare le condizioni per due mosse che gli USA volevano fare su quello scacchiere. Intanto eliminare il governo di Al-Maliki in Iraq, troppo amico dell’Iran. Successivamente, offrire il pretesto per entrare in Siria. Il tentativo era già stato fatto l’anno precedente con la vicenda delle armi chimiche di Assad, ma la reazione della Russia lo aveva frustrato. Sicuramente quell’episodio è stato tanto umiliante per gli inquilini della Casa Bianca che hanno deciso di prendersi la rivincita.

    Chi volesse scommettere su bombardamenti in Siria che per qualche motivo colpiscono non solo ISIS ma anche le truppe di Assad, oppure su un incidente come spari della contraerea siriana, veri o presunti, che provocherebbero la reazione massiccia dei bombardieri e dei droni, avrebbe buone probabilità di vincere la scommessa.

    Tuttavia i guerrieri di Allah non sono semplici burattini nelle mani di chi tiene i fili. Odiano l’Occidente e possono sfuggire al controllo. Nemmeno la strategia che consiste nel seminare il caos è lungimirante. Dal caos scaturiscono linee di forza che possono prendere direzioni imprevedibili. Anche la strada per Tel Aviv e Gerusalemme.

    Luciano Fuschini
    venerdì
    set122014

    Si fa presto a dire investimenti

    Investire. È quello che, secondo Mario Draghi, dovrebbero fare i Paesi membri dell'Unione per uscire da una recessione che sembra non avere mai fine. Parole al vento quelle dell'ex Goldman Sachs che, ancora una volta, dimostra di essere dotato di una non indifferente faccia di bronzo. 

    Sì, perché se le imprese private non investono la colpa è in primo luogo del presidente della Banca Centrale Europea che non ha condizionato gli enormi prestiti fatti alle banche a suo tempo, con l’LRTO, alla concessione di credito, appunto, alle imprese e alle famiglie. Una clausola che colui che per anni è stato l'uomo di riferimento della finanza anglofona in Europa si è ben guardato dal fare. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e si stanno facendo sentire anche in un Paese come la Germania che, a fronte di un enorme avanzo commerciale, vede la propria crescita economica rallentare vistosamente. 

    Se la Germania non corre, anche il resto dell'Unione non può che risentirne. La locomotiva d'Europa non vuole addossarsi tutto il peso della crisi, anzi finora ci ha guadagnato parecchio, sia come economia nel suo complesso che come sistema bancario. E la Merkel ha reagito freddamente quando i fratelli poveri dell'Unione hanno chiesto che la Germania riducesse il proprio surplus commerciale. Ma non siamo in un libero mercato? Schierandosi ancora una volta con la Commissione europea, Draghi ha sostenuto la necessità e l'obbligo per i Paesi dell’area di attivarsi per raggiungere gli obiettivi di bilancio prefissati da Bruxelles, l'azzeramento del disavanzo e la diminuzione del debito pubblico. Due obiettivi che in questa fase sono chiaramente un miraggio tenuto conto del drastico calo delle entrate fiscali e contributive che certo non aiutano a sostenere il riequilibrio dei conti. Finora la Commissione europea uscente e i Paesi “virtuosi” dell'Unione (Germania, Olanda e Finlandia, ma è Berlino ad avere l'ultima parola) hanno fatto orecchie da mercante alla richiesta dei Paesi “cicale”, Italia in testa (con un debito pubblico al 135% del Pil) di ottenere deroghe alle politiche di austerità. 

    Per rilanciare l'economia ci vuole un grande piano europeo di opere pubbliche, ha sostenuto Renzi, e con lui altri capi di governo europei. Opere il cui importo non dovrà essere conteggiato nel debito e nel disavanzo pubblici. Opere che, nell'ottica keynesiana, funzionino da volano per altri investimenti e da moltiplicatore per il reddito complessivo, dando lavoro a tante imprese piccole e grandi. Un New Deal all'europea come quello che Roosevelt avviò nel 1933, all'inizio della sua presidenza, per salvare gli Usa dagli effetti della Grande Depressione nata in seguito al crollo di Wall Street nel 1929, innescato da una politica monetaria sciagurata all'insegna dei bassi tassi di interesse e di una enorme liquidità in circolazione che consentì alle Banche ed anche ai semplici cittadini di speculare in Borsa allo scoperto con i risultati ben conosciuti. 

    Uno scenario che oggi si ripete in America come in Europa con la non piccola differenza che ad esplodere di liquidità a buon mercato sono soltanto i forzieri delle Banche. 

    Peraltro, tenendo conto dell'esperienza del passato, che un politico italiano parli di opere pubbliche in quei termini suona come una presa in giro considerati i tempi interminabili necessari in Italia per completarle. Una realtà che è ben conosciuta a Berlino come negli uffici dei tecnocrati di Bruxelles. Peraltro c'è da ricordare, anche se pochi lo fanno - e i libri di storia lo ignorano - che il New Deal non salvò gli Usa dalla crisi. Nel dicembre 1941 quando gli Usa entrarono in guerra dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbour, i disoccupati erano in numero maggiore che nel 1933. Gli Usa si rimisero in piedi soltanto grazie ad una economia di guerra. Una realtà da tenere presente oggi che i guerrafondai occidentali premono il pedale sull'acceleratore degli interventi militari “umanitari” o presunti tali.

    Irene Sabeni
    venerdì
    set122014

    Commissione UE: la finta novità di Moscovici 

    Una soluzione di compromesso: potrebbe sembrare logico definirlo così, il contraddittorio assetto degli incarichi economici all’interno della nuova Commissione europea presieduta da Jean-Claude Juncker. Ma sarebbe un errore.

    Un vero compromesso, infatti, implica la volontà di giungere a un’autentica mediazione tra le diverse istanze, presupponendo inoltre, e ancora prima, che esse siano realmente diverse e che, nel prospettarle, i rispettivi fautori siano sinceri. Se invece questa intenzione non c’è, e il punto di partenza è il netto predominio di una singola tesi, allora si tratta solo di una messinscena. Allo scopo di fingere che la situazione sia molto più aperta di quello che è. Allo scopo di lasciare tutto più o meno così come sta.

    Entriamo nel merito, allora. La carica di commissario agli Affari economici è andata al francese Pierre Moscovici, che fa parte del Partito (sedicente) socialista di Hollande e che in passato ha sostenuto la necessità degli investimenti pubblici come terapia anti crisi, anche a scapito di una rigorosa osservanza dei vincoli di bilancio previsti dai parametri europei. A prima vista, quindi, la sua nomina sembrerebbe andare nella direzione di una maggiore flessibilità, rispetto a quelle posizioni rigoriste che, essendo sostenute innanzitutto dalla potentissima Germania di Angela Merkel, hanno prevalso finora.

    Purtroppo, però, si tratta appunto di un’impressione superficiale. Le procedure della Commissione sono state infatti modificate e la conseguenza è che, intorno a Moscovici, è stata allestita una specie di gabbia. Come ha spiegato il presidente Juncker, «Ho deciso di creare dei vicepresidenti incaricati dei progetti, che avranno una funzione di filtro tra il commissario e il presidente con potere di veto». Pertanto, «un commissario dipenderà dal sostegno di un vice presidente perché possa introdurre nel programma di lavoro della Commissione o nell’agenda del collegio dei commissari una nuova iniziativa». La sostanza, dunque, è che le “decisioni” del commissario Moscovici non decideranno un bel nulla, visto che dovranno ricevere un avallo preventivo del vice presidente con competenza sulle questioni economiche e che, in presenza di un contrasto fra loro due, la parola conclusiva spetterà allo stesso Juncker.

    Ed eccoci al punto. Chi è il vicepresidente con cui dovrà vedersela Moscovici? È il finlandese Jyrki Katainen. Che avrà il compito di coordinare gli interventi economici in settori cruciali quali la crescita, l’occupazione, la competitività e gli investimenti, e che viene tranquillamente definito “un falco”, per la sua assoluta contrarietà a qualunque deroga agli accordi preesistenti. Uno di quei fanatici dell’integralismo finanziario che non ha alcuna sensibilità per le difficoltà altrui, ritenendole evidentemente una giusta – una sacrosanta – punizione per ciò che è stato fatto o non fatto. Ad esempio, come ha ricordato Il Fatto quotidiano mercoledì scorso, è colui che «nel luglio del 2011 ha chiesto il Partenone e alcune isole elleniche in cambio di una nuova tranche di aiuti alla Grecia, un’uscita che qualcuno considerò una boutade anche se ad Helsinki non rideva nessuno: “La Finlandia considera irrinunciabile la questione dei collaterali”, ovvero delle garanzie sui prestiti concessi, aveva detto senza battere ciglio, precisando che la Finlandia poteva accettare come garanzie anche beni immobiliari o partecipazioni azionarie in società di gestione immobiliare create dalla Grecia».

    Il cosiddetto “filtro” di cui parla Juncker, che a sua volta rientra tra i sacerdoti (o i sagrestani) del rigore, è insomma un cerbero che ragiona, e latra, a senso unico. E non può essere certo un caso che Pierre Moscovici, nei giorni precedenti la sua nomina, abbia sentito il bisogno di precisare che «tutto deve essere fatto senza tralasciare il rigore di bilancio». E ancora, a metà tra un teorema adamantino e un enigma insolubile, «Non c'è crescita senza lotta all'indebitamento, ma non c'è diminuzione del debito senza crescita».

    L’unica, blanda alternativa al vicolo cieco diventa così qualche forma di sostegno pubblico in ambito comunitario. «Bisogna rafforzare il ruolo della Banca europea per gli investimenti», ha dichiarato Moscovici. E come sempre la soluzione ottimale – ottimale per i popoli, mica per le banche – è quella che invece viene esclusa a priori, facendo di tutto per rimuoverla dalla memoria collettiva: il ritorno alla sovranità monetaria. La cura naturale dell’indebitamento è l’abbandono della moneta-debito. E al diavolo il quantitative easing in stile Federal Reserve, in tutte le sue possibili varianti – o travestimenti.    

    Federico Zamboni
    giovedì
    set112014

    UE: da domani le nuove sanzioni contro la Russia

    L’Occidente va avanti imperterrito, nella sua capziosa linea anti Putin, ed effettua una nuova mossa, peraltro nell’aria già da alcuni giorni. L’intervallo tra la predisposizione delle ulteriori misure Ue contro la Russia e la loro applicazione pratica è durato ben poco. Il provvedimento era stato formalizzato lunedì scorso, ma senza fornire un elenco dettagliato e decidendo di sospenderne gli effetti. Oggi, invece, si è appreso che l’adozione diventerà operativa già da domani.

    A caldeggiare questo passo era stata, nella giornata di ieri, la cancelliera tedesca, durante un discorso al Bundestag. A sua volta Federica Mogherini, che in attesa dell’insediamento della nuova Commissione europea resta in carica alla Farnesina, aveva sottolineato che la UE «deve essere unita sulle nuove sanzioni contro la Russia o altrimenti potrebbe rafforzare Mosca».

    Le reazioni del governo russo sono arrivate immediatamente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Aleksandr Lukasehvich, ha puntualizzato che «le sanzioni Ue rappresentano una linea assolutamente non amichevole, che contraddice gli interessi della stessa Unione Europea», aggiungendo che «la risposta di Mosca sarà adeguata». Tra i bersagli delle contromisure potrebbe esserci, secondo l’ex ministro dello Sviluppo economico e ora consigliere di Putin Andrei Belousov, l’importazione di automobili dai Paesi UE.

    Lunedì scorso, del resto, il premier Medvedev non era stato per nulla remissivo, prospettando la possibilità di «rispondere in maniera asimmetrica», ad esempio chiudendo, almeno in parte, il proprio spazio aereo. Inoltre, aveva avvisato che «le sanzioni economiche contro la Russia avranno conseguenze politiche e questo sarà più pericoloso che le restrizioni imposte sulle forniture». Che la partita verrà giocata, giustamente, a tutto campo, lo conferma un’altra dichiarazione del succitato Lukasehvich, questa volta diretta a Washington: «Gli attacchi aerei Usa in Siria contro gli estremisti dell’Isis senza il consenso di Damasco e in assenza di decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sarebbero un’aggressione, una grossolana violazione del diritto internazionale».

    Un richiamo che Obama non poteva non mettere in conto, prima di annunciare a gran voce l’avvio di «una campagna senza sosta» contro l’Isis, ma del quale si è bellamente infischiato. Tanto per cambiare.

    (fz)

    giovedì
    set112014

    Grecia: la speculazione sulla salute della gente

    Vale la pena tornare ad aggiornare sulla situazione in Grecia, anche se appare che nella percezione pubblica del resto dell’Europa si sia archiviato l’argomento con la storicizzazione a veloci tappe forzate che contraddistingue il settore delle news.

    Ciò che accade tuttora in Grecia è invece, come da anni ormai, l’esperimento generale di ciò che probabilmente attende gli altri Paesi del Vecchio Continente. 

    Ieri medici e personale paramedico sono scesi in piazza per protestare contro un nuovo disegno di legge che prevede la creazione di una società per azioni - sì, una SpA - allo scopo di gestire i fondi degli ospedali. La sanità pubblica, insomma, nel gorgo della Borsa.

    La nuova legge, presentata al parlamento proprio dal Ministro della Sanità Makis Voridis, provocherà la sospensione delle attività di molti ospedali pubblici e altre strutture saranno trasformate in imprese private. Con le ovvie ripercussioni sui malati, sugli ospedali e sui medici.

    In un Paese in cui l’accesso alla sanità per buona parte della cittadinanza è precluso dallo smantellamento costante delle strutture pubbliche, e dunque si rinuncia di fatto a curarsi per l’impossibilità di pagarsi le spese da sé, questo ulteriore taglio nel settore significa precipitare la popolazione in una condizione di assoluta solitudine.

    L’obiettivo, in Grecia come altrove, è quello di ridurre le prestazioni pubbliche al minimo indispensabile (e chissà magari tagliarle del tutto nel prossimo futuro) per ottenere un duplice risultato. Da una parte contribuire a tagliare interi pezzi dello Stato Sociale e dunque risparmiare denaro onde poterlo trasferire nella tasche profonde degli esponenti i cui interessi sono curati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Centrale Europea. Dall’altra parte imporre ai cittadini, per curarsi, di rivolgersi a strutture private - se possono permettersi di farlo - per ingrassare i proprietari di queste ultime. Oppure l’obiettivo, chissà, è quello di lasciarli morire il prima possibile, senza cure. Così lo Stato risparmierà anche sulla elargizione delle pensioni, che i cittadini non arriveranno proprio a poter percepire.

    (vlm)

    giovedì
    set112014

    Mannaggia: c’è un «localismo esasperato»

    Ci si potrebbe scrivere un intero libro – e sarebbe un libro da aggiornare continuamente con nuovi esempi – intorno alla mistificazione/passepartout con cui i politici di governo giustificano ogni sorta di tagli alla spesa pubblica e di sterzate in chiave neoliberista: «I tempi sono cambiati e non si può fare diversamente».

    La conferma di giornata arriva dal presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino. Il quale, durante un forum organizzato dal quotidiano La Stampa, se ne esce con questo bel discorsetto: «Siamo vittime di un localismo esasperato. Per decenni abbiamo pensato che fosse giusto avere in un raggio di 30 chilometri la scuola, l’ospedale, l’aeroporto: di tutto, di più. Non so se quella scelta fosse giusta o sbagliata, di quella generazione faccio parte anch’io, ma so per certo che oggi non è più possibile».

    Come si dice, “di ogni erba un fascio”. Che cosa c’entrano, nello stesso calderone delle aspettative esagerate, dei servizi di natura completamente diversa quali «la scuola, l’ospedale, l’aeroporto»? Mentre quest’ultimo può non essere un problema averlo anche a distanze superiori ai trenta chilometri citati da Chiamparino, la vicinanza a scuole e ospedali è tutt’altro che un lusso. Inoltre, è proprio il modello economico dominante a spingere sull’acceleratore dei consumi – ossia del soddisfacimento dei desideri, più o meno (in)fondati – 24 ore su 24, festività comprese. L’aspirazione al «di tutto, di più» non è scaturita spontaneamente dai cittadini, ma è stata loro instillata con ogni sorta di messaggi mediatici, sia espliciti che impliciti. Ivi incluso, tanto per restare in Piemonte, il famigeratissimo TAV, imperniato sull’idea (o piuttosto sul mito) che sia essenziale spostarsi con estrema rapidità da un capo all’altro dell’Unione Europea.

    Ma forse va trovata qui, la quadratura del cerchio: più si rende necessario spostarsi dai luoghi di residenza e più si potranno moltiplicare le infrastrutture connesse al trasporto. Di qua i tagli alla spesa pubblica che eroga servizi alla popolazione, e di là l’aumento del giro d’affari delle aziende private, vuoi attraverso gli appalti, quando a costruire siano lo Stato o gli enti locali, vuoi attraverso gli incassi d’esercizio.

    Invece di arroccarsi sul fatalismo delle (pseudo) constatazioni di fatto, i Chiamparino di turno dovrebbero riflettere su ciò che ci ha condotti a questo punto. Non solo riflettere, anzi. Ma assumersene appieno la responsabilità.

    (fz)

    giovedì
    set112014

    Perché è giusto salvare "il soldato Allam" anche se non lo amo

    giovedì
    set112014

    Cocaina e puttane. E il Pil torna a crescere

    Dunque brindiamo, diversi problemi sembrano andare verso soluzione. Uno su tutti, il rapporto debito/Pil e tutto quello che ne consegue, come per esempio la possibilità di non sforare troppo dal tetto del 3% e pertanto di poter spendere qualcosa di più per rilanciare l’economia

    L’Italia riparte? Si inverte la tendenza ormai in atto da quasi un decennio? Niente affatto. A far tutto ci pensa l’Europa, con una norma tipicamente europea.

    Da l’altro ieri tutti gli istituti di statistica europei si adeguano ai nuovi dettami di Bruxelles e inseriscono nel paniere di calcolo, e dunque anche nel computo finale ai fini della rilevazione del Pil nazionale, anche la quota relativa alla economia sommersa e illegale come, per esempio - e a vedere i numeri soprattutto - quella relativa al consumo di droga e alla prostituzione.

    L’illegalità entra insomma nel computo del Pil, secondo le linee guida imposte da Eurostat. 

    L’Istat, per quanto attiene all’Italia, dà dunque una nuova stima dell’economia sommersa, pari a circa 187 miliardi, ovvero l’11,5% del Pil 2011. Si tratta delle somme connesse a lavoro irregolare e sottodichiarazione. A ciò si può aggiungere l’illegalità (droga, prostituzione e contrabbando), per un combinato, relativo all’economia non osservata, di oltre 200 miliardi (ben il 12,4% del Pil). 

    La revisione dei principi metodologici di rilevazione, inserendo questi nuovi prodotti & servizi, ha quindi come effetto immediato quello di migliorare i conti italiani, andando a includere per il parametro Pil anche questi settori sino a ora del tutto non considerati. 

    La ricchezza del Paese (che questo pretende di misurare il Pil) è dunque maggiore, proprio in virtù di queste new entry all’interno del calcolo. Il tutto prende l’inizio dalla rilevazione del 2011, come detto, data scelta per iniziare a conteggiare con il nuovo paniere, e di quell’anno abbiamo già i dati e i conti finali precisi: in quanto all’Italia, con il nuovo metodo di calcolo, nel 2011 abbiamo avuto un Pil maggiore di ben 59 miliardi, portando il deficit molto al di sotto rispetto a quanto conteggiato allora e attestandoci al 3,5% in luogo del 3,7% calcolato a suo tempo. 

    Tra poco usciranno i dati relativi anche al 2012 e al 2013. Ma soprattutto, e questo è il motivo per il quale Padoan e Renzi stanno tenendo le dita incrociate in trepidante attesa, quelli relativi al 2014. 

    Come dire: sperando che gli italiani ci abbiano dato dentro, tra droga e prostituzione, nei primi mesi dell’anno in corso, il Governo aspetta la rilevazione con il nuovo metodo per il primo trimestre. Viste le proiezioni pubblicate sino a ora, francamente, è impossibile non comprenderli. Un miglioramento del Pil e del relativo rapporto col debito sarebbe una manna dal cielo per Renzi e i suoi, tanto che essi stanno aspettando proprio il nuovo dato, previsto entro fine mese, prima di tornare a Bruxelles per presentare il patto di stabilità e i conti italiani onde poter spuntare condizioni migliori per allentare la presa sulla spesa.

    La norma ha in fondo una sua coerenza, bisogna pur ammetterlo: è lo stesso meccanismo di calcolo del Pil che impone di ragionare sulla cosa con onestà intellettuale. Alla crescita del Prodotto Interno Lordo concorre tutto ciò che passa per il denaro. I beni e i servizi. La merce e l’acquisto delle prestazioni professionali. Anche la benzina che usiamo per inquinare l’aria (che più ricchi certamente non ci fa) oppure i fisioterapisti che intervengono nella riabilitazione dopo qualche postumo subito da persone coinvolte in incidenti fanno aumentare il Pil, ci rendono insomma “più ricchi”. Non si capisce perché al calcolo dovrebbero essere estranee alcune aree particolarmente fiorenti del commercio, come appunto quelle della economia sommersa, della droga e della prostituzione. E dunque - Europa Docet & Diktat - dal 2011 vengono messe nel paniere.

    Ma il paradosso non risiede tanto in questo, pertanto, quanto nel fatto che tali somme, per loro natura non tracciabili come invece avviene per tutto il resto, vengano arbitrariamente elaborate fino a farne stime e valori tanto precisi da farli entrare nel computo finale.

    Solo in merito alle nuove tipologie di prodotto e merce inserite, per il nostro Paese sono stati conteggiati - con “precisione” - 10,5 miliardi di euro per la commercializzazione della droga, 3,5 miliardi dalla prostituzione e 0,3 dal contrabbando di sigarette, oltre a 1,2 miliardi dall’indotto. 

    Gli italiani, a quanto pare, si fanno più di droga piuttosto che farsi una prostituta. Contenti loro, contento l’Istat, il Pil, il rapporto col debito, l’Europa e Matteo Renzi. Evviva evviva, insomma.

    Eppure, ribadiamo, la cosa non deve sconcertare in sé: sappiamo tutti benissimo che droga, prostituzione e sommerso rappresentano una grossa fetta dell’economia del Paese. Gli aspetti curiosi, per andarci delicati dopo tanto turpiloquio, sono invece altri due.

    Il primo: che si riesca a dare una dimensione precisa, dal punto di vista monetario, di questa “ricchezza”, tanto dal considerare tot miliardi di qua e tot miliardi di là per arrivare al computo finale in un dato così importante e indicativo, dunque che non dovrebbe essere suscettibile di manipolazioni di sorta, come appunto quello del Pil e del rapporto col debito relativo. Il secondo: che l’Europa, tanto attenta agli zero virgola di crescita o crescita negativa per intimare ai Paesi di fare questa o quella variazione nei conti pubblici, in questa fase di crisi non trovi nulla di meglio che tirare fuori dal cappello a cilindro la possibilità (anzi l’imposizione) di inserire nel computo qualcosa che è possibile solo stimare.

    Ma come, prima si parla di correttezza dei conti e dei bilanci, del fare per bene i compiti a casa per rientrare nei parametri, e poi nei parametri stessi si permette - anzi si impone - ai Paesi di conteggiare dei valori che sono possibili da stimare solo a livello approssimativo?

    Si tratta dell’ennesimo trucco per la manipolazione di una realtà che sfugge dalle mani stesse degli eurocrati. Droga e prostituzione, del resto, sono da sempre vie di fuga dalla realtà, oasi chimiche cui si ricorre lasciando che il mondo - almeno nell’arco di tempo consentito dagli effetti di tali operazioni - vada da solo per la propria strada, senza di noi.

    Tra poco di questa norma non si parlerà più - non che se ne stia parlando a dovere in questi giorni, del resto - il tutto rientrerà nelle serie storiche, e con un colpo di penna e il cambio di un paio di procedure ci ritroveremo tutti più ricchi, d’un colpo. E nei talk show si inizierà a parlare di “dati in miglioramento” e “ripresa ormai alle porte”.

    Valerio Lo Monaco
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