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    mercoledì
    lug302014

    I Fulltimers. Un nuovo modo di vivere. Intervista a Pierluigi Galliano

    Se le parole costrizione, soffocamento e gabbia, oltre ad altre simili, evocano in almeno qualcuno dei nostri lettori qualcosa di conosciuto, e se in senso lato si è ormai capita l’assoluta insensatezza di vivere secondo i canoni sociali ed economici che ci sono imposti soprattutto in questi ultimi decenni, allora, va da sé che una indagine su quelle che possono essere sul serio delle altre esperienze di vita rappresenti un campo che può consentire oltre che interessanti spunti anche dei veri e propri momenti di evasione.

    In tale ambito iniziamo, con questa prima puntata, ad ascoltare le storie e le testimonianze di chi certamente ha fatto una scelta di vita che potremmo definire borderline ma che, a ben vedere, rappresentano invece il rovescio della medaglia - forse la parte più bella - rispetto a quanti, e sono la stragrande maggioranza, continuano imperterriti, o per assoluta necessità di non poterne fare a meno oppure, peggio, per reale mancanza di coraggio, a fare una vita che a una analisi fredda è francamente più corretto considerare ai limiti della sopravvivenza. Inutile insistere: quella che la maggior parte degli italiani conduce, nel più classico degli esempi del lavora (come uno schiavo) - consuma (sempre meno di prima) - crepa (molto prima di poter anche solo sperare di andare in pensione), per molti non è più neanche considerata una vera e propria vita. E alcuni, appunto, iniziano a cercare altrove.

    Allora prendiamo in esame il fenomeno dei fulltimers. Ci torneremo sopra con uno studio più diffuso, anche considerando il lato sociale e se vogliamo propriamente politico di una scelta di questo tipo. Per ora basti considerare che quelle che vengono definite fulltimers sono persone che hanno scelto - e la parola “scelto” ha un significato profondo - di vivere in modo completamente differente rispetto alla maggioranza degli altri abitanti della terra.

    Per fulltimers si intende chi non ha una fissa dimora ma, attenzione, non stiamo affatto parlando di clochard o di nomadi nel senso più deteriore che viene loro generalmente attribuito, quanto di gente che invece di sostare in un luogo fisso, che sia un appartamento o un altro tipo di abitazione, ha nel movimento, nel contatto diretto con tanti luoghi differenti, la propria quotidianità. 

    Chiariamo subito un altro elemento: il termine, in questo caso, si riferisce dunque a persone che di propria volontà, a un certo punto della loro esistenza, hanno detto basta al lavoro e al luogo di residenza fisso e hanno deciso di vivere muovendosi sul territorio.

    Altro elemento chiave: quasi tutti (nei prossimi mesi vedremo diversi altri casi che stiamo contattando in questi giorni) hanno deciso volontariamente di ridurre al minimo i propri consumi voluttuari, di vivere dunque con poco, sia economicamente sia dal punto di vista degli oggetti che posseggono, in modo da potersi muovere leggeri e a bassissimo costo (basso tanto quasi è impossibile da credere) in ogni luogo che gli venga in mente di raggiungere.

    In cambio, tutti testimoniano, senza eccezione alcuna, di avere almeno due cose delle quali, una volta scoperte, giurano di non poter più fare a meno: tempo per se stessi e libertà (quasi) assoluta. Una delle frasi ricorrenti è la seguente: “in un anno abbiamo fatto esperienze emotive uguali a quelle che si fanno in venti anni”.

    Il punto, a quanto pare, è dunque “lasciare per avere”.

    Le due tipologie più diffuse, in quanto ai mezzi che i fulltimers scelgono per vivere “a tempo pieno” la propria libertà, sono i camper e le barche a vela. E se la natura dei fulltimers, gruppo disomogeneo di persone che hanno fatto questa scelta - ed è un fenomeno ormai mondiale - è estremamente diversa, così come le sostanze e i mezzi di sostentamento che possono utilizzare per vivere la propria vita, noi ci vogliamo concentrare su quella fascia che non nasce ricca, che non ha investimenti di sorta e tesori nascosti ma che, appunto, per condurre una vita di questo tipo ha accettato alcune rinunce fondamentali.

    Certo, esistono anche i fulltimers con i conti correnti alle Cayman, quelli che hanno aziende che girano a tutto gas, e che fanno gestire ad altri per prendersi solo i dividendi a fine anno e che vivono in camper da 250 mila euro o in barche a vela da 1 milione di dollari. Ma questi ultimi non ci interessano: scelta troppo facile, e ovviamente fuori dalla portata della maggior parte degli altri.

    Noi ci concentreremo invece su esperienze che, anche con differenze da caso a caso, sono potenzialmente in grado di essere replicate da chiunque sia inserito nel nostro modello di sviluppo da qualche decennio e voglia operare un cambiamento radicale. Un lavoratore della ex classe media italiana, per intenderci.

    Terra e mare, dunque.

    Iniziamo dalla terra e dall’esperienza di Pierluigi & Amelia (Galliano & Barbotti) che dal 2012 vivono in camper in giro per l’Europa (e a quanto pare, come ascolteremo nell’intervista in basso) anche in Africa. 

    Per avere ulteriori informazioni in merito alla loro esperienza, per conoscere i posti che hanno visitato e “come” li hanno visitati vi rimandiamo al loro bel sito che non fa altro che raccontare il Diario di Viaggio del Camper e del suo equipaggio. Il sito - Orme sul Mondo, qui - è pieno di consigli pratici per tutti i camperisti e i fulltimers ma è soprattutto una testimonianza diretta che ciò che raccontano è reale.

    Come introduzione non troviamo di meglio che citare le parole stesse che pubblicano, come fosse una quarta di copertina, sul loro sito.

    Mollare Tutto. Una Follia, forse. Noi lo abbiamo fatto. Abbiamo lasciato un lavoro sicuro e abbiamo deciso di dedicare più attimi alla nostra vita. Una scelta maturata nel tempo, con gli anni e con lunghe riflessioni. All'inizio sembra difficile, quasi impossibile. Bisogna pensarci bene, pianificare tutto al meglio. Vendere la propria casa, vendere o regalare molti dei propri beni. Le vostre collezioni di dischi o di fumetti. I vostri vestiti e magari le scarpe a cui tenete tanto; non c’è molto posto su un camper. Dire addio alla propria città, dove avete i vostri riferimenti: gli amici, i parenti, i colleghi di lavoro. Il vostro supermercato o il medico di fiducia. Dire addio a certe consuetudini: la partita di calcetto oppure l'aperitivo al bar o la serata al cinema. Salutare tutti e partire. Tornare magari ogni tanto per un abbraccio ai famigliari. Sembra facile ma, a pensarci bene, forse per molti non lo è.

    Pierluigi e Amelia sono una delle prove viventi che un altro tipo di vita è possibile. È solo uno, di questi tipi di vita, ma vale la pena andarlo a scoprire. 

    Di seguito, in audio qui sotto, l’intervista che ci ha concesso Pierluigi e, come detto, torneremo sul tema a settembre, magari stavolta tra le vele.

    Valerio Lo Monaco

    Qui l'intervista in audio

    martedì
    lug292014

    Rassegna stampa di ieri (27/07/2014)

    Politica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Scienza e Coscienza Olistica

    Storia e Controstoria

    lunedì
    lug282014

    Sud Sudan. Tre anni di sopravvivenza

    Il Sud Sudan è sull'orlo di un disastro umanitario. Lo Stato più giovane del mondo è infatti in balia del conflitto che contrappone, dallo scorso dicembre, il presidente Salva Kiir, di etnia Dinka, e il suo vice Riek Machar, di etnia Nuer. Oltre diecimila morti e un milione e mezzo di profughi. 

    La guerra non si è fermata neanche nel giorno dell’anniversario d’indipendenza, il 9 luglio scorso. Il suo spettro era ben presente. Nonostante non ci siano stati combattimenti, le bandierine a festa e il tema scelto per la giornata “Sud Sudan, una nazione, un popolo” non hanno cancellato sei mesi di conflitto. A tre anni dall'indipendenza il popolo sudanese non è integro e sereno, ma provato e disseminato nel Paese. 

    A poco sono serviti gli accordi di pace firmati il 9 maggio scorso. Le ostilità non sono cessate e la pace appare sempre più lontana. Nel fine settimana scorso, oltre 60 soldati sono stati uccisi nel corso di combattimenti con colonne di disertori  nello Stato di Northern Bahr el Ghazal, una regione del Sud Sudan non lontana dal confine con il Sudan.

    L’applicazione dell’intesa resta dunque difficile. L'esercito governativo controlla le principali città mentre la ribellione ha bloccato le attività petrolifere, privando così il governo di Juba della principale fonte di entrata. Attualmente le operazioni militari sono state sospese non perché il presidente Salva Kiir o Machar si stiano impegnando nel negoziato, ma perché avanzare nel fango non è fattibile. In poche parole, la stagione delle piogge è una garanzia più valida dell'accordo di cessate-il-fuoco, ma non per fermare il dramma della carestia che sta mettendo in ginocchio il Paese. Oltre 900.000 i bambini a rischio.

    Il governo di Juba sapeva da tempo che la carestia avrebbe messo a rischio la vita di migliaia di persone. Ma si è fatto poco per arginare il fenomeno. La comunità internazionale non è stata da meno. Oltre a lanciare allarmi o ad esprimere preoccupazione, poco o nulla ha fatto. 

    Ai primi di aprile, l'alto commissario Onu per i diritti umani, Navy Pillay, durante una visita ufficiale a Juba, si disse  «inorridita» dalla indifferenza del presidente Kiir e del suo ex vice Machar: « La prospettiva di infliggere la fame e la malnutrizione su larga scala a centinaia di migliaia di loro concittadini non sembra toccarli in modo particolare». 

    In quell'occasione, il rappresentante dell'Onu denunciò che oltre 9.000 bambini combattevano tra le file dei due schieramenti in campo. Una notizia che suscitò indignazione e orrore, come se fosse una novità. È doveroso soffermarsi un attimo per capire la questione dei bambini-soldati senza cadere nella banalità o strumentalizzarla per “lucri” umanitari.

    Dai tempi dei tempi, i bambini-soldato sono le vittime per eccellenza delle guerre che infiammano il continente nero. Chi non ha mai visto nei telegiornali o nelle campagne pubblicitarie delle organizzazioni umanitarie le foto dei ragazzi che imbracciano un kalashnikov più grande di loro? Sono la faccia sporca dei conflitti africani, che la stampa è solita definire “etnici”, rimandando a un immaginario di primitività e barbarie. Ancora oggi, scrive Luca Jourdan nel suo libro Altre adolescenze. I bambini soldati in Africa, questa rappresentazione è il «filtro con cui l'Occidente guarda l'Africa», ovvero: è qui nel continente nero «che si combattono guerre disumane e irrazionali, le cosiddette guerre sporche», mentre gli eserciti occidentali, «puliti e tecnologici, combattono guerre umanitarie per dispensare pace e democrazia». Eppure la realtà è ben lontana da queste interpretazioni stereotipate e banali. È vero che il ricorso dei bambini-soldato è molto diffuso. Negli ultimi anni sono stati impiegati nei conflitti in Angola, Burundi, Costa d'Avorio, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Guinea, Liberia, Ruanda, Sierra Leone, Somalia e Uganda. I bambini-soldato possono fare le spie, portare la droga e trafficare i diamanti. 

    Tuttavia la comunità internazionale, che si scandalizza, ne è il primo responsabile. Chi vende le armi ai gruppi ribelli? La diffusione di armi leggere favorisce infatti l'arruolamento dei più piccoli. L'iniziazione alla vita militare avviene in modo brusco e macabro. Il più delle volte, le nuove reclute sono costrette a uccidere o torturare un membro della propria famiglia, trasformando il bambino in una macchina da guerra. Nella gran parte dei casi sono drogati dai soldati che li hanno levati alle loro famiglie con brutalità e talvolta con adulazione e lusinghe.  Nel libro Orrori,  Aldo Forbice racconta diversi casi di bambini-soldato. «Un ragazzo tentò di scappare, ma fu preso (…)Le sue mani furono legate, poi essi costrinsero noi, i nuovi prigionieri, a ucciderlo con un bastone. Io mi sentivo male conoscevo quel ragazzo da prima, eravamo dello stesso villaggio. Io mi rifiutavo di ucciderlo, ma essi mi dissero che mi avrebbero sparato. Puntarono un fucile contro di me, così io lo feci. Il ragazzo mi chiedeva: perché mi fai questo? Io rispondevo che non avevo scelta. Io sogno ancora quel ragazzo del mio villaggio, che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni, egli mi parla e mi dice che l’ho ucciso per niente, e io grido»,  racconta una ragazza di 16 anni rapita dal Lra, il gruppo ribelle del famigerato Joseph Kony, in Uganda. 

    Non sempre il reclutamento avviene in modo violento. Spesso avviene in maniera del tutto volontaria. Come mai? Il vuoto dello Stato, la mancanza di istruzione, la violenza diffusa e l'estrema povertà in cui vivono gran parte delle famiglie africane fanno sì che molti bambini non abbiano molte alternative al mestiere di soldato. Un kalashnikov dà cibo, vestiti e soldi.

    Non si può guardare l'Africa con gli occhi occidentali. Nel continente nero la distinzione fra infanzia e mondo adulto non ricalca la nostra. Nelle aree rurali e povere è normale che i bambini lavorino nei campi o nelle miniere e che si occupino delle faccende domestiche. Cosa impossibile nella nostra società, dove, in seguito alla rivoluzione industriale, l'infanzia del bambino è tutelata. Giusto o sbagliato? Ai posteri l'ardua sentenza.

    Il fenomeno dei bambini-soldati non è l'unico crimine che si consuma in Sud Sudan. 

    L'elenco delle violazioni dei diritti umani è lungo. Tra questi lo stupro su donne e bambine usato come arma di guerra. «L'incitamento all'odio» e le «uccisioni per motivi etnici» in Sud Sudan fanno temere che «questo conflitto sfoci in una grave spirale di violenza fuori controllo», ha denunciato il consigliere speciale dell'Onu per la prevenzione dei genocidi, Adama Dieng. Pertanto, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, «farà in modo che ciò che è successo in Ruanda non accadrà mai più su questo continente». 

    Nel conflitto corrente, la diversa appartenenza etnica è stata utilizzata senza scrupoli da alcuni politici per i loro fini ed interessi. Nelle guerre “etniche”, i combattenti diventano folli e violenti: chi non appartiene alla propria tribù, al proprio gruppo etnico, deve essere eliminato. Non c'è distinzione tra bambini, donne o vecchi. Sono tutti colpevoli di appartenere all'etnia sbagliata. 

    La situazione umanitaria è dunque drammatica. In particolare, a farne le spese sono i bambini. «Cinquantamila bambini potrebbero morire quest'anno se non ricevono assistenza», ha detto il responsabile per gli aiuti dell'Unicef, Toby Lanzer, che ha annunciato il lancio di un piano per soccorrere 3,8 milioni di persone «colpite dalla fame, dalle violenze e dalle malattie». «Anche se è in vigore uno stop delle ostilità, i combattimenti e lo sfollamento hanno già coinvolto milioni di persone - ha spiegato Lanzer - Con l'arrivo della stagione delle piogge la situazione è peggiorata, le persone vivono letteralmente nel fango». Inoltre un'epidemia «di colera è esplosa, la malaria è dilagante e molti bambini sono malnutriti. Milioni di persone necessitano di assistenza sanitaria, cibo, acqua pulita, strutture igieniche adeguate e rifugi ». 

    Come si è arrivati a questo punto? Di certo, gli scontri tra governo e ribelli hanno aggravato la situazione. Da dicembre, oltre un milione e mezzo di persone sono state costrette a lasciare le proprie case e molti non hanno potuto seminare né raccogliere la produzione di cereali e altre sementi.

    Ma non è solo colpa della guerra. Sono le politiche adottate dal governo ad avere avuto il loro peso. In Sud Sudan, c'è una corsa all'accaparramento delle terre che impoverisce l'agricoltura del Paese. Si tratta del cosiddetto fenomeno “land grabbing”. È infatti molto semplice ed economico per gli investitori stranieri ottenere in concessione per 99 anni immensi appezzamenti di terra per l'agri-business. Le terre più fertili vengono affittate o addirittura regalate. Un paradosso se si pensa che ora i sud sudanesi stanno morendo di fame.

    Il governo ha puntato tutto sul petrolio e poco sull'agricoltura, concentrandosi esclusivamente sulle diatribe con il Sudan per la spartizione dei giacimenti petroliferi. E oggi si raccoglie quello che si è seminato: a distanza di tre anni non è ancora indipendente dal suo vicino di casa, in quanto non dispone degli oleodotti per trasportare il greggio e non ha lo sbocco sul mare. Dall'altra, non possiede neppure terre coltivate per fronteggiare la carestia.

    C'è dunque la percezione che il Sud Sudan sia nato prematuramente. Non c'erano infatti le condizioni per la sua creazione. Ma l'Occidente, guidato dagli Stati Uniti, ha premuto per la secessione. Il motivo è alla luce del sole. Gli Usa volevano mettere le mani sulle risorse del Paese e isolare il Sudan del presidente Omar Hassan al Bashir, che aveva espulso le compagnie statunitensi del petrolio, facendo affari in esclusiva con la Cina. 

    Il Sudan è il quarto più importante fornitore di greggio della Repubblica Popolare Cinese. Washington, che controlla già gli oleodotti del Ciad e dell'Uganda, ha cercato più volte di prendere il posto di Pechino attraverso alleanze militari con gli Stati di frontiera (Uganda, Ciad e Etiopia), armando la guerriglia del sud, infliggendo sanzioni economiche dal 1977 e addirittura bombardando nel 1988 l'unica impresa farmaceutica del Paese.

    In Sud Sudan si è dunque giocata, e si gioca ancora, l'ennesima partita tra Usa e Cina, in competizione per l'influenza sul continente nero. A livello economico Pechino è in vantaggio, Washington arranca e cerca di oltrepassare l'avversario con sgambetti e quant'altro. In particolare, facendo forza sulla sua supremazia militare.

    Una rivalità che non aiuta il Sud Sudan e l'Africa in generale. L'impressione è che non ci sia a livello internazionale la volontà di risolvere la crisi. Di riflesso, manca la risolutezza e l'impegno da parte del presidente Kiir e del suo avversario Mashar di sedersi intorno ad un tavolo e di discutere. Ognuna delle parti rimane in attesa di un primo passo che per ora non c'è stato. Si è addirittura pensato di trasformare la Repubblica del Sud Sudan in una Federazione di Stati in cui il governo centrale manterrebbe il controllo di finanza, difesa, sicurezza, giustizia e affari esteri, mentre i vari Stati gestirebbero le risorse naturali e l'amministrazione pubblica. La proposta è stata pronunciata dallo Stato dell'Equatoria.

    Nulla di fatto. L'ex vice presidente Mashar si è detto d'accordo a patto che Salva Kiir non si ripresenti alle elezioni del 2015. Il nuovo vice presidente James Wani Igga si è invece opposto: « Il Sud Sudan corre il rischio di essere suddiviso in Stati tribali con un aumento di conflittualità e di insicurezza. Il costo per mantenere una simile struttura sarebbe troppo alto». Il governo di Juba si oppone per un motivo molto semplice: si troverebbe in balia del 40% offerto dagli Stati federati proprietari dei giacimenti petroliferi. 

    Francesca Dessì
    venerdì
    lug252014

    Il Fondo Monetario gela Renzi. E ora?

    La situazione economica dell'Italia è a dir poco tragica. E le prospettive che si possa avere una inversione di tendenza sono pari a zero. Le stime del Fondo monetario internazionale sono, in tal senso, molto significative. In appena due mesi, il Fmi ha infatti abbassato allo 0,3% le stime di crescita della nostra economia. In aprile le stime parlavano di un più 0,6%. 

    Si tratta di un autentico crollo determinato sia dal concomitante rallentamento dell'economia globale (un aumento stimato del 3,4% annuo invece di un 3,7%) sia dallo scarso peso attribuito alle misure finora adottate dal governo in carica. 

    Renzi e Padoan speravano che una crescita globale forte avrebbe funzionato da traino per la nostra, offrendo un po' di respiro alle aziende nazionali. In particolare quelle che, esportando, sono ben posizionate sui mercati asiatici. Il Fondo monetario però non ha ancora visto la “novità” rappresentata da Renzi. D'accordo che non sono passati nemmeno sei mesi di esercizio ma i dati del debito pubblico sono lì a certificare che la famosa o famigerata “spending review”, la revisione della spesa, con la quale pure Monti e Letta si erano sciacquati la bocca, resta soltanto un termine senza alcuna conseguenza pratica. 

    Il debito pubblico continua infatti ad aumentare ed anche un profano di economia comprenderebbe che lo Stato centrale e le amministrazioni locali non sono più in grado di tenere sotto controllo la dinamica della spesa pubblica. E nemmeno lo vogliono.

    Il “suggerimento” inoltrato dal Fmi a Renzi e Padoan di effettuare un prelievo forzoso del 10% sui conti correnti come primo passo per coprire in parte il debito pubblico, che è ormai al 135% del Pil, non rappresenta certo una novità. Non è la prima volta che l'organismo usuraio di Washington ne parla. È stato già fatto in Grecia perché non si dovrebbe fare in Italia? In tal modo, spiegano i tecnocrati di oltre Atlantico, si ridurrebbe il debito, i tassi di interessi calerebbero e le imprese avrebbero migliori condizioni di credito da parte delle banche e potrebbero investire e trainare la ripresa. 

    Una posizione che coincide con quella della Bce guidata dall'ex Goldman Sachs, Mario Draghi. Una posizione che in realtà è totalmente falsa perché è sicuramente vero che da parecchi mesi i tassi di interesse “virtuali” (quelli che dovrebbero risentire dello 0,25% praticato dalla Bce) sono bassi. Ma è ugualmente vero che le banche italiane si guardano bene dal finanziare l'economia “reale”, quella delle piccole e medie imprese, preferendo finanziare i grandi gruppi, Fiat in testa, che non possono fallire. O in alternativa decidendo di comprare titoli di Stato che garantiscono entrate sicure e costanti e la restituzione del capitale. 

    Il Fmi queste cose si guarda bene dal ricordarle perché Christine Lagarde appartiene allo stesso mondo in cui è cresciuto Mario Draghi. I loro punti di riferimento sono infatti gli stessi e nessuno dei due si sognerebbe di mettere sotto accusa il fenomeno della finanziarizzazione dell'economia grazie al quale, negli ultimi anni, si è attuato un trasferimento di ricchezza reale dai cittadini e dalle imprese a tutto favore delle banche e dei fondi di investimento privati anglo-americani. Anzi, la Lagarde, allo stesso modo del capo della Bce, parla di una politica monetaria “accomodante”. Aggettivo che vuol dire, in buona sostanza, più soldi alle banche, considerate il perno dell'intera sistema economico. 

    Le stime al ribasso fornite dal Fmi sono la solita lista che a leggerla fa venire il mal di testa. Resta però la realtà di una Italia di fatto ferma perché manca completamente una politica economica degna di questo nome e perché sta ulteriormente calando la fiducia in un futuro che appare più nero dell'oggi. Anche la Spagna ci supera di molto nelle sue prospettive (un + 1,2% quest'anno) mentre la Germania, pur rallentando, realizzerà quasi un 2% in più. 

    Al di là delle chiacchiere, dovremmo correre, almeno così sperano, auspicano e ripetono, ma non riusciamo nemmeno a camminare.

    Irene Sabeni 
    giovedì
    lug242014

    Il momento è propizio, per radere al suolo "il lavoro"

    L'Europa economica, vedremo, adesso sarà costretta a muoversi sul serio. La Commissione europea e la Banca Centrale Europea, a questo punto, non possono più tardare dal mettere sul tavolo ciò che hanno in mente di tirare fuori dal cappello a cilindro: i dati provenienti dall'economia tedesca sono allarmanti, e hanno validità per ben oltre la sola Germania.

    Che essa non potesse continuare a crescere indisturbata, e a esportare e un "resto dell'Europa" e a un "resto del mondo" che non ha più denaro neanche per comperare i prodotti made in Germany era cosa che prima o poi anche i più scettici avrebbero dovuto ammettere. Che la battuta di arresto arrivi proprio nel momento in cui da più parti si continua a ripetere che dopo le varie cure dimagranti imposte ai tanti Paesi si fosse iniziato a prendere la strada della ripresa ha però l'effetto di un fulmine a ciel sereno.

    Dunque la Germania ristagna. Figuriamoci come sono messi "gli altri". Dell'Italia, nel particolare, è persino superfluo ormai quasi continuare a dire: i dati relativi al debito pubblico e al rapporto con il Pil sono eloquenti. E i vari annunci fatti in merito agli zero virgola di crescita ripetuti sempre in modo così presuntuoso sino a qualche mese addietro - per intenderci, in "zona insediamento Renzi" - stanno lasciando il posto alla più classica pletora di aggiornamenti in peggio. Sino al ridicolo 0,3% di questi ultimi giorni, che ovviamente sarà soggetto a ulteriori ritocchi (facile immaginare al ribasso) da qui alla fine dell'anno. Tutti gli errori sulle previsioni fatte negli ultimi cinque anni naturalmente non impediscono ai vari governi, e l'ultimo in carica non fa eccezione, di fare ulteriori previsioni roboanti per i 2015. Per l'anno prossimo, dunque, in cui è previsto un Pil di addirittura l’1,5%. In base a quale evento non è dato sapere. Per quanto riguarda questo, di anno, e soprattutto i mesi che abbiamo davanti, sarà invece il momento di vedere appunto "le carte" (metafora quanto mai azzeccata) attraverso le quali dai piani alti si penserà di poter far ripartire la situazione.

    Beninteso, non vi è alcuna correlazione diretta, come invece tentano da sempre di convincerci, tra lo stato dell'economia reale e i vari valori di spread dei Paesi: basti su tutti il valore di spread attuale dell'Italia, ben sotto i 200 punti, nel momento in cui dal lato dei conti pubblici il nostro Paese si trova in situazione ben peggiore di quanto non fosse invece al momento in cui lo spread veleggiava oltre i 500 punti con l'obiettivo, ormai praticamente dimostrato, di far cadere l'allora governo in carica onde permettere, attraverso il golpe Napolitano, l'insediamento di Mario Monti prima e di Enrico Letta poi sino a Renzi. Tutti personaggi, certamente i primi due in modo diretto ma anche il terzo in virtù della sua spendibilità alla causa, molto ben visti dagli ambienti della speculazione finanziaria internazionale. 

    L'Italia rasa al suolo dagli inviati del Bilderberg, ad ogni modo, non si è affatto ripresa. E siccome il "lavoro" necessario alla sua definitiva capitolazione sociale deve essere terminato, una nuova ondata di crisi, questa volta comprendente anche la Germania, servirà alla bisogna.

    All'orizzonte ci sono due cose sopra ogni altra. Da una parte le "misure non convenzionali" tanto e sempre sbandierate dalla BCE e ora in prossimità di essere sul serio rese pubbliche e adoperate. Dall'altra parte il denaro che Juncker ha promesso di stanziare a livello europeo. Questa pioggia di liquidità, però, non arriverà gratis, o quanto menò sarà di certo più costosa di quella messa in atto per anni dalla Federal Reserve per gli Stati Uniti. Ma se mentre per quanto attiene alla Banca Centrale Europea il tutto si risolverà facilmente a favore delle Banche così come è sempre avvenuto (e in ogni caso ne sviscereremo i dettagli non appena se ne saprà di più) per quanto riguarda i Paesi sottomessi alla Commissione Europea si tratterà di cedere su un punto fondamentale che sino a ora non è stato del tutto consegnato in mano ai padroni del vapore. Per ricevere il denaro si dovrà accettare la "riforma" delle "riforme", quella di cui si parla spesso senza entrare nei dettagli, quella applicata a macchia di leopardo in tanti luoghi d'Europa eppure mai imposta sul serio come invece "i padroni" auspicano.

    È il momento di farla passare, adesso. Proprio per mezzo della nuova ondata di crisi ormai piombata sul vecchio continente - che questo stop della Germania non è altro che lo squillo di tromba. Si tratta della riforma europea sul "mercato" del lavoro. 

    In Italia Renzi è l'uomo giusto per farla passare, quasi senza che gli italiani se ne accorgano. 

    E ovviamente in cambio dell'ennesima illusione, che questa volta non sarà solo opera del Presidente del Consiglio, ma verrà corroborata, appunto, anche dai piani alti d'Europa.

    Nello specifico del nostro Paese, la cosa prenderà le sembianze della flessibilità sui conti, ovvero della possibilità di sforare i parametri di rapporto tra deficit e Pil. L’Europa è costretta a rivedere tali parametri: praticamente nessun Paese potrà rispettarli, vista la situazione, e dunque per poter andare avanti dando la parvenza che tutto può continuare senza crollare del tutto, tali parametri saranno allargati. Ciò che sino a ieri era impossibile anche solo pronunciare ora verrà palesato come possibile, anzi, indispensabile.

    Naturalmente tale concessione non sarà indolore, ma verrà anzi messa in opera a patto che i Paesi svolgano alcuni compiti a casa molto precisi. Uno su tutti, come detto, il definitivo smantellamento delle tutele sul lavoro. Da noi la cosa offrirà il destro al governo per portare avanti lo scempio del Jobs Act promesso da Renzi a suo tempo. 

    In altre parole, pur di avere la concessione sulla revisione dei conti, cioè più margine, e più flessibilità sul rapporto deficit/Pil, l’Italia sarà costretta a varare l’unica riforma annunciata - o sarebbe meglio dire minacciata - dal governo in carica. Riforma venduta a tutti come indispensabile per far ripartire l’occupazione ma soprattutto vista con enorme favore da tutti gli attori internazionali della speculazione che pur di continuare a rastrellare sangue dalle vene dei cittadini coglieranno la palla al balzo per sprofondare nell’incertezza, nel lavoro sottopagato, non protetto né tutelato, milioni e milioni di persone.

    Il momento è adattissimo, adesso, per farla passare. Altrimenti l’Europa non ci concederà maggiore flessibilità e torneranno i fantasmi - ci diranno - della troika e del commissariamento…

    A meno di colpi d’orgoglio e di moti finalmente rivoluzionari, che non sono all’orizzonte, gli italiani accetteranno supini anche questo altro esproprio sulla propria pelle. 

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    lug232014

    Riforme: garantisce Napolitano…

    L’appuntamento in sé fa abbastanza ridere, e già dal nome: la “cerimonia del Ventaglio”.

    Un retaggio (un residuato) le cui origini risalgono alla fine dell’Ottocento e che appartiene alla categoria, odiosa, dei salamelecchi reciproci fra il potere politico e quello mediatico. L’ASP, l’Associazione Stampa Parlamentare, rende omaggio al presidente della Repubblica e a quelli della Camera e del Senato, regalando a ognuno di loro un ventaglio, congruamente decorato allo scopo di impreziosirlo e, quasi, di nobilitarlo. Inoltre, come se un’unica messinscena fosse troppo poco per soddisfare l’ansia di compiacersi gli uni con gli altri, la consegna non avviene simultaneamente, ma in tre occasioni distinte. Manco si trattasse di blandire tre bimbetti bizzosi, che esigono ciascuno una festicciola esclusiva.

    Così, in attesa degli appuntamenti successivi, si è cominciato col Capo dello Stato. Il quale, al di là delle chiacchiere di circostanza (vedi l’elogio alla suddetta «Stampa Parlamentare, antenna tra le più sensibili della vita politica e istituzionale nella sua evoluzione e nei suoi travagli»), non si è fatto sfuggire l’occasione per tirare un altro po’ d’acqua al solito mulino: quello dove si impastano, e si impapocchiano, le famigerate “riforme strutturali”. Che – a detta di Napolitano – sono state «da tempo individuate come necessarie per rendere più dinamici i nostri sistemi produttivi e istituzionali», nel segno di un approccio generale in cui «le riforme dell'assetto parlamentare, del processo legislativo, dei meccanismi decisionali pubblici, non sono meno importanti delle riforme del mercato del lavoro e della spesa pubblica».

    A chi legge con attenzione non dovrebbe sfuggire la pseudo logica, apparentemente oggettiva e viceversa completamente autoreferenziale, che fa da architrave a questa ennesima perorazione. Nel caso specifico, il trabocchetto si situa nel passaggio che definisce le riforme «da tempo individuate come necessarie». Ma «individuate» da chi? E «necessarie» per cosa, oltre che per quell’incremento di dinamismo che – anche volendo ammettere la sua efficacia ai fini di un significativo incremento del Pil, peraltro tutto da verificare – certamente non garantisce alcunché in termini di rilancio dell’occupazione e di riequilibrio nella distribuzione della ricchezza?

    Ancora una volta Napolitano, al pari dei suoi molti “compagni di riforme” (e di rinculo, per cui a ogni colpo, o colpetto, che esplodono si ritrovano proiettati all’indietro, su posizioni sempre meno di sinistra e sempre più liberiste), spaccia per pragmatismo quella che in realtà è solo acquiescenza nei confronti del modello economico dominante. Ribadito il dogma, o il “dogmino”, di fondo, ecco aggiungersi il monitoall’ordine che si lega all’attualità. Ed è palesemente destinato, benché senza citarlo in maniera esplicita, al M5S, che dopo il fallimento dello sciagurato tentativo di dialogo con Renzi è tornato a lanciare accuse di deriva oligarchica, giustamente ravvisata sia nell’Italicum che nello stravolgimento del Senato.

    L’intonazione è la solita, così come consueto è il richiamo alla soggezione. «Rivolgo un pacato e fermo appello a superare un'estremizzazione dei contrasti, un'esasperazione ingiusta e rischiosa - anche sul piano del linguaggio - nella legittima espressione del dissenso. E per serietà e senso della misura nei messaggi che dal Parlamento si proiettano verso i cittadini, non si agitino spettri di insidie e macchinazioni autoritarie. Né si miri a determinare in questo modo un nuovo nulla di fatto in materia di revisioni costituzionali».

    Ci mancherebbe. Non solo bisogna lasciarli fare, mentre ci spingono giù per la china del fatalismo liberista, ma ci si deve anche astenere da qualsivoglia critica. Rassicurati per l’eternità dal fervore di Renzi, dall’aplomb di Draghi, dalla fissità dello stesso Napolitano.

    Ci mancherebbe. Come no?

    Federico Zamboni
    mercoledì
    lug232014

    Rassegna stampa di ieri (22/07/2014)

    olitica e Informazione

    Ecologia e Localismo

    Economia e Decrescita

    Internazionale, Conflitti e Autodeterminazione

    Cultura, Filosofia e Spiritualità

    Storia e Controstoria

    martedì
    lug222014

    Il Mondo cambia, ma i media non se ne accorgono

    Il livello del personale politico che ha diretto negli ultimi decenni quello che si suole definire “l’Occidente”, è di infimo grado. Una vera combriccola di incapaci, senza cultura storica e senza attitudine a ragionare in grande.

    Negli anni Novanta del secolo scorso era già evidente che il modello cinese, l’economia di mercato gestita dalla dittatura del partito unico, si imponeva come la maggiore minaccia all’egemonia dell’Impero marittimo anglo-americano.

    La Russia era appena uscita dalla disintegrazione dell’URSS con un carico di risentimenti, velleità di rivincita, ma anche desiderio di entrare a far parte del blocco occidentale a pieno titolo e non come vassallo sconfitto.

    Un ceto politico accorto e con un minimo di cultura storica, avrebbe teso la mano alla Russia occidentalizzante, l’avrebbe cooptata nel blocco atlantico, e la Cina sarebbe rimasta chiusa nel suo angolo.

    Invece il potere atlantico ha sottoposto la Russia a una serie di umiliazioni, stringendola in una morsa, estendendo la NATO sempre più a est, verso le repubbliche ex sovietiche che con buone ragioni storiche la Russia considera appartenenti alla sua sfera di influenza, aggredendo la Serbia amica della Russia, provocando ribellioni in Georgia e ora in Ucraina. Come risultato di tanta stoltezza, russi e cinesi, pur divisi da una serie di interessi contrastanti, sono stati letteralmente spinti gli uni nelle braccia degli altri.

    Si è così costituita una formidabile alleanza continentale, un blocco russo-cinese che per dimensioni territoriali, risorse economiche, popolazione, potenza armata, possibilità di agire per linee interne in caso di guerra, appare imbattibile.

    Il consolidamento di un raggruppamento, quello dei BRICS, che per ora ha soltanto una configurazione economico-commerciale ma ha in sé potenzialità di alleanza politica e di attrazione verso altri Paesi importanti, quali l’Iran, il Venezuela, l’Argentina, costituisce una svolta storica di immenso rilievo. La decisione di istituire una Banca comune che permetta grandi investimenti e regoli gli scambi fra gli Stati che aderiscono al BRICS, è la novità che sconvolge tutto il quadro internazionale. Nasce un’istituzione finanziaria in diretta concorrenza col FMI e in una prospettiva di attacco al dollaro, vale a dire al cuore pulsante del dominio imperiale atlantico.

    Il mondo che va delineandosi in questo 2014 è completamente diverso da quello di 10 anni fa. Allora le armate di un Impero che sembrava onnipotente avevano invaso l’Iraq dopo averne distrutto l’esercito in pochi giorni e dopo campagne brevi e irresistibili che avevano piegato prima la Serbia e successivamente i talebani afghani, nel timoroso silenzio del resto del mondo incapace della minima opposizione. La globalizzazione celebrava i suoi trionfi, il pensiero unico del Mercato Universale sembrava la fine della storia. Il Presidente degli USA era il Presidente del mondo.

    Oggi, si costituisce un blocco formidabile alternativo a quello finora dominante. Mentre la NATO si estende all’est europeo, l’America latina, il cortile di casa degli USA, sfugge al controllo dell’Impero e riceve trionfalmente i capi della Russia e della Cina. Le armate della NATO si apprestano a sgomberare un Afghanistan mai piegato, l’Iraq coi suoi imprevisti sviluppi politici e militari è la prova più chiara di come costosissime guerre super tecnologiche siano servite solo a scardinare le finanze della maggiore potenza del mondo, a parte l’utilità marginale che ne ha ricavato Israele, con la distruzione dell’unità nazionale di Stati ostili ai suoi confini. E l’Occidente si involve nel turbine di una crisi finanziaria, economica, sociale, spirituale, che oscura i fasti della globalizzazione.

    L’implosione dell’URSS aveva offerto all’Occidente l’occasione di un predominio almeno secolare. La stupidità del suo ceto dirigente ha dissipato quel patrimonio nel giro di venti anni, creando le premesse per un’altra guerra mondiale dall’esito incerto.

    I cosiddetti complottisti che credono nell’esistenza di centrali occulte e semi-onnipotenti, si tranquillizzino: se quei poteri esistono, sono un branco di incapaci.

    Intanto, nella nostra italietta verifichiamo la conferma di un fenomeno non nuovo: nel periodo della dissoluzione di un sistema, i media autoreferenziali procedono su una via che ignora la realtà. Si dedicano due parole distratte alla fondazione della Banca dei BRICS, mentre si decidono programmi speciali di intere serate televisive per discutere dei processi di Berlusconi e di Ruby rubacuori.

    Uno stupore catatonico coglierà moltitudini indementite, quando la dura concretezza del reale irromperà a travolgere i fondali di cartapesta tirati su in fretta dagli imbonitori del nulla.

    Luciano Fuschini
    lunedì
    lug212014

    L'Europa dovrebbe cacciarci a pedate

    lunedì
    lug212014

    Debito pubblico senza freni. E la manovra è già pronta

    Il debito pubblico continua ad aumentare. Secondo i dati della Banca d'Italia, in maggio è aumentato di 20 miliardi salendo al tetto massimo “storico” di 2.166,3 miliardi. La conclusione che se ne deve trarre è che il governo Renzi, allo stesso modo di quelli di Berlusconi, Monti e Letta, giusto per citare gli ultimi della serie, non è stato in grado di controllare la dinamica della spesa pubblica. 

    Alla faccia della spending review, in italiano la revisione della spesa. Lo stesso vale per le amministrazioni locali che se ne infischiano allegramente di fare economie, tanto i soldi che scialacquano non sono i loro. 

    C'è un aspetto inquietante che aleggia intorno all'entità del debito pubblico ed è la sua incidenza sul Prodotto interno lordo. Uno corre a vedere il sito di quotidiani come Corriere della Sera e Repubblica, tanto per citare i più diffusi, e lo stesso succede il giorno dopo sull'edizione cartacea, e non trova alcuna traccia di questo dato. Niente di niente. Ogni mese si parla dell'aumento del debito in termini quantitativi ma ci si guarda bene dal rendere noto se siamo saliti al 134% o al 135% sul Pil. È come se i giornali dei cosiddetti poteri forti, gruppi finanziari e bancari, grande industria e dintorni, non volessero evidenziare il totale fallimento degli ultimi governi e la loro totale incapacità nell'affrontare la recessione in corso. La quale, in conseguenza del crollo delle entrate fiscali e contributive, non può che peggiorare il livello sia del debito che del disavanzo. Per sapere come stanno le cose, si è obbligati a calcolarselo in proprio, dopo essersi muniti dell'ultimo bollettino mensile di Via Nazionale. O, in alternativa, cercare qualche sito indipendente che riporta quella percentuale che rappresenta l'autentico indicatore della scarsa salute dell'economia del nostro Paese. 

    A fine anno esso era infatti al 132,6% per 2.066 miliardi. Fatti un po' di conti, siamo sopra il 135%. Eppure nessun quotidiano di regime, come detto, tira fuori questi numeri. La sensazione, o il sospetto, è che le banche, azioniste dei quotidiani e loro creditrici, e legate strettamente al Partito Democratico in virtù degli interessi locali rappresentati dalle fondazioni, e legate alla Bce di Draghi per la montagna di soldi ricevuti in prestito, abbiano imposto una sorta di silenzio stampa per non allarmare troppo i piccoli risparmiatori che ancora credono nella convenienza dell'idea di investire nei titoli di Stato. In primo luogo i Btp decennali che, in rapporto al rendimento (interessi al netto dell'inflazione) rispetto ai confratelli Bund tedeschi, determinano l'entità dello spread. Uno spread che in questa fase, grazie all'acquisto di titoli pubblici fatto dall'Esm (il fondo salva Stati) e dalla Bce, resta basso e venerdì 18 luglio si è stabilizzato a 164 punti. Una bonaccia finanziaria che non riflette i cosiddetti “fondamentali” dell'economia (i cittadini sono sempre più poveri e le imprese chiudono una dopo l'altra) né tanto meno il reale giudizio dei mercati finanziari sulla solvibilità futura dei Btp. Un giudizio negativo che ci avrebbe dovuto portare da tempo a vivere gli stessi scenari della Grecia. L'impresentabile Berlusconi cadde infatti nel novembre 2011 quando il debito era al 120,1% e lo spread a 570. Oggi il debito al 135% non preoccupa minimamente Renzi e il suo degno compare Padoan. E questo testimonia che c'è qualcosa che non va nella logica che muove le vicende del nostro Paese. Una logica che, al contrario, è perfettamente chiara per coloro che gestiscono direttamente il potere reale globale, quello finanziario, e che, per interposta persona, guidano il governo italiano che è una loro agenzia di affari. 

    Il punto è che per tutti i soggetti economico-finanziari e politici mondiali, l'Italia non deve fallire. Non siamo la Grecia e il nostro crac provocherebbe un terremoto dalle conseguenze catastrofiche. Il ministro tedesco dell'Economia, Wolfgang Schauble, ha concesso fiducia a Renzi, sostenendo che la Germania e l'Europa (insomma la Commissione) si aspettano che l'Italia faccia le riforme “strutturali”. Il lavoro deve essere più precario e flessibile così le imprese assumeranno sapendo di poter licenziare. Soprattutto, i crucchi hanno fatto sapere a Renzi che in autunno ci sarà bisogno di una manovra “correttiva” per 24 miliardi di euro. Giusto per tamponare qualche buco di bilancio. Ma poi, siccome le famiglie italiane sono più ricche di quelle tedesche, un punto che lo stesso Renzi ha più volte ricordato, ecco che i tedeschi si stanno orientando a chiederci una misura che è già stata attuata in Grecia e che è stata chiesta, per l'Italia, in un documento riservato anche dal Fondo monetario internazionale. Un prelievo forzoso (del 10-15%) sui conti correnti bancari di importi superiori a 100 mila euro con il fine di ridurre il debito pubblico. 

    Così con politici criminali che continuano a saccheggiare le risorse pubbliche, a pagare, come sempre, saranno chiamati i cittadini che si illudevano di avere messo da parte un po' di risparmi per la vecchiaia. 

    Irene Sabeni
    giovedì
    lug172014

    Padoan, se questo è un Ministro…

    Quanto avvenuto stamane al Parlamento ha dell’inaudito. E (almeno) nel corso dei telegiornali di mezza giornata pare che nessuno lo abbia notato con la dovuta sottolineatura.

    Il Ministro del Tesoro, nel corso di una audizione ufficiale e nel pieno del merito del suo ambito preciso di competenza, di fronte alla sacrosanta domanda riguardo una possibile nuova manovra correttiva dei conti economici in Italia della quale si inizia a parlare con una certa insistenza, si è trincerato dietro un semplice - e semplicistico - «no comment»

    In altre parole non ha voluto rispondere a una domanda su un argomento di sua diretta competenza. Come fosse un cittadino qualsiasi al quale magari viene rivolta una domanda sulla propria sfera personale, Padoan ritiene di non dover commentare su un argomento che è invece non solo di dominio pubblico ma, ribadiamo, di sua diretta pertinenza. C’è di che basta per chiedere a forza le sue dimissioni immediate. Ministro del governo in carica, e in dipendenza diretta, di fatto, di ogni italiano, ha dunque rifiutato di svolgere la sua funzione, e non in un dibattito televisivo, non in una intervista rubata in mezzo alla strada, ma dentro a un luogo istituzionale.

    Beninteso, i motivi per il suo recalcitrare di fronte a un argomento del genere ci sono tutti: dichiarare oggi che è già allo studio una misura correttiva per tentare (vanamente) di riequilibrare i conti pubblici in ulteriore caduta libera sarebbe stato un fulmine a ciel sereno. Ove “ciel sereno” è ovviamente solo quello presente sulle teste degli ingenui che tale possibilità non reputano veramente probabile.

    Come sappiamo, tutti i dati - tutti - relativi allo stato dell’economia nel nostro Paese vanno nella direzione (che era facile prevedere) di un peggioramento costante e inesorabile. Il nostro debito pubblico aumenta senza sosta, il dato di inflazione scende ulteriormente e l’economia pertanto non riparte. Il che significa che spendiamo sempre di più di quanto incassiamo, che non c’è denaro in giro e dunque la gente compera sempre meno, e che la spirale deflazionistica in corso non può che spingere ulteriormente in basso le possibilità di invertire la rotta ai fini di una ripresa dell’occupazione e dunque dei consumi, operazione vista tuttora come panacea di tutti i mali.

    Padoan ha sì dovuto ammettere che «non ci sono bacchette magiche» per far ripartire l’economia, e dunque si è trattato di una ammissione di impotenza, ma non è entrato nel merito di alcuna strategia del governo per tentare di agire su una situazione disastrosa. L’unica cosa di un certo rilievo partorita dal Ministro è stata quella relativa alla norma degli 80 euro di Renzi che, ha ribadito, «diventerà permanente». Notare, per favore, l’utilizzo del tempo futuro nella dichiarazione: come a confermare che ancora non lo è, permanente, e che ci si adopererà per farla diventare tale. In futuro…

    Naturalmente nessuno, a parte gli “ingenui” di cui sopra, ha pensato che tale manovra sarebbe stata quella adatta a far iniziare un cambiamento della situazione in Italia. Come sappiamo si è trattato di una mossa in perfetto “stile Renzi” per disinnescare i rischi che potevano derivare dalle elezioni europee (con risultato peraltro ottenuto) ma nulla più: premiare, e con poco, chi un lavoro lo ha già senza incidere minimamente sulla possibilità di ripresa dell’occupazione poteva essere unicamente una boutade elettorale simile, nei fatti, a quelle utilizzate dai partiti della Prima Repubblica dove nel più classico dei voti di scambio venivano date agli elettori le sole scarpe destre con la promessa di consegnargli le sinistre una volta il risultato nelle urne fosse stato ottenuto. 

    Allo stesso modo, non sarà sfuggito ai più e speriamo almeno ai nostri lettori, con il medesimo “stile Renzi” è stato dato l’annuncio, giorni addietro, che i dati relativi alla cassa integrazione iniziavano a essere in calo. Vero, per la precisione numerica. Ma ciò che si è evitato di dire in tale circostanza è che la cosa sta avvenendo non perché c’è meno bisogno di cassa integrazione quanto perché essa è arrivata a scadenza. Una volta esaurita anche quella in deroga non c’è più spazio per ottenerla, e dunque per gli ex cassa integrati si aprono - e ne avremo contezza a breve - le porte della disoccupazione.

    È evidente, insomma, che le cose stiano continuando ad andare nel verso che era facile prevedere ed è certo, pertanto, che una “manovra correttiva” è alle porte. Di qui il silenzio intollerabile di Padoan.

    A livello generale, dunque, e come viatico per il mese di Agosto alle porte, l’Italia sta continuando a sprofondare ed è facile aspettarsi che non appena tornati a temperature climatiche più fresche, se non proprio durante il solleone estivo, arriverà sulla testa degli italiani la ciliegina indigesta della manovra. Per come la si vorrà chiamare, e per come Renzi e i suoi tenteranno di farla digerire, si tratterà in ogni caso di un ulteriore prelievo dalle tasche di ognuno di noi.

    A livello europeo il problema è allo studio da tempo: si sa bene, da quelle parti, che la situazione non sta affatto migliorando e che è necessario fare delle operazioni per non far crollare definitivamente il tutto entro tempi brevi. 

    Lo avevamo ipotizzato su queste pagine già circa due anni addietro: si farà di tutto per perpetuare l’illusione. I 300 miliardi promessi dal neo eletto Juncker alla Commissione Europea, per rilanciare l’economia, sono uno di questi tentativi allo studio, così come l’ennesimo aiuto alle Banche promesso da Draghi non più tardi di due settimane addietro.

    Lo scenario è chiaro: i governi locali non sono in grado, se non con giochi di prestigio di occultamento temporaneo, di operare inversioni di tendenza rispetto al declino inesorabile, e a livello superiore si corre ai ripari cercando di fare, anche in Europa, né più né meno di quanto fatto in Usa sino a ora, cioè tipologie di quantitative easing mascherati, per via di “misure non convenzionali”, che non tarderanno a rendersi manifeste. 

    La situazione è peggiore adesso rispetto anche a due anni addietro. E qualche “trucco” è ancora possibile. Vedremo che non tarderanno a propinarlo e che lo berremo tutto d’un fiato, perché oramai lo stato di annientamento delle coscienze critiche (almeno di noi italiani) è talmente basso dal non rilevare neanche l’assurdità di un “no comment” da parte di un Ministro del nostro Stato. 

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    lug162014

    Gioventù e cieli azzurri. Se l'estate non è una stagione per vecchi

    mercoledì
    lug162014

    Rassegna stampa di ieri (14/07/2014)

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    martedì
    lug152014

    Putin "condona" i debiti di Cuba

    Putin ha fatto precedere il suo viaggio nell’America latina dalla notizia che la Russia cancella il 90% del debito cubano, impegnandosi inoltre a utilizzare il restante 10% per investimenti nell’economia dell’isola caraibica.

    I poteri politici e finanziari dell’Occidente mettono la sordina a una notizia come questa, che invece provoca approvazione incondizionata fra chi a questo Occidente si oppone.

    Benissimo, ma andiamoci piano con gli entusiasmi.

    Nel mondo della politica e delle relazioni internazionali nessuno regala senza contropartita. Non è il regno del dono disinteressato. La contropartita che Putin si attende è presumibilmente politica.

    Ciò che fa infuriare i russi è l’espansione progressiva della NATO attorno ai loro confini, dopo la dissoluzione dell’URSS e nonostante le assicurazioni che George Bush fece a Gorbaciov sulla non intenzione degli USA di approfittare della situazione per spingere la loro influenza e le loro basi militari sempre più a est.

    Visto l’accerchiamento di fatto che gli USA stanno completando verso i confini della Russia, per il governo di Mosca un’analoga sua manovra in America latina, il tradizionale “cortile di casa” degli yankee, sarebbe una formidabile carta da giocare in un’eventuale trattativa, merce di scambio per consentire un contemporaneo disimpegno di basi NATO in Europa orientale e delle eventuali basi russe nell’America centro-meridionale.

    Lo stesso calcolo provocò la crisi dei missili a Cuba nel 1962, la circostanza che fece correre al mondo la più seria minaccia di scontro nucleare di tutta la cosiddetta guerra fredda.

    Se la visita di Putin significasse anche questo, in contemporanea con la gravissima crisi ucraina, incomberebbe su tutti un pericolo reale e tremendo.

    Finalmente perfino l’allineatissimo Napolitano prende atto di quella minaccia di guerra generalizzata che tutti i media sembrano stolidamente ignorare.

    Con parole insolitamente chiare il nostro Presidente denuncia il fatto che l’UE si occupa solo di questioni economico-finanziarie, trascurando completamente uno scenario internazionale che si aggrava di giorno in giorno.

    Finalmente Napolitano nota, pur con la doverosa cautela del linguaggio diplomatico, che il dopo 11 Settembre 2001 è stato una lunga serie di errori e insuccessi.

    In Afghanistan dopo quasi 13 anni di guerra asimmetrica, dove la NATO ha potuto dispiegare una potenza di fuoco mille volte superiore a quella dei resistenti, i talebani occupano parti significative del territorio e si apprestano a dilagare nel Paese dopo il disimpegno della maggior parte delle truppe di occupazione.

    In Iraq si è installato un governo più amico dell’Iran che degli USA, mentre parte del territorio è praticamente uno Stato indipendente curdo, invìso alla Turchia alleata strategica degli USA, e un’altra parte è stata conquistata recentemente da quelle formazioni estremiste per distruggere le quali si era mossa la macchina da guerra americana, almeno secondo la propaganda di Bush figlio e dei suoi reggicoda.

    Libia e Siria sono in pieno caos, come tutta l’area delle “primavere arabe”, e nel cuore dell’Europa si combatte una guerra che potrebbe mettere NATO e Russia una di fronte all’altra.

    Sforziamoci per un attimo di dimenticare il ruolo nefasto recitato da Napolitano in alcune di quelle vicende e soprattutto nel caso libico, e apprezziamo che finalmente un uomo di Stato europeo inviti a riflettere su una politica internazionale disastrosa e sui pericoli che comporta.

    Chissà che dopo questa bacchettata che viene da fonte non sospetta, i talk show della nostra squallida TV non decidano di occuparsi anche di questioni di vitale importanza e non solo dell’appeal di Renzi nonostante il suo inglese maccheronico, del “cerchio magico” attorno a Berlusconi, della riforma del Senato, dell’andamento dello spread e di altre quisquilie (e “pinzillacchere”, avrebbe aggiunto l’immortale Totò).

    Luciano Fuschini
    lunedì
    lug142014

    Ribelle 59 - Giugno 2014

    Qui la raccolta degli articoli del mese di Giugno

    Versione Pdf

    Versione eBook

    lunedì
    lug142014

    Il Paese di merda? Quello che paragona B. a Tortora

    lunedì
    lug142014

    Palestina: il genocidio continua

    Che il popolo palestinese debba essere spazzato via dalla faccia della terra è elemento essenziale, per Israele, per poter continuare a perpetrare la sua stessa esistenza. Si tratta di una considerazione ovvia, ancorché politicamente scorretta e censurata su qualsiasi tipo di media, per il semplice motivo che un popolo privato della sua terra (i palestinesi), o prima o poi, se non in modo perenne, tornerebbe immancabilmente a pretenderne la resa.

    Naturalmente il linguaggio accettato da ogni organo di informazione e diffusione, così come dagli ambienti politici accreditati, evita accuratamente di prendere coscienza di questa realtà elementare proponendo interminabili discussioni e tavoli su un "processo di pace" che tra due contendenti con queste intenzioni non è possibile stipulare, se non in maniera temporanea.

    Qui non siamo in conflitto con le parole e i concetti e dunque procediamo in una rapida ed essenziale analisi su quanto sta accadendo. 

    Basterebbe prendere visione della immagine che pubblichiamo in calce a questo articolo (anche se non è aggiornatissima) per rendersi conto dell'operato reale e tangibile di Israele e per poter arrivare subito alle conclusioni. Ma non ce la giochiamo così facilmente. E partiamo con due cenni di storia, dunque con due "fatti", che si sottraggono per ciò stesso al campo delle "opinioni". Chi vuole opinare può continuare a farlo su ogni argomento, ma non sui fatti. Che non sono opinabili.

    In un articolo del 10 Febbraio 2009 scrivevamo: 

    La legittimità della creazione di uno Stato Ebraico sul territorio dell'antico “Erets Israel” (…) discende da due elementi ben precisi. Il primo di carattere religioso: rinvia a un passaggio della Bibbia (Gen. 15, 18-21). Il secondo di carattere storico: l’aver posto i palestinesi, nel 1948, di fronte al fatto compiuto.”

    (Qui il testo completo)

    E non troviamo parole migliori anche oggi, per descrivere storicamente quanto accaduto ed è all’origine di tutto quanto avvenuto in seguito sino a oggi.

    Dunque, lo Stato di Israele esiste e trova la sua legittimazione su, appunto, due fatti.

    Per quanto attiene al primo la cosa è molto più semplice di quanto sembri: vi si deve accordare attenzione e legittimazione così come la si deve a ogni altro tipo di narrativa di carattere religioso. Per il secondo punto, se possibile, l'analisi è ancora più sintetica: si tratta di una operazione operata con la forza del vincitore. Decisa a tavolino e imposta al mondo e soprattutto ai palestinesi mediante coercizione. Se così non fosse, Israele non sarebbe tuttora dotato dei più grandi arsenali militari (anche atomico) del mondo. Il "libero Stato di Israele" è di fatto un luogo ove i cittadini vivono rinchiusi come in un bunker e protetti dall'esercito: c'è dunque originariamente, e tuttora, il vizio colossale della sua istituzione mediante la forza. Nessun altro Paese al mondo deve al momento difendersi da rivendicazioni simili a quelle che riceve Israele.

    Tornando al punto principale, di cui poi i fatti di questi giorni non sono che l'ennesimo aggiornamento del medesimo copione, Israele, a riprese separate ma collegate a una unica strategia, e secondo convenienza del momento, prosegue dunque nel suo intento che unicamente chi è in malafede non può non vedere: l'estensione del suo dominio sul territorio, l'estensione del territorio stesso, e l'eliminazione di quanti più palestinesi sia possibile. Il tutto, in modo ancora più ovvio, con la motivazione ufficiale della sicurezza

    Ora, non si dà sicurezza, non si può dare, in ogni caso in cui vi sia una contesa del genere. Dunque da questo punto di vista Israele sta operando proprio al fine di ottenere l'unica situazione possibile per arrivare a tale sicurezza: la sparizione dalla faccia della terra di ogni singolo palestinese.

    Quelli che oggi vengono chiamati "territori occupati" (occupati ovviamente per le medesime ragioni di sicurezza...) sono territori che anche la spartizione a tavolino aveva lasciato agli originari proprietari, i palestinesi, e che ovviamente non verranno mai resi loro (che un territorio venga definito "occupato”, proprio in quanto non di proprietà, è considerazione persino superflua). Non solo: la continua espansione fisica dello Stato di Israele, la continua privazione che i palestinesi sostengono, di terre fertili, di terre con possibilità di accedere all’acqua, e di ettari di terra in senso lato, è esattamente l'elemento che a Israele stesso serve per continuare nel suo processo: ogni rivendicazione, ogni sussulto, ogni razzo, ogni tentativo di reazione del popolo palestinese - attenzione: in  reazione all'azione di espansione di Israele - viene utilizzato da quest'ultimo proprio per continuare nella sua opera di cancellazione territoriale e fisica della Palestina. Quella che è una sacrosanta reazione a una azione coercitiva viene utilizzata per una nuova azione, in una strategia bellica oliata alla perfezione dalla complicità degli Stati Uniti, dai suoi Paesi satelliti (Europa inclusa) e dalla ramificazione onnipresente delle rivendicazioni ebraiche all’interno del mondo dei media (basta scorrere i nomi dei grandi possessori dei network e del sistema bancario mondiale di cui sono megafoni per rendersene conto).

    Gli stessi vertici politici israeliani, che pure si appellano alla "comunità internazionale" ogni volta in cui dalla Palestina si erge un atto di reazione, viene del tutto messa da parte, e ne abbiamo avuto prova anche nelle ultime ore per voce dello stesso premier Netanyahu, quando invece è Israele che intende agire per la sua strategia di sempre. 

    Posto che il processo di pace è impossibile da portare avanti con le premesse storiche stesse sulle quali è nato Israele, tutto il resto del mondo, e ognuno di noi, deve interrogarsi unicamente su un quesito: operare mediante la forza in reazione all'azione di forza perpetrata da Israele oppure assistere inermi al completamento del genocidio del popolo palestinese. 

    Valerio Lo Monaco
    venerdì
    lug112014

    A cent'anni da Sarajevo i Balcani rischiano di ripiombare nel caos

    venerdì
    lug112014

    Draghi e le sue banche

    La Banca centrale europea continua a giocare con le parole per giustificare la propria politica monetaria orientata ad aiutare e a salvare le banche da se stesse. In primo luogo dalle proprie speculazioni. Il sistema finanziario resta infatti centrale per Mario Draghi che, purtroppo per noi europei, continua ad esserne il presidente. E continua a presentare la crisi in corso come indipendente dalle scelte sciagurate e criminose finora fatte dall'istituto di Francoforte. 

    Tanto per dirne una, il non aver vincolato i giganteschi prestiti fatti alle banche europee al loro utilizzo in favore delle imprese e dei cittadini. Soldi che invece sono stati utilizzati per ricostruire il proprio patrimonio. Per l'economia reale, come abbiamo visto, niente. 

    Così, planando sullo scacchiere internazionale, l'ex vicepresidente di Goldman Sachs, una delle banche più impegnate a speculare sempre ed ovunque, la banca che lo ha formato, ha sostenuto che «i rischi geopolitici e gli andamenti nei Paesi emergenti e nei mercati finanziari mondiali potrebbero essere in grado di influenzare negativamente le condizioni economiche, anche tramite effetti sui prezzi dell'energia e sulla domanda mondiale di beni e servizi provenienti dall'area dell'euro». Insomma per Draghi e i suoi complici, impegnati nella tradizionale riunione mensile del direttivo della Bce, se l'economia europea non riuscirà a riprendersi, e se il sistema economico italiano si sgretolerà, la colpa o la responsabilità devono essere attribuite a fattori esogeni, quindi esterni, tipo i prezzi del petrolio che potrebbero riprendere a salire per le tensioni in Iraq, causate dalla guerra civile in corso. 

    Poi, bontà sua, Draghi ha citato le dinamiche dei mercati finanziari mondiali che è un po' come dire tutto e il contrario di tutto. Mercati che lui stesso ha contribuito a destabilizzare regalando di fatto soldi ai banchieri, con i quali giocare in Borsa. 

    La parola magica per Draghi resta comunque l'inflazione. Egli, come presidente della Bce, deve tenerla sotto controllo. Quello rappresenta il suo compito istituzionale. Per il resto, chi se ne importa. L'economia è in recessione? Pazienza. Forse in futuro andrà meglio. Certo, se l'eccessiva inflazione è un male, al massimo si può arrivare al 2%, anche il suo contrario non va bene. E adesso nell'area dell'Euro si sta assistendo al suo contrario. La deflazione, con la caduta dei prezzi, è una ipotesi che non fa dormire sonni tranquilli al banchiere di fede e interessi anglofoni perché avrebbe effetti catastrofici per i ricavi delle imprese, le quali sono già penalizzate da una ripresa bassa che rimarrà tale anche nel prossimo semestre. 

    Il terzo trimestre del 2014 è stato in tal senso molto inferiore alle attese e alle speranze. Che fare allora? L'economia reale deve muoversi da sola e i governi dovranno accompagnarla aumentando il campo di applicazione delle riforme strutturali. In primo luogo, quella del lavoro che dovrà essere sempre più precario e più flessibile. In base al principio che le imprese assumeranno soltanto se potranno pagare poco i nuovi dipendenti. Altrimenti, pensa Draghi e con lui i vari Marchionne ed Elkann, più i loro servi nei sindacati collaborazionisti, non sarà possibile affrontare la concorrenza dei cinesi che i dipendenti li pagano pochissimo o niente. Ma dal niente alla povertà il passo è breve pure in Italia. 

    Insomma il solito copione e le solite analisi. E soprattutto le solite conclusioni. Se l'economia europea è ferma e se c'è un pericolo di deflazione, ci dovrà pensare la Bce. “Misure non convenzionali”, è l'ipotesi di Draghi. In buona sostanza, più liquidità nel sistema, per tenere in piedi i prezzi e perché le imprese abbiano maggiori possibilità di accesso al credito. Ma più liquidità in circolazione significa soltanto, ancora una volta, più soldi alle banche che continueranno ad usare quelli che sono soldi pubblici, soldi dei cittadini, per coprire i propri buchi di bilancio. Niente credito invece né alle famiglie né alle imprese. Draghi lo sa bene ma se ne frega. Se con i soldi che lui e i suoi scudieri gli daranno, le banche continueranno a comprare titoli di Stato per garantirsi guadagni sicuri, la Bce non potrà che esserne contenta. I tassi di interesse infatti resteranno ad un livello accettabile unitamente all'inflazione. E Draghi potrà millantare di essere stato coerente con il suo incarico ufficiale. Anche se l'economia reale continuerà ad andare allo sfascio.

    Irene Sabeni
    mercoledì
    lug092014

    Se il Bene porta guerre, allora preferisco il Male

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