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    giovedì
    apr172014

    L'inevitabile condanna della nostra vecchiaia

    giovedì
    apr172014

    La finanza creativa di Renzi e Padoan

    Se Giulio Tremonti ai suoi tempi era accusato di praticare la “finanza creativa” per cercare di restare all'interno dei vincoli dettati dal Patto europeo di Stabilità, con Renzi e Padoan l'approccio non sembra essere cambiato. 

    Dopo aver dichiarato che a dicembre di quest'anno il disavanzo sarebbe stato portato al 2,6% sul Prodotto interno lordo contro il 3% di fine 2013, il governo ha effettuato una veloce marcia indietro chiedendo una deroga all'Unione Europea. Ma non si tratta della richiesta già fatta in passato di non calcolare le spese per investimenti in opere infrastrutturali sulle quali Bruxelles ha nicchiato senza però esprimere un no, netto, convinto e definitivo. La lettera mandata alla Commissione europea contiene invece la richiesta che il pareggio strutturale di bilancio previsto per dicembre 2015 sia rinviato di un anno. 

    Il motivo è dato dalla necessità di saldare 13 miliardi di euro di debiti che lo Stato deve alle imprese private. Il governo si è attaccato al principio delle “circostanze eccezionali” che peraltro sono previste dal Patto di Stabilità. L'Italia, ha spiegato Padoan a Olli Rehn, commissario all'Economia, dovrà “deviare temporaneamente” dagli obiettivi del pareggio di bilancio. La Commissione ha presso atto e avrebbe fatto sapere che “valuterà il percorso di aggiustamento verso l'obiettivo di medio termine”. In altri termini, non pungolerà più di tanto l'Italia nel 2014 ad essere “virtuosa” nel controllo della dinamica dei conti pubblici. 

    Un gioco delle parti tra Bruxelles e Roma all'insegna di evitare scontri in nome della difesa delle disastrose politiche di austerità, almeno fino alle imminenti elezioni europee che si annunciano come un trionfo delle posizioni euroscettiche , le quali si alimenteranno della disoccupazione crescente e dell'aumento della povertà. 

    La lettera a Bruxelles è stata occasione di uno scontro alla riunione dei capigruppo, dove si discuteva del Def (il documento di economia e finanza) tra Renato Brunetta e la Boldrini, accusata di utilizzare il suo ruolo di presidente della Camera per fare passare i provvedimenti del governo senza troppi problemi. L'iniziativa di Renzi e di Padoan, in riferimento a soldi che sono delle imprese e che queste da troppo tempo stanno aspettando, deve  essere letta in chiave elettoralistica. Renzi, con la sua politica del fare, che fu il cavallo di battaglia di Berlusconi, vuole infatti essere giudicato come l'uomo nuovo che fa gli interessi dei cittadini tartassati da un fisco sempre più vorace e delle piccole imprese bloccate da una burocrazia ottusa e criminale. Imprese, che, senza quei soldi, dovrebbero chiudere mandando altre decine di migliaia di dipendenti per strada. E con una disoccupazione che a febbraio ha toccato il 13%, i rischi di un crollo degli equilibri sociali, se ancora esistono, e di rivolte di piazza, diventano concreti. 

    La creatività di Renzi e Padoan sembra volersi realizzare anche con la soluzione scelta per recuperare il canone Rai che milioni di italiani non pagano. Si tratta di una soluzione prospettata in passato da un geniale, si fa per dire, ministro del governo Berlusconi. Conteggiare il canone Rai, ovviamente in diverse tranches, nella bolletta elettrica. Si partirebbe dall'assunto che la famiglia Rossi, per il solo fatto di avere l'energia elettrica, debba avere per forza di cose anche un televisore. L'Enel e i suoi nipoti verrebbero così trasformati in sostituti di imposta che dovrebbero chiedere ai cittadini dei soldi da girare poi alla Rai. 

    Anche un imbecille capirebbe che questa bella pensata, se attuata, innescherebbe una enorme mole di cause e di richieste per danni che il governo e la Rai, oltre alle società elettriche, perderebbero senza scampo. Eppure, a Via XX Settembre ci sono ancora dei burocrati idioti e incapaci che si baloccano con simili idiozie. E il grave è che al governo ci sia gente che gli dà pure retta. E nemmeno le timide smentite di Renzi-Padoan sono servite a rassicurare che una iniziativa del genere non verrà adottata.

    Irene Sabeni 

     

     

    mercoledì
    apr162014

    Grillo e la storia ebraica: "chi tocca i fili muore"

    La levata di scudi contro il post un po’ macabro di Beppe Grillo, reo di aver reinterpretato la poesia di Primo Levi “Se questo è un uomo” in chiave d’attualità politica, è solo l’ultimo esempio di quella paranoia strumentale che è il divieto di toccare la storia ebraica. Un vero e proprio tabù a cui manca ormai l’inserimento nel codice penale: vietato utilizzare anche metaforicamente tutto ciò che ha a che fare con gli Ebrei e i lager tedeschi, pena l’anatema da parte di comunità israelitica e guardiani del politicamente corretto. 

    Gradiremmo sapere se si debba considerare la storia di una religione – non un “popolo”: l’Ebreo equivale al Cristiano, ce ne sono di varie nazionalità – come fosse storia sacra anche per chi ebreo non è. I fedeli di Jahvé sono stati sì perseguitati, sì umiliati, sì sterminati dai nazisti e ogni negazionismo è spazzatura, ma questo non significa che i fatti pur tragici che li riguardano non possano essere neppure citati fuori recinto. O bisogna forse chiedere il permesso? Semmai, ad avanzare qualche pretesa potrebbe essere chi ha l’eredità di Levi. Ma stiamo parlando di un’opera letteraria patrimonio dell’umanità, a cui per altro Grillo si è ispirato senza far trasparire un’oncia di antisemitismo. Per forza: impossibile rendere antisemita uno scritto basato su Levi, che sul genocidio ebraico ha vergato pagine fra le più toccanti e brucianti lasciate dalle vittime di quell’orrore. 

    No, qui più semplicemente e arrogantemente si salta al collo di chi osa lanciare una provocazione trasgredendo, Iddio perdoni, il monopolio dell’Olocausto su cui alcuni si sono arrogati il diritto di parola. Si dirà che gli Ebrei ne hanno ben donde, visto che sono i figli e i nipoti dei diretti interessati. Ne avrebbero ben donde, a reagire impettiti nella condanna inquisitoria, qualora l’improvvido provocatore mancasse di rispetto ai morti. Ma qui al massimo c’è solo una sproporzione nel paragone, niente di più. Se, per dire, si sostiene che l’Eurocrazia è un lager, che uccide le esistenze di milioni di persone strozzandole col debito a vita, si commette peccato di leso ebraismo? Vogliamo sperare di no. 

    La verità al fondo di questi deliri collettivi, come diceva la buonanima di Costanzo Preve, è un’altra: la Shoah è stata manipolata dal secondo dopoguerra in poi per giustificare moralmente ogni azione, anche la più turpe, del popolo israeliano. Ti azzardi a criticare le guerre, le repressioni, le deportazioni, le atrocità e le segregazioni razziali di Israele ai danni dei Palestinesi? Non sei, legittimamente, antisionista: sei antisemita. Una vecchia storia che l’ideologia propagandistica in Occidente ha inculcato nel discorso pubblico, e non ne siamo più usciti. 

    Ora siamo andati addirittura oltre: si vorrebbe proibire persino la citazione per analogia in contesti che nulla c’entrano con gli Ebrei in quanto tali. Siccome il sottoscritto non è razzista, mi sento in dovere di dire a chi, ebreo o no, si erge a censore in servizio permanente effettivo che di censori del Pensiero e di gendarmi della Storia ne abbiamo fin sopra i capelli. La polizia del pensiero è roba da nazisti, e la storia degli Ebrei è storia, non il Talmud. 

    Alessio Mannino
    mercoledì
    apr162014

    Ucraina: repressione pronta a scattare

    Le parole sono importanti è quella che è in corso nel sud est ucraino non è una insurrezione filorussa, come si ostina a definirla strumentalmente la stampa mainstream, ma federalista: i civili che hanno occupato edifici governativi in più città non chiedono la secessione, come in Crimea, bensìun governo di tipo federale, capace di garantire i diritti delle minoranze, che, invece, il governo golpista di Kiev ha minacciato fin dalle sue primissime dichiarazioni ufficiali.

    L’ondata d’odio antirusso, scatenata non solo dalle estreme destre, ma anche dai reduci della “rivoluzione arancione” degli oligarchi, dopo aver spinto la Crimea, terra storicamente russa, a riunirsi alla madrepatria, ha allarmato tutti i cittadini di etnia russa, i quali, dopo aver visto deposti i loro rappresentati sostituiti da miliardari fedelissimi al nuovo establishment, hanno reagito alle scorribande dei gruppi armati espulsi, invece, invece da Kiev, insorgendo in armi.

    La reazione del governo centrale è estremamente interessante: gli insorti sono stati definiti “terroristi” ed è stato dato un ultimatum, scaduto il quale, alle forze speciali si affiancherà l’esercito nell’azione di repressione, della quale le forze di polizia locali non hanno voluto essere complici. Questo non sarebbe poi così anomalo: ogni Stato reagisce in questo modo a fronte di una rivolta, solo che i democratici golpisti di Kiev si stanno comportando esattamente come Ianucovich, se non peggio. Il deposto Presidente, infatti, non arrivò da definire terroristi coloro che avevano occupato con la forza edifici governativi a Kiev, e neppure lanciòall’assalto le forze speciali per sloggiarli, cosa che ha, invece,puntualmente fatto il nuovo ministro degli interni, forse conscio che se così non fa sarà sconfitto.

    Da notare anche che il governo di Kiev ha proposto una amnistia per tutti coloro che lasceranno spontaneamente i palazzi occupati: la stessa cosa che propose Ianucovich e che indignò profondamente i rivoltosi di allora, i quali pretesero l’amnistia a piazza occupata. Ultima polpetta avvelenata che l’ipotesi di un referendum nazionale, da tenersi in contemporanea con le presidenziali: ma essendo nazionale il suo esito è abbastanza scontato. Si tratta, in sostanza, di aggirare, anzi truffare, l’autodeterminazione dei popoli: un po’ come se al referendum scozzese potessero votare anche gli inglesi.

    La situazione del sud est è invece, e dobbiamo rispettarla se vogliamo restare nel solco del sacro principio dell’autodeterminazione dei popoli questa: pronti a restare in un’Ucraina che sia uno Stato federale, altrimenti seguiremo la via della Crimea.

    All’epoca degli scontri di Maidan, inoltre, l’occidente si scandalizzò quando Ianucovich mise in atto normative anti guerriglia urbana più severe, ma in linea con quelle occidentali, per sedare la protesta, ma nulla viene detto ora che Kiev ha istituito il crimine di separatismo, punibile fino a 15 anni: meno male che i “tanki” dei “serenissimi” non sono stati sequestrati a Donetsk, sarebbero stati vittima del fuoco di fila del doppiopesismo del mainstream atlantista.

    Per carità norme tese a garantire l’integrità di uno Stato sono più che legittime, ma il federalismo non intacca alcuna integrità dello stato, come USA e Germania insegnano, certo è però che i reggitori dei Kiev usano due pesi e due misure a seconda che si tratti di insurrezioni loro o altrui.

    Inoltre, se Ianucovich, a fronte della protesta, accettò di conferire la carica di Primo Ministro ad un esponente dell’opposizione, qui Kiev non propone di sostituire i nuovi governatori con esponenti graditi agli insorti, ma manda l’esercito ed i carri armati contro gli insorti di Kramatorsk, forte del fatto che nel settore nessun “militare russo” ha occupato gli aeroporti, come fu accusata di aver fatto in Crimea: se così fu meglio, molte vite furono salvate, insieme al diritto dei popoli.

    Mosca stanno mantenendo la parola, nessuna volontà di annettersi le terread etnia mista del sud del paese. La volontà di annessione centralista, si parla di azione militare di ampio respiro, e di pulizia etnica appartiene solo a Kiev, come testimonia la nota, salvo che per i nostri telegiornali, telefonata intercettata alla Timoschenko, quella in cui invocava addirittura un olocausto nucleare per sbarazzarsi di 8 milioni di russi, un genocidio in piena regola quindi ma ben poche si sono levate a sdegno.

    Ore che le autorità di Kiev starebbero scatenando l’inferno della guerra civile, quale sarà la reazione di Mosca, acettaerà uno scontro che potrebbe essere mondiale? Putin aveva chiesto ad Obama di esercitare la sua influenza per evitare un bagno di sangue, il Nobel per la pace non ha mosso un dito e nulla assicura che il massacro sarà solo in Ucraina.

    I media occidentali hanno dato scarso risalto alla situazione fino ad ora, forse perché potesse degenerare in tranquillità. Sostanziale silenzio sui fatti ucraini a partire dall’esecuzione di Stato di uno dei leader di “Settore destro”, Saschko Bilj, e la successiva cacciata da Kiev dei militanti dell’organizzazione, dove cominciavano ad imbarazzare il regime, ma solo per ridispiegarli nel sud est, dove possono di nuovo esser utili nel fare il lavoro sporco. La pulizia etnica mica può essere lasciata all’esercito, magari poi con la scusa dei diritti umani violati si potranno condannare i fascisti, sbarazzandosene e facendo pure bella figura: due piccioni con una fava.

    Le notizie che giungono all’orecchio e all’occhio dell’occidentale riguardano essenzialmente l’ammassarsi di truppe russe sul confine che vengono corroborate da immagini satellitari NATO dove vieneinequivocabilmente dimostrata la presenza di ingenti forze russe vicino al confine… nel 2013. Già nel 2013, perché le immagini che ci vengono spacciate come “breaking news” sono di un anno fa quando si svolsero regolari esercitazioni delle truppe moscovite*. Una menzogna svelata senza difficoltà, ma che non ha avuto alcuna ripresa nei media atlantisti, e poi c’è chi sostiene, fra i pro Kiev senza se e senza ma, che siamo tutti vittime della propaganda russa.

    Rasmussen, segretario generale della Nato, può così continuare a sostenere imperterrito che sono i russi a fomentare la tensione, «Sono estremamente preoccupato per l'aumento della tensione nell'Ucraina orientale. Vediamo una campagna di violenza concertata dai separatisti pro-Russia, che puntano a destabilizzare l'Ucraina come stato sovrano. La ricomparsa di uomini con armi speciali russe e uniformi anonime, come quelle indossate dalle truppe russe durante la presa illegale e illegittima della Crimea, è un grave sviluppo», tanto nessuno svelerà all’opinione pubblica occidentale che è Kiev che sta cercando disperatamente lo scontro, con il supporto di tutto l’armamentario propagandistico atlantista.

    Vediamo come viene ribadita di continuo la menzogna sul separatismo, ma allo stato attuale i rivoltosi vogliono uno Stato federale, così come avrebbero convenuto Lavrov e Kerry, forse perché probabilmente ancora non si dispera di porre sotto pieno controllo degli oligarchi la parte mineraria ed industriale del paese. Magari grazie ad un massiccio intervento armato, che farebbe piacere alle masse popolari “non violente” ammassate a Maidan, che così digerirebbero meglio di essersi fatte sparare addosso perché nulla cambiasse.

    Rasmussen, inoltre, continua a vedere solo “uomini con armi speciali russe e uniformi anonime”, mentre ignora la presenza di dipendenti dellaGreystone**, il cui intervento, già ipotizzato dai complottisti fin dai primi giorni di Maidan, adesso viene ammesso addirittura da Il Sole 24 ore.  Addirittura ancor più espliciti sono i complottisti di nuova leva di Analisi Difesa: “spuntano militari privati occidentali. Come mostrato dal video suYoutube***, uomini non identificati, armati ed in uniforme, sarebbero accorsi per evacuare funzionari del nuovo governo di Kiev da un edificio amministrativo di Donetsk, circondato da una folla pro-Russia. Non appena la gente ha iniziato ad urlare Blackwater Blackwater e “mercenari”, questi personaggi si sono dissolti rapidamente.”**** 

    L’impego di mercenari, chiamiamo i contractor con il loro vero nome, ha una sua logica: svolge il compito che si vorrebbe avessero i militari NATO, ma senza un loro coinvolgimento diretto, che porterebbe ad una inevitabile tragica escalation, permettendo così di continuare a sparare raffiche di menzogne propagandistiche.

    L’ultima aberrazione della realtà è su come viene riportata la notizia di un caccia russo che avrebbe sfiorato una nave USA nel Mar Nero: “provocazione!”. Sembra quasi di sentire il mitico Beppe Braida dei tempi di Zelig: “Minguzzi,: Attentato! si tratta di attentato!”. Nessuno dei nostri eroici giornalisti che osi riflettere sul fatto che la provocazione sta nell’invio statunitense di forze navali nel Mar Nero, ma vanno capiti: non si è più abituati a veder rispondere per le rime alle continue provocazioni e prevaricazioni USA, quindi non sa più come reagire a mezzo stampa quando accade: son passati troppi anni da Sigonella.

    La situazione sul campo, comunque, è ormai da giorni di “guerra civile de facto”, parole di Ianucovh, Presidente ucraino de iure ma non più de facto. Guerra civile che governi e  media occidentali pretendono di negare, mentre la fomentano, ripetendo a pappagallo le parole, che ricordiamo sono importanti, del regime di Kievsono azioni “antiterrorismo”, non certo carri armati contro civili, più o meno inermi, fosse così la NATO interverrebbe contro di loro

    Terrorismo parolina magica che permette l’impiego dei  nuovi Berkut della libertàdei militanti “nazidemocratici”, anche dopo averli cacciati da Kiev usando contro di loro metodi più drastici di quelli del deposto dittatore democraticamente elettoe, di ingenti quantità di truppe regolari, tuttavia la ciliegina sula torta della repressione kievana è stato l’invocare l’intervento di caschi blu dell’ONU, che dovrebbero intervenire sì, ma a difesa dei “filorussi” asserragliati nelle loro città.

    La situazione sul campo di battaglia, però, vede i federalisti rifiutare di sottostare agli ultimatum pronti a combattere, mentre la piazza di Kiev pone a sua volta ultimatum di intervento violento a una Junta che perde sempre più consenso e che risulta abbia obbedito mandando i suoi carri contro i ribelli.

    Gli insorti hanno predisposto opere di difesa, per resistere al meglio allaminacciata operazione militareche risulta essere scattatalmeno negli aeroporti controllati dai federalisti che nelle città continuano imperterriti a presidiare gli edifici conquistati con il supporto di larghe fasce della popolazione, che si adopra nel barricare le strade e che in alcuni casi, nelle campagne, è arrivata a fronteggiare carri avanzanti di Kiev in scene che ricordano quelle di Piazza Tienammen, anzi meglio: della Primavera di Praga. E come nella primavera di Praga la superpotenza di turno, dopo aver stigmatizzato i manganelli e gli idranti dei Berkut  sta coi carri armati, che avrebbero ucciso almeno 4 persone fin dal primo assalto.

    Stranamente, però,  per la NATO e gli atlantisti, stavolta, non ci sono civili inermi da difendere, quella qualifica poteva spettare solo agli insorti Libici e  Siriani o ai cecchini “bipartisan” di Maidan, poco importa che nei fatti fossero armati fino ai denti tanto quanto, se non di più, dei federalisti, chenon fingono di essere disarmati anzi rivendicano fieramente di esserlofatti salvi i cacciatori di carri che in automobile inseguono i tank nei boschi. (Fonte: video Russia Today non ancora disponibile on line al momento della redazione dell’articolo)

    La battaglia più importante, nonostante i primi spargimenti di sangue voluti da Kiev, non viene combattuta sul terreno, ma sui fronti delladiplomazia e della propaganda: proprio il loro definirsi federalisti potrebbe dare un vantaggio ai “russi”, se solo prendesse piede. Perché il modello di Stato che gli USA adottano in casa loro non dovrebbe andar bene anche in Ucraina? Su che basi la Cancelliera della Repubblica “Federale” Tedesca potrebbe criticare una opzione di questo tipo? Non è un caso, infatti, che i tutti i media continuino a chiamare gli insorti del sud est “Filorussi” e non “Federalisti”: la realtà dei fatti porterebbe ad una insostenibilità delle posizioni occidentali, quindi meglio mistificare combattendo la battaglia delle parole con mezzi sleali.

    Eppure al scelta federalista è l’unica sensata e percorribile per l’Ucraina: è un paese multietnico, dove, però, come avviene se non si forzaideologicamente la natura umana, le due etnie principali, pur convivendo, non si mischiano più di tanto nell’insalatiera dell’annichilimento culturale, così cara al modello statunitense.

    Nel sud est la maggioranza è russa, ma non è una maggioranza così schiacciante da rendere possibile ed equa, come i Crimea, la secessione: i cittadini ucraini rappresentano una ampia fetta della popolazione, così come non sono pochi i russi nelle altre regioni, quindi meritano anch’essi di vedersi degnamente tutelati all’interno di uno Stato che resti ucraino,anche se federale.

    Unica alternativa al federalismo, quello vero, potrebbe essere una soluzione di modello italiano, cioè quella adottata nell’Alto Adige, anche se per la minoranza ucraina potrebbe essere più vessatoria del federalismoo, addirittura dell’annessione alla Russia, come sanno i cittadini di lingua italiana in Sud Tirolo.

    Solo addivenire ad una soluzione federale può far cessare il disordine sociale ed evitare, o, forse meglio ormai dire, far cessare, una guerra civiletuttavia allo stato attuale della crisi non potrà estinguere i risorto odio etnico degli ucraini, che ha radici profonde e non immotivate,essendo questo stato rinfocolato ad arte per portare avanti i disegni espansionistici atlantisti nel paese.

    Quale è però, appurato ciò, l’interesse occidentale di allontanare tale ipotesi e di far salire ulteriormente il livello, già altissimo, di tensione, anziché di cercare di smorzarla per addivenire ad una soluzione della crisi?

    Il tentativo NATO di far sloggiare i russi dal Mar Nero è fallito, anzi la Crimea è andata persa per sempre, ma resta ancora viva la libido di piazzare i missili sulla frontiera russa, nel quadro di quello scudo spaziale che ha esacerbato gli animi russi, e in nome dell’arroganza atlantista si potrebbe correre verso un disastro che potrebbero essere non solo gli ucraini a dover pagare.

    La goffaggine dell’azione atlantista ha portato ad un disastro diplomatico e geopolitico da cui, in occidente, solo gli USA potrebbero ancora trarre vantaggio, a danno, però, dell’Europa: l’avvicinamento russo-europeo, a livello di Stati membri, non di UE, troppo asservita ai desiderata di Washington, stava facendo diminuire l’influenza politica degli e la dipendenza economica da Washington e Wall Street, una tendenzainaccettabile e da contrastare ad ogni costo, ribadiamo “ogni”: Fuck the EU”.

    L’avvelenamento a lungo termine delle relazioni fra Russia ed Europa, bruciando al contempo il ponte naturale fra queste che è proprio l’Ucraina, che solo così avrebbe potuto svolgere un ruolo di primo piano in grado di farla risorgere economicamente, è una vittoria degli Sati Uniti contro l’Europa, che possono ripagarsi, almeno in parte, dell’ennesimo fiasco rimediato fronteggiando i russi.

    Russi che dichiarano di non aver alcun interesse nella destabilizzazione dell’Ucraina, non occorre approfondire oltre per giustificare questa ovvietà: nessuno Stato ama avere polveriere al confine, ma pretendonoanche il paese mantenga il suo status di non allineato, anche il “nemico alle porte” non è una opzione accettabile per uno stato sovrano.

    La svolta federale,  quindi, oltre che nell’interesse del popolo ucraino di ogni etnia, sarebbe anche nel loro, per questo la sostengono: i russi saranno nel loro buon diritto, ma certo non agiscono per motivi filantropici, anche se da quelle parti il senso della Patria non è stato sostituito in toto, come da noi, dal senso del profitto.

    La NATO invece ha molto vantaggio, eccome, nel destabilizzare, ma sta danzando sul filo del rasoio: non è certo interesse di nessuno scatenare una guerra, che diventerebbe quasi inevitabilmente mondiale, ma era così anche nel 1914, giusto cento anni fa, quando la crisi sfuggì di mano perché non si tenne conto di qualche variabile impazzita, che oggi potrebbe essere personificata da oligarchi ed ultranazionalisti ucraini, oltre che dai soliti Repubblicani Statunitensi da “Dottor Stranamore” Mc Cain.

    Primafila nel fronte dell’odio etnico ed incitamento alla guerra è laTimoschenko che, nella già citata intercettazione*****, brama soluzioni violente e invoca la distruzione atomicamente totale dell’etnia russa, anche sostiene che il brano “nucleare” della telefonata è contraffatto, ma solo quel brano contesta del suo delirio.

    C’è da capirla, ma non da giustificarla: ancora non accetta che, sotto il precedente governo, le sue corrotte malefatte, che avevano, peraltro, favorito i russi a danno del suo paese, erano state punite con una giustacarcerazione. La detenzione l’aveva però talmente minata nel fisico, eforse anche nella mente, che adesso è costretta a camminare con una stampella e i tacchi alti: ignoravamo che la “taccoterapia” fosse un toccasana per supposte ernie del disco, così gravi che richiedevano immeditato trasferimento in Germania, essendo lei talmente immobilizzata che era potuta fuggire in tutta fretta su mezzi convenzionali non attrezzati e poi concedere pimpanti interviste a La 7.

    La stella della Timoschenko è, però, in declino: il suo nome non sarebbe spendibile presso quelli, e non sono pochi, che hanno lottato a Maidancontro la corruzione e per un’Europa che, purtroppo per loro, sognano ma non esiste. Siamo al punto che la favorita di Bruxelles si è vista invitata a ritirare la sua candidatura per far confluire i voti su colui che dovrebbe realizzare il desiderio di libertà e onestà che si è levato al cielo dalla piazza di Maidan: Petro Poroshenko, che da Re del cioccolato vuol diventare Presidente della Repubblica.

    I ragazzi di Maidan sarebbero quindi morti solo per veder Ianucovichsostituito da un oligarca di razza? Da uno che essendo un cioccolataio non può non richiamare alla memoria quel cioccolataio di Torino, di cui riporta lo storico Alberto Virigli  nel suo  libro “Voci e cose del vecchio Piemonte“ (Torino 1917), che andava in giro per la città ostentando una carrozza tirata da una quadriglia. È da sapere che per i borghesi dell’epoca era d’uopo, per quanto ricchi fossero, limitarsi ad un traino di soli due cavalli, fu così l’oligarca ante litteram suscitò le ire del Duca Carlo Felice che lo convocò intimandogli di non comportarsi more nobilium: il re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme non poteva aver tanti cavalli quanti il borghese e fare così «na figura da cicôlatè».

    C’è da star certi che lo stile dell’oligarca sia da cioccolataio, ma quanto a stile noi italiani da Berlusconi a Briatore non ci siamo fatti mancare nulla, solo che mette una profonda tristezza pensare che sia stato per mandare al potere un Cioccolataio da un miliardo di dollari che della gente sia scesa in piazza a combattere e morire: meritano tutta la nostra solidarietà alla memoria, fascisti, con tanto di Sascho Bilj, compresi.

    Stando, però, alle proiezioni gli ucraini sarebbero insorti proprio per mandare al potere una persona così, che, poi, avendo anche stampa e tv oltre che cioccolatini, rimanda a squallidi personaggi geograficamente a noi più vicini, gente sempre e comunque indegna del sangue che un popolo in rivolta possa versare, sia questo sangue il suo o del nemico.

    E invece Poroshenko raccoglie intorno al 24% dei consensi nei sondaggi e probabilmente erediterà pure il 10% di cui era accreditato Klitcho: che il cioccolataio ai martiri dei cecchini “bipartisan”, di cui parlavano laAshoton e l’Ambasciatore Estone, possa opporre un suo personale martirio fondente?  E sì, anche lui subì il morso della repressione moscovita quando in Russia, dal mese di luglio 2013, furono banditi, per qualche mese, causa mancanza dei requisiti igienici i suoi prodotti. Motivi  equivalenti a quelli che usa la UE quando blocca prodotti esteri, motivi che sono fondati se banna Bruxelles, mentre, quando lo fanno i russi, il motivo è politico. Tuttavia, nonostante tutte le angherie subite dal Poro-schenko, come si fa a votare uno che, oltre a cioccolata e caramelle,spaccia anche merendine, la piazza un uomo così dovrebbe cacciarlo: se non volete farlo per i martiri o per la libertà, fatelo almeno per il benessere dei vostri figli.

    Ancora più inutili sembrano le vite gettate dai martiri di Maidan alla luce della recente visita fatta dal Direttore della CIA, John Brennan, a Kiev. Eppure era andato sotto falso nome e in tutta segretezza, ma i servizi segreti russi non sono secondi a nessuno, neppure al Mossad, quindi pure il tentavo di negare l’avvenuta visita, dopo la denuncia di Lavrov, è durato poco: meglio ammettere spontaneamente, che vedere i propri servizi sputtanati da documentazione inconfutabile prodotta da quelli del nemico.

    Non si hanno dettagli, naturalmente, ma pare che John Brennan non sia andato a Kiev per dibattere se è meglio il cioccolato fondente o quello al latte, ma piuttosto per consigliare la Junta su come organizzare l’azione militare su vasta scala prossima ventura, parola dei ben “informati” media russi, che hanno appena visto confermate le loro illazioni complottiste:l’azione militare è ormai prossima avvenuta, dopo dagli assalti delle truppe ucraine contro i ribelli.

    Un’azione, quella militare, che potrebbe, però, ritorcersi contro Kiev: i martiri potrebbero cambiar di colore e la Russia aver buon gioco a denunciare le feroce repressione alle Nazioni Unite, dimostrando così che anche il referendum della Crimea fu scelta saggia, dettata dalla volontà di evitare la repressione etnica di Kiev. Anzi la sola minaccia aveva già aperto brecce nel fronte mediatico, su France 24 si sono sentiti commentatori esprimersi in quel senso, arrivando fino a giustificare le azioni di autodifesa dei russi del sud est.

    Forse questo spiega la fretta di mettere in atto l’operazione antiterrorismoprima che arrivi la temutissima sconfitta nella battaglia delle parole, e in occidente qualcuno cominci a parlare di guerra civilefederalisti erepressione.

    Un odio verso la Russia, quello, ucraino, che ha ragioni che affondano la radice più velenosa negli anni ’30, quando la crisi economica e le carestie sovietiche portarono ad un genocidio per fame, ma che non avrebbero dovuto aver più ragion d’essere, almeno da un punto di vista economico.

    Senza l’aiuto russo l’Ucraina sarebbe arrivata al collasso economico totale fin dall’anno scorso, parola di quella complottista della Lagarde: "senza il supporto ricevuto dalla cima di salvataggio lanciata dai russi, che l’hanno estesa fino agli ultimi mesi, (gli ucraini) non potrebbero andare da nessuna parte”. Almeno questo è quanto ha sostenuto in un’intervista di inizio aprile rilasciata alla PBS Statunitense, la cosa è passata sotto silenzio, ma va ammesso che la TV pubblica USA non la guarda nessuno.

    Per concludere affrontiamo il fronte del ridicolo, quello delle sanzioni:l’Europa minaccia, ma s’è fatta soprattutto ammuina; Bruxelles strepita, ma gli Stati membri sanno quanto sarebbe disastroso per loro una guerra delle sanzioni. Quanto al gas: la Russia è in approfondite consultazioni con la Cina per ridirezionare le sue esportazioni, mentre l’Ucraina non riconosce gli aumenti praticati e rifiuta di pagare le forniture già avvenute, così riescono a far scendere in campo la colomba Medvedev che informa che predisporrà un piano di approvvigionamento che prevede pagamento anticipato.

    Pare invece che le draconiane sanzioni USA una vittima l’abbiano mietuta, almeno secondo RT: un cittadino russo sarebbe stato cacciato da un negozio di scarpe negli USA, pare per un caso di somiglianza, neppure omonimia, del nome con uno contenuto nella lista nera, fatto estremamente verosimile in un paese i cui servizi di news confondono Greco e Cirillico.******

    L’unica arma in mano all’occidente atlantico pare essere la propaganda, ma, all’epoca di internet, anche questa appare sempre più spuntata dall’avanzare dell’oggettività dei fatti e dall’azione del governo Kievanoche riesce ad esser più goffo del Dipartimento di Stato USA, e non è impresa facile.

    La parola però sta passando alle armi e non affatto detto che la guerra civile ucraina non contagi il mondo giusta a cent’anni dall’inizio de “Laguerra civile europea”*******

    Ferdinando Menconi


    * http://www.aco.nato.int/imagery-reveals-destabilizing-russian-forces-near-ukraine-border-nato-plans-balanced-response-to-reassure-allies.aspx

    http://rt.com/news/nato-satellite-images-drills-712/ 

    **“Greystone è una "costola" della PMC Academi, nome che dal 2011 ha sostituito il brand "Xe Services" col quale nel 2009 venne ribattezzata la famigerata Blackwater protagonista (tra molte polemiche per l'uccisione di civili a Baghdad) dell'epoca d'oro dei "military contractors" in Iraq.”, per usare le parole de Il Sole 24ore e non interpretazioni complottiste

    *** https://www.youtube.com/watch?v=iVxRVFR4x88

    **** qui il testo dei due articoli

           http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-04-09/in-ucraina-si-rivede-blackwater-che-pero-adesso-si-chiama-greystone-180411.shtml?uuid=AB9R8i9

    http://www.analisidifesa.it/2014/03/ucraina-contractors-occidentali-a-donetsk/

    ***** https://www.youtube.com/watch?v=m6t5PQ3rQ8U

    ****** https://www.youtube.com/watch?v=yvnj5VIDsNI

    ******* http://it.wikipedia.org/wiki/La_guerra_civile_europea,_1917-1945._Nazionalsocialismo_e_bolscevismo

    martedì
    apr152014

    Processi lentissimi e incertezza della pena: questa non è giustizia

    E' ripreso dopo sette anni il processo ad Alberto Stasi assolto in primo e secondo grado dall'accusa di aver ucciso la fidanzata, Chiara Poggi, la mattina del 13 agosto 2007. La Cassazione ha infatti rinviato gli atti alla terza Corte d'Assise d'Appello di Milano perché riformuli il giudizio. Quello della Cassazione dovrebbe essere un mero controllo di legittimità, dovrebbe cioè verificare che il processo si è svolto secondo le forme previste dalla legge. Invece la Cassazione è entrata nel merito indicando otto punti in cui gli accertamenti dei giudici di primo e secondo grado non sono stati, a suo dire, convincenti.

    di Massimo Fini, in Archivio Fini
    martedì
    apr152014

    Pedofilia: per una critica non moralistica

    Un prete del ravennate qualche settimana fa finì in un canale guidando ubriaco il suo SUV da 35.000 euro. Fu salvato dall’annegamento da due giovani coraggiosi. Ne seguirono accertamenti che hanno portato alla luce suoi abusi sessuali nei confronti di adolescenti.

    L’arcivescovo di Ravenna ha pensato bene di rivolgere ai parroci della diocesi una serie di raccomandazioni, fra cui un avvertimento, da estendere a tutti gli adulti, non solo ai sacerdoti, di evitare circostanze in cui possano trovarsi da soli in luoghi chiusi con un bambino o un adolescente.

    Sarebbe sbagliato sottovalutare episodi come questo, considerarli aberrazioni di singoli e reazioni spropositate indotte dal clamore mediatico. Sono viceversa l’ennesimo indizio di una crisi di civiltà probabilmente senza precedenti storici documentabili che siano giunti a un tale livello di abbrutimento, di degradazione morale, di demolizione di tutte le fondamenta del vivere civile.

    Viviamo un’epoca in cui sono profondamente alterati i rapporti più elementari e più basilari, quelli fra le generazioni e fra i generi, epoca di narcisismi che non comunicano, di realtà virtuali che sovrappongono ombre fantasmatiche alla concretezza del reale.

    Si sa di adulti che evitano di salire in ascensore con un ragazzino o una ragazzina per il timore che il gesto sia frainteso. Si sa di genitori che reprimono manifestazioni di tenerezza verso i figlioletti per non dare adito a sospetti. Si sa di padri che si trattengono dal contatto epidermico coi loro bambini anche davanti alla moglie, per non suscitare in lei ansie un tempo impensabili.

    Quando una civiltà è giunta a questo punto, è finita.

    Qui si vede il volto del disfacimento, ben più che nelle difficoltà economiche e nelle ristrettezze finanziarie. 

    La pedofilia in ambiente ecclesiastico è piaga antica, di cui solo di recente si parla diffusamente e apertamente, forse anche per un’operazione mediatica tendente a screditare un’Istituzione non completamente allineata col pensiero dominante del libero Mercato, della mercificazione totalitaria, del laicismo che tutto relativizza.

    Il fenomeno è comunque dolorosamente reale e a ben vedere ha assunto proporzioni superiori a quelle del passato proprio perché la visione del mondo scettica e materialistica in un senso grossolanamente edonistico è penetrata anche nei seminari e nei conventi. In poche parole, nemmeno nei preti, ridotti a funzionari di un ente di beneficenza e di un centro finanziario, vive una fede profonda. Fra i tanti che si sottraggono a un dialogo teologico, si distinguono proprio i preti, non più sacerdoti, cioè custodi del sacro, ma psico-socio-pedagogisti.

    Chi crede che basterebbe consentire ai preti di sposarsi per eliminare le perversioni, ragiona in modo grossolano e superficiale, non tenendo conto di quanto siano diffusi pedofilia, omosessualità, feticismo, sado-masochismo, anche fra adulti regolarmente sposati e socialmente stimati.

    Per uscire dalle secche del moralismo, occorre spostare il discorso dall’indignazione, spesso recitata più che veramente sincera, a considerazioni che ci proiettino nella dimensione più profonda e più autentica di una crisi epocale spiegabile con una visione ciclica dell’andamento storico: viviamo l’estrema decadenza di un ciclo che si esaurisce nel rilassamento generale dei costumi e nella perdita di senso.

    Il dato sociologico che si innesta in questa visione di filosofia della storia, è quello di un capitalismo che, superata la fase virtuosa dell’esaltazione del lavoro, della remunerazione del rischio dell’imprenditore nell’investire i capitali, del risparmio come premessa del successivo investimento, è pervenuto alla pura speculazione finanziaria, alla logica della rendita, all’individualismo edonistico del “proibito proibire”, alla mercificazione di tutte le relazioni sociali.

    Se non parlassero anche di questo, le cosiddette perversioni sessuali sarebbero soltanto materia di allusioni pruriginose e di moralismi d’accatto. Parlano di una civiltà morente, per una legge storica che trascende le contingenze ma anche e soprattutto per la dissoluzione dei legami comunitari indotti dai processi di reificazione di un meccanismo socio-economico devastante.

    I comportamenti che minano la coesione sociale e la moralità si stroncano non con una pletora di regolamenti inutili né con l’assurda proibizione di appartarsi con i minori, mentre si consente il martellamento di una pubblicità ossessiva improntata al sesso in tutte le sue forme, ma con una legge interiore, non scritta, che soltanto una società fondata sul comunitarismo e sulla responsabilizzazione di ogni suo componente può incidere nel profondo.

    Luciano Fuschini
    lunedì
    apr142014

    Il condannato al Colle. Gli indagati in galera

    lunedì
    apr142014

    Rassegna stampa di ieri (13/04/2014)

    olitica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Scienza e Coscienza Olistica

    Storia e Controstoria

    lunedì
    apr142014

    Per l’Fmi il Def di Renzi va bene. Per noi un po’ meno

    Matteo Renzi vuole accelerare su tutto. Dalle riforme istituzionali a quella elettorale, fino agli interventi per rilanciare l'economia e la domanda interna. Se in Italia l'ex sindaco viene accusato di eccessivo decisionismo (insomma di craxismo) e di tendenze autoritarie, all'estero, al contrario, lo si sospetta di essere eccessivamente parolaio e di non fare i conti con un sistema ingessato, come quello italiano, che ha sempre fatto di tutto per bloccare il cambiamento. 

    Al nuovo governo è stato concesso il beneficio del dubbio e i primi giudizi sono sostanzialmente positivi, limitandosi a riferirsi alle dichiarazioni di facciata. Così il  Fondo Monetario Internazionale, dopo una prima sommaria analisi, ha giudicato con favore il Def (Documento di economia e finanza) del governo. Anche perché, come direbbe Razzi, il Fmi sostiene da tempo l'idea di abbassare le tasse attraverso il taglio della spesa. 

    Riferendosi al riequilibrio dei conti, e quindi al taglio del debito pubblico, un portavoce del Fmi ha auspicato che i tagli annunciati non rappresentino una tantum ma siano la regola dei prossimi anni. L'organismo usuraio di Washington giudica con favore che Renzi e il ministro dell'Economia, Padoan (ex dirigente dello stesso Fmi e dell'Ocse) abbiano posto l'accento sulla necessità delle “riforme” che sono funzionali a sostenere una crescita economica che in Italia è ancora troppo bassa rispetto alla media europea. Ma poi, il Fmi chiede che alle parole seguano i fatti. E tanto per dimostrare quale sia la riforma più impellente, si cita quella del mercato del lavoro che deve essere “liberalizzato”. Termine che, come ben sappiamo, significa la più totale deregolamentazione; la diffusione della flessibilità e del precariato, con la più ampia libertà di licenziamento da parte delle imprese; la fine dei contratti nazionali di categoria e la loro sostituzione con contratti aziendali nei quali le buste paga registreranno l'incidenza crescente degli straordinari e dei premi di produzione. Con lo stakanovismo innalzato a regola di vita. 

    Il Fmi, come tanti gruppi similari, sostenitori del mercato unico globale, non prova alcuna remora a sostenere che le regole che valgono in Cina debbano valere anche in Italia. E pazienza se in Cina lo schiavismo in molte aziende è la regola sulla quale vigilano le milizie del partito comunista. Un capitalismo di Stato feroce e disumano ma che evidentemente piace ai tecnocrati del Fmi, dei quali molti vengono dai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Una peculiarità che non gli ha impedito di sposare la filosofia del Fmi che è la stessa di altre strutture similari come la Banca Mondiale e l'Ocse. Una filosofia che vede nella finanza l'elemento centrale dell'economia. Tanto che il Fmi è arrivato a giudicare con favore, non avevamo dubbi in proposito, l'annuncio della Banca centrale europea (guidata dall'ex Goldman Sachs, Mario Draghi) di essere pronta ad immettere altra liquidità (si parla di mille miliardi di euro) nel sistema finanziario (quindi alle banche) per fare ripartire l'economia dell'Eurozona. Una soluzione che il Fmi giustifica lamentando il differenziale (gap) tra le potenzialità dell'economia europea e la sua crescita effettiva. Una soluzione che, è appena il caso di dirlo, non servirà allo scopo dichiarato perché, come successo per i mille miliardi precedenti prestati dalla Bce alle banche europee (novembre 2011-marzo 2012), essi non finiranno alle imprese e ai cittadini, ma serviranno alle banche stesse per coprire i debiti effetto delle proprie speculazioni. 

    Questo scenario futuro è ben chiaro anche ai politici italiani ma nessuno di loro, specie i neo convertiti al Libero Mercato, sembra preoccuparsene troppo. Non è il caso per costoro lamentare la stretta creditizia o criticare l'intoccabile Mario Draghi. Quello che dicono il Fmi e la Bce deve essere infatti preso come vangelo. E se ci chiedono di ridurre il lavoro a merce, bah, cosa volete che sia. È la tendenza in atto in buona parte del mondo. Ed anche l'Italia dovrà adeguarsi.

    Irene Sabeni
    giovedì
    apr102014

    Rassegna stampa di ieri (09/04/2014)

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    giovedì
    apr102014

    “Disability show”

    Finalmente un altro “imperdonabile tabù” è stato gettato alle spalle: anche in Italia sono sbarcati nuovi programmi televisivi i cui protagonisti indiscussi sono i disabili con le loro problematiche esistenziali. L’ultimo di questi format è “The undateables, se l’amore non ha regole” (in onda la domenica sera su Real Time), dove in ogni puntata tre persone affette da diverse patologie cercano la loro rispettiva metà amorosa, nonché un lieto fine.
    Sulla stessa scia, lo scorso febbraio, su Italia1 è stato trasmesso “XLove” che, a differenza del primo programma, si occupava esplicitamente della sessualità dei down; su di loro, a tale proposito,  neanche la Rai si è lasciata sfuggire l’occasione di mandare in onda “Hotel 6 stelle”, docu-fiction che segue passo passo alcuni ragazzi down durante un tirocinio formativo in un albergo romano.
    All’estero, ovviamente, format di questo genere sono tanto invalsi – uno dei primi fu nel 2006, quando la pionieristica Olanda lanciò “Miss Ability”, concorso di bellezza per ragazze disabili – da avere un loro specifico nome che dice già tutto: “disability show”. Senza mezzi termini, è proprio questo il fulcro della questione: lo spettacolo sui disabili, i quali, consapevoli o meno, intanto che si prestano a farsi soggetto sotto la luce tanto abbagliante quanto effimera della ribalta, non sono altro che mero oggetto della bulimica morbosità del telespettatore. Così è, però, il diktat dello spettacolo: tutto ciò che appartiene al reale, per acquisire “credibilità” e autenticità, dev’essere automaticamente trasferito nella rappresentazione scenica.
    Poco importa se questi disabili diventano tristi caricature del loro stesso male; se per trovare una supposta anima gemella occorrono le più efficienti agenzie dating, pronte a reperire e a selezionare le compagne o i compagni adatti ai singoli “casi umani”; se assolutamente nulla cambierà nella  loro quotidianità dopo l’avventura televisiva, durante la quale, certamente, i protagonisti non sono mai stati persone “normali”, come si propaganda a furor di popolo, ma soltanto fruttosi animali da palcoscenico e veri e propri fenomeni da baraccone, utilizzati un tempo al circo che, ancora oggi, conserva l’inconfondibile odore di fieno e sogno di quella donna barbuta che, a fine applauso, se ne restava tutta sola e vagabonda. Lei però, la donna barbuta, sapeva di essere un’attrazione per il sollazzo dell’indiscrezione altrui e conosceva a memoria il buio che seguiva ai bagliori della pista.
    A fare scandalo non sono il produttore di turno o l’ideatore del format, ortodossi unicamente alle regole dello share, ma le tante associazioni – come l’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) che ha premurosamente collaborato con il programma “Hotel 6 stelle” – nonché la tanta, troppa gente di buon cuore che sostiene a spada tratta tali progetti mediatici affinché i loro “beniamini” diano l’esempio effettivo per cui, di fatto, non “devono” esistere differenze: gli handicappati sono esattamente come tutti gli altri. Questa è la grande menzogna e la bieca ipocrisia del politicamente corretto: l’uguaglianza a tutti i costi, tradotta poi in un livellamento di genere, di identità, di problematiche e ancora di vita. A fare scandalo, al solito, sono le buone intenzioni di chi crede nelle cosiddette “parità”.
    Ciò detto, è chiaro che anche i disabili si innamorano, soffrono e desiderano un domani fino a sognarlo, ma la verità è che i motivi effettivi per cui queste persone vengono prescelte dalla cinica e ambigua “società dello spettacolo” non sono affatto le ambizioni, le difficoltà e le paure comuni a ciascun uomo, bensì la loro specialità: la malattia con cui ogni pulsione – i sentimenti si danno nel tempo, non in un reality – convive tanto da esserne paradossalmente esaltata e apparire a sua volta “malata”, vale a dire curiosa per il pubblico sempre famelico di inedito e di inaudito.
    Il fenomeno dello “show disability” è la prosecuzione perfetta di questa nostra società che fa dell’assistenzialismo senza cura, del moralismo senza morale e della mescolanza senza né genere né parti, la sua forma peculiare, non certo la sua sostanza: i cosiddetti “diversi” – disabili, immigrati, omosessuali – a loro insaputa, sono destinati a restare sempre più diversi proprio per il fatto stesso di essere ipocritamente venerati e confinati in uno statuto di diritto inviolabile, sancito arbitrariamente apposta per loro.

    Fiorenza Licitra
    mercoledì
    apr092014

    Indipendentismo? Meglio una comunità "umana" che uno Stato freddo

    mercoledì
    apr092014

    Il Fmi in difesa delle banche, ovviamente

    La stretta creditizia in Italia, a causa dei suoi inevitabili impatti sociali ed economici, preoccupa anche il Fondo monetario internazionale. Il che è tutto dire. L'organismo usuraio di Washington è infatti da sempre un araldo delle ragioni del Libero Mercato e all'interno di esso degli interessi delle banche. Niente di diverso dalla filosofia di base e dalle modalità operative di altre similari istituzioni come la Banca mondiale e la Bce. 

    In un suo rapporto, il Fmi sottolinea che mentre Germania e Stati Uniti hanno quasi completamente superato la stretta creditizia, conseguenza della crisi finanziaria del 2007-2008, altri Paesi, come appunto l'Italia, sono ancora condizionate dalle debolezze del settore bancario. 

    Non siamo soli comunque. Francia, Spagna e Irlanda ci fanno compagnia. I ”tecnici” del Fmi sottolineano che un allentamento della stretta creditizia o addirittura un ritorno a rapporti normali e fisiologici tra banche e imprese potrebbe portare ad un aumento annuo di circa il 2% del Prodotto interno lordo. Sai che scoperta, ci sarebbe da commentare. 

    L'organismo presieduto dall'ex ministro francese delle Finanze, Christine Lagarde, parte da una analisi giusta e corretta dal punto di vista tecnico, ma finisce però per inciampare nelle contraddizioni derivanti dall'essere una struttura non indipendente e condizionata dal suo ruolo di gendarme degli equilibri (e dei disequilibri) finanziari globali e dal peso dei suoi finanziatori, gli Stati Uniti in primo luogo. È banale infatti affermare che la stretta creditizia impedisce la crescita. Se le banche non prestano soldi alle imprese, queste non possono investire in nuova tecnologia, non assumeranno nuovo personale, non compreranno materie prime e le aziende fornitrici non potranno fare altrettanto e via avanti così, come ci insegnano le teorie economiche grazie al più classico effetto moltiplicatore. Ma sono invece le soluzioni suggerite ed auspicate dal Fmi a confermare come la sua attenzione sia rivolta soprattutto alla salute delle banche che in Europa come negli Usa sono state massicciamente aiutate con risorse pubbliche. In Europa dalla Bce e da altri meccanismi statali. Negli Usa dal Tesoro e dalla Federal Reserve. Così il Fmi, arriva ad affermare che se la priorità per l'Eurozona è quella di creare le condizioni per una crescita economica più forte e di lunga durata, bisogna al tempo stesso evitare che si creino rischi di deflazione (che danneggerebbero le imprese) ed assicurare la stabilità finanziaria. Quella dei conti pubblici. Il tasso di inflazione “fisiologico” è fissato dal Fmi ed anche dalla Bce intorno al 2% annuo. Al contrario, affermano i tecnici della Lagarde, una inflazione più bassa in un Paese come l'Italia con un alto debito, complicherebbe ancora di più la situazione e porterebbe ad un rialzo dei tassi di interesse. 

    Le conclusioni sono in linea con quelle della Bce. Le politiche macroeconomiche dei governi dovrebbero restare “accomodanti” e quindi i governi dell'Eurozona dovrebbero sostenere ulteriormente la domanda interna. Come? Presto detto. Attraverso “un maggiore allentamento monetario”. Quindi, dando altri soldi alle banche. Le stesse cose che dice Draghi quando annuncia misure “non convenzionali”. E infatti il Fmi, dopo aver parlato di "ulteriori tagli ai tassi di interesse” auspica “operazioni a lungo termine di finanziamento alle banche”. 

    Se si pensa che la Bce ha prestato tra il 2011 e il 2012 (con Draghi alla guida) ben mille miliardi di euro alle banche al tasso dell'1% e che quei soldi sono stati usati per ricapitalizzarsi e non per aiutare l'economia reale, si capiscono bene le relazioni di interessi che si sono venute a creare tra controllori e controllati. Una ricapitalizzazione necessaria perché le banche dell'Eurozona erano piene di debiti a seguito di investimenti andati a male e di speculazioni vere e proprie. Così, tanto per andare sul sicuro, quei soldi sono stati utilizzati in Germania come in Italia per comprare titoli di Stato che garantiscono entrate finanziarie sicure e continue in termini di interessi. E questa scelta ha legato sempre di più il destino delle banche a quello dei conti pubblici nazionali. Con la differenza che in Germania settore statale e settore privato costituiscono un blocco monolitico e tale peculiarità, attraverso un abile gioco di sponda, ha permesso di reagire alla crisi in maniera unitaria. In Italia non è stato così. Ma evidentemente gli aiuti pubblici (perché tali sono) della Bce non sono stati sufficienti ed ora si vuole fare il bis. 

    Ma più soldi alle banche non significa assolutamente la ripresa del credito alle imprese. Le indiscrezioni filtrate dagli uffici della Bce su acquisti di titoli pubblici per 1.000 miliardi (la Bce può acquistare quelli fino a 3 anni) faranno entrare di fatto la Banca Centrale in apparente concorrenza con le altre banche, ma non le obbligheranno a tornare a finanziare le piccole e medie imprese che in Italia rappresentano chi investe e chi produce. 

    Anche in questo caso le banche hanno scelto di non rischiare e continuano a dare soldi, ad esempio, ad un gruppo come la Fiat che ha scelto di smobilitare e di lasciare in Italia il solo settore delle auto di lusso. 

    Con tale approccio, in sostanza, la crescita resterà una chimera.

    Irene Sabeni
    mercoledì
    apr092014

    Sepiatone-Barzin, Mercoledì 9 aprile alle 21 e 30

    Prendetela così: magari non li avete neanche sentiti nominare (peggio per voi, ovviamente), ma… se vi trovaste in una partita di Texas hold ‘em con una coppia d’assi tra le mani, cosa fareste?  Stareste davvero lì a pensarci? Sì-ì?

    Lasciatevi dare un consiglio, allora: andate tranquilli, andate sicuri in all in. Sarà una vittoria che faticherete a dimenticare.

    Il doppio concerto Sepiatone-Barzin, oggi all’Init (via della Stazione Tuscolana 133) a partire dalle 21 e 30, è, indiscutibilmente, una delle chicche delle primavera concertistica romana. Un co-headlining che neanche il fan del cantautorato rock più ottimista e sognatore avrebbe osato sperare. A 12 euro, poi…

    Umbratile, “notturno” e raffinatissimo parto nato dal sodalizio tra Marta Collica e Hugo Race, i Sepiatone tornano a calcare le scene dopo una lunga pausa di silenzio per promuovere l’ultimo “Echoes on”, terzo full lenght del progetto dopo gli apprezzatissimi “In Sepiatone” e “Darksummer”. Ancora una volta ritroveremo le caratteristiche  atmosfere da “sogno inquieto” a farla da padrone, con la voce della cantante e multistrumentista catanese a disegnare preziosi arabeschi su un tappeto sonoro in cui la canzone d’autore se ne va a braccetto con una psichedelia rarefatta, a metà tra la modernità e la tradizione, e dove una melodia chiaroscurale, liquida, riesce a soggiogare i sensi dell’ascoltatore senza mai risultare stucchevole, grazie alla sobrietà di arrangiamenti sempre azzeccati, sempre calibrati. A rafforzare la preziosità della proposta poi, in un perfetto equilibrio vocale e di mood, l’inconfondibile timbro baritonale del cantante-chitarrista australiano, geniale transfuga (per chi non lo sapesse) della prima line up dei Bad Seeds di Nick Cave, nonché figura di assoluto culto nel panorama del rock internazionale. Dall’alternanza in solitaria di queste due ugole e dai loro struggenti accoppiamenti in controcanto (una sorta di yin e yang, senza scherzi!), viene fuori un disco di grande valore, per nulla inferiore ai loro precedenti lavori, che promette una resa live di irresistibile presa emotiva. Come, d’altronde, anche il corpus principale della loro produzione precedente, che troverà sicuramente ampio spazio nel set proposto dal gruppo. Fidatevi: vi faranno volare.

    Malinconico, sì, ma di una malinconia “celestiale” in cui l’oscurità minacciosa della notte lascia sempre qualche pertugio per improvvisi e rassicuranti squarci di luce, Barzin è il classico musicista di nicchia che, album dopo album, è riuscito ad evolvere il proprio sound rimanendo fedele ad un principio di ricercata e sincera autorialità. Sia che si tratti dei suoi caratteristici arpeggi di chitarra o delle sue essenziali composizioni pianistiche, sia che si spinga verso lidi misuratamente elettronici o decida di affidarsi a delle scarne composizioni strumentali, l’artista canadese non perde mai occasione di rivelare un leitmotiv compositivo basato sulla semplicità strutturale dei pezzi e sulla mancanza di artifici legati alla produzione (esemplare in tal senso il bellissimo Notes to an absent lover, il suo capolavoro). Romantico di altri tempi, creatore di atmosfere che raccontano i tormenti e lo struggimento interiore con misurato languore, ha bisogno di esili melodie e pochi accordi per creare dei piccoli gioielli di grazia, ascoltando i quali non sarà difficile commuoversi e ripensare, con composta ma sentita emotività, ad alcune tappe “particolari” della propria esistenza. In occasione di questa tappa romana, è facile immaginare che nella tracklist dello schivo cantautore la faranno da padrone gli estratti del nuovissimo To live alone in that long summer, una release giunta dopo quasi un lustro di silenzio in studio e che ha già raccolto notevoli riscontri di pubblico e critica a pochi giorni dalla sua uscita. Fidatevi, ancora una volta: una capacità di creare atmosfera come pochi.

    Insomma, come avrebbe detto uno Stefano D’Accorsi d’antàn: “Du gusti is megl che One”. Soprattutto se i gusti in questione rappresentano due tra le proposte più appetibili del proprio (non) genere di riferimento.  Davvero una squisitezza. A questo prezzo, poi…

    Domenico Paris
    martedì
    apr082014

    Quelle misure "non convenzionali", che non servono a nulla

    Delle “misure non convenzionali” che la Banca Centrale Europea sarebbe in procinto di mettere sul tavolo si inizia ora a parlare seriamente anche sui media di massa. Su questo giornale, e in pochissimi altri posti, se ne parla da oltre un anno. Non per mere capacità esoterico-anticipatorie, ma semplicemente per un uso della ragione scevro da altri condizionamenti legati alla propaganda di sistema cui si è abituati altrove.

    Intanto registriamo che il pericolo deflazione non era solamente un maglio agitato dai “complottisti” della rete, ma una realtà già presente in Europa da mesi e mesi, malgrado il termine non sia mai stato pronunciato da Mario Draghi e dai suoi sgherri e sia stato ostentatamente proposto quello, meno allarmante, di crescita negativa oppure, ancora più soft, quello di “bassa crescita”. Fandonie: l’Europa è in deflazione molto più che quanto gli stessi indicatori e le previsioni lascino intendere. Tanto che, appunto, la BCE sta cercando di correre ai ripari con metodi non ortodossi, cioè diametralmente opposti a quelli del mantra del libero mercato. Come dire: il libero mercato si regola da sé, e se anche non ce la fa, non è che lo si metta in discussione, ma semplicemente ne si cambiano le regole alla bisogna.

    In secondo luogo dobbiamo registrare l’ennesima dimostrazione eloquente del fatto che il valore di spread non c’entri nulla con i “fondamentali” economici dei vari Paesi, ma sia determinato e guidato da altre dinamiche, tutte interne e collegate a quelle della speculazione finanziaria: è bastato il solo accenno da parte di Draghi a queste misure “non convenzionali” per far scendere ulteriormente il nostro spread malgrado la situazione reale dell’Italia sia considerevolmente peggiore rispetto a quando il nostro scarto con i Bund tedeschi veleggiava attorno a quota 500. Allora il motivo risiedeva nella strategia di voler sostituire Berlusconi con uno qualunque degli uomini necessari a far digerire all’Italia tutto quanto è venuto dopo. Napolitano si prestò all’operazione e poi avemmo Monti, quindi Letta e adesso Renzi. Tutti nello stesso solco, tutti con il medesimo obiettivo, con una differenza enorme per quanto riguarda l’ultimo del terzetto: grazie alla deficienza (letteralmente, incapacità di capire la situazione) del popolo italiano, Renzi sarà l’uomo con tutte le carte in regola per far passare - tra un sorriso, una battuta, e una sciocchezza - ciò che l’austero Monti e il mellifluo Letta non sarebbero riusciti a fare. 

    Lo spread basso di questi giorni, la claque ricevuta durante il tour in Europa, le parole di Mario Draghi sono un balsamo per ciò che il Presidente del Consiglio si appresta a fare. Dopo le elezioni europee, cioè a risultato elettorale acquisito, naturalmente.

    Lo schema, a livello interno, è semplicissimo: tanta carota (di plastica) sino alle elezioni di maggio, e poi la scure, inevitabile, quando gli italiani avranno già energie e attenzione bruciate dal caldo di luglio. 

    Tornando all’Europa, le parole di Draghi e le prossime misure che pare verranno messe in campo - e ovviamente ne potremo parlare con maggiore cognizione quando esse saranno rese note - denotano un quadro di riferimento molto chiaro: la situazione economica non cambia perché semplicemente, dati i presupposti e date le “cure” imposte dal 2009 in poi, “non può” cambiare. È, in modo elementare, impossibile che cambi. E dunque si devono prendere altre misure. Dove le parole “non convenzionali” devono essere lette con il termine “illusione”. Della serie: non si cresce perché non si può crescere, stanti così le cose, e dunque si passa alla chimica, al sintetico, al falso. Cioè creazione di moneta dal nulla e sua immissione nelle vene dove scorre un sangue anemico. Poi si vedrà. 

    C’è la questione Germania, da sempre contraria a un intervento della BCE per cercare di riequilibrare una situazione che pure i tedeschi hanno contribuito a creare e dalla quale hanno avuto solo da guadagnare, sino a ora. Il motivo è chiaro: ove intervenissero fattori esterni “non convenzionali” ad alterare l’ambiente di coltura delle fortune tedesche, la Germania vedrebbe arretrare la sua posizione dominante. E dunque vi si oppone.

    È nostra impressione, però, che al momento, oltre alle dichiarazioni di facciata provenienti da Berlino, sulla falsariga di quelle che arrivano da anni per porre qualunque veto a operazioni di aiuto degli altri Paesi sui quali di fatto la Germania specula, al Bundestag si siano ormai convinti che a livello europeo la situazione è davvero insostenibile e senza via di uscita. Con in più il campanello d’allarme dei partiti e dei movimenti euroscettici che malgrado il fuoco incrociato di tutti i media di regime, in ogni Stato, si stanno facendo comunque strada, a forza di intercettare e dare voce al malcontento e alla disperazione dei popoli, con prospettive elettorali (quelle delle elezioni di maggio) che iniziano sul serio a essere rischiose. Per loro, naturalmente. A nostro avviso anche la Germania inizia a capire che delle operazioni di “alleggerimento”, da parte dell’Europa nei confronti soprattutto dei Paesi in forte crisi, siano ormai inevitabili. E siano anzi anche utili, per tenere in piedi delle economie che altrimenti non sarebbero comunque in grado di sostenere neanche le esportazioni tedesche.

    In altre parole, la Germania deve piegarsi a soluzioni di questo tipo per i suoi stessi interessi, almeno per il momento. Ecco il motivo per il quale non si sta oggi opponendo alle parole di Draghi così duramente come fatto sino a qualche mese addietro. 

    In senso parziale ciò che ci aspetta è dunque una serie di norme in grado di alleggerire gli effetti negativi e perversi del crollo del sistema che stiamo vivendo. Né più né meno che come sta avvenendo per gli Stati Uniti, tecnicamente falliti da decenni, ma ancora in piedi grazie all’illusione finanziaria messa in campo dalla Federal Reserve. Dal punto di vista pratico, l’intervento di una sorta di Quantitative Easing alla europea servirà dunque a tamponare due fenomeni sopra ogni altro. Lo sprofondare della deflazione e l’aumento vertiginoso della disoccupazione. Non ci vorrà moltissimo per vedere un rallentamento di questi due effetti ormai in servizio permanente in Europa. 

    È una buona cosa? Parzialmente, sì. Dal punto di vista tecnico, fermare almeno un po’ l’incancrenirsi di deflazione e disoccupazione non può che rallentare la discesa nel baratro che stiamo vivendo, e ciò si ripercuoterà, ma solo in parte, anche nell’economia reale, cioè su tutti noi. Ma non è ovviamente il caso di tirare sospiri di sollievo o addirittura di festeggiare come invece si apprestano a fare in molti e hanno iniziato già a fare “i mercati” al solo annuncio di Draghi.

    I motivi sono presto detti. Il primo è di carattere generale, il secondo è molto più tecnico.

    Per quanto attiene al primo punto basti l’elementare considerazione in merito al perché la BCE sia in procinto di fare una operazione del genere: nessun meccanismo, tra quelli evidenziati dallo scoppio della crisi finanziaria, è stato corretto, variato, o cancellato. Tutto è rimasto come prima, la speculazione ha continuato ad andare avanti per la sua strada e soprattutto nessun elemento fallimentare di questa gestione dell’economia mondiale è stato messo in discussione. I punti cardine che più volte ci hanno fatto definire il nostro modello di sviluppo non sostenibile (né dal punto di vista economico né da quello climatico né da quello sociale) sono stati esaminati e giudicati per quello che sono: un processo e un metodo sbagliati che non possono che far avvitare la situazione su se stessa, peggiorandola. Tanto che oggi, appunto, si ricorre alla droga per tenere in vita un malato moribondo.

    Per ciò che riguarda il secondo punto può bastare osservare gli effetti che un tale sistema ha portato dove è già stato applicato, in modo particolare negli Usa: la disoccupazione non ha continuato a salire, o è addirittura scesa, almeno secondo le statistiche, grazie al fatto che i cittadini hanno iniziato ad accettare impieghi che tutto sono fuorché “un posto di lavoro”, come i mini jobs, oppure incarichi a tempo parziale, sottopagati, e non in grado di far sostenere a chi li pratica una vita decorosa, tanto che questi pseudo-lavoratori (occupati a tutti gli effetti, per gli studi di statistica locali), pur “lavorando”, sono costretti a ricorrere a tante strutture di sussistenza. È il nuovo soggetto di lavoratore povero, non certo un bel risultato. Dal punto di vista della valuta, il Dollaro ha continuato a “reggere” sia per il sostegno avuto dall’intervento monstre della Fed sia per il contestuale attacco all’Europa che sino a ora, non operando allo stesso modo degli Usa, non ha potuto che soccombere a una economia che invece è stata del tutto supportata artificiosamente. Dal punto di vista più meramente finanziario e macro economico, infine, il Quantitative Easing della Fed, pompando denaro nel sistema, ha portato con sé una caratteristica fondamentale e un (primo, ma altri verranno) effetto collaterale. La caratteristica è quella di veder dirigere tale denaro non direttamente all’economia reale, ma sempre verso quei soggetti che tale denaro hanno usato e continuano a usare per operare sui mercati finanziari con i giochi di prestigio tipici della speculazione. L’effetto collaterale è stato quello di mettere in crisi tutte le altre economie deboli e debolissime che, legate a vario titolo al Dollaro, o comunque non del tutto indifferenti alla bizze di questa valuta impazzita, ne stanno pagando le conseguenze (ad esempio il caso Argentina).

    Una rapida sintesi in merito alla efficacia delle operazioni di Quantitative Easing è dunque in quello che abbiamo appena detto: un sistema disperato, che non funziona come dovrebbe e che pone le basi per ulteriori e più grandi disequilibri macroeconomici e dunque che è in grado di far montare e innescare una ennesima nuova bolla.

    Ecco, l’Europa ha “scelto” di affidarsi allo stesso protocollo. Dopo anni di ritardi, si attacca alla droga, che peraltro sappiamo già che non risolve il problema.

    Valerio Lo Monaco
    lunedì
    apr072014

    I conti della Bce e quelli dell'Ocse. E noi a subire il tutto

    La Banca centrale europea di Mario Draghi ci ha abituato da tempo alla solita sceneggiata. Nonostante i nostri “sforzi”, ci spiegano da Francoforte, l'economia europea non cresce come dovrebbe crescere. Dove gli “sforzi” in questione sono rappresentati dalla enorme liquidità buttata nel sistema finanziario, ossia nelle tasche dei banchieri, ad esempio attraverso il sistema del Long Term Refinancing Operation messo in atto a suo tempo. 

    Aiuti che non sono stati usati per finanziare le imprese ma soltanto per salvare le banche che, sulla scia di quelle anglofone, avevano preso a giocare con i derivati ed altri titoli similari con il risultato di trovarsi a pezzi sia dal punto di vista finanziario che patrimoniale. Ma, a fronte di una economia che stenta a riprendersi e del pericolo concreto di un fenomeno come la deflazione che ne è la conseguenza, Draghi non intende cambiare approccio. 

    In marzo l'inflazione annua ha toccato lo 0,5% nell'Eurozona e la Bce, grazie anche ai propri interventi, spera che nel 2016 tocchi il 2% che è considerato un livello fisiologico e tale da sostenere una accettabile crescita economica. Più liquidità nel sistema, diceva Keynes e non solo lui, comporta un aumento del livello dei prezzi. Draghi ha annunciato ancora una volta, lo sta facendo da mesi, che la Bce è pronta a misure “non convenzionali” come l'acquisto di titoli pubblici. Avendo lasciato allo 0,25% il tasso di riferimento, le altre opzioni si concretizzeranno in una altra immissione di liquidità nel sistema da cui avrà benefici soltanto il sistema finanziario. 

    Per un Draghi cresciuto alla scuola della Goldman Sachs questa attenzione verso le banche fa parte del suo Dna. Poi, giusto per fare vedere che si preoccupa anche dell'economia “reale”, il presidente della Bce ha messo sotto accusa gli scarsi risultati raggiunti dall'Italia, come da altri Paesi, sulla via della riduzione del debito pubblico. E a seguire, ha lamentato l'aumento della disoccupazione che un Paese come l'Italia non riesce a contrastare con una seria riforma del mercato del lavoro. 

    Stiamo tenendo sotto controllo la situazione, ha insistito, ma i Paesi membri dell'Eurozona devono realizzare le riforme “strutturali”. Le banche, sarebbe il caso di rispondergli, dovrebbero a loro volta tornare finalmente a fare credito alle piccole e medie imprese. Un monito che l'ex Goldman Sachs si è ben guardato dal lanciare perché la responsabilità dell'attuale crisi è in buona parte sua considerato che non aveva vincolato al finanziamento dell'economia “reale” tutti i soldi (mille miliardi di euro) versati alle banche europee tra il novembre 2011 e il marzo 2012. Soldi di fatto regalati, in quanto scontavano un tasso di appena l'1% annuo. 

    A bloccare la ripresa in Italia è infatti la stretta creditizia che sta strozzando le famiglie e le piccole e medie imprese che rappresentano la struttura portante del nostro sistema industriale. Se Draghi si diverte nel ricordare a Renzi e Padoan che devono tagliare il debito pubblico all'interno del Patto di Stabilità (portarlo entro 20 anni al 60% sul Pil) e azzerare il disavanzo in tre anni, dall'Ocse è arrivato un avvertimento all'Italia che è gravido di conseguenze spiacevoli. Dicono i tecnocrati di Parigi che da qui al 2023 ci vorrebbe un avanzo primario annuo medio del 5%. Se si tiene conto che quello del 2012, grazie ad una barca di tasse, è stato appena del 2,2%, ne consegue secondo l'Ocse che quel traguardo è impossibile da raggiungere con l'attuale politica economica. 

    Il ministro Padoan, che dell'Ocse è stato capo economista, potrà così proporre la misura che da tecnico suggeriva all'Italia. Quella di una tassa patrimoniale straordinaria con la quale tamponare i buchi dei conti pubblici. Una misura che verrebbe giustificata con il permanere di una bassa crescita economica che taglia le entrate fiscali e contributive. Ma che finirebbe per ammazzare il malato. Cioè noi.

    Irene Sabeni
    lunedì
    apr072014

    Rassegna stampa di ieri (06/04/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Storia e Controstoria

    lunedì
    apr072014

    Sentinelle del nulla

    Rodotà, Zagrebelsky e gli altri firmatari del documento contrario al progetto di riforma costituzionale, hanno ragione. Anche Grillo ha ragione. Eppure hanno torto.

    Hanno ragione perché la nuova legge elettorale e la riforma del Senato delineano un modello istituzionale molto diverso da quello della Costituzione almeno formalmente in vigore, ed è un modello istituzionale fortemente autoritario, tale da consentire la graduale affermazione di una vera e propria dittatura. Infatti avremo deputati designati dai capi dei partiti e pertanto tenuti da loro al guinzaglio. Avremo un partito che, con meno del 40% dei suffragi, avrà la maggioranza assoluta nell’unica Camera che resterà con la funzione legislativa, mentre il Senato non avrà nemmeno un ruolo di controllo o di supervisione. Una pacchia per un leader forte e per quei poteri sovrannazionali che potranno contare su un sistema istituzionale italiano rapido ed efficiente nel trasmettere al popolo-bue gli ordini di chi conta.

    Hanno torto perché non si rendono conto che non c’è più nulla da difendere in quanto la dittatura di fatto è già una realtà. La democrazia ha senso quando gli elettori possono giudicare sulla base di informazioni precise e corrette. In realtà siamo invece sottoposti a un sistematico lavaggio del cervello. Le notizie che potrebbero insinuare dubbi sulla bontà del sistema vengono presto oscurate, le menti vengono martellate su dettagli mentre la sostanza delle questioni viene occultata, le voci veramente e radicalmente dissenzienti vengono confinate in un limbo che le rende innocue. Ne risulta la melassa onnipervasiva del pensiero unico, un misto di individualismo, culto del Mercato, generico umanitarismo, falso pacifismo e reale imperialismo, che copre la realtà del dominio globale del blocco industrial-finanziario protetto dalle armi, dai servizi segreti, dallo spionaggio più capillare che si sia mai visto su questo pianeta.

    “Difendere la Costituzione e la democrazia”, l’obiettivo che si pongono i Rodotà, gli Zagrebelsky, i Grillo, è frase priva di senso, perché non c’è più nulla da difendere. Quella democrazia che vogliono difendere è da molti anni una baracca vuota e cadente. Non vale la pena montarle la guardia.

    Trovatevi un’altra occupazione, sentinelle del nulla. 

    Non dobbiamo temere neppure che dal nuovo sistema fortemente autoritario si sprigioni lo spettro della dittatura poliziesca, della prigione per gli oppositori, delle manganellate a disperdere gli assembramenti. In Occidente il potere ha capito da tempo che una dittatura soft è molto più efficace e conveniente di una repressione poliziesca.

    La repressione alla lunga provoca una rabbia che può erompere all’improvviso in uno scoppio di ribellione.

    Conviene lasciare che si possa dire tutto perché nulla abbia più valore. Conviene lasciare canali di sfogo. Conviene consentire che l’opinione pubblica sia investita da raffiche di informazioni confuse e contraddittorie, finché le menti sature di chiacchiere decidano di staccare la spina dalla presa o si adeguino al pensiero unico sapientemente incanalato nei sentieri del consenso.

    Questa è la realtà che stiamo vivendo e non muterà con le nuove leggi e il nuovo sistema elettorale. Le nuove leggi e il nuovo sistema elettorale renderanno semplicemente più snelle le procedure.

    Finché potrà, il potere non farà ricorso alla rozza e controproducente repressione armata. Non c’è nulla da temere che non sia già stato realizzato.

    Chi si erge a difensore della democrazia minacciata, o fa il finto tonto o non ha capito niente.

    La democrazia è solo un espediente propagandistico, non possiamo temere di perdere quello che non abbiamo mai avuto. 

    Luciano Fuschini
    sabato
    apr052014

    Il governo delle multinazionali (anche sulla pelle dei bambini)

    Il Partito Democratico, quantomeno nella sua classe dirigente, si sta confermando ogni giorno che passa non solo per il partito delle banche, quelle che scuciono i soldi, ma ultimamente anche il partito difensore delle multinazionali. Nello specifico quelle operanti nel settore della trasformazione industriale dei prodotti agricoli. 

    Il ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, pressato dalle lobby industriali, ha infatti compiuto un'autentica giravolta a 180° per ribaltare completamente il voto favorevole della Commissione Politiche Agricole che aveva votato per innalzare dall'attuale 12% al 20% la quota minima legale italiana di succo di frutta vera nelle bibite che vengono presentate e rivendute come succhi di frutta e simili.  

    La commissione politiche europee, su impulso dello stesso esimio ministro, da parte sua aveva infatti votato no. Ora la parola passerà all'Aula della Camera e sarà curioso vedere come andrà a finire perché il PD è di fatto spaccato. I deputati peones del PD, quelli senza incarichi a Montecitorio e al governo, sono piuttosto irritati e la Lega si è schierata con loro. Resta da vedere come si schiereranno i vari gruppi del cosiddetto centrodestra, difensori a parole degli interessi degli agricoltori e della salute dei cittadini, ma troppo spesso pronti a piegarsi ai desideri e agli interessi delle multinazionali. 

    Il no del ministro del governo Renzi ad un innalzamento della quota minima, che da tempo viene richiesta  dai medici, specie per tutelare la salute dei bambini, è semplicemente criminogeno per non dire peggio. Si tratta peraltro di un emendamento presentato da due deputati piddini (Anzaldi e Oliverio) già approvato in gennaio dalla Commissione Affari Costituzionali. Un voto favorevole che si scontrò con il no dell'allora governo di Enrico Aspen Letta, a dimostrazione che il marcio sta già nella testa. Nel partito erede del Pci-Pds-Ds che non prova più vergogna. Il marcio sta insomma nel direttivo del PD e nei suoi stretti legami con certi ambienti internazionali. Da qui nasce infatti anche la difesa a spada tratta di tutte le misure e di tutti i regolamenti partoriti dalla Commissione europea, anche i più idioti e i più dannosi per l'Italia. 

    In questo caso dannosi per la salute dei cittadini, in particolare i bambini che di quel tipo di bevande sono grandi consumatori. I deputati del PD hanno fatto notare che la misura del 20% oltre che sacrosanta finirà per dare un sostegno concreto ai nostri agricoltori che potranno contare su una maggiore richiesta dei loro prodotti. Ma evidentemente né Renzi né Martina, al pari di Letta e soci, hanno alcun interesse a tutelare gli interessi nazionali ma soltanto il ruolo e gli interessi delle multinazionali alimentari per le quali è del tutto irrilevante cosa ci sia nei prodotti che vengono smerciati ed è del tutto secondario da dove provenga la materia prima. 

    Il fatto è che pure le aziende italiane del settore partecipano a questo andazzo tanto che il presidente della associazione produttori di bibite, senza alcun senso di vergogna, è arrivato a dichiarare che la scelta di portare la quantità minima non esiste in nessun Paese europeo e impedisce il rilancio delle imprese e dell'economia. Gli italiani, a suo dire, godono di ampia scelta di bevande con diversi tenori di succo di frutta. Oltretutto, ha precisato ancora, la media europea di succo di frutta presente nelle bottigliette e nelle confezioni è appena del 5%. Insomma, non si tratta di succhi di frutta. 

    Poi uno va a controllare e scopre che il capo di questa associazione di bibitari è un dirigente di Coca Cola Italia. Ma guarda un po'. A luglio scorso, in un articolo pubblicato su questo sito, sottolineavamo il fatto che in Europa il settore agricolo è marginalizzato dal peso dell'industria trasformatrice alimentare e dalla grande distribuzione che obbligano gli agricoltori a vendere il prodotto di base al prezzo stabilito da loro altrimenti rimarrà a marcire nei campi. Una industria trasformatrice, collocata per lo più nell'Europa del Nord. Un'industria  che non ama la differenziazioni tra prodotti che, grazie al clima mite e variato, è tipica dei Paesi mediterranei come Italia, Spagna, Grecia e Francia. Una industria trasformatrice che si è mossa tramite le proprie lobby per bloccare a Bruxelles le norme in favore della tracciabilità dei prodotti con l'indicazione della loro origine geografica sull'etichetta. Una industria trasformatrice che è riuscita a fare passare il principio che non importa da dove provenga un prodotto come l'olio extravergine d'oliva ma conta invece dove viene imbottigliato. Tanto che oggi è normale leggere sulle etichette di extravergine: “prodotto con olii comunitari”. Sì, ma di dove? 

    Non è un caso che dal 1973 ad oggi non c'è stato alcun commissario europeo dell'area Sud. Ma invece due olandesi, tre danesi, un irlandese, un lussemburghese, un austriaco, un lettone ed un romeno. Paesi che, con tutto il rispetto, non vantano una agricoltura variata come quella italiana o francese. Paesi del Nord Europa dove, in quel settore, è l'industria casearia a farla da padrona e dove la frutta è un optional. Una mancanza che si cerca di compensare con intrugli a basi di zuccheri che hanno effetti devastanti (diabete in primo luogo) per chi ha la sventura di berli.

    Irene Sabeni

     

    venerdì
    apr042014

    Il pallosissimo mestiere del presidente Usa

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