Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
Fondatore Massimo Fini - Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco
  • Home
  • PAGINE ▼
  • Sezioni Sito ▼
  • WebRadio ▼
  • WebTV ▼
  • Mensile ▼
  • Info ▼
  • NEGOZIO
  • Il Ribelle Minuto per Minuto
  • Abbonamenti
  • Accesso Abbonati
  • Ai nostri Lettori
    Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
    giovedì
    ott302014

    Pd: manganello e olio di Renzi

    Le manganellate di ieri ai metalmeccanici non rappresentano solo un evento gravissimo, ma la dimostrazione pratica di una situazione politica e sociale ormai estremamente chiara. E non solo per come ha sintetizzato il tutto il segretario della Fiom, Landini, che con parole inequivocabili ha dichiarato, anzi giustamente urlato, che «questo Paese esiste perché c'è gente che paga le tasse. Altro che palle, Leopolde e cazzate varie. Basta slogan, hanno rotto le scatole. Che diano l'ordine di colpire chi c'è da colpire: in un Paese di ladri, di corruzione, se la vengono a prendere con noi». 

    La situazione è chiara perché il dato che emerge è esattamente quello che era facile aspettarsi. Che si era verificato già altre volte e che però, adesso, sarà fatalmente replicato altrove e più frequentemente: da una parte chi è arroccato nei palazzi a sterminare il tessuto sociale ed economico del Paese, ben difeso dalle forze di Polizia che hanno appena ricevuto il contentino economico dallo Stato (sblocco degli stipendi), dall'altro il resto dell'Italia. Non è una esagerazione, parlare del "resto dell'Italia", perché se oggi sono i metalmeccanici a trovarsi in una situazione del genere, ieri erano altre categorie e domani saranno altre ancora. Il fatto è che le politiche attuali non potranno che precipitare nella disperazione sempre più numerose realtà lavorative italiane. Operai di varie aziende, differenti ordini professionali e lavoratori di ogni grado, visto l'avvitarsi su se stessa della situazione generale, non potranno che aumentare nelle piazze. E le tensioni non potranno che crescere.

    Non solo. La difesa da parte delle forze dell'ordine - le quali si trovano e sono costrette (per ora...) a dover operare in difesa di un ordine pubblico che pure, probabilmente, contestano esse stesse - è la parte armata, letteralmente, di una strategia di guerra che la politica sta portando avanti anche in altri modi. Perché unicamente come strategia di guerra - contro il popolo - deve essere chiamata la decisione di agire senza dare alcuno spazio neanche al colloquio con le rappresentanze sociali. Figuriamoci con la gente in piazza.

    Il rifiuto totale del Governo Renzi di fare marcia indietro su qualsivoglia decisione presa deve essere letto in questa chiave. I sindacati non vengono considerati in nessun modo. Ai disoccupati in piazza si dice chiaramente che devono piegarsi a perdere ogni diritto e che nulla si può fare di differente rispetto a quanto il Governo sta facendo sotto dettatura dell'Europa della tecnocrazia. E oltre a questo li si picchia. Letteralmente: “chi chiede lavoro viene manganellato".

    Solo per rimanere al caso italiano, al momento abbiamo: un Capo dello Stato che deve confrontarsi con magistratura e dichiarazioni dei mafiosi per la trattativa Stato-Mafia che è evidente a chiunque dotato di buon senso che ci sia stata, un governo in carica non eletto da alcuna consultazione pubblica, una politica economica e sociale dettata dalle Banche e dalla speculazione internazionale che sta radendo al suolo il Paese, il rinnego di qualsiasi tipo di dialogo con le parti sociali, e le forze dell'ordine sulle strade a picchiare duro contro i propri stessi concittadini.

    Se non è regime questo, allora non si capisce più che senso si voglia dare alle parole della nostra lingua.

    Ma ancora, notavamo negli ultimi giorni in scambi di opinioni varie con colleghi e amici: il Partito Democratico sta mettendo nel proprio stato di servizio, cioè sta scrivendo sulla propria storia e su quella del Paese, anche un altro aspetto, oltre al macello sociale del quale si sta rendendo responsabile: non solo si oppone a qualsiasi tipo di opposizione esterna, ma sta operando anche per inglobare dentro se stesso, e dunque depotenziare e rendere innocua, qualsiasi altro tipo di opposizione.

    I fatti recenti delle divergenze interne al Pd, con i vari Cuperlo e soprattutto Civati e Fassina (che si lamentano ma non "rompono") sono la prova certa di una strategia di nullificazione di qualsiasi tipo di altra possibilità. Perché anche le voci più dissidenti nei confronti di Renzi, anzi voci con contenuti del tutto opposti a quelli del segretario Pd e Presidente del Consiglio, vengono pur sempre incanalate all'interno della stessa forza politica. Che a parole marcia in direzioni opposte, anche fisicamente (alcuni alla Leopolda e altri in piazza con i lavoratori) ma alla fine confluisce dritta e ordinata, allineata e coperta, verso lo stesso obiettivo. I dissidenti a parole vanno apertamente contro le politiche del loro segretario, ma nessuno di loro, realmente, pensa a qualsivoglia mozione di sfiducia oppure di scissione. 

    Il risultato finale è quello di imbrigliare all'interno dello stesso partito governo e opposizione - sempre "a parole", è il caso di ribadirlo - per poi però continuare diritto sulla medesima strada. 

    Se i Renziani fanno la parte dei cattivi e di quelli che tengono la barra "a dritta" verso le norme terribili che stanno mettendo in atto passo passo, gli altri stanno di fatto tenendo le file unite tenendo all'interno dello stesso partito voci e umori fortemente contrarie all'azione del partito stesso. Il risultato è quello di far percepire che è possibile ostacolare l'operato di Renzi pur rimanendo all'interno del Pd, e dunque continuando a portargli voti e consensi, con il risultato finale di riuscire a tenere in piedi una forza politica dal largo consenso elettorale la quale però va verso una direzione diametralmente opposta a quella per la quale è stata votata.

    Il Pd ha governo e opposizione al suo interno. È il nuovo "partito unico" d'Italia. E non ha ostacoli di sorta a comprometterne il cammino - anche perché gli eventuali ostacoli vengono rimossi a suon di manganellate, come abbiamo visto.

    Le responsabilità più grandi, per quanto sta succedendo, sono ascrivibili a due aree ben precise. Da una parte quella politica, ovvero i dissidenti del Pd che in ogni caso remano a favore di quanto sta facendo Renzi, se non riescono o non vogliono, come pare, togliergli forza e comando. Dall'altra parte quella larga maggioranza degli italiani votanti che a questo Pd, a Matteo Renzi e a tutto quello che lo presiede e che ne consegue, hanno dato la loro fiducia e il loro voto.

    Che non si dimentichi quanto sta avvenendo. E che non si dimentichino i responsabili, politici e dal punto di vista elettorale, di ciò che il Pd è stato messo in grado di fare.

    Domani, a cose fatte, in Italia saranno presto pronti quasi tutti, come sempre, a dichiararsi "non responsabili" di quanto avvenuto in passato, ma oggi sappiamo bene chi sono, li incontriamo nei bar e nelle strade, nelle case e in ogni situazione pubblica e personale nella quale possiamo guardarli negli occhi mentre difendono con forza il fatto di aver votato per questo Pd. Ecco, se non altro, almeno noi, non dimentichiamoli.

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    ott292014

    Dove è finito il lavoro di massa?

    Riproponiamo all'attenzione di tutti un commento di un nostro lettore storico - Bruno Di Prisco - che vale quanto e più di un articolo stesso. Sicuri che possa essere, oltre che di lettura interessante, anche spunto per ulteriori approfondimenti sul tema, da parte di tutti.

    red

     

    Caro Lo Monaco, con questo articolo tocchi una delle questioni fondamentali del nostro tempo: il venir meno della necessità del lavoro di massa, ovvero del medium attorno al quale si era organizzata – e in parte ancora si organizza – la nostra società.

    Mi si permetta una citazione da “Dialettica dell’Illuminismo” di Adorno e Horkheimer: “Da quando i mezzi di sussistenza di coloro che sono ancora necessari per la manovra delle macchine si possono ancora riprodurre con una parte minimale del tempo di lavoro che è a disposizione dei padroni della società, il residuo superfluo, e cioè l’enorme maggioranza della popolazione, è addestrata come guardia supplementare del sistema, destinata a fungere, ora e in futuro, come materiale per i suoi piani grandiosi. Sono foraggiati come armata dei disoccupati…La miseria…cresce all’infinito insieme alla capacità di sopprimere durevolmente ogni miseria. Impenetrabile ad ogni singolo è la selva di cricche ed istituzioni…che provvedono alla continuazione indefinita dello status quo. Un proletario è già agli occhi del bonzo sindacale…niente più che un esemplare in soprannumero, mentre il bonzo, da parte sua, non può fare a meno di tremare di fronte alla prospettiva della sua liquidazione”.

    Queste parole, scritte negli anni Quaranta, descrivono perfettamente l’oggi, persino nell’individuazione delle particolarità umane: il bonzo sindacale non è forse uno dei personaggi principali della commedia umana odierna? A cosa si deve tanta capacità predittiva? Certamente i due autori erano persone intelligenti e acute; certamente la loro capacità di prendere in considerazione la totalità, le sue connessioni, la relazione tra particolare ed universale – eredità idealistica - consentì loro analisi ed estrapolazioni particolarmente pregnanti. Di primaria importanza, però, fu che in quel periodo essi – non per loro volontà, ma costretti ad andarvi in esilio in quanto ebrei – vissero negli Usa, paese ove il capitalismo monopolistico, la società totalmente amministrata e la società di massa erano giù sufficientemente maturi da permettere, a chi ne avesse voglia e capacità, di delinearne gli sviluppi futuri. Non a caso in Dialettica dell’Illuminismo c’è un’analisi demolitrice ancor oggi valida dell’industria culturale, né è un caso che i due autori, assieme ad altri esponenti emigrati negli Usa della Scuola di Francoforte, misero a punto in questo periodo valutazioni e ricerche che tanti anni dopo nulla hanno perso della loro significanza. Mi limito a citare Minima Moralia, Meditazioni sulla vita offesa, dello stesso Adorno, ove tanti temi della cultura critica odierna sono già svolti con grande perspicuità.

    Ma torniamo a bomba, al ‘lavoro’. Nel mondo capitalistico-borghese, il lavoro è stato considerato la chiave che garantiva l’accesso alle risorse. Chi non lavora non mangia” sostiene, non a torto, la saggezza popolare. A ciò si univa – per la maggioranza della popolazione e per il mantenimento del sistema stesso – la necessità del lavoro, il che consentiva e facilitava anche il controllo sociale e il mantenimento dello status quo, in quanto chi controllava l’accesso la lavoro, controllava l’accesso alle risorse, ergo la società. Questo non creava problemi, in quanto per lungo tempo il lavoro della maggioranza è stato produttivo, cioè produceva più di quel che consumava. Ora, con l’avvento delle macchine – e ancor più con le recenti innovazioni automatizzanti, che consentono a sempre meno persone d produrre sempre di più – è necessario che sempre meno lavorino affinché la società si riproduca (o, ciò che interessa ai padroni, si riproduca lo status quo). Quindi, il lavoro – o per meglio dire, il lavoro di massa – non è più necessario, e non per la volontà maligna di qualcuno o perché il mondo è cattivo, ma ontologicamente.

    Ergo, il lavoro non ha più, in primis, una funzione produttiva, ma gli è rimasta quella di controllo sociale, ovvero di attività che permette l’accesso alle risorse, controllate dai padroni. In ciò, però, sorge un contraddizione difficilmente sanabile. Ovvero, il lavoro di massa costa – stante l’attuale architettura sociale – più di quel che produce: a dirla chiara, ostacola l’accumulazione del capitale, ovvero ‘la miseria aumenta, nonostante ci siano i più ampi mezzi per sopprimerla”. Per non mandare a ramengo l’architettura sociale, cioè per non stravolgere il dominio dei padroni, si continua a legare l’accesso alle risorse al lavoro controllato, ma, ormai, la maggior parte dei lavori sono lavori inventati, lavori non necessari, degradanti non in sé, ma poiché sono, in modo trasparente, degli artifizi, fattispecie superate.

    Ne segue, logicamente, che questo lavoro ‘inventato’, che nulla produce, ma che pure ci deve essere, avrà a disposizione sempre meno risorse, altrimenti il capitale non si accumula, ma, così facendo, vien meno l’altro corno del ‘lavoro’, ovvero il suo comando di controllo sociale, poiché non garantisce più la sopravvivenza della maggioranza. A questo punto, non ci sono molte opzioni. 1) o si garantisce la sopravvivenza della maggioranza e l’accesso alle risorse astraendo dal lavoro, ma così i padroni sono costretti a rinunciare a una ormai comoda e collaudata formula di controllo e riproduzione della società, il che li porta ad instaurare ‘la selva di cricche ed istituzioni’ di cui parlano Horkheimer ed Adorno, per ‘foraggiare i disoccupati” senza, però, alcuna garanzia che la situazione non possa prima o poi pericolosamente traballare, e in fondo traendone – i padroni – la conclusione che dei ‘superflui’ si può tranquillamente fare a meno ed evitare di prendersene cura; oppure 2) rendere, paradossalmente, il lavoro sempre più costrittivo e sempre meno remunerativo, integrandolo con provvidenze extra, che possono venire sia dallo stato che dalla ‘charity’ privata, conseguibili solo con la sottomissione più totale al sistema. Efficace sì, ma in contrasto con l’ideologia ‘democratica’ che è l’ideologia di legittimazione dei padroni: cosa che a lungo, ma anche non lungo, andare potrebbe provocare problemi. Ai padroni, si capisce. La Ue fa testo, in questo senso.

    In realtà è l’intera civiltà borghese – uso questa definizione tradizionale per chiarità di discorso: è lecito avere più di qualche dubbio sull’esistenza ancor oggi di una borghesia propriamente detta - ad esser in crisi. Perché? Perché il ‘lavoro’ per il mondo borghese non è una cosa qualunque, ma un concetto quasi sacrale. Si pensi a quanto dice Weber ne L’Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo: sono il lavoro indefesso e la rinuncia continua che garantiscono l’accumulazione, segno, sul piano mondano, di quella grazia divina che garantisce la salvezza. Il lavoro è l’ascesi e la santificazione del borghese. Sotto certi spetti, chi non lavora – oltre a non mangiare – non è nemmeno del tutto umano, perché al di fuori della possibilità di salvezza. Il ’lavoro’ è ciò che permette al mondo di mantenersi, segno di benevolenza divina e manifestazione della superiorità borghese rispetto all’improduttivo aristocratico (l’accusa di improduttività è l’anatema massimo del borghese, la sua scomunica: non a caso, la sentiamo riecheggiare in tutte le salse, amplificata dai media, contro chi non si adegua). Ne segue che se si degrada il lavoro del proletario, e lo si rende inutile, diventa inutile anche il lavoro del borghese, ma soprattutto s’inabissa il ‘lavoro’ tout court. Ergo, tutta la questione del lavoro è assolutamente dirimente per la legittimità del sistema vigente, il quale non sa, e secondo me, non può uscire da questa contraddizione.

    Perché? Il perché è stato detto molto tempo fa. In estrema sintesi, i mezzi di produzione sviluppati dalla borghesia hanno reso obsoleti i rapporti sociali da questi stessi mezzi generati lungo l’arco di secoli. Se non è più necessario il lavoro, e non lo è, perlomeno non lo è nelle forme in cui l’abbiamo conosciuto negli ultimi due-tre secoli, non è necessaria nemmeno l’architettura sociale che sull’organizzazione di questo lavoro si erige. E mi sembra che siamo proprio a questo punto. I padroni lo sanno e se ne stanno andando a vivere nelle loro smart cities murate, serviti dalle macchine e dai robot (cfr. l’articolo di Fini sulla Scienza in questa sede), straimpippandosene del resto, e combattendo mere battaglia di retroguardia.

    So che persone di grande ingegno e sensibilità sociale non vedevano l’ora che finisse questo ‘sistema’ tanto squilibrato, anche perché certi che, concluso esso, il vettore della storia avrebbe puntato, se non verso il bene, certo verso il meglio. Io, che sono in mezzo allo sfacelo, tutte queste sicurezze non ce l’ho: in primo luogo, vivere in epoche di trapasso non è piacevole, e, poi, non sono affatto sicuro si vada verso il ‘meglio’, o il meno ‘peggio’. Anzi, alcune delle più riuscite e plausibili estrapolazioni del futuro – Mondo Nuovo di Huxley, per esempio: e, a livello di letteratura popolare, anche Il Sole Nudo di Asimov, dove viene raffigurato un pianeta colonizzato dagli uomini, abitato da poche migliaia di persone che vivono ciascuna per conto suo, servite da legioni di androidi, ed incapaci di affetti e sentimenti (guarda un po’, la perfetta immagine del narcisista oggi dominante) – inducono a pensieri tutt’altro che ottimistici.

    Certo, è possibile che il mio pessimismo sia frutto dell’infelice contingenza. Lo spero proprio, caro Lo Monaco. Il pensiero che chi verrà dopo di me starà peggio è veramente duro da digerire.

    Saluti. 

    Bruno Di Prisco

    mercoledì
    ott292014

    Napolitano sulla “Trattativa”: il grande Boh

    Tanto tuonò… che adesso ci raccontano che ieri c’è stato un sole sfolgorante. Un sole che per l’occasione, definita “storica” dall’Ansa e da altri media più o meno compiacenti, si è incarnato nella persona di Giorgio Napolitano, chiamato a deporre davanti ai giudici della II Sezione della Corte d'Assise di Palermo, nell’ambito del processo sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”.

    Vista l’eccezionalità del teste, però, l’udienza si è tenuta “a domicilio”, ovvero al Quirinale, e vista/invocata/accampata la delicatezza delle questioni da affrontare si è deciso di svolgerla a porte chiuse. Una scelta di per sé odiosa, che ha impedito a noi cittadini di seguire la deposizione in diretta, ossia nell’unico modo che ci avrebbe permesso di farcene un’idea di prima mano. E a riscattare questa scelta non può certo bastare la richiesta successivamente avanzata dalla stessa Presidenza della Repubblica, che con una breve nota diffusa a cose fatte – e dunque dopo essersi assicurati che fosse tutto filato liscio – ha auspicato «che la Cancelleria della Corte assicuri al più presto la trascrizione della registrazione per l'acquisizione agli atti del processo, affinché sia possibile dare tempestivamente notizia agli organi di informazione e all'opinione pubblica delle domande rivolte al teste e delle risposte rese dal Capo dello Stato con la massima trasparenza e serenità».

    Quest’ultimo concetto, d’altronde, era già stato sottolineato nel paragrafo precedente (in pratica due volte su due, considerato che l’unica altra frase del comunicato si limita a ricordare che «l'udienza è durata circa tre ore»), scrivendo che Napolitano «ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali né obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa».

    Un’insistenza fastidiosa, per non dire sospetta. Un’insistenza compiaciuta e sorniona, per non dire subdola. La finalità è evidente, o dovrebbe esserlo: presentare la testimonianza come una benevola concessione, suggerendo così che l’intento sia quello di non nascondere nulla di nulla. E infatti, come riferisce l’Ansa in un lancio d’agenzia il cui titolo afferma risolutamente che «Napolitano risponde a tutto, mai saputo di accordi indicibili», il procuratore di Palermo Leonardo Agueci ha rimarcato che «da parte del capo dello Stato c'è stata una grande collaborazione. Ha risposto a tutto in modo molto ampio».

    Eppure, a giudicare dalle indiscrezioni emerse finora, questo suo rispondere «a tutto in modo molto ampio» si riduce a un gigantesco “boh”. Vedi la sintesi di Repubblica, che titola «Napolitano: “Sì, nel ’93 la mafia ricattò lo Stato ma non ho mai saputo di accordi con i clan». In altre parole, e sempre col beneficio del dubbio insito nel doversi basare su quanto riportato da terzi (i testimoni della testimonianza, per così dire), l’allora presidente della Camera era a conoscenza del problema – il ricatto della mafia nei confronti dello Stato – ma ignora come sia stato affrontato e risolto. Né all’epoca né in seguito, a quanto pare, ha sentito l’esigenza di verificarlo.

    Strano. Pur dichiarando, stando ancora a Repubblica, che «la notte fra il 27 e il 28 luglio 1993 fu subito chiaro che quelle bombe erano un ulteriore sussulto della strategia stragista portata avanti dalla fazione più violenta di Cosa nostra, per porre i poteri dello Stato di fronte a un aut aut. O per ottenere benefici sulla carcerazione, o per destabilizzare lo Stato», Napolitano sembra considerare del tutto naturale che quella «strategia stragista» si sia dissolta da sé. Il che implicherebbe, com’è ovvio, che dei boss sanguinari e spietati alla Totò Riina abbiano desistito senza alcuna contropartita, presumibilmente ammansiti dalla granitica fermezza delle Pubbliche Istituzioni.

    Davvero una “ricostruzione” edificante. Che meriterebbe, eccome, di essere mostrata/amplificata/celebrata in una fiction televisiva. Su Rai Uno e in prima serata, ça va sans dire.

    Federico Zamboni   
    mercoledì
    ott292014

    Renzi pensiona sindacati e consociativismo

    Con Matteo Renzi, se riuscirà a mantenersi stretto al potere, si stanno mandando definitivamente in soffitta le logiche e i meccanismi della Prima Repubblica. In primo luogo l'anti-fascismo relegato ormai ad un fastidioso reperto storico. E a seguire il consociativismo, una peculiarità tutta italiana in base alla quale la politica economica veniva concordata tra i partiti di governo e dell'opposizione, unitamente alle cosiddette “parti sociali”, quindi sindacati ed imprese. Caratteristica tutta italiana che ha avuto una influenza gigantesca, attraverso i veti incrociati, nel bloccare lo sviluppo economico del nostro Paese, anzi avviandone quel declino che sta sprofondando l'Italia in una povertà di massa che credevamo esserci buttati dietro le spalle dopo la fine della seconda guerra e con la ricostruzione e con il successivo boom della fine degli anni Cinquanta. 

    Del resto si tratta di una assurdità tutta italiana, venutasi a creare negli anni settanta, dopo l'Autunno Caldo e la crisi energetica successiva alla Guerra del Kippur (settembre 1973) e soprattutto con una inflazione a due cifre che massacrò letteralmente il potere d'acquisto delle retribuzioni. Un vero e proprio assurdo perché non si teneva minimamente conto del fatto che i partiti politici presenti in Parlamento erano espressione della volontà dei cittadini italiani che votavano più che altro “contro” un partito specifico più che a suo favore. Vedi il consenso alla DC in funzione anti-comunista. Succedeva così che alcuni cittadini, che erano anche sindacalisti ed imprenditori, finivano per intervenire due volte nel processo decisionale. Prima col voto, poi con il ricatto. Ma, purtroppo, all'epoca la parola d'ordine era “tutti insieme”. Tutti dovevano essere accontentati e così si moltiplicava il livello della spesa e del debito pubblico per pagare le clientele politiche ed economiche. Nessun governo e nessun politico disponeva della forza né tanto meno il coraggio per mettere fine a questo andazzo, perché tutti, sia pure in diversa misura, partecipavano al banchetto, saccheggiando le risorse pubbliche e taglieggiando le imprese private, alcune delle quali (Fiat in testa) avevano i loro bei vantaggi. 

    Un meccanismo che oggi sta franando su se stesso. Il chiacchiericcio infinito della Prima Repubblica, inconcludente e devastante per l'economia, ha fatto il suo tempo. Nell'epoca della globalizzazione - si dice - è ormai necessario prendere decisioni in tempi stretti e senza titubanze. Decisioni nelle quali i governanti mettono la propria faccia (vedi Monti e Fornero completamente usciti di scena). Non è più possibile che un provvedimento di legge sia l'effetto di interminabili ricatti e di veti incrociati. Un governo, se ha i numeri, deve poter governare. È così in ogni Paese. Soltanto da noi si è potuto prevedere l'assurdo di un bicameralismo perfetto con tempi interminabili nell'approvazione di una legge, con modifiche e con continui rimpalli di responsabilità tra Camera e Senato. Se a questo poi si aggiungono le resistenze dei sindacati e delle imprese che, oltre a lavorare attraverso i propri lobbisti in Parlamento, pretendono anche di bloccare il governo, abbiamo una delle spiegazioni, non la sola, della crisi italiana. 

    Renzi, qualunque possa essere il giudizio su di lui, ha deciso di svincolarsi da quelle logiche. Le leggi e le manovre economiche, ha affermato con forza, si decidono in Parlamento. Se imprese e sindacati vogliono offrire suggerimenti al governo va pure bene. Ma poi decidiamo noi. Le leggi si votano in Parlamento e non nelle piazze. La Cgil minaccia lo sciopero generale? Sai che paura. Con questa crisi e con la possibilità di perdere il posto di lavoro, nessuno ha voglia di perdere una giornata di retribuzione. 

    Cosa contano ormai la Cgil e il sindacato in genere? Meno del 40% dei lavoratori dipendenti sono iscritti a un sindacato. E nella Cgil, Cisl e Uil la maggioranza degli iscritti sono pensionati. I sindacati, ha voluto dire Renzi, non sono più rappresentativi del mondo del lavoro e devono tornare a svolgere il loro ruolo, come previsto dalla Costituzione. Difendere i diritti dei lavoratori e sostenere l'applicazione dei contratti. Che poi quelli nazionali stiano lentamente sparendo e siano sostituiti da quelli aziendali è un punto che Renzi non ha affrontato. Ma non si tratta di un punto da poco perché i nuovi contratti aziendali, basati sugli straordinari e sui premi di produzione, stanno lì a certificare l'entrata del nostro sistema economico nelle logiche della globalizzazione. La prima di esse dice al dipendente: lavora e produci e forse conserverai il tuo posto. In ogni caso metti conto, e Renzi lo ha apertamente ricordato, che l'epoca del posto fisso è definitivamente tramontata. E su questa novità il sindacato sta perdendo la sua ragione di esistere, anzi di sopravvivere. 

    Renzi ne è perfettamente consapevole ed ha alzato ulteriormente il tiro nella sua svolta “liberista” e di destra. L'incredibile è che sia stata la stessa maggioranza del PD, quella che era bersaniana al 60%, quella che era la Sinistra del partito, la sua componente più “sociale” e legata al sindacato, con il classico giro di valzer, a passare in massa nelle fila del nuovo leader, soprattutto quando imponeva e faceva passare provvedimenti di destra.

    Irene Sabeni
    mercoledì
    ott292014

    Rassegna stampa di ieri (27/10/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Storia e Controstoria

    martedì
    ott282014

    Quell'inutile difesa di (questo) lavoro novecentesco

    Maurizio Landini si batte come un leone, bisogna ammetterlo. Con capacità e convinzione. E con efficacia mediatica fuori dal comune. Non come la moscissima Camusso, praticamente incapace di suscitare la benché minima scintilla in chicchessia tanto in piazza quanto, soprattutto, in televisione.

    Landini invece il suo mestiere lo sa fare benissimo. Il punto è che si tratta di un mestiere in rottamazione, tanto quello del lavoratore. Che quasi non c’è più.

    Beninteso, la Fiom riguarda i metalmeccanici, e il suo primo esponente fa il suo mestiere, sempre attento a non sgarrare di un millimetro rispetto al suo mandato (anche se sono in molti, ad augurarselo, nella classe lavoratrice, sperando in quel “Partito Landini” di cui si parla sempre più insistentemente). La difesa dei metalmeccanici da parte della Fiom è certamente più evidente rispetto a quella dei sindacati di qualsiasi altro settore lavorativo. E Landini si guarda bene, come è giusto che sia, dal far percepire con nettezza il successivo passo politico che pure molti si aspettano.

    Senonché ad ascoltarlo, cercando di ragionare più a fondo del particolare nel pure quale si cimenta, si è facilmente preda dello sconforto. Perché se da una parte ci sono le sacrosante rivendicazioni degli operai, e dall’altra quelle rapaci delle industrie che delocalizzano e riducono la forza lavoro per aumentare i profitti e i dividendi degli azionisti, sopra ogni altra cosa è con il mondo che ci troviamo di fronte che tanto gli uni quanto gli altri si devono confrontare. E quel mondo ci dice - da tempo - che è proprio il lavoro a essere agli sgoccioli. Soprattutto quel lavoro manuale che appare oggi la contesa della scontro.

    È almeno un decennio ormai che le “fabbriche” non producono utili in modo persistente, che i lavoratori vengono emarginati e resi più poveri e che la spirale discendente di quel sistema, in altri tempi si sarebbe detto del fordismo, si avvita sempre più indistricabilmente su se stessa.

    Oggi dove ci sono i macchinari, gli investimenti materiali e la necessità della forza lavoro ci sono i debiti. Dove nel business regna il virtuale e la finanza, dunque nulla di materiale, ci sono gli utili. Tanto che gli imprenditori che possono quanto meno diversificano i propri settori di intervento smantellando il più possibile il regno materiale per lanciarsi nella speculazione di quello virtuale.

    Così da una parte abbiamo governi (e quello di Renzi ne è un fulgido esempio) che operano per facilitare tale smantellamento, e dall’altra i lavoratori di una classe in via di estinzione che combattono per perdere meno terreno possibile, ma sopra a tutto c’è l’inesorabile cambiamento del mondo del lavoro e della produzione nel suo complesso che non lascia scampo a battaglie di sorta. Perché il risultato finale è già scritto nella pietra.

    Per intenderci: non è licenziando i lavoratori che si può indurre le fabbriche a produrre di più e non è lottando per tenere un posto di lavoro in più che si può arginare l’emorragia di senso e il funzionamento di una società dei consumi in decadenza irreversibile. Naturalmente è superfluo sottolineare che una società che licenzia e precarizza pone le basi per la sua assoluta impossibilità di riprendere a funzionare, altro che ripresa.

    Il labirinto di inutilità all’interno del quale si muove l’attuale diatriba sul lavoro ha come unico effetto, pertanto, quello di non lasciare tempo né spazio mentale per cercare di immaginare come potrebbe essere quella “nuova società”, quel “nuovo paradigma” che è invece indispensabile inventare, tentare, sperimentare e promuovere. Così il tutto si risolve in una classe lavoratrice asserragliata in trincea, la quale perde terreno passo passo inesorabilmente, e la classe imprenditoriale di vecchio stampo che avanza: sul deserto. Perché se è vero che i lavoratori diventano sempre più schiavi, è vero altresì che qualunque industriale i suoi prodotti, realizzati a costi inferiori quanto si vuole, con lavoratori-schiavi quanto si riesce, a qualcuno dovrà pur venderli, poi. E vendere nel deserto non è certo possibile.

    Landini, per tornare a chi più di altri appare in grado di proporre qualcosa che valga la pena di essere ascoltata, ci prova. Ma in una direzione che non porta da nessuna parte. Perché posto che il sistema della merce è agli sgoccioli, di lavoro, di occupazioni, la nostra società ha e avrà comunque bisogno. Ed è di nuovi lavori, di nuove occupazioni (cioè di una nuova società) che è indispensabile discutere, non di come trattenere i lavoratori all’interno di un sistema che ha già ampiamente dimostrato di non riuscire più a funzionare.

    Un solo esempio: che senso ha continuare a lottare per 200 o 500 posti di lavoro in più o in meno in una fabbrica di automobili che nessuno vuole più e neanche riesce a comperare ove ancora le volesse? Non sarebbe forse il caso di lottare affinché gli stabilimenti che una volta producevano automobili oggi si convertano nel produrre qualcosa di cui oggi c’è (e ci sarà) effettivo bisogno?

    Di materia e di oggetti, di meccanismi e di tecnologia, a meno di ritornare all’età della pietra, nel mondo ci sarà sempre bisogno. Anche Leonardo era ingegnere e meccanico. Il punto è capire su quale settore valga la pena puntare. Quale sia necessario portare avanti. Quale sia indispensabile inventare del tutto. E quale vada abbandonato.

    Non è di un nuovo modello di automobile che abbiamo bisogno. O di un nuovo telefonino o di un televisore a 4 o 5D, ma di servizi e opere che magari puntino al recupero, alla messa in sicurezza dell’esistente, alla riduzione dei consumi, degli sprechi e degli scarti. Non abbiamo bisogno di aggrapparci all’ultima catena di montaggio che produce marmitte per automobili che poi restano invendute. Bisognerebbe riconvertire i lavoratori in occupazioni delle quali c’è realmente bisogno. Solo al caso italiano abbiamo un Paese che crolla pezzo a pezzo dal punto di vista idrogeologico, abbiamo un Paese che cade in frantumi dal punto di vista urbanistico e che dipende energeticamente dagli altri. E che accumula scorie che nessuno ha ancora trovato il modo di eliminare e soprattutto di non produrre.

    È un Paese, il nostro, che potrebbe sopravvivere quasi solo di vento e di sole, e di turismo quasi in ogni borgo. E allora è nell’energia che non produce scorie che le “industrie” dovrebbero investire, e nelle tecnologie che potrebbero usufruirne. È nel ripristino di strade e collegamenti per far raggiungere ai turisti i posti più incantevoli (disseminati ovunque) che si dovrebbe puntare. Non esiste quasi altro Paese al mondo dove vi sia una così alta concentrazione di paesaggi, di cultura, di storia, dove vi sia clima tanto favorevole e cultura alimentare che tutto il mondo ci invidiano, dove in luogo di puntare ancora a testa bassa al mondo delle merci sia invece possibile virare decisamente verso un futuro con meno oggetti ma con più servizi funzionanti, con più bellezza, con più benessere. Non parliamo naturalmente di cementificazione, quanto di riqualificazione dell’esistente. Che è enorme e ha altissimo valore. Attraverso il quale fare dell’ospitalità e del buon vivere la occupazione non alienante, non inquinante e non distruttiva per dare un lavoro a tutti.

    Ma questo necessita di visione, di prospettiva e di volontà. Tutti aspetti dei quali la nostra classe di intellettuali, di imprenditori e di politici appare del tutto priva. 

    Valerio Lo Monaco
    martedì
    ott282014

    «Senza né follia né serietà»

    Quello più schifoso riguarda il caso della bimba “precipitata” dal balcone a Caivano, in provincia di Napoli, lo scorso giugno. Ultimamente è stato pubblicato il responso dell’autopsia: la piccola, prima di morire, aveva più volte subito degli abusi sessuali. Aveva solo sei anni, lei.

    Durante questo lungo, lunghissimo periodo è successo praticamente di tutto: ancora a Napoli, un quattordicenne in sovrappeso è stato seviziato per mezzo di un tubo d’aria compressa, ma solo per “gioco”; un diciottenne, in compagnia di un minore, per “dare una svolta a una giornata particolarmente noiosa” ha tentato di incendiare una suora; a Bologna, invece, una giovane sarda ha massacrato con innumerevoli coltellate una signora di ottantaquattro anni, colpevole di non averla assunta come badante; a Taranto, per via di un banale litigio, un diciassettenne ha tolto la vita al fratello maggiore con tre fendenti al torace. Il resto della cronaca è arcinota: padri che d’improvviso sterminano l’intera famiglia, fidanzati che, dopo una mangiata in pizzeria, trucidano le fidanzate, nipoti che soffocano i nonni nel sonno per cinquanta euro.

    Che sta succedendo in Italia? E cosa c’entra tutta questa follia, priva tanto di senso quanto di sentimento, in un Paese ancora provinciale come lo è il nostro?

    Sembra di leggere le cronache nere, ambientate però in quelle megalopoli sudamericane, abbaglianti di sud, in cui si perde la vita per pochi spiccioli, per una parola o uno sguardo di troppo. E, per morire, non importa poi troppo il trovarsi in una sgangherata favelas, anziché in pieno centro, il passeggiare per strada di giorno, piuttosto che di notte: può succedere ovunque, il male, perché è dovunque il malessere. Ecco, giusto o sbagliato che sia, laggiù ha comunque una ragione specifica l’uccidere quasi per nulla: a dettare il gesto è il contesto, vale a dire la cupa miseria dei più, prede delle contingenze e nient’altro. 

    Se esiste (eccome se esiste) un relativismo etico, culturale e morale, allora da noi tutta questa bestialità non è giustificabile né certamente spiegabile.

    Di fatto, e a questo punto si potrebbe osare aggiungere purtroppo, pur con tutte le gravissime problematiche che affliggono l’Italia, non esistono ancora le condizioni materiali e psichiche per essere così feroci eppure lievi. 

    Si torna così al punto di partenza: cos’è che quotidianamente ci porta al macello? 

    Da che mondo è mondo, i delitti sono sempre esistiti e certe volte, osservati da una prospettiva non giuridica ma tutta umana, sono perfettamente comprensibili e persino dovuti; dietro questi gesti apparentemente inauditi, esistono infatti donne e uomini profondamente feriti, inesorabilmente offesi, fatalmente smarriti. E non c’è sorta di legge, né terrena né divina, che possa restituirgli una vita tranquilla, con la coscienza al posto giusto. 

    Resta loro un’unica strada, spesso irrimediabile, per rispondere all’imperativo categorico di ciò che va fatto: il riscatto petto a petto. Giusta o sbagliata che sia, la rivalsa nella morte, resta un atto di responsabilità personale, una presa di posizione autentica e schieratissima al fine di autoassolversi moralmente, rimettendo finalmente al giusto posto quella coscienza che non si perdona gli ammutinamenti. Così, delle volte, si resta uomini. 

    Le morti sopracitate, al contrario, sembrano non avere nulla in comune con la sofferenza furiosa e la vertiginosa volontà, che portano dritto dritto agli inferi; piuttosto, il tratto sconcertante e sconfortante della brutalità odierna è la demenzialità. Nient’altro. 

    Il vuoto di morale e la morale del vuoto si rivelano così gli unici alibi per gli omicidi che giorno dopo giorno ormai si susseguono, mentre l’abitudine a una quotidianità indifferenziata, priva di riferimenti e di valori – qualsiasi essi siano – diviene la sanguinosa scena del crimine.

    Ecco, quindi, il vero delitto: il fatto che dietro tanta efferatezza non ci sia assolutamente nulla, né un vero (e magari legittimo) odio, né un autentico discernimento tra luce e tenebre.

    La maggior parte di quelli attuali, sono crimini a metà: a mancare davvero è il movente, vale a dire la tragedia di un uomo a cui non resta che schierarsi dalla parte del male per restare, costi quel che costi, nella sua di giustizia, intima e insindacabile.

    Fiorenza Licitra
    lunedì
    ott272014

    Care donne scusate, è anche colpa vostra

    lunedì
    ott272014

    Magic Matthew, il furbetto della Leopolda

    Chiaro e tondo. E schifoso. Il Matteo Renzi che parla alla Leopolda accantonando ogni residua cautela, fino ad affermare pari pari che «il mondo è cambiato, il posto fisso non c’è più», è l’immagine perfetta dell’arroganza neoliberista. Che si traveste da chirurgo benefico per essere libera di amputare a piacimento.

    È la versione odierna del vecchio “Ronnie” Reagan e della vecchia “Maggie” Thacher, che puntavano il dito contro i costi della Pubblica amministrazione per concludere che a essere sbagliati non sono soltanto gli sprechi, ma l’ampiezza dell’intervento pubblico in sé. Guarda caso, proprio oggi fanno cinquanta anni esatti dal celebre discorso “Un’occasione per scegliere” che lo stesso Reagan tenne il 27 ottobre 1964 per appoggiare Barry Goldwater, l’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca, e guarda caso ieri il Giornale di Berlusconi lo ha ricordato con toni enfatici e con due articoli celebrativi, uno dei quali intitolato Stato, tasse, ricchi: le 7 idee di Reagan che salverebbero l’Italia di oggi.

    Come sottolineò nel 1982 il giornalista del Washington Post Lou Cannon, nella biografia dedicata all’ex attore hollywoodiano ed ex governatore della California che intanto, due anni prima, si era ormai trasformato nel neo Presidente degli USA, «le parole di Reagan erano radicali, ma il suo modo di fare era rassicurante, ricco di battute». Vi ricorda qualcosa? Vi ricorda qualcuno?

    Il marketing politico di Renzi (ovvero dei suoi consiglieri, se non proprio dei suoi ghostwriter) punta di continuo sulle frasi ad effetto, che all’apparenza possono sembrare distillati di puro buon senso ma che in effetti sono mistificazioni da rigettare in toto. L’assunto è che il presente vada accettato così com’è. E che al futuro, quindi, si debba guardare nei medesimi termini, di avallo completo e indiscriminato. Un atteggiamento succube, lo definirebbe giustamente chi sia ancora in grado di dare giudizi di merito. Un trucco, per nulla inedito, che serve a nascondere l’asservimento alle oligarchie dominanti, facendo finta che l’attuale assetto del mondo, o perlomeno di quella sua vastissima parte che è stata plasmata dall’Occidente di matrice USA, sia l’esito di un processo spontaneo. E in quanto spontaneo, libero. E in quanto libero, democratico.

    Nella propaganda renziana, invece, questa sottomissione totale si ribalta in un grande atto, simulato, di combattività e di realismo. Il dinamicissimo Matteo sforna immagini seducenti a raffica, come in una riedizione “made in Wall Street” dei Baci Perugina. Ogni dolcetto, o presunto tale, una frasetta suggestiva. Tipo queste due, per rimanere sul mega auto spot messo in scena nella quinta edizione della Leopolda: «Nel 2014 aggrapparsi ad una norma del 1970 che la sinistra di allora non votò è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone del telefono? O una macchina digitale e metterci il rullino».

    Magic Matthew! Accucciato ai piedi della globalizzazione come un cane ben addestrato. E pronto a gettarsi alle calcagna del futuro come un segugio fedele che non vuole restare indietro di un millimetro, rispetto ai suoi padroni.

    Guardatelo bene, mentre abbaia così baldanzoso e mentre scodinzola tutto contento di quello che è e di ciò che spera di ottenere. Ascoltatelo con la dovuta attenzione. E maledite tutti i giornalisti che non gli fanno notare, ad esempio, che il punto non è scegliere tra gli arcaici telefoni a gettone e i modernissimi iPhone, ma stabilire chi accidenti si vuole chiamare. E per dirgli cosa.

    Federico Zamboni
    venerdì
    ott242014

    Bruxelles: i compiti dello scolaro

    La maestra tedesca ha ripreso lo scolaretto discolo italiano che non fa bene i compiti a casa. E pure quello francese. Oltre a quello austriaco, sloveno e maltese. 

    La Commissione Europea, per conto della Germania di Angela Merkel, ha inviato una lettera a Matteo Renzi per fargli sapere che l'ultima manovra economica messa in cantiere dal governo è insufficiente per raggiungere gli obiettivi di stabilità finanziaria sui conti pubblici, dai quali si è deviato in maniera “significativa”. Quindi, altro che rispetto del tetto del disavanzo (sotto il canonico 3%) come previsto dal Patto europeo di Stabilità. E come sostenuto dallo stesso Renzi e da Padoan. 

    La lettera del presidente uscente della Commissione, Josè Barroso, sarebbe dovuta restare riservata ma il governo ha scelto di renderla pubblica, un fatto che non è stato molto apprezzato dall'ex premier portoghese. Renzi ha difeso la sua scelta parlando di “trasparenza”, e di “chiarezza”. Tutto deve essere reso pubblico, ha spiegato l'ex sindaco, aggiungendo che verranno pubblicati anche tutti i dati economici di quanto si spende nei palazzi europei e che sarà una cosa “molto divertente”.  Insomma, se l'Italia gioca, come a scuola, con i soldi in cassa, e con quelli che non ci sono, anche la burocrazia europea che dà lezioni a tutti non è che poi scherza. Siamo sempre ad Atene piange e a Sparta che non ride

    Bruxelles ha parlato di “significativa deviazione dagli obiettivi". Una frase che comporta uno scostamento di parecchi miliardi di euro. Renzi ha definito invece come “politica” tutta la questione. Affermazione che significa che Bruxelles e Berlino stanno facendo pressioni su Roma per mettere l'Italia con le spalle al muro ed obbligarla ad attaccarsi ulteriormente alla locomotiva tedesca. 

    L'irritazione della Commissione non ha impedito a Napolitano di firmare la legge. In realtà Bruxelles ha scelto il basso profilo attribuendo alla lettera la forma di “richiesta di chiarimenti” ma a nessuno degli osservatori è sfuggito l'aspetto della tempestività con cui ci si è mossi e il fatto che una lettera del genere è di fatto una premessa di una bocciatura senza se e senza ma. 

    L'apertura di una procedura di infrazione potrebbe essere imminente. Un portavoce di Bruxelles si è affrettato a precisare che la richiesta di chiarimenti “non pregiudica” i risultati finali che si dovrebbero avere dall'applicazione delle misure italiane. Resta il fatto che da più parti, in primis Forza Italia che sostiene Renzi sulle riforme istituzionali, si parla della necessità di rivedere la sostanza della manovra. 

    In ogni caso, ricevuti i chiarimenti richiesti, la Commissione emetterà la sua sentenza definitiva alla fine della prossima settimana. Renzi ha tenuto a chiarire che i soldi ci sono e che in discussione ci sono soltanto uno o due miliardi di euro. Inezie e quisquilie, a quanto pare. A suo avviso, gli obiettivi di bilancio per il 2015 sono tranquillamente raggiungibili. 

    Il punto resta quello sottolineato dalla lettera nella quale si spiega che a differenza del provvedimento dell'anno scorso (quando c'era Letta) si rinvia al 2017 il raggiungimento degli obiettivi di medio termine (il disavanzo) mentre la riduzione del rapporto tra debito pubblico e Pil (attualmente al 135%, il dato più negativo in Europa dopo quello greco) viene rinviata ai prossimi anni. Bruxelles insomma mette il dito sulla piaga della debolezza di un governo che non riesce a tagliare il debito per le feroci resistenze di tutti i centri di spesa centrali e locali e dei parlamentari che temono di vedere indebolite le clientele che li sostengono. È lì il vero problema dell'Italia. Nel momento in cui è stato scelto di restare nell'euro e nel sistema europeo, non ci si deve stupire che il maestro bacchetti sulle mani gli scolari indisciplinati, Italia in testa. Oltretutto, la precisazione sul debito serve alla Commissione per ricordare che se il Patto di Stabilità prescrive l'azzeramento del disavanzo, esso soprattutto comporta la riduzione progressiva del debito pubblico al 60%. Una riduzione che per l'Italia è una autentica chimera perché da un lato comporterebbe lo smantellamento dell'apparato pubblico italiano e che dall'altro potrebbe essere avviato, ma non raggiunto, soltanto attraverso una tassa patrimoniale straordinaria, alla quale, almeno quando era all'Ocse, Padoan si era più volte detto favorevole. E questo al di là degli effetti catastrofici che si avrebbero sul tessuto economico e sociale del nostro Paese dove la recessione in corso ha portato alla chiusura di migliaia di imprese e alla diffusione di una povertà di massa.

    Irene Sabeni
    venerdì
    ott242014

    Questo Bel Paese alluvionato dai soliti ignoti: noi

    venerdì
    ott242014

    Per Putin (ma non perché sia "buono")

    Gli USA hanno conquistato il mondo anche grazie alla propaganda abilissima, nella quale è maestra Hollywood. Lo schema della propaganda hollywoodiana è quello dello scontro finale fra il Buono e il Cattivo. Non è scontato che sia così in tutte le culture. Il duello finale dell’ Iliade, quello fra Ettore e Achille, tutto è tranne che lo scontro fra il Buono e il Cattivo, fra il Bene e il Male.

    Nell’uso politico che si fa dello schema Buono-Cattivo, oggi il Cattivo è, per tutto il pensiero unico liberal-social-demo-progressista, Putin. I pochi che riescono a sottrarsi alla macchina propagandistica, per reazione tendono a santificare il capo della Russia. Lo esaltano settori della destra europea e ora anche Salvini.

    Non è il caso di farlo, se vogliamo restare raziocinanti.

    Putin era un giovane e brillante agente del KGB sovietico. Gli agenti del KGB non erano cavalieri senza macchia. Come leader politico, Putin ha assunto il ruolo del restauratore della potenza russa strumentalizzando cinicamente la questione cecena. Dopo una serie di attentati che colpirono la stessa Mosca, attentati di oscura matrice almeno quanto alcuni che hanno suscitato fondati interrogativi in Occidente, in cui forse manine e manone dei servizi segreti hanno avuto un ruolo, Putin proclamò davanti alle telecamere che avrebbe «scovato i terroristi perfino nel cesso». Assurse alla statura di grande capo con queste parole e queste abili pratiche propagandistiche.

    Sulla scomparsa di alcuni giornalisti critici verso il suo potere, si addensano sospetti mai del tutto fugati.

    Ha liquidato con maniere spicce alcuni oligarchi che gli facevano ombra, mentre ne ha innalzato altri che gli facevano comodo. Anche nella gestione della vicenda ucraina ha mostrato spregiudicatezza e cinismo. La popolazione russofona delle regioni orientali sarebbe stata piegata in pochi giorni dal pur scalcagnato esercito di Kiev se non ci fosse stata l’intromissione di soldati russi senza divisa e di armi russe. In omaggio al nobile principio dell’ “autodeterminazione dei popoli”, spesso proclamato ma raramente osservato, sarebbe giustificabile il distacco della minoranza russofona da Kiev, ma l’osservanza rigorosa di quel principio ovunque, sconvolgerebbe il quadro politico. Per esempio in Bulgaria c’è un’importante minoranza turca. Ne facciamo un altro staterello indipendente? Uniamo quelle popolazioni alla Turchia, creando un altro focolaio di guerra in Europa? In Romania e Serbia vivono minoranze ungheresi. Facciamo un altro stato indipendente, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero? Si potrebbe continuare a enumerare casi di questo tipo.

    Dunque, Putin si è mosso in modo spregiudicato anche in Ucraina. Non è il Buono di uno schema che voglia opporsi a Hollywood assumendone la logica.

    D’altra parte, se c’è qualcuno che non avrebbe il diritto di protestare, costoro sono i responsabili delle nazioni di Occidente e della NATO. Autoproclamandosi “la comunità internazionale”, bombardarono Belgrado per costringere la Serbia a rinunciare a una sua provincia, il Kosovo. Precedente gravissimo, avvertito subito come tale dai pochi che non hanno portato il cervello all’ammasso. Si faceva strame di ogni traccia di diritto internazionale, in particolare quella “non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi” che sarebbe l’unica via per prevenire le guerre. Bisogna usare i verbi al condizionale perché anche quel principio è solo una bella frase, che raramente nella storia ha trovato riscontro nei fatti.

    La realtà vera è che in politica, e in particolare nella relazione fra Stati, vige l’unica regola della legge del più forte.

    L’Occidente non ha alcun diritto di indignarsi per i comportamenti di Putin, non solo per il precedente del Kosovo e per una serie di aggressioni sulla base di pretesti menzogneri. Non può farlo anche perché ha cavalcato e provocato i disordini in Ucraina per escludere la Russia dalla Crimea, quindi dal Mar Nero e in ultima analisi dal Mediterraneo, come ritorsione allo smacco subìto per opera di Putin in Siria. A gioco sporco si risponde con gioco sporco, quando i rapporti di forza, l’unica cosa che conta al di là dei bei princìpi mai osservati, sono cambiati.

    La demonizzazione di Putin era iniziata prima che esplodesse la questione ucraina. I capi dell’Occidente, escluso Letta che forse per questo ha pagato un prezzo, non andarono a Soci in occasione delle Olimpiadi invernali proprio in segno di protesta, accampando motivi del tutto pretestuosi, come una legge che si limitava a proibire la propaganda in favore dei gay in presenza di minori. L’evidenza è che Putin disturba solo perché vuole sottrarre il suo Paese al dominio imperiale.

    Del resto, volendo tornare a qualche pallida giustificazione di diritto, hanno più ragioni storiche le pretese russe sull’Ucraina (fra l’altro la prima capitale della Russia fu proprio Kiev) che quelle albanesi sul Kosovo, in cui solo di recente si era andata costituendo una maggioranza di lingua albanese. E la resistenza russa a una pretesa di dominio mondiale da parte dell’imperialismo anglo-americano è una causa che merita considerazione e sostegno.

    Concludendo, siamo con Putin non perché sia il Buono, ma per considerazioni di natura storica e di contingenza politica. Tutto qui. Non è la Sfida all’O.K. Corral, non è il pistolero buono che elimina il malvagio. Lasciamo questa rozzezza alla robaccia che ci viene da oltre Oceano, alluvione di spazzatura.

    Luciano Fuschini
    giovedì
    ott232014

    Rassegna stampa di ieri (22/10/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Storia e Controstoria

    giovedì
    ott232014

    Juncker da cabaret. Ma non fa ridere

    C’è da scommetterci: a Jean-Claude Juncker, che a inizio novembre prenderà il posto di Barroso alla guida della Commissione europea, sarà sembrata proprio una gran bella frase. Una di quelle che dovrebbero raccogliere un applauso a scena aperta, se pronunciate di fronte a un vasto pubblico di cittadini creduloni, o almeno degli sguardi ammirati, se proferite davanti alle platee assai più ristrette, ma assai più qualificate, delle conferenze stampa.

    La UE «deve avere anche un'altra “tripla A”, quella sociale, altrettanto importante di quella economica».

    Che parallelo suggestivo! Evocare le categorie tipiche, e aride, e sempre un po’ minacciose, delle agenzie di rating per lanciare invece un messaggio solidale, generoso, quasi palpitante. A monsieur Juncker, che tra le tante altre cariche ottenute è stato via via governatore della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, sarà parso di sfiorare la poesia. Le ragioni del cuore che per una volta non si contrappongono a quelle della ragione ma vi si intrecciano, in un’affascinante ghirlanda.

    Affascinante sì, ma tutt’altro che giocosa. Quel nobile obiettivo non è certo lì a portata di mano, come un fiorellino già sbocciato che aspetti solo di essere colto. Mais non, mes amis. Juncker, per quanto sensibile, sa benissimo di doversi mantenere severo, e infatti non ha mancato di sottolinearlo: «Invito i colleghi che criticano l'austerità ad abbandonare l'idea che si possa crescere con deficit e debito. Non è così. Se così fosse oggi l'Europa conoscerebbe la più alta crescita al mondo, e così non è». Qualcuno non ha afferrato l’antifona? Ecco pronta la versione “for dummies”: «Si è parlato molto di patto di stabilità senza rifletterci molto. Voglio essere chiaro, le regole non si cambiano e vanno interpretate secondo quanto indicato dal Consiglio europeo a giugno. Vanno interpretate con quel margine di flessibilità consentito dal Trattato e dai testi giuridici, quindi non ci saranno svolte drastiche».

    La vagheggiata “tripla A” del sociale resta dunque una meta lontanissima. Una sorta di ideale al quale tendere (anzi: al quale far credere che si tenda) proseguendo tuttavia nel segno delle politiche rigorose che stanno falcidiando allo stesso tempo i patrimoni nazionali, attraverso le privatizzazioni, i diritti e i redditi dei lavoratori, tramite la rimozione sistematica delle precedenti conquiste sindacali, e i modelli di welfare, in nome della spiacevole, ma oggettiva, carenza di fondi pubblici da destinare alla bisogna.

    È l’architrave della strategia con cui si sta gestendo la crisi, ammesso e non concesso che nel medesimo disegno non rientrino anche le dinamiche che hanno determinato la debacle finanziaria del 2007-08. È l’alibi permanente dello stato di necessità, e di emergenza, che costringe le autorità politiche ed economiche a imporre le pesantissimi misure che abbiamo già visto, e che continueremo a vedere negli anni, o nei decenni, a venire.

    È la “crisi-terapia” di matrice bancaria: per sperare, o illudersi, di tornare al luminoso passato del consumismo di massa, bisogna attraversare l’interminabile e oscuro tunnel delle privazioni. Buon viaggio, pecorelle europee. La tosatura proseguirà strada facendo e in un modo o nell’altro la lana accumulata sarà ancora abbondante. Magari non proprio da “tripla A”, ma buona quanto basta a soddisfare i vostri solleciti allevatori.

    Federico Zamboni  
    mercoledì
    ott222014

    Teatro dell'Opera: la storia torbida dei licenziamenti (altro che indennità fantasiose)

    Sulla vicenda del licenziamento di quasi duecento artisti del Teatro dell’Opera di Roma aleggiano più fantasmi che certezze. Ed enormi ragionevoli dubbi. Non è certo neanche il fatto stesso che riguarda il loro licenziamento, nel senso che per come è stato annunciato ci sono seri indizi di incostituzionalità che prima o poi dovranno pur essere affrontati. Nel frattempo si brancola nel buio, complice anche una ormai ampia casistica di articoli di stampa sciatta se non proprio scorretta e con il sospetto di una vera e propria azione di convincimento, per quanto attiene all’opinione pubblica, per veicolare la necessità di questi licenziamenti.

    L’ultimo aggiornamento riguarda una interrogazione parlamentare di Sel nella quale, giustamente, la senatrice Alessia Petraglia chiede a Dario Franceschini, Ministro di beni e attività culturali, di «revocare il licenziamento dell’orchestra e del coro del Teatro dell’Opera». Secondo la senatrice, «l’articolo 18 non è stato ancora abolito, eppure ci troviamo di fronte all’ennesimo attacco ai lavoratori in cui le responsabilità di altri, in questo caso delle cattive gestioni economiche delle diverse amministrazioni che si sono succedute alla guida della Fondazione, ricadono su 182 orchestrali».

    Il punto è esattamente questo: che il buco in bilancio ci sia non è in discussione, in discussione sono semmai il motivo e le responsabilità di tale buco (oltre alla vera entità, ancora sconosciuta), ma ancora prima di accertarne natura e motivazione, si è pensato di usare la mannaia sulla parte produttiva della Fondazione, cioè su orchestra e coro, che sono il cuore del soggetto.

    Gli indizi che si tratti di una operazione sconcertante ci sono tutti, e il fatto che tanti giornali allineati si siano dedicati alla causa con articoli volutamente diffamatori nei confronti degli artisti ne è una prima conferma.

    I primi temi sui quali è doveroso fare chiarezza sono almeno tre, e poi c’è bisogno di interrogarsi su un macro tema di fondo attinente a tutte le realtà come il Teatro dell’Opera.

    Intanto si deve andare a vedere sul serio a quanto ammonta il buco in bilancio. In secondo luogo cercare di capire quali sono le responsabilità, cioè da dove deriva sul serio questo buco. E quindi fare un po’ di chiarezza sulle vergognose imprecisioni che sono state scritte per screditare quelli che al momento sono stati ritenuti i responsabili di tutto, cioè gli artisti. Parliamo, in quest’ultimo caso, delle esilaranti commedie che sono state scritte e vendute all’opinione pubblica in merito ai sedicenti privilegi dei professori d’orchestra e degli artisti del coro (si chiamano così, i professionisti che lavorano nelle Fondazioni musicali, non “orchestrali”).

    Partiamo da quest’ultimo punto, perché smontare una a una le idiozie che sono state scritte è un gioco da ragazzi. Ed è utile per evitare di credere supinamente alla vulgata che si sta cercando di far percepire come reale.

    Dunque i privilegi. Quelli che hanno destato più scalpore, e hanno inviperito le penne di tanti editorialisti innescando facili battute nell’opinione pubblica sono i seguenti: indennità vestiario, indennità strumento, indennità umidità. 

    Queste soprattutto hanno solleticato maggiormente le fantasie, ed è dunque operazione di norma igienica spiegarle sul serio.

    L’indennità vestiario riguarda una modesta voce, in busta paga agli artisti, che è presente in tutte le orchestre del mondo. Fatto salvo nei casi in cui il vestiario viene consegnato a orchestra e coro dall’istituzione (alla Scala di Milano, ad esempio, il vestiario è una spesa in bilancio). Per tutte le altre orchestre del mondo che hanno l’obbligo - da contratto: l’obbligo - di vestire in un certo modo, sono i musicisti che devono pensare da sé a comperare l’abbigliamento. Per l’orchestra del Teatro dell’Opera si tratta di frac, gemelli, scarpe da sera e tutto ciò che concorre al “costume” di scena. Ora, per qualsiasi lavoro del mondo che comporta l’obbligo di indossare una divisa, essa viene consegnata dall’azienda. Dottori e infermieri in ospedale indossano una divisa. Operatori ecologici anche. E anche i metalmeccanici, o gli agenti di Polizia. Questa divisa viene loro consegnata. Per gli artisti del Teatro dell’Opera invece funziona con l’indennità. Ecco tutto.

    L’indennità strumento, poi, è ancora più facile da spiegare. Qualsiasi lavoratore del mondo che lavora presso una azienda non è che si porta lo strumento del suo lavoro da casa, o no? Non è che chi lavora in fabbrica si porta i propri macchinari personali in azienda, oppure il medico che fa le radiografie il proprio macchinario RX, o ancora, più semplicemente, un impiegato che lavora con il computer si porta in ufficio il suo pc personale. E allora, un violino professionale costa dai 20 ai 300 mila euro. E ogni professore d’orchestra ha il suo strumento, che porta avanti e indietro da casa al lavoro. E che va mantenuto: corde, crini per l’arco, spalliere, ma anche le ance per i fiati, le scollature, le registrazioni e la sostituzione di parti soggette a usura.

    Ecco la famosa indennità strumento in busta paga, che consta peraltro di pochi altri spiccioli ogni mese.

    E veniamo all’indennità spettacoli all’aperto. Un violino del 700 che “lavora” una intera stagione all’aperto - ad esempio, sì, a Caracalla - necessita, alla fine delle rappresentazioni, di essere portato dal liutaio, perché le condizioni climatiche nelle quali ha operato gli sono dannose. Costo del tagliando per rimetterlo in sesto: circa 300 euro. Appare così strano, adesso, che in busta paga vi sia qualche euro ogni mese per concorrere alle spese di questa operazione che la Fondazione non copre in sé ma delega a ogni singolo artista di effettuare?

    Inutile insistere, speriamo, eppure c’è chi ha detto che se il tutto è vero, è però anche vero che tali indennità siano in alcuni casi previste anche per gli amministrativi del Teatro dell’Opera. Appunto: è tema di approfondimento sul settore dirigenziale, questo, al quale, questa volta sì, si dovrebbe chiedere conto. Senonché, come abbiamo visto nei giorni scorsi, si copre di ignominia (e si licenzia) solo la parte che di queste indennità ha tutto il diritto. Non pare strano?

    Ma infine i salari degli artisti. Buste paga mostruose che, comprese tutte le indennità, arrivano difficilmente a 2000 euro. Troppo alte? Ognuno può rispondere da sé: professionisti che per arrivare a fare musica al Teatro dell’Opera hanno studiato per venti o trenta anni - con studi costosissimi, peraltro - che hanno vinto concorsi internazionali per poter essere assunti e che per mantenersi ai livelli di eccellenza che un tale lavoro comporta devono continuare a studiare e a migliorarsi incessantemente. Sono troppi 2000 euro al mese per un lavoro del genere?

    Si dice: lavorano non più di qualche ora al giorno. Falso: è chiaro che una rappresentazione non dura più di qualche ora, ma dovrebbe essere altresì chiaro che per arrivare a esibirsi in tale circostanza si debba studiare molte più ore, ogni giorno. Altrimenti sarebbe come pagare un chirurgo, in ospedale, solo per le ore che effettivamente passa in sala operatoria. Oppure un giornalista che si occupa di una inchiesta solo per le ore che meccanicamente richiede il digitare un articolo di due cartelle.

    Ecco: un musicista al Teatro dell’Opera guadagna la cifra che abbiamo detto, e che comprende tutte le voci sulle quali si sta discettando in questi giorni. Per come sono chiamate le indennità si può pensare al ridicolo, e probabilmente la formula contrattuale di questo tipo di lavoratore è farraginosa e bizantina, come in tante altre circostanze in Italia, ma di questo stiamo parlando: salari attorno ai 2000 euro al mese. Per degli artisti d’eccellenza.

    Quando ognuno di noi acquista un biglietto d’aereo si accorge che al prezzo finale concorrono varie voci altrettanto curiose, come il supplemento carburante, le tasse aeroportuali e magari i diritti di agenzia, ma alla fine ciò che conta è il prezzo finale, o no?

    O anche quando si paga una qualunque bolletta: importo, tasse, spese di invio, surplus una tantum o “quota comodato d’uso apparecchiature”. Ciò che conta è sempre il totale. E il totale della busta paga di questi lavoratori è quello, indipendentemente dalle voci che lo compongono.

    La musica che viene fuori da questa vicenda dovrebbe a questo punto essere molto più nitida, almeno per quanto attiene ai salari di chi è stato additato per il dissesto del Teatro dell’Opera e che è in procinto di pagare, con il licenziamento, per colpe che non sono sue.

    Le responsabilità del dissesto della Fondazione sono dunque ovviamente altrove. E cercheremo nei prossimi giorni di andarle a snidare.

    Valerio Lo Monaco

     

    (1 - continua)

    martedì
    ott212014

    TTIP: il super Trattato super dannoso

    TTIP: Transatlantic Trade and Investment Partneriship. Fino a qualche giorno fa, con la scusa implicita che se ne stanno ancora definendo i termini esatti, se ne è parlato troppo poco, in modo che la stragrande maggioranza dei cittadini ne restasse all’oscuro. E solo ultimamente, a causa dell’esigenza di accelerare i tempi e giungere all’accordo definitivo tra USA e UE, la questione è parzialmente uscita dall’ombra ricevendo un po’ di attenzione mediatica in più.

    Anche se poi, come al solito, la qualità di questa attenzione lascia spesso a desiderare, privilegiando le dichiarazioni entusiastiche di Renzi, che si è proclamato «un convinto sostenitore» del Trattato, rispetto alle enormi insidie che vi sono contenute. Ancora più che in altre occasioni, infatti, il TTIP costituisce un attacco brutale e strategico alla sovranità nazionale e al concetto stesso di democrazia come difesa degli interessi generali del popolo contro gli abusi di qualsivoglia oligarchia, subordinando ogni futura decisione da parte dei governi agli interessi degli investitori. In pratica, ma anche sul piano giuridico, l’annichilimento della politica a tutto vantaggio dell’economia. Anzi del liberismo. Anzi dell’iper liberismo modellato sulle convenienze delle multinazionali che mirano solo al massimo profitto e che, perciò, pretendono di godere di una libertà d’azione tendenzialmente illimitata.

    La norma-capestro è la seguente, e tanto per sgombrare il campo da qualsiasi eventuale sospetto di riportarla in maniera poco obiettiva ne citiamo la sintesi formulata nel marzo scorso da Aspenia on line, ossia dalla versione web della rivista edita dall’Aspen Institute: «La clausola di protezione degli investimenti (investor-state dispute settlement, ISDS), permetterà agli investitori privati di citare in giudizio i governi nazionali presso una corte d’arbitrato, nel caso in cui gli investitori ritengano che nuove leggi locali minaccino i loro investimenti».

    L’idea è già assurda di per sé, visto che si basa sul presupposto che le normative non debbano mai contrastare gli interessi delle imprese (quando invece è sacrosanto l’esatto contrario: gli interessi delle imprese, e a maggior ragione delle multinazionali, non devono mai ostacolare la tutela legislativa del bene comune), ma ad accrescerne la pericolosità c’è la natura delle “corti d’arbitrato” che dovrebbero pronunciarsi sulle controversie. Come ha ben spiegato Report nell’ultima puntata, incentrata appunto sul TTIP e intitolata Il segreto sul piatto, tali organismi sono di carattere privato e non prevedono come motivo di incompatibilità dei “giudici” il fatto che essi abbiano lavorato alle dipendenze delle stesse aziende, o di altre appartenenti al medesimo fronte del turbo capitalismo, che intentano causa agli Stati. Tuttavia, la Commissione UE minimizza e sostiene che «l’esistenza di una tutela degli investimenti e di disposizioni ISDS non impedisce in sé che i governi adottino leggi particolari né impongono l’abrogazione di determinate leggi. Al massimo, può portare al pagamento di un risarcimento».

    Ma il punto è l’entità di questo risarcimento. Laddove il suo ammontare fosse particolarmente cospicuo – e l’ipotesi è tutt’altro che peregrina, basti pensare soltanto agli immani fatturati di un settore come l’alimentare, in cui l’approccio europeo è di gran lunga più restrittivo rispetto a quello che domina negli USA – esso diventerebbe un autentico spauracchio, specialmente in presenza di conti pubblici già gravati da debiti immensi e di economie in stagnazione, o peggio. Del resto, proprio la crisi in corso, che essendo strutturale sta cambiando in via definitiva le società occidentali, viene strumentalizzata per accreditare il TTIP come una potentissima occasione di rilancio della produzione e delle esportazioni.

    Renzi dixit: «La globalizzazione non è un male per l'Italia, ma è una straordinaria opportunità».

    Bisognerebbe rispondergli con una sollevazione popolare. E la lotta contro questa spaventosa “partnership” di matrice statunitense, che per ora è osteggiata principalmente dall’iniziativa Stop TTIP Italia, dovrebbe diventarne un cardine.

    Federico Zamboni
    martedì
    ott212014

    Chi è l'infame? Daniele Luttazzi

    lunedì
    ott202014

    La troika è già tra noi

    Ma insomma appare veramente normale che l'uomo che ha operato i tagli relativi alla spendig review nel nostro Paese torno poi a fare il lavoro che faceva prima, e nello specifico alle dipendenze del Fondo Monetario Internazionale?

    Possibile che sul serio non si capisca come un conflitto di interessi serpeggi in modo così chiaro e allo stesso tempo gli italiani, pronti a stracciarsi le vesti per qualsiasi cosa di poco conto, non trovino poi neanche la capacità di cogliere una situazione così paradossale e non si trovi una persona che sia una, neanche nella cloaca di facebook, per sollevare qualche ragionevole dubbio?

    Carlo Cottarelli, finito il lavoro per il Governo Renzi sfociato nell'indicazione dei 15 miliardi di tagli all'interno della Legge di Stabilità 2015, fa insomma fagotto, lascia non senza qualche polemica l'Italia, e torna a Washington, alle dipendenze dell'Fmi. Tutto normale? Tutto nella norma?

    A noi non sembra affatto. Colui che venne scelto dall'alto, ovvero per chiamata diretta, senza alcuna possibilità di consultazione popolare, per intervenire chirurgicamente in uno degli organi interni del nostro Paese, in una operazione praticamente a cuore aperto, è poi la stessa persona che lavora per un organismo che ha nel suo motivo di esistere una missione diametralmente opposta a quella che invece è propria di uno Stato.

    Il Fondo Monetario Internazionale lavora per le aziende transnazionali, per gli interessi privati di queste, per l'economico, il finanziario e il mercatismo, mentre chi opera per un Paese che si vuole sovrano dovrebbe operare per il sociale, per l'economia reale e per il bene pubblico.

    Carlo Cottarelli, beninteso, non è il solo caso in questione. Ed è certo che di tagli agli sprechi il nostro Paese ha un disperato bisogno. Di altri casi è pieno, cioè è la norma, il mondo. Da Mario Draghi che da Goldman Sachs è passato poi alla Banca Centrale Europea e, per rimanere al caso italiano, da Mario Monti che nel 2010 è stato presidente europeo della Commissione Trilaterale (gruppo di interesse fondato da David Rockfeller) e membro del comitato elettivo del Gruppo Bilderberg. Non solo, tra il 2005 e il 2011 è stato international advisor per Goldman Sachs e membro del "Senior European Advisory Council" per l'agenzia di rating Moody's. Per poi finire, quasi manu militari e con l'appoggio incondizionato di Giorgio Napolitano, a dirigere uno dei governi italiani che più di altri, tra il suo operato e quello della Fornero (quest'ultima un passato tra Intesa Sanpaolo, Confindustria e la World Bank) ha praticamente spianato la strada allo smantellamento sociale che stiamo vivendo.

    Sono solo due nomi, i più recenti, di una lista lunghissima, tra Presidenti del Consiglio, Ministri e Sottosegretari e Consulenti tecnici dei vari governi degli ultimi decenni per portare qualche esempio.

    La sostanza è sempre la stessa: esponenti di spicco di quel mondo lobbistico e finanziario, speculativo, a trazione statunitense e dunque votati da sempre al conseguimento del massimo profitto per le grandi aziende private transnazionali che vengono poi installati nei posti chiave dei vari Paesi per risolvere i problemi interni relativi al pubblico, al popolo. In qualità di "tecnici", e si sa bene di quale ambito, con quali mansioni, con quali obiettivi, passano dal privato al pubblico per poi tornare ovviamente al privato e magari ottenere qualche ulteriore scatto in avanti, in carriera, dopo aver "prestato servizio", a favore di chi è facile immaginarlo oltre che verificarlo di giorno in giorno sulla nostra pelle, in quei pochi mesi di lavoro nel settore pubblico.

    Possibile che vada tutto bene, all'italiano medio? Possibile che continui ancora a votare per esponenti e partiti politici che poi, una volta al governo, non fanno altro che mettere la cosa pubblica nelle mani di questi "inviati" della speculazione privata?

    E certo, prima che si levi la prima manina alzata, certo che di tagli agli sprechi ce ne è bisogno. Certo che le Regioni (per dirne solo una) oggi in combutta con Renzi per le indicazioni contenute dentro la manovra, debbano tagliare tutti gli illeciti (sotto forma di sprechi, di consulenze, di peculato di vario tipo) che hanno accumulato negli anni. Basti pensare al caso siciliano, così come è facile immaginare si debba fare in qualsiasi settore della cosa pubblica. Ma che sia una persona che ha nella missione di vita di tutto il suo lavoro quello di fare gli interessi del privato a decidere poi cosa debba avvenire a livello anche pubblico, è come nominare il capo d'impresa anche a rappresentante dei lavoratori dell'azienda.

    Quella di Carlo Cottarelli è solo l'ultima parabola nota: dall'Fmi all'Italia e ritorno.

    Per tutti quelli che non credono che la troika possa sul serio arrivare a governarci. Per tutti quelli che non hanno capito che la troika ci governa già.

    Valerio Lo Monaco 

    lunedì
    ott202014

    Grecia e Italia, l'oggi e il domani

    La nuova crisi greca è la dimostrazione che le cure imposte dalla Troika (Fondo monetario internazionale, Bce e Commissione europea) stanno ammazzando il malato. 

    Certo, è indubbio che i governi che si erano succeduti al potere prima del crollo (socialisti e conservatori) avessero truccato i conti pubblici (con l'aiuto, peraltro dimostrato, gentilmente offerto dalla Goldman Sachs) al fine di ottenere il via libera all'entrata nel sistema dell'euro. Ma resta il fatto che l'austerità imposta alla Grecia ha finito per devastare il sistema economico e sociale. Un traguardo facilmente prevedibile da qualunque osservatore accorto, ma che non ha impedito alla tecnocrazia di imporre i propri metodi, già sperimentati altrove, e di trovare governi “collaborazionisti” pronti ad applicarli. 

    Del resto come poteva uscire dalla crisi un Paese come la Grecia che la cui economia è basata sull'agricoltura, sul turismo e sulla cantieristica navale? Quindi settori che non assicurano un grande reddito ed entrate tali da abbassare il debito record e il disavanzo. Una debolezza strutturale che  è stata poi aggravata dalla recessione economica in corso e della quale non si riesce ad intravedere la fine. 

    Le tensioni in atto sui mercati finanziari, con il rialzo degli interessi (ora a quasi il 9%) sui titoli greci, e di conseguenza dello spread rispetto ai Bund tedeschi, al di là delle speculazioni che sono sempre presenti, rappresentano l'emergere di timori concreti che già covavano da tempo. Investitori e speculatori vari sono rimasti scossi non soltanto dai fallimentari risultati ottenuti dall'economia greca, quanto dalla concomitante diminuzione della liquidità pompata a piene mani sia dalla Bce che dalla Federal Reserve nel sistema economico. Il tutto a fronte di tassi di interesse bassissimi praticati sia dalla Bce che dalla Fed. 

    Aiuti che in realtà sono stati un aiuto offerto esclusivamente alle Banche, le uniche che, attraverso l'acquisto di titoli pubblici, sono in grado di assicurare una tregua finanziaria sui mercati. 

    La crisi greca rappresenta in ogni caso un chiaro monito anche per l'Italia, oberata da un debito pubblico del 135% e da un disavanzo altalenante sopra e sotto il tetto del 3% sul Pil, imposto dal Patto di Stabilità. Un segnale d'allarme confermato anche dal commissario europeo all'Economia, il finlandese  Jyrki Katainen, che allo stesso modo del suo predecessore e connazionale Olli Rehn, ha assicurato che l'Unione europea sosterrà la Grecia ma che i governi dovranno continuare con le “riforme”. Ovviamente quelle “strutturali” come la riforma del mercato del lavoro all'insegna della flessibilità e del precariato. Dovranno farlo l'attuale governo e quelli futuri, visto che si riparla insistentemente di elezioni generali che dovrebbero logicamente registrare il successo delle formazioni anti-euro di sinistra e di destra. 

    L'Unione, ha spiegato Katainen, intende agire affinché la Grecia sia capace di raccogliere fondi sul mercato e perché vi abbia pieno accesso. I greci hanno fatto progressi “immensi”, ha concesso il tecnocrate, a cui avviso Atene avrebbe «voltato l'angolo». A smentire l'ottimismo di Bruxelles è il dato sul debito pubblico della Grecia (il 180% sul Pil) che lascia ben poche speranze sul suo futuro economico.  

    L'intervento dell'Unione sembra quindi, in buona sostanza, il classico avvertimento dato alla nuora (la Grecia) perché la suocera (l'Italia) intenda. Specie in una fase come questa nella quale Renzi incontra sempre maggiori difficoltà nel fare passare ed imporre la sua politica economica. Che in realtà è quella che gli hanno chiesto la Merkel e i vari organismi internazionali, alfieri del libero mercato e della più totale libertà di azione offerta alle Banche e alla finanza internazionale. In tal senso, uno come Padoan (ex dirigente dell'Ocse) rappresenta una garanzia per quei poteri. Resta il fatto che anche l'Italia, al pari della Grecia, rischia il commissariamento. Se questo non è ancora successo è soltanto per il disastroso effetto domino che si innescherebbe e che potrebbe provocare anche la stessa fine dell'euro.  

    Irene Sabeni

    venerdì
    ott172014

    Medio Oriente: tutti contro tutti?

    Quello che sta succedendo in Medio Oriente, con la grande coalizione dei nuovi “volonterosi” contro il Califfato e con tutte le ambiguità, con tutte le contraddizioni e tutti i retropensieri che la minano dall’interno, è molto istruttivo e rivelatore di ciò che probabilmante accadrà su scala molto più vasta.

    Il Califfato fa evidentemente comodo a molti.

    Viene foraggiato dall’Arabia Saudita in funzione anti iraniana, anti sciita, anti Assad. Viene sostenuto dalla Turchia in funzione anti curda e per l’utilità che può avere nel disegno di penetrazione in quello che fu l’impero del sultanato. Fa comodo agli USA perché può offrire il pretesto per insinuarsi in Siria e liquidare Assad, con ciò dando un colpo durissimo all’Iran e in ultima analisi a quella Russia di Putin che sta procurando molti grattacapi all’Impero.

    Bisognerebbe anche chiedersi come mai Israele sembri preoccuparsi di tutto tranne che del Califfato. Eppure quei fanatici potrebbero diventare i mortali nemici di Israele. In realtà i dirigenti sionisti si godono lo spettacolo della disgregazione degli Stati loro confinanti, e delle tribù sunnite e sciite che si scannano anziché unirsi contro lo Stato ebraico. Dal canto suo, il Califfato non si sente affatto una pedina né dell’Arabia Saudita, né della Turchia, né tantomeno di Israele e degli USA.

    I combattenti dello Stato Islamico odiano l’Occidente, decapitano occidentali a cui impongono camicioni di colore arancione come quelli dei musulmani seviziati a Guantanamo. Si preparano a minacciare anche i loro sponsor.

    A completare e complicare il quadro, si deve rilevare che in fondo il Califfato fa comodo anche alla Siria di Assad, e quindi a Iran e Russia.

    Infatti nel loro fanatismo folle e forse stimolato  da droghe, i guerrieri del Califfo si scagliano ferocemente pure contro gli altri gruppi che combattono l’esercito siriano, compresi quelli che si ricollegano ad Al-Qaeda. Assad ne sta traendo un indubbio beneficio.

    Inoltre infieriscono contro i curdi, nemici sia della Turchia sia del governo di Damasco, e combattuti pure dall’Iran. Insomma, il Califfato fa comodo a tanti, ma sono quegli stessi per i quali rappresenta una minaccia.

    Questo quadro caotico, attraversato da contraddizioni non componibili, prefigura lo scenario più probabile della grande guerra mondiale che si sta preparando.

    Non si deve pensare che sarà lo scontro fra due schieramenti granitici e nettamente contrapposti: da una parte la NATO, Israele e gli alleati asiatici degli USA, dall’altra parte i BRICS, l’Iran e alcuni Paesi dell’America Latina.

    Ci sono profonde linee divisorie anche all’interno dei due schieramenti ipotizzati. Stiamo già assistendo a qualcosa di impensabile: il Vietnam alleato degli USA. I nemici dei miei nemici sono miei amici, anche quando i nuovi amici in tempi recenti hanno ucciso milioni di miei concittadini, hanno fatto nascere migliaia di bambini deformi a causa dei defolianti chimici che hanno inquinato la mia terra. Ora la Cina è per il Vietnam più minacciosa degli USA, quindi i nemici di ieri sono gli amici di oggi.

    Sarà piuttosto una guerra fra alleanze a geometria continuamente variabile.

    Sarà una mischia generale, una guerra di tutti contro tutti, fra nazioni ma anche all’interno delle nazioni.

    A meno che la tentazione di un colpo decisivo preventivo attraverso una tempesta di missili con testate nucleari, non trasformi rapidamente il pianeta in un ammasso di rovine fumanti veleni radioattivi.

    Allora non ci sarebbe spazio né tempo per le geometrie variabili e i calcoli sulla pelle delle tribù inferocite.

    Allora sarebbe il Tempo dello svelamento, dell’inveramento delle profezie antiche.

    Luciano Fuschini
    comments powered by Disqus