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    martedì
    mag212013

    Ma quanto è “ingenuo”, il cardinale Bagnasco 

    Di nuovo? Sì, di nuovo. Il cardinale Angelo Bagnasco, che dal 2007 è subentrato a Camillo Ruini alla guida della Cei, la Conferenza episcopale italiana, torna a parlare di politica interna e anche stavolta lo fa nel modo peggiore. Ammantando di nobili princìpi, o di chiacchiere altisonanti, il proprio sostegno al governo in carica. Un vero e proprio pasticcio, in totale dispregio della realtà e della stessa logica, che nella sua pochezza appare forse più imbarazzante che subdolo.

    Nella sua prolusione alla 65esima assemblea dei vescovi italiani, infatti, Bagnasco scodella questo curioso ragionamento: «Pensare alla gente: questa è l’unica cosa seria. Pensarci con grandissimo senso di responsabilità, senza populismi inconcludenti e dannosi, mettendo sul tavolo ognuno le migliori risorse di intelletto, di competenza e di cuore. Allora insieme è possibile. Non bisogna perdere l’opportunità, né disperdere il duro cammino fatto dagli italiani. L’ora è talmente urgente che qualunque intoppo o impuntatura, da qualunque parte provenga, resteranno scritti nella storia».

    Sintetizzando, a sentir lui il bene della gente è legato a una collaborazione generale che accantoni i «populismi inconcludenti e dannosi» e alla quale, trattandosi di un obiettivo della massima urgenza, bisogna dedicarsi evitando scrupolosamente «qualunque intoppo o impuntatura».

    Un sillogismo totalmente sballato, visto che poggia sul più falso e risibile dei  presupposti: quello che i partiti oggi al governo perseguano gli interessi della popolazione, anziché i propri e quelli dei potentati economici ai quali sono legati. Essendo errata la premessa, il richiamo all’unità nazionale diventa una pura mistificazione, dal momento che gli scopi delle diverse fazioni in gioco sono non soltanto contrapposti ma antitetici. E altrettanto fuorviante è il dare per scontato che, opponendosi a quella cooperazione artificiosa e ipocrita, si sprofondi nel populismo. Ovvero, secondo l’accezione imprecisa ma ormai consolidata, nella demagogia.

    Chi scivola nella retorica, al contrario, è proprio lui. Una retorica che oltretutto si intreccia alla più smaccata ignoranza, effettiva o simulata che sia. A proposito delle questioni cruciali – quelle del modello economico neoliberista e della speculazione finanziaria – Bagnasco non dice assolutamente nulla. L’anno scorso, se non altro, aveva fatto un accenno alle «nuove forme di servitù imposte dai vincoli internazionali, in primo luogo dalla mano lunga e cinica della finanza speculativa». Quest’anno, benché il tema sia più che mai d’attualità, niente di niente.

    Una superficialità imperdonabile, quali che ne siano i motivi. O ci si astiene da qualunque riferimento ai problemi socioeconomici, e quindi politici, oppure si ha l’obbligo tassativo di informarsi a fondo sulle dinamiche in corso. E di tenerne conto. Le omelie infarcite di pie illusioni, e di appelli agli “uomini di buona volontà”, sono consentite sì e no ai preti dei paesini sperduti, dove i danni sono per forza di cose assai limitati.

    Al cardinale Bagnasco no. Il suo ruolo di presidente della Cei ne fa un personaggio pubblico, le cui parole sono riprese-rilanciate-amplificate dai media. Una responsabilità precisa e inderogabile, che non lascia alcuno spazio alle approssimazioni e alle ingenuità. Sempre che di ingenuità si tratti.  

    (fz)

     

    Leggi anche:

    28/09/2010 - Dacci oggi il riformismo, amen

    28/09/2011 – Bagnasco scarica Berlusconi ma ha le idee confuse

    25/09/2012 – Bagnasco: tutto male, bene Monti

    martedì
    mag212013

    Paese che vai… - SMS

     

    Cinque immigrati yemeniti, che avevano picchiato e ucciso un cittadino saudita e commesso alcuni furti, sono stati decapitati pubblicamente a Jizan. Paese che vai, atteggiamento verso il disagio dei migranti che trovi.

    Solo, attenzione: le culture diverse dalla nostra che dovremmo assimilare sono più simili a queste che allo stile Boldrini. Ma non è detto che, temperandole un po’, sia un male.

     

    martedì
    mag212013

    Immigrati. Stoccolma a ferro e fuoco

    Il modello svedese, quello da prendere ad esempio per l’integrazione multiculturale, ha dimostrato di anch’esso di aver fallito, così come hanno fallito tutti i tentativi di imitazione. Husby, area periferica di Stoccolma e ormai una enclave islamica in terra svedese, è stata messa a ferro e fuoco da coloro che, forse, non hanno tutta questa intenzione di integrarsi con la società nordica: la scintilla sarebbe stata data dall’uccisione di un 69enne del “ghetto” da parte della polizia, che era stata minacciata da costui.

    Si dice che in realtà le cause sono più profonde e risiedono nella segregazione e nella disoccupazione. In questo secondo caso anche l’Italia dovrebbe essere un paese in piena rivolta, mentre il primo bisogna saperlo interpretare. L’evento scatenante ricorda quello che infiammò le banlieues: la repressione, in forma forse eccessiva, di un reato, da parte di una polizia che ogni volta che entra in certi quartieri è come si trovasse in zona di guerra in territorio straniero.

    In effetti pare che quest’ultimo sia stato qualcosa di molto simile ad uno scenario bellico. I pompieri accorsi per domare i focolai d’incendio sono stati accolti da una fitta sassaiola e la polizia ha dovuto scortarli, ma il fatto di massima gravità pare essere stato che i poliziotti hanno utilizzato un linguaggio razzista nei confronti degli abitanti del quartiere, che davano loro un sì caloroso benvenuto.

    Certi quartieri, anche nella perfettissima Svezia, godono ormai di extraterritorialità: la polizia ha difficoltà a entrarvi e la vera segregazione spesso la subiscono i pochi indigeni rimasti. I titoloni dei nostri giornali stigmatizzano, giustamente, gli episodi di razzismo “occidentali” quando colpiscono l’immigrato, però omettono sistematicamente di riportare episodi equivalenti, ma di segno opposto, che filtrano soprattutto dalla realtà scandinava, di cui si vuole conservare una visione fiabesca sempre più irreale.

    In Svezia e Norvegia non sono rari i casi in cui ad essere vittime di episodi di razzismo a scuola sono i bambini biondi, insultati per il colore della loro pelle o a cui vengono sequestrate le merendine contenenti salumi invisi al profeta, e anche gli episodi di aggressione alle donne non sono così rari. Quelle che vivono o attraversano i quartieri dei “nuovi svedesi” sono costrette non solo a vestirsi con decoro, ma anche a nascondere i capelli, come il rispetto per le culture altrui esige da quelle che passeggiano in quei paesi islamici che impongono la modestia alle donne.

    Il razzismo va condannato in tutte le sue forme, questo è un punto saldo, ma bisogna farlo anche per quelle forme che non si vogliono riconoscere come tali, perché figlie del pregiudizio razzista secondo cui la discriminazione razziale è un’esclusiva dei “bianchi”. Ben venga l’integrazione, ma per averla lo sforzo deve essere di entrambe le parti, non solo di chi riceve il “migrante”: questi non può pretendere di imporre la sua cultura e di ottenere l’extraterritorialità di fatto dei quartieri in cui si stabilisce. Questa si chiama invasione.

    I “nuovi italiani” ben vengano, purché siano tali: l’integrazione è possibile se vi è disponibilità ed apertura da parte dell’indigeno, ma poi deve necessariamente seguire la volontà del “migrante” di integrarsi, altrimenti sono tutti discorsi ipocriti che nascondono altri disegni. La tolleranza è un valore importante, ma la tolleranza verso l’intollerante è stupidità.

    L’appartenenza ad una comunità passa per l’assimilazione della sua cultura, il che non necessita della negazione totale della propria cultura di provenienza, che anzi può portare stimoli nuovi, ma vi sono punti fermi su cui non si può transigere. Non basta nascere in un luogo per appartenere alla sua comunità, né nascere in un altro comporta il non appartenere più alla propria comunità. Il corollario non detto dello Ius Soli, se applicato con coerenza, è che se il figlio di due italiani nasce all’estero non ha più titolo per essere italiano: se non il “sangue” – si passerebbe per razzisti – almeno la formazione culturale deve avere il suo peso, altrimenti si rifiuta la realtà e le città finiscono a ferro e fuoco.

    Ferdinando Menconi
    martedì
    mag212013

    Mafia e concorso esterno: ddl per mitigare le pene 

    Manco a dirlo la proposta arriva dal centrodestra. La galassia è quella del PdL anche se a presentarla è un senatore che aderisce al gruppo di Gal (Grandi autonomie e libertà). Obiettivo: modificare, attenuandole, le norme sul concorso esterno in associazione mafiose. Ad esempio, un massimo di cinque anni anziché gli attuali dodici.

    qui la notizia Adnkronos

    martedì
    mag212013

    Corea Nord verso stop test missili

    martedì
    mag212013

    Banche: Abi, margini a minimi storici

    martedì
    mag212013

    Ocse: calo pil Italia, -0,5% trimestre

    martedì
    mag212013

    Tranello ai grillini. Occhio

    martedì
    mag212013

    Afghanistan: arriva il petrolio, e lo sfruttamento dell'ignoranza

     

    Le esportazioni di democrazia, le "missioni di pace" che prevedono l'uso di armi da guerra mica si fanno così, aggratis. E infatti adesso in Afghanistan è spuntato il petrolioe si sono prodotte le circostanze più favorevoli perché agli afghani non ne resti neanche una goccia. Ma tu guarda alle volte il caso...

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    martedì
    mag212013

    Il mito del contribuente del Nord che paga per salvare i paesi del Sud

    L’analisi economica pubblicata oggi dalla agenzia di stampa Reuters  riferisce che  i contribuenti del Nord non hanno speso un centesimo per il salvataggio del Sud. Al contrario, i governi di Germania, Finlandia, Austria, Paesi Bassi e Francia RISPARMIANO miliardi grazie al calo dei tassi di interesse sui prestiti. Secondo la società assicurativa Allianz solo la Germania negli anni 2010-2012 ha guadagnato 10,2 miliardi di euro dal calo dei tassi di interesse sui titoli a dieci anni. Tuttavia, come osservato da Reuters, per scopi pre-elettorali ha avanzato l'idea che i lavoratori del nord lavorano duramente perché sono chiamati a pagare gli errori e le follie dei governi del sud. 

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    martedì
    mag212013

    LA TEORIA DELL’AUSTERITA’ DI SMITH/KLEIN/KALECKI

    DI PAUL KRUGMAN
    krugman.blogs.nytimes.com

    Noah Smith ha recentemente espresso un interessante punto di vista (1) sui reali motivi per cui le élite sostengono così tanto l'austerità, anche se in pratica essa non funziona. Le elites, egli sostiene, vedono le difficoltà economiche come un'opportunità per costringere a delle "riforme" – cioè in sostanza i cambiamenti da loro desiderati, che possano servire o meno a promuovere la crescita economica - e si oppongono a tutte le politiche che potrebbero attenuare la crisi senza rendere necessari questi cambiamenti...

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    martedì
    mag212013

    Rassegna stampa di ieri (20/05/2013)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Storia e Controstoria

    martedì
    mag212013

    DISOCCUPAZIONE: GRANDE ANGOSCIA, AI PIANI ALTI

    Sempre loro, da Napolitano in giù, e sempre lì. Totalmente incapaci di farci uscire dalla crisi, ma altrettanto determinati a non farsi da parte. Stranissimo caso di condottieri, o presunti tali, che si autocelebrano in ogni caso: sia quando vincono, sia quando perdono. Con l’unica accortezza, e nemmeno sempre, di cambiare i toni del monologo.

    L’ultima tendenza è il pubblico rammarico, che è la variante “dark” delle promesse preelettorali. Nei tempi di vacche grasse si facevano belli a declamare i risultati raggiunti e a prospettare i traguardi futuri, di cui (sottinteso) sono i principali artefici. Nei tempi bui, che naturalmente non possono essere addebitati a loro ma dipendono da complicatissime e ineluttabili vicende internazionali, continuano a farsi belli mostrando/esibendo le proprie preoccupazioni.

    Solidarietà a costo zero. Se va bene gliene verrà un ritorno in termini di popolarità, se va male non rischiano nulla. Almeno per ora. Almeno fino a quando la massima parte dei cittadini-clienti-sudditi si ostinerà a legittimarli col voto, nonché nei mille altri modi con cui i governati si sottomettono di buon grado ai governanti. Per indole, prima ancora che per calcolo.

    Ma veniamo al dettaglio, rimanendo nei limiti della stretta attualità. Napolitano commemora la scomparsa di Massimo D’Antona, ucciso quattordici anni fa dalle “Nuove Brigate Rosse”, e lamenta il persistere di «una crisi angosciante e drammatica, che impone alle Istituzioni, alle forze sociali e alle imprese la messa in atto di efficaci soluzioni per rilanciare l'occupazione e lo sviluppo economico e sociale del Paese».

    Enrico Letta si concede «una lunga e cordiale conversazione telefonica con il Presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Obama» e, come dubitarne, ne viene fuori una piena e totale consonanza. Che, proseguendo nel testo del comunicato diramato da Palazzo Chigi, viene così descritta: Obama «nel ribadire il fortissimo legame esistente tra i due Paesi, ha inteso confermare di persona i rallegramenti per la formazione del nuovo esecutivo già espressi il giorno del giuramento»; a sua volta, «il Presidente del Consiglio ha indicato le priorità del governo relativamente all'agenda di riforme politiche ed economiche, con particolare riguardo alle linee che egli esporrà in occasione dei Consigli Europei del 22 maggio e di fine giugno»; conclusione: «Il Presidente Obama si è detto pienamente d'accordo circa l'esigenza di prestare attenzione prioritaria alle politiche volte a fronteggiare la disoccupazione giovanile».

    Un classico esempio di salamelecco incrociato, per un verso, e di finta competenza, per l’altro. Roba da scatenare l’indignazione generale, e che invece viene ammannita con malcelato compiacimento. Se dopo cinque anni di crisi – e con una nuova bolla speculativa che si va gonfiando rapidamente ma che è assente dal dibattito politico e giornalistico, nonostante Il Sole 24 Ore la stia stigmatizzando a più riprese e con dovizia di particolari – hanno da dire solo questo, ossia che USA e Italia concordano «circa l'esigenza di prestare attenzione prioritaria alle politiche volte a fronteggiare la disoccupazione giovanile», dovrebbero andare a nascondersi. Riconoscendo, finalmente, la cruda realtà: in effetti non hanno mezza idea su come uscire dal pantano, nel senso di un rilancio stabile dell’economia produttiva e, quindi, dell’occupazione e dei consumi.

    L’unica cosa che sanno è che devono trovare dei palliativi, in modo da mascherare tanto la natura strutturale dell’impasse quando i danni irreversibili connessi al drastico riassetto sociale che stanno imponendo all’Europa. Il paradosso, che ai più sembra sfuggire ancora, è che quel po’ di ansia che provano per sé stessi, a causa del crescere del malcontento e della sua eventuale esplosione in forme di rivolta, li facilità nel mostrarsi angosciati per le sorti altrui.

    Metodo Actors Studio: pensi a qualcosa che ha fatto o che fa soffrire te (i cazzi tuoi, in pratica) e lo trasformi in pura recitazione. Al pubblico, si sa, piace un sacco identificarsi in quello che passa sullo schermo.

    Federico Zamboni
    martedì
    mag212013

    Amazzonia: la fine delle terre coltivabili

    fireamazon22.jpg

    Qualcuno sicuramente l'avrà pensato leggendo il post di ieri: non è vero che L'Artico è l'ultima frontiera, dopo averlo spolpato resterà ancora l'Amazzonia. Ebbene, non è vero.

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    martedì
    mag212013

    Iraq: 85 morti in violenze ultime 24 ore

    martedì
    mag212013

    Bruxelles, energia: apertura al "fracking" ma l'Europa è divisa

    martedì
    mag212013

    L’OMICIDIO È IL NOSTRO SPORT NAZIONALE

    DI CHRIS HEDGES 
    Information Clearing House 

    L’omicidio è il nostro sport nazionale. In Afghanistan e in Iraq uccidiamo decine di migliaia di persone con le nostre macchine della morte industriali. Uccidiamo altre migliaia di persone dai cieli sopra Pakistan, Somalia e Yemen con i nostri droni senza pilota. Ci uccidiamo l’un l’altro con incauto trasporto. E, come se le nostre mani non fossero abbastanza ricoperte di sangue umano, uccidiamo i carcerati – la maggior parte di questi sono persone di colore povere che sono state dietro le sbarre per più di un decennio. Gli Stati Uniti d’America credono nella rigenerazione attraverso la violenza. Per generazioni siamo stati i responsabili di bagni di sangue in terre straniere e nel nostro stesso paese, nella vana speranza in un mondo migliore. E peggio diventa e più a fondo il nostro impero affonda sotto il peso del nostro declino e della nostra depravazione, più uccidiamo.

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    martedì
    mag212013

    Edilizia profana. E il capriccio degli archistar

    Non ci è dato sapere perché, lungo l’ultimo ventennio, nei sobborghi romani siano state erette ben quarantacinque chiese; rispetto alla densità dei fedeli, è un numero esagerato che ha comportato comunque una spesa sproporzionata, se si pensa agli ingenti compensi degli architetti superstar assoldati e a tutte quelle famiglie che laggiù, nella periferia del benessere capitolino, stentano quasi sempre ad arrivare alla fine del mese. Un insulto all’indigenza, quindi, oltre che al valore oggettivo della più elementare estetica. 

    Neanche l’alibi della riqualificazione – dietro il quale si è arroccato il Comune, in combutta con il Vicariato – ha funzionato granché; anzi, dai risultati postumi della sbronza urbanistica, pare proprio il contrario: si tratta di edifici avveniristici e megalomani dalle geometrie aerospaziali, confacenti più a Gotham City che alle parrocchie dei suburbi di Roma.

    In occasione della presentazione del volume “Chiese della periferia romana” (edizioni Electa), tenutasi il 14 maggio scorso, Antonio Paulucci, direttore dei Musei Vaticani e sovraintendente dei beni artistici della Santa Sede, ha dichiarato che queste nuove chiese sembrano dei musei, bene che vada, o, peggio, dei grandi magazzini e che non invitano sicuramente né alla meditazione religiosa, né al raccoglimento spirituale. Un attacco, quello del professor Paulucci, indirizzato non soltanto ai curatori del libro – gli architetti Marco Petreschi, Nilda Valentin e monsignore Liberio Andreatta – ma anche all’arcinoto arcivescovo Camillo Ruini, fondatore del “Progetto culturale della Chiesa italiana”, che ai tempi aveva contribuito alla campagna per la realizzazione di cinquanta cappelle nelle periferie romane. 

    Ha avuto ragione Paulucci a non apprezzare, senza troppi salamelecchi, queste megalomanie edilizie, sostenute dai cosiddetti “poteri forti”, che hanno accantonato, quasi fossero davvero repertorio da museo, cupole, affreschi e atmosfere millenarie, che non hanno nulla né di glamour, né di temporale.

    Se non è tollerabile che, ovunque e per qualsiasi genere di funzionalità, si dia spazio ad aberrazioni urbanistiche, ancora meno sopportabile e decisamente più paradossale è che queste facciano scempio delle tradizionali proprietà dei luoghi di culto – dalla magnifica austerità delle chiese medievali fino all’incanto pagano sprigionato dai dolmen – i quali, per loro intrinseca essenza, sono distanti anni luce dalla spettacolarità di un’architettura postmoderna e secolare e, di conseguenza, dall’autoreferenzialità di quegli archistar che, colti da insanabile delirio di onnipotenza, prendono per reale tutto ciò che è capriccio, innovazione e clamore, sottostando più al proprio personalissimo e minuto “demone” che al genius loci e al profondo sentire comune.

    È nei luoghi di culto  come chiese, moschee e templi che l’uomo, trascendendo se stesso e le sue tante finitudini – vanità, egotismo, transitorietà – rinuncia a quella volontà, che tutti i mistici definiscono un inutile fardello e si abbandona, finalmente, al Tutto. 

    Gli antichi non credevano affatto all’esistenza del profano, ecco perché riuscivano tanto bene a conciliare l’esoterico con l’essoterico e, dunque, la forma con la sostanza. I nostri civilizzati contemporanei, invece, oltre a deturpare la sola vera “Unità d’Italia” che fino a oggi ci è data, cioè la bellezza, non riflettendo il sacro, riescono benissimo a profanare persino la materia.

    Fiorenza Licitra
    lunedì
    mag202013

    Nigeria. Offensiva militare contro Boko Haram

    Duemila soldati delle forze governative hanno scatenato una violenta offensiva contro gli integralisti islamici di Boko Haram, gruppo che si è macchiato di numerose stragi di cristiani e che stava trascinando il paese verso la guerra civile.

    Le truppe dell’esercito federale sono state dispiegate negli Stati di Yobe, Borno e Adamawa, al confine con Niger, Ciad e Camerun, e secondo gli osservatori il costo in vite umane, specie fra i civili, rischia di essere elevatissimo: nella sua ultima azione Boko Haram ha preso d’assalto la città nordorientale di Bama con circa 200 miliziani, uccidendo 55 persone e radendo al suolo la stazione di polizia locale, caserme militari ed edifici governativi.

    L’offensiva dei militari è arrivata dopo che il Presidente Goodluck Jonathan aveva offerto l’amnistia a tutti i ribelli che avessero deposto le armi, ma il tentativo è caduto nel vuoto, così come l’apertura di dialogo proposta con la creazione di una commissione ad hoc.

    Il governo centrale non è esente da colpe, ma nella sostanza è valido il giudizio dell’analista politico Derin Ologbenla: «Il presidente è stato molto paziente ascoltando ciò che i ribelli avevano da dire, ascoltando le loro lamentele. E per tutta risposta hanno fatto ricorso alla violenza».

    Un nuovo fronte islamico si apre quindi nell’Africa subsahariana, dopo il Mali, anche se è possibile che le autorità riescano qui ad avere ragione del separatismo fondamentalista senza dover far ricorso agli eserciti occidentali.

    (fm)

    lunedì
    mag202013

    Iraq: nuovo attentato a Baghdad, 12 morti