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    martedì
    nov252014

    Un presidente bianco in campo bianco

    martedì
    nov252014

    Paolo Conte, un Maestro dell’altrove

    Siamo in pieno Novecento, lungo una sera squisitamente francese. Lei, bella, sì, ma ancora di più affascinante, è già nota al grande pubblico che ne ascolta il canto. Tra i tanti, ad ammirarla, c’è pure Lui che oltralpe è ancora un esordiente, se mai lo è davvero stato. Si esibirà soltanto dopo di lei; intanto, però, si lascia catturare dall’incanto.

    Durante l’esecuzione, i due si guardano di sfuggita e si fiutano, possibili amanti.

    Dopo il concerto, lei, Françoise,  lo va a trovare nel suo camerino. Non dice quasi nulla, solo gli porge una sigaretta; e lui, Paolo, rapito, tace del tutto, solo le porge un bicchiere di vino bianco secco. 

    Si guardano ancora e quel possibile degli amanti svanisce una volta e per sempre. Eppure, eppure tra loro non accade nulla: lei uscirà a breve dal camerino e da quella vita – ha un fidanzato che l’attende – mentre lui ha una moglie stanca che lo aspetta in una camera d’albergo.

    Poco dopo, lui raggiunge la consorte, ormai addormentata, per tentare il sonno, ma si gira e si rigira braccato dal turbamento dell’incontro, che perdura e perdurerà. Arreso, si alza, si riveste in fretta e ritorna al teatro, dove gli operai stanno smontando il palcoscenico; a presenziare, nero e solitario, resta però il pianoforte: il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. 

    È lì, «dentro tutto quel buio», che si succedono urgenti le prime note di “Gioco d’azzardo”

    Non si rivedranno più, lei e lui, e sarà un successo di canzone, tutto quello struggimento in una sera soltanto.

    Questo è un aneddoto, ma prima ancora è un alibi per parlare di quel Paolo Conte – così difficile da raccontare – che dallo scorso ottobre fino a inizio dicembre presenta, in pochi teatri italiani (Bologna, Parma, Milano, Roma), “Snob”, la sua ultima avventura esotica.

    Tra i quindici nuovi brani dell’album spicca “Argentina”: varrebbe senz’altro la pena di reincarnarsi in tanta malinconia, in tanto cielo da migranti, in tanto miraggio perduto, pur di sentirsi invocare in modo così greve e sensuale.

    Andare a un suo concerto crea sempre un certa conseguenza visionaria: esci e lo rivedi entrare in scena senza proferire parola – quello che andrà a dire lo dirà tra sé e sé, lontano dal microfono – ma sembra che a lui certe “confessioni” con il pubblico non servano affatto. La sua faccia sempre accartocciata, grinzosa, tigrata – mai parsa giovane neanche in gioventù – è saluto, cenno e cospetto; le sue mani, come slegate a planare nel volo, fanno orchestra; la sua voce è corpo; il suo canto è sempre letteratura. 

    Sarà il consueto gesto di tagliarsi la gola a decretare la fine di una serata che, pur se felsinea, sembra perfettamente francese per quella foschia, fitta e bella, che spesse volte si insinua tra noi e la vita. 

    Per ammissione dello stesso Conte, infatti, è piena Francia l’allure – un sentimento d’altrove – di cui lui si ammanta e che fin dagli esordi mette in opera. È l’audace altrove di chi sogna, e racconta persino, un’epoca senza averla mai vissuta, dei luoghi senza mai esserci stato, una donna senza averla mai posseduta. 

    Pare quasi essere una bramosia non del presente, ma dell’assente, a muovere il cantautore astigiano, che gioca di calembour e di enigmistica, di grottesco e di molta molta poesia per imbonire, e forse camuffare questo cafard, questo magone, privato e caro come un affetto antico.

    Paolo Conte non è come altri nostri cantautori, che, seppure eccelsi, non hanno comunque potuto fare a meno di indicare una buona via da intraprendere, un bel fine da perseguire, una giusta prospettiva da cui osservare. Lui, solista com’è, non è un dissidente né un rivoluzionario, non polemizza e non insegna, perché non partecipa mai al consunto gioco delle parti, in cui il protagonista assomiglia sempre di più all’antagonista e viceversa; probabilmente, ancora una volta, a causa di quella distanza sentita che porta in sé la visione, incautamente solitaria, come ogni autentica ricerca. Poco gli importa dei proseliti. 

    Accade tuttavia qualcosa di eclatante, durante i suoi concerti: dopo le prime canzoni, il pubblico acclama lui e solo lui; ma alla fine applaude e scoppia in un “bravi” rivolto all’orchestra tutta.

    Ecco, allora, che Conte una lezione geniale – perché avviene, silenziosissima, durante l’esecuzione musicale – ce la lascia: ci siamo noi di fronte alla vita, che non è il resto, ma il tutto. 

    Speriamo che il Maestro ce le suoni ancora a lungo, queste parole non dette.

    Fiorenza Licitra
    martedì
    nov252014

    Rai e teste vuote (come le urne)

    La stanchezza per la politica, per i suoi riti insopportabili e per le parole vuote che la accompagnano. La rabbia per la povertà crescente e per la disoccupazione che ormai riguarda oltre un 15% della popolazione attiva. L'incapacità del governo in carica, e di quelli che lo hanno preceduto, di attivare politiche in grado di invertire questa tendenza che dura ormai da anni. Soprattutto il timore per un futuro che appare molto peggio dell'attuale. Meno del 50% degli elettori si è presentato a votare per le regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Il dato più eclatante è quello dell'Emilia dove ha pesato negativamente per il Partito Democratico, più che per il suo candidato, l'ostracismo da parte della base ex comunista e della Cgil. Entrambe hanno voluto esprimere a Renzi il loro no sulla politica economica del governo e sullo strappo con quella che un tempo era “la cinghia di trasmissione” del Pci con il mondo del lavoro. 

    In ogni caso abbiamo vinto, ha commentato Renzi. Andremo avanti sulla nostra strada. Appunto. L'ex sindaco, che sta svuotando il Pd della sua anima di sinistra, anche se continua a definirsi di “sinistra”, non ha molte alternative davanti a sé. O insiste sulla sua linea ultra-liberista, rendendo ad esempio sempre più precario e flessibile il mercato del lavoro, insomma permettendo la più ampia libertà di licenziamento, come gli hanno imposto Merkel, Draghi e Juncker, o perde la legittimità a livello internazionale. Quella che in questa fase rappresenta il suo principale punto di forza. 

    A livello nazionale la situazione è più complessa perché  molti, troppi, sono convinti, nonostante gli inevitabili mugugni, che a Renzi non ci sono molte alternative e che comunque la nostra politica economica ci verrà sempre imposta dall'esterno. Del resto, con un debito pubblico al 135% del Pil, non potrebbe essere diversamente. Così, il governo, non riuscendo a tagliare, tranne che con la revisione della spesa (o spending review, per dirla elegantemente) che ha inciso soltanto sul disavanzo, si appresta ad usare l'accetta delle tasse. Una soluzione che finirebbe per ammazzare definitivamente il paziente e che farebbe crollare la domanda interna, già di per se stessa ridotta ai minimi termini. L'impressione palpabile è infatti che il governo e il duo Renzi-Padoan siano privi di una chiara strategia sulle cose da fare e che si limitino a vivere alla giornata. E che, purtroppo, siano sempre condizionati, come i loro predecessori, da una mentalità statalista e poliziesca. Lo dimostrano le notizie, filtrate da Palazzo Chigi, sulla brillante idea partorita per coprire i costi della Rai e fare pagare il canone della televisione a tutti gli italiani, anche a coloro che la televisione non l'hanno mai posseduta e che non hanno alcuna intenzione di comprarsela. Il ragionamento di Renzi e soci è quello conosciuto. Tu cittadino esisti, quindi possiedi un televisore e guardi i programmi delle varie emittenti. E allora, se non paghi il canone devi pagarlo. Non potendo mandare la guardia di finanza nelle case dei cittadini morosi o privi di televisore, perché ci vorrebbe un mandato di un giudice e perché in certe regioni gli agenti verrebbero accolti a fucilate, ecco che l'ex sindaco ricicla la vecchia pensata del governo Monti. Trasformare le società che gestiscono la distribuzione di elettricità in sostituti di imposta e calcolare nelle bollette il canone attuale. 

    Una soluzione idiota, già bocciata dall'Autorità Garante per l'Energia, e che comporterà milioni di ricorsi ai vari tribunali amministrativi che non potranno fare altro che accoglierli. 

    Dobbiamo finanziare il servizio pubblico, ripetono insistentemente i Renzi boys. Già il servizio pubblico offerto da quella che, pomposamente, si definisce la “prima fabbrica di cultura italiana”. Sì, figurati. 

    Torniamo a due settimane fa, ad una trasmissione serale della Rai. Una di quelle con gare nelle quali si offre ai partecipanti la possibilità di guadagnare migliaia di euro  per rispondere a domande idiote o ignobilmente facili. Il concorrente era un giovinastro sui 25 anni circa, tutto contento e orgoglioso di essere così ignorante da non saper dire, dieci volte su dieci, in quale regione si trovasse quel determinato capoluogo di provincia. Ed è per tenere in piedi il carrozzone Rai, per finanziare simili ignoranti e i conduttori delle trasmissioni, pagati profumatamente, che il governo vuole mettere in piedi un simile sistema poliziesco. Oltretutto, tali trasmissioni sono profondamente diseducative perché offrono agli spettatori la convinzione che si possano guadagnare soldi senza il minimo sforzo. A “Lascia o raddoppia” o a “Rischia tutto” quantomeno c'erano concorrenti di una certa cultura. Oggi è un pianto generale. Una realtà da tenere bene in conto in una fase come questa, nella quale ci viene chiesto continuamente di fare sacrifici e tirare la cinghia. Certo, quel giovinastro non è il solo colpevole perché è lui stesso una vittima di un sistema scolastico allo sbando che, con la scusa post sessantottesca di combattere il nozionismo, ha finito per uccidere la cultura. Sapere dove si trova una città italiana dovrebbe essere il minimo. Figuriamoci il resto. 

    Irene Sabeni
    lunedì
    nov242014

    Benvenuti nella democrazia reale

    Alle regionali emiliane e calabresi l'affluenza è crollata sotto la soglia d'allarme del 50%, fermandosi al 44% in Calabria e precipitando al 37% in Emilia-Romagna. Specialmente qui, nell'Emilia tradizionalmente rossa e impegnata, il risultato è clamoroso: l'ex bersaniano oggi renziano Stefano Bonaccini diventerà governatore di centrosinistra con appena il 19% degli elettori reali (lo ha votato il 49% dei votanti). A Catanzaro si insedierà il compagno di partito Oliverio Mario con un'investitura un po' più solida (61% delle preferenze sul 44% dei votanti), ma il dato di fondo è identico: la stragrande maggioranza dei cittadini considera inutile il voto, specialmente di enti locali con fama di sprechifici come le Regioni. 

    E considera inutile il rito cartaceo non tanto, o non solo, perché non rappresenta più una parte crescente di società, come sostiene ad esempio un Civati per ragioni di bottega anti-Renzi. Non essendo la prima volta - e di certo non sarà neanche l'ultima - che masse sempre più numerose di italiani snobbano le urne, il motivo sembra più radicale: il rifiuto di un sistema politico e istituzionale che non rappresenta più nessuno. Ripetiamo: nessuno. Cioè pochi, pochissimi. Quelli che nonostante tutto credono ancora che esista una democrazia rappresentativa con una delega equivalente ad un contratto da rispettare, non il pezzo di carta che è, che lorsignori politicanti di mestiere usano spudoratamente come cambiale in bianco. 

    Ci saranno state senz'altro ragioni locali, come gli scandali che hanno colpito la classe dirigente Pd in terra emiliana. Senza contare la pessima fama che si son fatte gli Enti Regioni in questi ultimi anni e in particolare nell'ultimo periodo, con Renzi che le bastonava un giorno sì e l'altro pure. Ma è il fatto in sé che conta: l'urna è stata delegittimata, da elettorale è diventata funeraria. E non è detto sia una cattiva notizia, anzi. Vuol dire che, sommando astenuti menefreghisti e astensionisti consapevoli, indifferenti e àpoti ("coloro che non se la bevono"), la nostra democrazia si svela per quel che è: un'oligarchia, un governo di pochi per pochi. Un'ennesima, salutare operazione-verità. Il guaio è che questa maggioranza rumorosamente silenziosa, se resta passiva a fare da spettatrice, aiuta gli oligarchi, anziché scalzarli. È il modello Usa, gente: voto disertato, casta garantita. Tutto perchè resiste la convinzione che la delega sia decisiva. E invece la truffa è tutta lì. La democrazia è governo del popolo solo quando è autogoverno del popolo, democrazia diretta su base locale in uno Stato federale - e magari in una Confederazione dei Popoli Europei, non questa Unione Eurocratica diretta dalla Bce. 

    Alessio Mannino
    lunedì
    nov242014

    Vai con le news. Ma dov’è che vai?

    C’è una trappola da neutralizzare: l’attualità. Con le sue notizie, le sue mezze notizie, le sue “notizie-fittizie”.

    Restiamo sul fine settimana. Matteo Renzi che firma una lettera aperta a Repubblica per dire – per giurare – che il Pd è di sinistra. Maria Elena Boschi che torna sulla sortita/scivolata di Landini, a proposito dei cittadini onesti che non appoggerebbero lo stesso Renzi, e assicura che l’Esecutivo «non accetta lezioni di moralità da nessuno». Berlusconi che riunisce un po’ di giovani leve di Forza Italia, nella lussuosa cornice della brianzola Villa Gernetto, nella speranza di ritrovare almeno un po’ dello smalto perduto. E poi le Regionali in Emilia Romagna e in Calabria, naturalmente: affluenza ai minimi termini, nell’ordine del 40%, ma non essendo previsto alcun quorum, come avviene invece per i referendum, i risultati valgono lo stesso, tale e quale che alle urne si fosse recata la stragrande maggioranza dei fatidici “aventi diritto”.

    Tutta roba risaputa. Che non cambia di una virgola quello che già si sa, o che si dovrebbe sapere, sui personaggi citati e sui relativi ruoli nella sitcom italiana. Come anche sul trend, preoccupante, dell’astensionismo. Non l’avete già pesato a sufficienza il general manager Renzi? E la sua sollecita funzionaria Boschi? E il vecchio (ex) primattore Berlusconi? Non vi siete ancora chiariti pienamente le idee sul fatto che la cosa sconcertante, oggi, non è che moltissimi non votino ma che ci sia ancora chi si ostina a farlo, tanto più se a favore dei soliti partiti di governo?

    Sembra di essere inchiodati all’interno di un tribunale, costretti a seguire le innumerevoli udienze di un dibattimento che non finisce mai. Che non deve finire mai. Miriadi di ulteriori aggiornamenti da prendere in esame, da confutare, da discutere uno per uno. Eccezioni procedurali, fiumi di retorica, perizie di parte che si smentiscono l’un l’altra. La Corte che cincischia, la giuria che si assopisce. La sentenza che viene rinviata all’infinito. La sentenza che all’opposto dovrebbe essere arrivata da un pezzo, e in via definitiva.

    Prendete la lettera firmata da Renzi, ad esempio. E diciamo “firmata”, ovviamente, perché non è dato sapere chi l’abbia redatta davvero. Chissà quale collaboratore. O quale “spin doctor”, come ci si compiace di denominarli per dare lustro alla categoria. E per assolvere a priori la pessima usanza dei leader che si astengono dal provvedervi da sé, indaffarati come sono ad andare in scena e a valorizzare il copioncino di turno.

    L’asse portante della lettera è risibile: «Ho sempre rivendicato, con fierezza ed orgoglio, l'appartenenza del Partito democratico alla sinistra, alla sua storia, la sua identità plurale, le sue culture, le sue radici». Le argomentazioni a sostegno, che si sforzano di apparire obiettive e quasi disinteressate, sono un rosario di piccoli e infidi assiomi travestiti da verità incontrovertibili, come questa: «Ci sono due modi per cambiare l'Italia. Farlo noi da sinistra. O farlo fare ai mercati, da fuori. Sostenere che le ricette siano le stesse cozza contro la realtà».

    E poi – ma in effetti ancora prima – c’è l’intonazione complessiva, da depliant commerciale. Che fa mostra di parlarti con franchezza, con rispetto, persino con amicizia, e intanto si prepara a piazzare il colpo. L’assenso finale non è mica una forzatura, ci mancherebbe. È l’esito naturale di un percorso che avete fatto insieme. Passo passo. D’amore e d’accordo.

    La pubblicità è l’anima del commercio.

    L’attualità è l’anima, nera, del marketing politico.

    Federico Zamboni  

     

    Vedi anche:

    "Bombardati dalle notizie"

    venerdì
    nov212014

    Così il "progresso" uccide l'educazione alla vita dei ragazzi degli anni '50

    venerdì
    nov212014

    Ma guarda. Niente “Freedom Act”, negli USA

    Imprevisto? Non proprio. Incidente di percorso? Neanche un po’. Il fatto che il Senato USA abbia affondato la riforma della National Security Agency promossa da Obama, raggiungendo solo 58 dei 60 voti necessari all’approvazione, può sorprendere solo chi si fermi alla superficie delle cose. Ovvero ai singoli episodi, o tutt’al più alle singole vicende, della politica statunitense.

    La questione, nel caso specifico, è sotto i riflettori da oltre un anno e qui in Italia è stata ribattezzata “Datagate”. È la questione, sollevata dalle rivelazioni di Edward Snowden, degli esorbitanti controlli effettuati dall’intelligence USA sulle comunicazioni telefoniche e informatiche, sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali. I quotidiani The Guardian e Washington Post ne hanno ricavato un Pulitzer ex aequo per le loro inchieste, nella sezione “Public Service”. Snowden ha dovuto rifugiarsi in Russia, con un permesso di asilo temporaneo che nell’agosto scorso è stato rinnovato per tre anni, dopo una fuga rocambolesca che lo aveva portato dapprima a Hong Kong e poi a rimanere bloccato nella zona di transito dell’aeroporto internazionale di Mosca.

    Quanto ai veri responsabili – degli abusi, anziché della loro denuncia – il problema è stato quello di trovare delle contromosse. Da un lato per contenere i danni di immagine, nell’ambito della consueta pantomima democratica in cui i governi occidentali sono chiamati, di tanto in tanto, a rendere conto alla cosiddetta opinione pubblica delle loro losche manovre attuate dietro le quinte. Dall’altro per poter continuare imperterriti a svolgere più o meno le medesime attività di spionaggio di cui si sono avvalsi, nella loro ricerca parossistica, e cinica, del maggior numero possibile di informazioni riservate. Informazioni che vanno enormemente al di là di una ragionevole prevenzione delle azioni illegali avviate da chicchessia contro gli interessi USA, per espandere invece a dismisura il principio di difesa preventiva e trasformarlo nell’architrave, e nell’alibi, di un monitoraggio su vastissima scala che travolge il concetto di privacy e spiana la strada all’elaborazione di ogni sorta di dossier. E ai relativi ricatti.

    Che non vi sia alcuna autentica volontà di ravvedimento lo attestano, del resto, le retoriche e altisonanti denominazioni che vengono attribuite di volta in volta alle normative che disciplinano il settore. All’origine del dilagare dei controlli governativi ci fu il famigerato Patriot Act del 26 ottobre 2001, sfornato a tempi di record dall’Amministrazione Bush in nome della eccezionale emergenza connessa agli attentati dell’Undici settembre e mai più abrogato. A prometterne una revisione è sopravvenuto questo Freedom Act che non ha ottenuto il via libera dal Senato Usa.

    Da una parte il richiamo alla Patria. Dall’altra quello alla Libertà. In entrambi i casi due elementi cruciali della mitologia USA. La democrazia si proclama sempre e a gran voce. La tirannia si esercita solo occasionalmente e comunque a fin di bene.

    Il rischio, per non dire la certezza, è che paradossalmente i grandi scandali  servano a evitare di mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso. Si discute dei singoli vizi e intanto, però, si continua a dare per scontato che siano soltanto delle patologie limitate che si sviluppano, ahimè, in un organismo che è e che rimane fondamentalmente sano.  

    Si disquisisce delle zone d’ombra, e lì ci si ferma. Come se non ci fosse alcun bisogno, nemmeno dopo tutto ciò di cui gli USA si sono macchiati in passato, di ampliare il discorso. Come se quello che c’è intorno ai buchi neri delle agenzie di intelligence, più o meno segrete, più o meno scorrette, fosse un’immensa distesa di luce calda e rassicurante e benefica.  

    Federico Zamboni
    giovedì
    nov202014

    Altre vite: dal terremoto alla libertà

    A Riccardo, il 6 aprile del 2009, alle ore 3:32 di notte precise, è crollato il mondo addosso. Letteralmente. La vicenda generale è nota, è apparsa su tutti i giornali e le immagini tremende sono state diffuse da tutti i telegiornali. Almeno il tempo per il quale la notizia, come si dice in gergo, ha “tirato”. Poi il tutto è uscito di scena, salvo sporadici aggiornamenti più che altro relativi alle immonde vicende giudiziarie di una delle ennesime tristezze del nostro Stato assente, quando non presente in modo criminoso, nelle vite dei cittadini.

    A L’Aquila ci sono ancora macerie, nel centro storico. E la situazione rimane immobile e polverosa a tempo indeterminato. 

    In quanto alla vicenda personale di Riccardo McOtter (non ci si lasci trarre in inganno dal cognome, in quanto si tratta di un abruzzese doc) lasciamo al lettore interessato la possibilità di scoprirne i pensieri più intimi nella lettura del libro che ha pubblicato qualche mese addietro (e che trovate qui, attraverso il suo blog). L’aspetto che ci ha interessato maggiormente, e che poi è il motivo per il quale gli abbiamo richiesto una intervista, è quello relativo alla reazione che ha avuto dopo un evento così traumatico. Un evento, forse superfluo sottolinearlo, che ha comportato una rivisitazione complessiva della sua vita.

    Riccardo per lavoro comperava, restaurava e rivendeva immobili. Tutta la sua attività, oltre alla sua casa, sono crollate assieme alle macerie. E quel terremoto naturale è divenuto fatalmente anche interiore, sovvertendo l’ordine esistente e creando la necessità di inventarne e costruirne uno completamente nuovo. L’aspetto più importante, che abbiamo colto nella lettura del suo libro e che è stata confermata dall’incontro che abbiamo avuto recentemente, è relativo al fatto che da una situazione di annientamento Riccardo ha trovato forza, coraggio e determinazione non solo per rimettere in discussione la sua vita personale, ma anche come essa possa svolgersi all’interno di uno mondo, di un sistema, che evidentemente sentiva dentro di sé come inadeguato già prima del terremoto. Quell'evento, insomma, è stato un detonatore.

    Abbiamo incontrato Riccardo in una area di sosta per camper a Chieti, in Abruzzo. Una «area di sosta da non utilizzare, soprattutto di notte, poiché mal frequentata. Con annessi e connessi di criminalità». Fortuna che, ci conferma, per il resto «in Abruzzo e quasi ovunque - se facciamo eccezione ad alcuni punti e si prendono le giuste misure di cautela - la vita che prima sono stato costretto a fare e che poi ho scelto di continuare si può svolgere tranquillamente».

    “Casa mia. Quattro anni su quattro ruote”: è questo il titolo del libro. Riccardo vive da anni nel suo camper. Sostando principalmente in Abruzzo o girando l’Europa. «Per ora la mia scelta è confermata, non so se sarà così per sempre, ma anche adesso che alcune cose relative alla mia abitazione di L’Aquila sono risolte, non torno indietro. Non del tutto. Vivere in camper si può. E per ora continuo a preferirlo».

    Dunque trenta anni, la passione di scrivere, un lavoro per vivere e una casa. E poi più nulla. Tranne quella voglia di scrivere che proprio da quel terremoto ha trovato le condizioni per potersi rendere manifesta. Dal rischio reale di morire al riscoprirsi vivo, e dunque a una vera e propria rinascita.

    «Mi erano sempre piaciuti i camper, e pur non avendo mai provato una cosa del genere (mia madre non voleva sentirne parlare neanche per usarlo per le vacanze) dopo i primi giorni di smarrimento in seguito a quella notte ho pensato che potesse essere una scelta quanto meno possibile. Da allora è diventata la mia casa. E pur con le difficoltà che una vita del genere comporta, continuo a sceglierlo ogni giorno».

    Si tratta, come si vede, di un cambiamento radicale di vita. Originato da una condizione di necessità ma poi abbracciato. Naturalmente non è nostra intenzione opinare su una scelta del genere, né avallarla in qualsivoglia modo, ma nella ripetitività ossessiva delle scelte operate dalla quasi totalità delle persone ci incuriosisce molto chi percorre strade differenti. In ogni caso.

    Dunque, come è vivere in camper, senza fissa dimora, per scelta? Dal lungo colloquio che abbiamo avuto possiamo impostare il tutto in due ambiti. Il primo di carattere pratico. Il secondo, cosa che ci interessa maggiormente, di carattere esistenziale. Per quest'ultimo, anticipiamo, abbiamo trovato in Riccardo una finezza di pensiero non comune, e soprattutto alcune convinzioni decisamente equilibrate, lontane dunque da affermazioni inerenti questo tema, che pure circolano su internet e in vari forum, di invasati di una scelta del genere. Riccardo ha oggi la consapevolezza di una esperienza di lungo periodo dalla quale, dopo essersi sedimentata naturalmente, può trarre delle somme complessive molto profonde. E molto utili.

    E poi, naturalmente, abbiamo affrontato anche la questione economica di una vita di questo tipo, soprattutto se rapportata a quelle comuni: per intenderci, ad esempio, a quella di chi conduce una vita "normale" in un appartamento, in affitto, di proprietà, o con il mutuo ancora da pagare che sia. E secondo questi casi, ovviamente, le cose cambiano sensibilmente.

    Partiamo proprio da qui, anzi, per soddisfare i quesiti più immediati. Quanto costa vivere in camper?

    «Ho vissuto per anni, assieme alla mia compagna, dalla quale non mi separo mai quasi fossimo gemelli siamesi, con 500 euro al mese. Certo, allora (le cose ora sono cambiate, economicamente, e migliorate, per RIccardo N.d.R.) prima di concederci un gelato dovevamo pensarci mezz'ora. E in quegli anni non abbiamo comperato praticamente nulla oltre a ciò che ci serviva per vivere, cioè principalmente cibo e carburante per il camper e soprattutto il riscaldamento nei mesi invernali, e ci è pesato, sarebbe ipocrita nasconderlo, ma poi ci siamo abbastanza abituati».

    «Non si tratta di una cifra irrisoria, anzi. A parte quello che ho detto, non ci è mancato praticamente nulla. E del resto è facile capirlo: c'è gente che vive in coppia con 1000 euro al mese, e da questo denaro deve  tirare fuori anche il costo dell'affitto, magari di un monolocale o di un bilocale».

    E in camper, dunque, le spese quali sono? Riccardo ha vissuto praticamente sempre in sosta libera, tranne che in alcuni casi in cui ciò non era possibile per motivi di sicurezza: i posti dove è sconsigliato sostare liberamente sono sempre gli stessi, e nel suo blog ci sono diversi articoli su come e dove sostare e soprattutto dove non lo si deve fare. Ma in Italia, tranne alcuni casi, e soprattutto in Abruzzo e nella sua L'Aquila, non vi è alcun problema.

    «A L'Aquila c'è una area di sosta gratuita a 50 metri dalla Questura, con acqua potabile e pozzetti di scarico. Sicurezza assoluta. Ma in tema di soste devo ammettere che qualche volta sono veramente andato oltre i limiti del buon senso, soprattutto all'inizio: fin dentro ai boschi, in posti isolati decine di kilometri dal primo centro abitato. Ecco, forse è un po' troppo. Ma per il resto, ogni 30 o 40 kilometri ci sono aree di sosta riservate ai camper - almeno al Centro e al Nord, un po' meno al Sud - con tutto ciò che serve».

    Dunque costo zero. E costo zero per scaricare i serbatoi delle acque grigie e di quelle nere (il wc) e per ricaricare quello dell'acqua potabile. 

    E per l'elettricità? 

    «D'Estate non c'è problema: bastano i pannelli solari sul tetto. Il sole ti dà energia gratis, e le utenze del camper, ivi incluso un pc acceso otto ore per lavorare al mio sito o per scrivere il mio libro, così come la televisione accesa la sera, non comportano alcun problema. D'Inverno le cose si complicano. Il sole almeno dalle mie parti non ce la fa. Si può risolvere il tutto con un generatore di corrente, che va a gasolio o a benzina, oppure con uno strumento per tenere in carica le batterie (cioè una pila a combustibile), ma insomma qualche problema in più c'è. A meno di non percorrere alcuni kilometri al giorno per ricaricare il tutto durante la marcia».

    Riscaldamento?

    «Ecco il vero problema con maggiore incidenza economica. Dalle mie parti è freddissimo. A L'Aquila già da fine ottobre e fino ad aprile la notte la temperatura scende sino a zero - d'Inverno poi molto, molto di più - con la dotazione del camper, per mandare l'impianto di riscaldamento, che va a gas, ci sono delle bombole da 10 kg di propano (che d'inverno non gela) che costano non meno di 20 euro. Con una bombola, se fa veramente freddo, non ci fai più di tre giorni. E dunque alla fine, dai conti che ho fatto, scaldare un camper da 12 metri quadrati costa quanto scaldare un appartamento di 40 metri quadri».

    Molti fulltimers, infatti, in Inverno fanno rotta verso Paesi, o zone d'Italia, dove il clima è più mite, proprio e soprattutto per risparmiare sul riscaldamento. Ma certo chi deve sostare in un luogo obbligato perché magari ha un lavoro fisso in loco, può avere diversi problemi. D'Estate invece è tutto non solo molto più semplice, ma anche gratificante: basta spostarsi in montagna per lasciare a valle l'afa e le zanzare.

    Rimaniamo ancora un po' sui costi, prima di passare oltre, agli aspetti a nostro modo di vedere più interessanti. Dunque, conti alla mano, quanto si spende rispetto a una abitazione? O meglio: è possibile fare dei raffronti?

    «Possibilissimo. Ma vanno valutate molte cose ulteriori per avere un quadro chiaro. In camper si spende molto praticamente solo per il periodo in cui è necessario il riscaldamento. Per il resto le spese di gestione, che potremmo paragonare alle "bollette di casa", sono veramente irrisorie». Con la stessa bombola da 10 kg - rammentiamo: circa 20 euro - se la si usa solo per cucinare e per il boiler dell'acqua calda si può andare avanti per venti giorni.

    «Il risparmio enorme è comunque altrove. Ad esempio, se si riesce a fare a meno di una automobile, che oggi, tra svalutazione, bollo, assicurazione e manutenzione, non costa meno di 300 euro al mese. Io ho solo il camper e mi muovo a piedi o con i mezzi per raggiungere il centro dei luoghi in cui mi devo recare (o da poco tempo con una vecchia automobile della mia ragazza, che usiamo sporadicamente). Altri usano un motorino che si può trasportare con il camper. Altri ancora la bicicletta e qualcuno addirittura il monopattino... Ma il vero punto da considerare è un altro, ed è relativo all'immobile».

    Di proprietà o meno, supponiamo, le cose cambiano molto.

    «Sì, e non solo. Partiamo da una nota dolente: un camper negli anni si svaluta con certezza (e ciò significa che è buona norma mettere via ogni mese una quota di denaro pro-svalutazione) mentre una casa, al di là delle crisi immobiliari, si "suppone" (questo "suppone" lo dice con un sorriso, N.d.R.) che non perda troppo valore o che addirittura ne acquisisca con il tempo».

    Giusto, ma i costi sono comunque molto differenti.

    «Esatto. Quanto costa un appartamento e quanto un camper? Già con un mezzo usato ma adattissimo per viverci si spendono non più di 20 mila euro. E c'è gente che vive in mezzi molto vecchi pagati 5 o 6 mila euro, che pur non avendo i comfort di un camper moderno hanno però tutte le funzionalità per cui sono stati creati. Un bilocale, invece, per piccolo, malandato e in periferia degradata che sia, quanto costa?».

    I calcoli ognuno tra chi legge può farli facilmente. Anche considerando l'acquisto di un camper moderno e con tutti i comfort relativi a coibentazione e impianti e motore, per di più nuovo - cioè circa 60-80 mila euro - il confronto con un appartamento (e anche mini) in una qualsiasi città italiana non regge. 

    «E poi c'è il problema della manutenzione. Per un camper costa, ovviamente, ma costa sicuramente meno rispetto a quello di una casa. Se devi rifare delle finestre a una casa, o addirittura un tetto, i costi non sono neanche paragonabili».

    E poi c'è sopra ogni altra cosa il fattore proprietà. 

    «Se hai una casa già interamente tua non paghi affitto o mutuo, ma solo manutenzione. Che non paghi se sei in affitto, naturalmente. Ma se prendiamo un qualsiasi canone di locazione, per non parlare di una qualsiasi rata di mutuo, i conti sballano, e di molto, ancora una volta».

    Oltre alle tasse, naturalmente. Imu, Tasi e Tari da una parte (oltre sempre alle bollette, all'acqua e a tutto il resto) a fronte di 50 euro di bollo e 300 euro di assicurazione annua (un camper paga così, esattamente).

    E allora tiriamo le somme: dal punto di vista economico, se si ha una casa di proprietà è ancora possibile fare qualche confronto che tenga e che possa generare se non altro una scelta. Se si è in affitto o si paga un mutuo, è persino superfluo fare i conti. Sempre parlando solo dell'aspetto economico, naturalmente.

    Discorso molto differente, è chiaro, per tutto il resto.

    «Alla mia compagna manca la comodità di una cucina domestica. E un po' si lamenta, talvolta, perché lavare i piatti non è proprio agevole. Non abbiamo una lavatrice a bordo, anche se conosco gente che sul proprio camper ha installato addirittura quella, oltre all'asciugatore e anche una stampante. E dunque si usano le lavanderie self service, ogni tanto». E a te, invece? «A me non manca nulla. All'inizio non ero affatto sicuro che ce l'avrei fatta a vivere in così poco spazio, ma alla fine ti abitui senza grossi problemi. Non credo di poter vivere tutta la vita in camper, sia chiaro, anche se c'è gente che ci vive da venti anni e più, ma insomma, per ora è così».

    Dunque per spazio, comodità, e oggetti da tenere a portata di mano?

    «È  una cosa soggettiva. Io scrivo, e suono una tastiera per hobby. Certo suonassi la batteria avrei qualche problema, ecco perché dico che è una cosa soggettiva, ma per il resto, sul serio, una delle cose che ho scoperto solo vivendo una vita del genere è che quelle che possono sembrare limitazioni (e forse lo sono, certo) diventano in realtà delle scelte virtuose. Non hai acqua infinita: impari a economizzare. E lo stesso per l'elettricità. Non ho più l'home theatre che avevo a casa, e nemmeno il proiettore per vedere i film, ma solo un televisore da 17 pollici: non è una gran perdita. Almeno per me, ribadisco. Vestiti? Ti accorgi presto che sul serio ti serve veramente poco e che prima, quando vivevo a casa, pur avendo tantissima roba (ora in buona parte rubata: si sono introdotti ripetutamente in una casa pericolante per rubare addirittura una tenda della doccia e le prese elettriche al muro...) ne usavo veramente poca».

    Facciamo notare a Riccardo la ben nota legge di Pareto, quella dell'80-20, che si può applicare praticamente a ogni aspetto della vita. In questo caso: il 20% delle cose che hai lo usi per l'80% delle volte. E Riccardo la conosce, l'ha già fatta sua. E ci sorride. Ma soprattutto iniziamo a scoprire il resto, che ci pare ancora più interessante.

    «Faccio un bilancio di ciò che ho perso, certo. Ma devo fare un bilancio anche di ciò che ho acquisito. Che è stato molto di più».

    Alt, qui devi spiegarci. Hai tutto il tempo che vuoi. E Riccardo parte per un monologo, niente affatto retorico, niente affatto etereo. Ma solido, ponderato, equilibrato.

    «È  stata una scelta di vita. In quattro anni ho vissuto quasi sempre in camper, con periodi continuativi di anche nove mesi. C'è stata una parentesi invernale alle Canarie, dove abbiamo vissuto in un appartamento con veramente poco. Soluzione economica e anche piacevole, ma avevo sottovalutato l'aspetto di essere comunque in un Paese che non è il tuo. La lingua, le abitudini, il cibo, ma anche la semplice architettura locale: l'Italia è casa mia, l'Abruzzo lo è. Magari qui le cose non funzionano come in Trentino, ma io amo questi posti. Abitazione o camper che sia».

    «Certo, ogni giorno, con il camper, puoi essere in un posto differente. Ed è una cosa bella. Poi però c'è il rovescio della medaglia. L'essere umano è strano. Qualche volta sento la necessità della stabilità, la familiarità con un luogo, che in camper almeno in parte perdi. Dall'altra parte la stabilità si trasforma in staticità, e torna la voglia di libertà, dell'imprevisto, della varietà».

    «L'uomo è un essere estremamente complesso. Ci si abitua a tutto, oggi, e anche se non si mette a fuoco un malessere che si avverte, questo prima o poi presenta il conto. Altrimenti non si spiegherebbero persone anche molto ricche che però cadono in depressione. Si pensa, generalmente, che siano prioritari una casa, una automobile, ma non serve andare a scavare filosoficamente, basta la mera psicologia: tante persone sono depresse e non capiscono il perché. Evidentemente gli manca qualcosa, questo il punto. Non sanno esattamente cosa, ma qualcosa manca. Ecco, io attraverso questo evento traumatico ho trovato risposte a vuoti che prima avevo e non sapevo coscientemente di avere. Tanta gente si dispera per un licenziamento, invece magari attraverso un cambiamento radicale trova la risposta.  Non so se sarei mai riuscito a scrivere un libro così come avevo sempre sognato se non fosse successo tutto quanto. 

    L'essere umano non è matematica, è molto più complesso di quanto si possa pensare. Sia chiaro, io detesto gli invasati, quelli che attraverso alcune esperienze (e ne "incontro" parecchi anche sul mio blog o in vari forum) sono pronti a giurare di aver capito tutto, di aver scoperto tutto e di avere avuto l'illuminazione neanche fossero tornati dall'India con la patente di guru e si permettono anche di dire al resto degli altri che si tratta di fessi a non avere ancora intrapreso la stessa strada.

    Una scelta di questo tipo, che sia stata imposta o abbracciata ha dei prezzi, e deve essere valutata caso per caso».

    «È chiaro che c'è un risparmio, ma è chiaro che ci sono anche disagi. Se io avessi deciso di vivere nell'unico immobile che mi era rimasto non sarei riuscito a sopravvivere. Invece da quella modestissima rendita sono riuscito a vivere. A fare questa esperienza, e a scoprire cose cui non pensavo minimamente».

    Ad esempio?

    «La cosa più positiva è quella che immaginavo essere la più negativa: non ho un punto di riferimento stabile, mi sento quasi un vagabondo, ma questo è stato ciò che mi ha permesso di fare alcune scoperte. La prima volta che sono salito con il mio camper in montagna, proprio nel bosco in cui andavo spesso per fare escursionismo, e mi sono reso conto che mi stavo portando la casa dietro non mi sembrava vero. Figuriamoci il giorno dopo quando ho aperto la porta e mi sono scoperto in mezzo al bosco. Un paradiso.

    Di contro è chiaro che vivere in questo modo ha alcuni aspetti che alla lunga logorano un po'. Ripeto, dal punto di vista pratico nulla di negativo, se inizi a far diventare abitudini alcune cose che necessita una vita del genere, come il carico e lo scarico dell'acqua, ma insomma, avere comunque un punto fisso di riferimento è un approdo cui penso si debba arrivare».

    Una idea, la buttiamo noi sul tavolo: acquistare un terreno anche agricolo per poter avere uno spazio proprio dove sostare.

    «Può darsi. In quel caso vai in giro quando vuoi ma poi sai che puoi tornare in un luogo tuo in ogni momento. Ma uno dei punti fondamentali, su questo voglio essere chiaro, è che una scelta di questo tipo deve essere valutata in modo preciso sulle proprie attitudini e sulle proprie esigenze imprescindibili».

    Facci qualche esempio. Qualche consiglio per chi stia pensando, anche ipoteticamente, a una cosa del genere.

    «Intanto chiedersi a fondo quali sono i reali motivi che spingono in una direzione del genere. E se possibile fare una prova. Se si ha una casa di proprietà, non venderla, e non affittarla. Solo per qualche mese provare in camper, o con un noleggio, anche se sono molto costosi, o anche con un mezzo usato di poche migliaia di euro. Le risposte che si cercano arriveranno presto»·

    «E ancora: valutare a fondo come continuare la propria professione. Spostamenti, soste. E capitolo figli, naturalmente: io non ne ho, ma temo che in quel caso sia una strada impossibile, o molto difficile, da intraprendere».

    Stavamo per salutarlo, ma Riccardo ha voluto aggiungere ancora una cosa. Importante.

    «Il problema, nel nostro Paese, che è per abitudine conservatore se non proprio oscurantista, è essere diversi. È  fare scelte diverse. Negli altri Paesi non è così, ma da noi chi vive in questo modo è visto quasi con disprezzo. E qualcuno può avere paura di essere giudicato. Su basi del tutto sbagliate, naturalmente. L'equazione classica è la seguente: vive su un camper, dunque è povero, anzi, un "poveraccio".

    Magari sei uno che ha scelto una vita del genere su un motorhome (particolare camper, molto costoso ed evoluto, N.d.R.) da 100 mila euro e passa e vieni giudicato da chi vive in un bilocale in affitto in periferia, o con 30 anni di mutuo da pagare, il cui orizzonte si limita unicamente a lavorare le ore necessarie per potersi permettere di pagare le bollette»·

    È sempre il solito punto: la diversità, in generale, nel nostro mondo è mal vista, soprattutto nei casi in cui si incontra qualcuno che non solo vive in modo diverso ma che è la prova vivente che ciò è possibile. Questo mette automaticamente gli altri sulla difensiva, se non sulla piena ostilità: perché gli altri si autoconvincono che una vita diversa non sia possibile, e nel momento in cui invece hanno di fronte qualcuno che gli dimostra che si può, ci si sente automaticamente menomati, cioè incapaci a fare ciò che altri dimostrano invece di essere capaci di fare.

    Quest'ultimo ragionamento è il nostro. O meglio, proviene dai più elementari studi di psicologia. Ma Riccardo prima di lasciarci ci tiene a precisare una ultima cosa: «Io non voglio convincere nessuno. Sostengo solo che una scelta del genere è possibile. Sul mio blog spiego tutto per filo e per segno. E ci sono anche altre testimonianze. Nel mio caso è stata praticamente obbligatoria, all'inizio. E ora continua a essere una scelta. Dunque chi ha curiosità può trarre qualche risposta dalla mia esperienza. Confermo: si può fare».

    (Qui il suo blog)

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    nov192014

    Colpo di scena: Grillo non è indigente

    Qualcuno è più sguaiato, qualcun altro è più subdolo. Alla prima tipologia appartengono il Giornale e La Stampa, che addirittura pubblicano pari pari il medesimo articolo limitandosi a cambiargli il titolo e, nel caso del quotidiano torinese, omettendo di firmarlo. Nella seconda, invece, rientrano il Corriere e Repubblica.

    La finalità, comunque, è sostanzialmente la stessa: mettere in cattiva luce Beppe Grillo, sbandierandone sia i redditi relativi al 2013, sia alcune altre informazioni di rilievo fiscale. Informazioni che sono apparse sul sito del Parlamento, al pari di quelle relative agli altri tesorieri e presidenti di partito che non sono né deputati né senatori, e che nel loro insieme compongono la “Dichiarazione per la pubblicità della situazione patrimoniale”. Ovvero, una sorta di riassunto del modello Unico, che della versione integrale riproduce solo il Quadro N (in cui si determina l’imposta complessiva) e che elenca i beni immobili, quelli mobili iscritti in pubblici registri, le partecipazioni societarie e gli incarichi di amministratore e sindaco in società.

    Bene. Che cosa emerge da tutto ciò? Emerge, si fa per dire, che l’anno scorso Grillo ha conseguito un imponibile lordo di 147.531 euro, cui corrisponde un netto di 91.511; che è proprietario di una villa con terreno di pertinenza e di tre appartamenti, due dei quali all’estero (Francia e Svizzera), nonché dei relativi box o posti auto e di un ulteriore box in Val d’Aosta; che possiede una Mercedes Classe A del 2002 e uno scooter Suzuki Burgman del 2001; che detiene dieci azioni della Banca Popolare Etica e che controlla pressoché da solo, rispettivamente al 98 e al 99 per cento, la società semplice Bellavista, di cui è anche amministratore, e la S.r.l Gestimar.

    Come si vede, la fotografia di una situazione relativamente ordinaria, considerando che parliamo di un professionista dello spettacolo con alle spalle una trentina d’anni di carriera, e di successi. Magari andrebbe approfondita la parte relativa alle società, entrambe di natura immobiliare, ma se non lo si fa, e se non si sollevano delle questioni specifiche o, peggio, delle accuse circostanziate, c’è da ritenere che si tratti  di investimenti personali senza niente di strano, fino a prova contraria.

    Così, in mancanza di meglio, il tentativo di screditamento deve accontentarsi del poco o nulla che ha sotto mano. Da un lato, perciò, si richiama l’attenzione sul fatto che il leader del MoVimento 5 Stelle gode di una ricchezza non trascurabile e nettamente superiore a quella della stragrande maggioranza degli italiani, lasciando intendere che in questo c’è qualcosa di antitetico rispetto alle infuocate arringhe contro la “Casta” e altri super ricchi di varia estrazione. Dall’altro, con l’eccezione del Corriere, si fa espresso riferimento a quanto dichiarato da Grillo circa un anno fa, affermando che «il mio 730 è a zero da quattro anni, sono l’unico che fa politica e ci ha rimesso dei soldi». La contraddizione, secondo i censori di turno, dovrebbe essere lampante e indiscutibile: gli oltre 147 mila euro di reddito 2013 non assomigliano neanche un po’ allo zero vantato durante il V Day 3 di Genova.

    Formalmente è vero. Nella sostanza no, per niente. Per chi sia in buona fede è chiarissimo che Grillo intendeva dire, e sottolineare, che a causa dell’impegno col M5S ha dovuto rinunciare alla sua consueta attività lavorativa e ai relativi guadagni a sei zeri. Che poi abbia delle proprietà, e degli introiti, è un altro paio di maniche. Anche perché, altrimenti, non si capisce di cosa vivrebbe.

    Chi ci segue abitualmente lo sa: a Grillo e al MoVimento 5 Stelle non abbiamo mai fatto sconti, sia sul piano delle posizioni teoriche che su quello delle iniziative concrete. E nel nostro osservatorio semi permanente non sono mancate le critiche alla gestione, tanto “giornalistica” quanto commerciale, del celeberrimo blog.

    Non sono certo le requisitorie, a darci fastidio. Le maldicenze sì, invece.

    Federico Zamboni

     

    Link agli articoli citati:

    Corriere della Sera

    Il Giornale

    La Stampa

    Repubblica

    martedì
    nov182014

    Fermi e infelici, forse abbiamo avuto troppo

    martedì
    nov182014

    Marx: la diagnosi era giusta (ma non la terapia)

    Il ruolo della finanziarizzazione dell’economia nell’attuale crisi è un dato di fatto indiscutibile. I guasti causati da una moneta senza Stato è un altro dato di fatto. L’assenza di una moneta sovrana determina pesanti condizionamenti che sono stati ampiamente analizzati e discussi.

    Tuttavia l’impressione è che si insista fin troppo sugli aspetti finanziari e monetari per non ammettere che perlomeno nella diagnosi delle cause strutturali delle crisi, i fatti danno ragione a Marx. 

    L’economista e filosofo tedesco individuava essenzialmente tre contraddizioni interne al sistema, che lo avrebbero fatto implodere.

    La prima è quella fra il carattere sociale della produzione nelle grandi fabbriche e l’appropriazione privata da parte del capitale.

    La seconda è la periodica sovrapproduzione di beni (merci) che il mercato non riesce ad assorbire data la limitata capacità di consumo di masse proletarie sottopagate.

    La terza è la caduta tendenziale del Saggio del Profitto, apparentemente paradossale in un sistema tutto improntato al profitto: infatti la legge della concorrenza obbliga a introdurre macchinari che sostituiscano manodopera, nella logica dell’abbattimento dei costi e della costante ricerca di innovazioni, ma il profitto è garantito dallo sfruttamento del lavoro umano, non dall’automazione verso cui tende il sistema. 

    La prima contraddizione è trascurabile in quanto fondata su presupposti più sociologici e filosofici che economici. Le altre due trovano clamorosa conferma negli anni che stiamo vivendo.

    Le crisi disastrose di sovrapproduzione furono evitate nel periodo glorioso del capitalismo, i trenta o quaranta anni di politiche economiche sostanzialmente keynesiane.

    Quelle politiche furono garantite da condizioni oggi non riproducibili e furono anche decise per sconfiggere la sfida del collettivismo sovietico concedendo a salariati e stipendiati di livello medio-basso redditi e provvidenze assistenziali tali da consentire alti livelli di consumo. Era una forzatura della logica del capitale, determinata dalla minaccia del cosiddetto comunismo. Non a caso subito dopo il crollo dell’URSS è iniziato lo smantellamento sistematico dei livelli di reddito e delle protezioni sociali, anche tramite l’ingabbiamento dei sindacati e la massiccia immigrazione che hanno abbattuto le potenzialità contrattuali di salariati e stipendiati.

    La tendenza alla caduta del Saggio del Profitto è forse la vera minaccia al sistema. La progressiva automazione del lavoro, non solo nelle fabbriche e nell’agricoltura ma anche nei servizi, è un fenomeno evidente e inarrestabile, ma il capitale ha bisogno di manodopera per riprodursi. Il massiccio afflusso di immigrati non sarà eterno e sarà contrastato dalle dinamiche demografiche, nonché dalle reazioni di rigetto delle popolazioni autoctone.

    Qui stanno le cause immediate, più profonde di quelle finanziarie e monetarie, della crisi che si sta incartando su sé stessa. Negarle per non fare concessioni ai marxisti è operazione insensata.

    Il marxismo ha fallito nelle terapie, non nella diagnosi.

    Ha fallito quando ha prospettato il collettivismo di uno Stato onnipotente, quando ha fantasticato su un’umanità riscattata e rinnovata attraverso la semplice socializzazione dei mezzi di produzione, quando ha immaginato una classe operaia compatta e dotata di coscienza di classe pronta a prendere il potere, quando ha elaborato una filosofia della storia che sarebbe pervenuta  a una fase in cui gli operai avrebbero utilizzato il formidabile apparato produttivo creato dalla borghesia capitalista per garantire abbondanza di beni a tutti, superando la divisione del lavoro e fondando l’utopia riassumibile nella formula “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”: la realtà che va chiarendosi ai nostri occhi non è quella della creazione dei presupposti per “i domani che cantano”, ma quella di un continuo degrado ambientale, culturale, morale, una perdita di umanità che era stata profetizzata più dai critici della modernità dal versante antiprogressista che dalle scuole del marxismo. Se ci fosse una classe operaia come quella immaginata da Marx, erediterebbe le macerie di un mondo devastato, non la poderosa macchina produttiva che cambiando manovratore possa assicurare benessere ed elevazione culturale a tutti.

    Occorre andare oltre il marxismo e vedere nelle origini lontane della modernità le cause di fondo del disastro economico, sociale, morale che ci affligge. Tuttavia chi voglia operare qui e ora, in una direzione politica e di proposta concreta, deve partire dalla riflessione sulle cause immediate della decadenza economica: la crisi di sovrapproduzione e soprattutto l’ombra incombente della caduta del Saggio del Profitto. Di euro, di signoraggio, di speculazione sui derivati, è bene parlare ma non per far perdere di vista ciò che è più essenziale.

    Luciano Fuschini

    lunedì
    nov172014

    Il fisco degli altri

    La recente querelle nata in ambito europeo, sulle poche tasse che si pagano in Lussemburgo, rappresenta in buona sostanza una polemica datata e strumentale. Datata perché è da anni, anzi da decenni, che il granducato fa pagare meno tasse ai propri cittadini rispetto alla media europea. E ne fa pagare ancora meno alle società che decidono di stabilirvi la loro sede legale ed appunto fiscale e ai loro azionisti. Una peculiarità di cui hanno approfittato anche società italiane. Ma si tratta anche di una polemica strumentale perché l'attacco contro il Lussemburgo è in realtà un attacco contro Jean Claude Juncker, attualmente presidente della Commissione Europea, ex primo ministro lussemburghese ed ex presidente dell'Eurogruppo. 

    Come fai tu, è il nocciolo della domanda a Juncker, a chiedere a tutti i governi europei il rigore nel controllo dei conti pubblici, quando per anni hai permesso che il tuo Paese sia stato lasciato operare come un vero e proprio paradiso fiscale? Un Paese, hanno insistito i critici, soprattutto i politici di governo di Paesi super indebitati come l'Italia (vedi appunto Renzi) che rappresenta una vera e propria anomalia all'interno dell'Unione europea e dell'Eurozona. Di conseguenza, attaccando Juncker si vuole attaccare Angela Merkel che ne è stata la grande elettrice. 

    Juncker rappresenta infatti in Europa la longa manus della Germania e come tale farà ben pochi sconti a quei Paesi che non sono in grado, come appunto l'Italia, di tenere sotto controllo la dinamica dei conti pubblici. Dal punto di vista della Commissione e della Merkel il ragionamento è ineccepibile. Avete firmato accordi internazionali che vi impegnano a seguire una ben determinata politica economica. Se non vi riuscite è un problema vostro. Dovete fare i compiti a casa. Ridurre la spesa pubblica improduttiva, ridurre il debito pubblico a livelli accettabili (il tetto ideale è stato indicato al 60% del Pil, ma chi ci potrà mai arrivare, quando una Italia sta al 135?) e azzerare il disavanzo. Come farlo spetta a voi. 

    A Bruxelles e a Berlino poco importa che la recessione in corso in tutta Europa, con un crollo verticale delle entrate fiscali e contributive, abbia di fatto reso impossibile aggiustare i conti pubblici. Gli impegni presi vanno rispettati, hanno tuonato la Merkel e a ruota Juncker. Anche la richiesta fatta dall'ex boy scout di non considerare nel calcolo del disavanzo le spese per investimenti infrastrutturali, è stata rispedita al mittente. Figurarsi. I noti ritardi italiani nel realizzare un'opera pubblica dimostrano, agli occhi dei tedeschi, che la richiesta è in realtà una scusa per spendere e per spandere e per foraggiare le varie clientele politiche che restano sempre più che mai voraci. La polemica di Renzi contro la burocrazia e la tecnocrazia “ottuse” di Bruxelles sono state infatti accolte all'insegna del più classico: “ragazzino, lasciaci lavorare”. 

    Non che Renzi non abbia ragione nel merito, ma è il pulpito da cui parla a lasciare gelidi i suoi interlocutori. Appare così quanto mai spassoso, e al tempo stesso inquietante, che diversi esponenti del PD, che evidentemente annusano il malumore dei cittadini e l'ostilità crescente verso la moneta unica, abbiano prospettato lo scenario di una uscita concordata dall'euro di tutti i Paesi membri. Inquietante, perché la moneta unica viene percepita ormai anche dai suoi ex fautori come una palla al piede per l'economia europea, in quanto ha reso i prodotti europei troppo cari rispetto a quelli della concorrenza internazionale, e quindi meno competitivi. 

    Resta il fatto che i politici europei al G20 in Australia a Brisbane, hanno parlato solo di sfuggita di evasione e di elusione fiscale, accordandosi per un non meglio specificato (ovviamente) impegno a "crescere del 2.1% entro il 2018"...

     La polemica contro Juncker, nata nell'Eurozona, appare così assolutamente fuori luogo e controproducente. Sono infatti altri e per importi molto maggiori, e tutti guarda casa sotto la sovranità e sotto il controllo di Gran Bretagna e Stati Uniti, i paradisi fiscali dove molte società hanno la propria base fiscale ed operativa e dove transitano giornalmente miliardi di dollari e di sterline, molto spesso frutto del traffico di stupefacenti. In Europa le isole di Guernsey e Jersey, nei Caraibi le Cayman e le Bermuda, tanto per citare i più noti. 

    Di conseguenza, andare a mettere sotto accusa il Lussemburgo, che fu uno dei sei Paesi fondatori dell'Unione Europea, potrà anche essere giusto dal punto di vista dell'etica ma ha il significato di darsi la zappa sui piedi da soli. Quando altri Paesi utilizzano mezzi e mezzucci per mantenere il proprio potere e fare i propri interessi, è deleterio che proprio noi europei, che siamo concorrenti di Usa e Gran Bretagna, ci mettiamo a fare i verginelli della finanza. Sempre ammesso, e non concesso, che sia giusto rimanere nella logica di pensiero che guida l'Unione.

    Irene Sabeni
    lunedì
    nov172014

    «Democrazia monopartitica»: e che sarà mai?

    Una enormità. E se non fosse che ormai la discussione propriamente politica è ai minimi termini, a forza di appiattirsi sulle necessità “concrete”, il ragionamento fatto ieri da Scalfari, nel suo classico maxi articolo della domenica, dovrebbe scatenare delle reazioni infuocate.

    Dopo i consueti svolazzi introduttivi, che prima di piombare sugli scenari dell’attualità si compiacciono di divagare tra riferimenti culturali più esibiti che appropriati, l’ex direttore di Repubblica si sofferma sul ruolo del “Partito della Nazione” vagheggiato da Renzi. E nel presupposto che esso sia destinato a egemonizzare la scena, in quanto farebbe «prevalere i concreti interessi nazionali sulle ideologie» aggiudicandosi perciò «i voti della sinistra moderata, del centro e d’una parte della destra», ecco l’incredibile epilogo: «Naturalmente esser guidati da un solo partito non è una conquista per la democrazia, anzi è una bastonata in testa. Attenzione però: ci sono vari modi di intendere la democrazia. Bipartitica? È un’ipotesi. Monopartitica: perché no, se il partito unico è democratico».

    Venisse da qualcun altro, che non appartenga al pantheon (o al museo delle cere) dell’intellighenzia liberal-progressista, la conclusione sarebbe immediatamente rigettata. In malo modo. Accusandola di velleità para dittatoriali che sono l’antitesi stessa della democrazia. E probabilmente citando, come si è già fatto in tante altre occasioni, il caso delle elezioni tedesche del 1933, quando l’NSDAP di Hitler sfiorò il 44 per cento e ottenne così una supremazia che gli permise, a partire da un consenso tanto cospicuo e di per sé “democratico”, di prendere il potere e imporre un regime totalitario.

    Nella versione di Scalfari, invece, la questione si stempera in una sorta di anomalia tecnica. Dando per scontato che il futuribile Partito della Nazione sarà “democratico”, ossia che consentirà di scegliere i propri vertici e, dunque, la propria linea politica, se ne conclude che in fondo il suo avvento non sarebbe affatto inaccettabile. E men che meno impensabile. D’altronde – e in questa prospettiva il teorema trova una sua logica, benché perversa – l’ipotesi del partito unico è intimamente connessa all’affermarsi di quell’altro monolite, sempre più dogmatico e supponente, che è il pensiero unico di matrice liberista.

    Una volta che si sia accettata l’idea di un modello economico sostanzialmente vincolante e inderogabile, al quale non soltanto si deve sottostare di fatto a causa della propria debolezza ma al quale si deve aderire in linea di principio sposandone le premesse e le finalità, il resto viene da sé. Fissata la “mission” degli stati-aziende, il governo si riduce alla scelta del relativo management. Gli elettori si riducono a loro volta a essere degli azionisti (ed è arcinoto quanto contino i detentori delle quote più piccole, o addirittura microscopiche, nella gestione delle grandi SpA dominate dai detentori dei pacchetti più consistenti) e il meccanismo si cristallizza in una perenne riaffermazione di sé stesso. Con un’oligarchia che comanda, e che direttamente o indirettamente si spartisce compensi faraonici, e tutti gli altri che possono solo ubbidire, sperando che dalla gestione altrui scaturisca qualche tipo di dividendo, anziché l’aggravio infinito dei debiti societari da fronteggiare.

    È la “Storia” che ce lo chiede.

    Federico Zamboni
    venerdì
    nov142014

    Cucchi, la sentenza. Perché è da ammirare il coraggio dei giudici

    venerdì
    nov142014

    Strategia, Nemico, Malafede: i tabù che fanno da alibi

    L’elenco potrebbe essere espanso moltissimo, ma l’importante è fissarne il filo conduttore. Fissarlo. Memorizzarlo. Capirlo.

    Il filo conduttore è che appunto non c’è nulla di casuale in quello che sta accadendo in Occidente da almeno 35 anni, ossia dall’avvento in parallelo della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli USA. Diciamo Occidente perché il campo d’azione accomuna sia l’Europa sia gli Stati Uniti, ma il fronte principale è il nostro: il “vecchio continente” dove l’attacco liberista, o neoliberista, non era stato ancora sferrato con la medesima brutalità che Oltreoceano, invece, è prassi corrente già da lunghissimo tempo. E che infatti laggiù, nella cosiddetta “più grande democrazia del mondo”, equivale a una norma non scritta, talmente consolidata da non essere più percepita nella sua effettiva natura di arbitrio e sopraffazione – che dà luogo a una schiavitù appena un po’ mascherata – nemmeno dalla stragrande maggioranza di coloro che la subiscono.

    In teoria sembrerebbe ovvia, la conclusione da trarre a fronte di un assalto sistematico ai danni della generalità dei cittadini: se esiste questo attacco, deve esistere anche chi lo ha deciso e lo porta avanti. Se sussiste una contrapposizione deliberata e insanabile, che tende a concentrare nelle mani di un’oligarchia alquanto ristretta una sempre maggiore ricchezza, e dunque un sempre maggior potere, essa va riconosciuta come un conflitto. E chi ha voluto tale conflitto va identificato come un nemico.

    È questo il pezzo mancante (metà tabù e metà segreto di Pulcinella) in ogni “analisi” economica e politica da parte degli attori istituzionali e paraistituzionali che dominano la scena. I governi, i partiti, i sindacati, nonché i commentatori embedded dei media a più larga diffusione, discutono all’infinito dei singoli aspetti ma si guardano bene dal ricomporre il quadro complessivo, denunciando la strategia che vi è sottesa. L’unico richiamo a una visione d’insieme è quello sbagliato, e capzioso: è l’appellarsi alla globalizzazione in atto spacciandola per un fenomeno naturale, o comunque inarrestabile, al quale ci si può soltanto adeguare/inchinare/prostrarsi, sperando di riceverne in cambio un posticino a tavola. O anche solo sotto la tavola, a racimolare le briciole del banchetto altrui.

    Di esempi se ne potrebbero citare a migliaia, e basta pescare negli archivi del Ribelle per averne a iosa, ma per rimanere sulle notizie di attualità ecco le dichiarazioni rilasciate ieri dalla neo segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan: «Lo sciopero  è l'ultimo strumento per ottenere risultati», mentre la strada privilegiata deve essere quella «della contrattazione, del confronto, del dialogo, partendo dai problemi del mondo reale». 

    Come no? Il «dialogo», il «confronto», la «contrattazione». Si è visto, in tutti questi anni, anzi decenni, a cosa hanno portato queste modalità di rapporto. O di atteggiamento. O di assoggettamento.

    Hanno condotto ad assecondare, uno dopo l’altro, tutti i processi di erosione e rimozione delle precedenti conquiste nel campo della tutela dei lavoratori, fino a sgretolare l’idea stessa del lavoro (in barba all’articolo 1 della Costituzione) come fondamento autentico, e non meramente retorico, della Repubblica italiana.

    Per dialogare bisogna essere in due, ed essere entrambi in buonafede. Entrambi desiderosi di perseguire il bene comune. Entrambi convinti che sia l’economia a dover soddisfare i bisogni dei popoli, e non che i popoli si debbano immolare sull’altare dei totem liberisti del Pil e della prosperità, pressoché a senso unico, delle banche, degli speculatori finanziari e delle multinazionali.

    Se la buonafede non c’è, c’è invece il suo opposto: la malafede. Se la solidarietà non c’è, c’è invece il suo opposto: l’ostilità.

    Se non c’è l’onestà intellettuale di riconoscere il conflitto in corso c’è la connivenza col nemico.

    Federico Zamboni
      
    giovedì
    nov132014

    Quel media che manca

    Tra i tanti suggerimenti e quesiti che riceviamo, che si tratti di email, di commenti ai vari articoli sul sito, o anche in occasione di incontri telefonici o personali, c'è una domanda che ritorna periodicamente, alla quale rispondiamo ogni volta ma che pure appare non esaurirsi mai.

    Si tratta evidentemente di un tema ricorrente e assai sentito da molti. Del che ci sono tutte le ragioni, beninteso. 

    L'ultima volta, in ordine di tempo, è relativa a una email che abbiamo ricevuto da un nostro lettore di lunga data. Cerchiamo questa volta di rispondergli in modo diffuso, e pubblicamente, contando molto sul fatto che la risposta possa essere utile, e forse definitiva, per quanti sono interessati alla stessa cosa.

    Dunque ecco l'email e la richiesta, nella quale molti troveranno domande che ci hanno fatto in passato o che a vario titolo vorrebbero farci.

    Ciao Valerio, 

    un piccolo desiderio. Possibile che non si trova un modo per creare un'unione e dar vita ad un contenitore dove fare dibattiti seri su economia, politica e altro? Io leggo La Voce del Ribelle, poi guardo Giulietto Chiesa su Pandora Tv, poi ancora ascolto Nando Rossi e la Benini che vanno in giro, e poi ancora quelli della Decrescita da Latouche a Pallante. Alla fine mi trovo a guardare la Gabbia con dibattiti fasulli e orchestrati sulla rissa. Ma un Bagnai o un Borghi che si scontrano in un dibattito serio con qualche economista del potere, con un grillino o addirittura con un Pallante come e dove si può vedere? Come unire le forze (anche finanziarie) tra tutti i protagonisti che combattono il sistema e creare una forza d'informazione mantenendo ognuno il proprio pensiero e la propria linea editoriale?

    Grazie.

    Andrea Pucciarini

    Sintetizziamo: creare una unione, almeno mediatica, dove poter trovare in un unico luogo tutta una serie di temi, di giornalisti, di saggisti che a vario titolo, pur con le dovute differenze, possono essere annoverati in quella che oggi è una costellazione di idee e progetti che, pur nella loro diversità, si richiamano a un ambito, a una visione del mondo e a una chiave di lettura quanto meno vicine e che può - e dovrebbe - essere resa più visibile per il semplice motivo che l'unione fa la forza (nell'oggetto della email ricevuta, del resto, si legge giustamente "Divide et Impera").

    La risposta non può che essere articolata e non può, per quello che ci riguarda, prescindere dalla nostra esperienza diretta, se non altro dal varo di questo progetto, ovvero dal lontano 2008 (o dal lontanissimo 2005, se consideriamo come data di inizio la messa in onda di una delle prime webradio in Italia, RadioAlzoZero, che era realizzata già allora da buona parte dei giornalisti che tuttora lavorano al Ribelle).

    Partiamo dalla fine, lapidari: il modo per creare questa "unione", almeno noi, non lo abbiamo trovato. Pur avendolo cercato costantemente, praticamente ogni giorno, non ci siamo riusciti. 

    Il nostro mestiere si è sempre svolto su due direttrici ben precise: da una parte il lavoro giornalistico di raccontare la realtà, e soprattutto di spiegarla in modo differente rispetto agli altri media, passandola dal prisma di una chiave di lettura che è sempre stata ben manifesta; dall'altra parte il lavoro saggistico, mediante editoriali e speciali, per portare avanti un discorso generale anche in questo caso il più coerente possibile e dalle linee ben definite.

    Questo duplice impegno, sia in chiave scritta, sia in chiave audio o in video (con le esperienze del giornale on-line, del Mensile cartaceo, della WebRadio e delle trasmissioni in streaming video) oppure mediante le tante conferenze che abbiamo fatto in giro per l'Italia, si è dipanato attraverso una duplice strategia. In primo luogo la "nostra" produzione originale (ci riferiamo ai vari editorialisti e collaboratori che nel corso degli anni si sono succeduti). In secondo luogo nel tentativo di includere, ascoltare, far intervenire una serie infinita di altri soggetti per dialogare con noi e con tutti i nostri lettori e ascoltatori. Per quest'ultimo punto - ci pare - siamo state una delle pochissime realtà in cui, mediante le trasmissioni in audio e in video in diretta e attraverso i sistemi di chat on-line durante le interviste e i colloqui, i lettori e gli ascoltatori hanno potuto sul serio interagire con i nostri ospiti, ponendo loro domande in tempo reale.

    Per quanto attiene al primo punto parliamo ormai di diverse decine di migliaia di articoli e mini-saggi tuttora disponibili nel nostro archivio. Per quanto riguarda la presenza di altri soggetti e in particolare le interviste, abbiamo quasi raggiunto il migliaio di unità. Come dire: non ci siamo mai risparmiati e oggi persistono una produzione e un archivio praticamente sterminati a conferma di ciò.

    Il criterio che abbiamo sempre - sempre - utilizzato per scegliere le persone, i giornalisti, gli scrittori e gli studiosi che abbiamo avvicinato per interventi e interviste è stato uno solo: chiunque avesse avuto qualcosa di interessante da dire per noi e per i nostri lettori e ascoltatori (ovviamente a nostro avviso, visto che qui in redazione ogni cosa è sempre stata scelta e ponderata a livello collettivo).

    Per intenderci, dei nomi che sono contenuti all'interno della email ricevuta, abbiamo ascoltato tutti. Ma proprio tutti, Latouche incluso (l'intervista è ancora sul nostro sito). Solo Alberto Bagnai, contattato ripetutamente negli ultimi periodi in cui è andata in onda la WebRadio, ci aveva confermato per due volte la sua disponibilità a intervenire ma poi - cosa che tuttora non ci spieghiamo - malgrado le nostre ripetute email per perfezionare il tutto e mandarlo in onda, non ci ha degnato neanche di una risposta. Peccato, perché ci avrebbe fatto molto piacere ascoltarlo e dialogare con lui e malgrado questo suo rifiuto continuiamo a considerare il suo lavoro degno di assoluto interesse.

    A fronte di questo impegno di carattere "inclusivo" di tutte le realtà che abbiamo reputato utili da contattare (anche bloggers, editori, scrittori, giornali cartacei e on-line attraverso vari loro esponenti) e che sono stati - a quanto ci risulta - ben lieti di partecipare, noi del Ribelle siamo stati sempre (sempre!) esclusi da qualsiasi rimando, citazione e inclusione di qualsivoglia tipo. Silenzio assoluto. Semplicemente, a livello mediatico, non siamo esistiti se non per le migliaia di persone che ci hanno seguito fedelmente.

    Ora, sia chiaro, aspettarsi inviti di vario tipo da una delle tante espressioni dei media mainstream sarebbe stato ingenuo. Ben consci del teatrino che viene messo in scena all'interno di quelle redazioni e di quelle trasmissioni, figuriamoci se qualcuno mai si sarebbe arrischiato a far partecipare, magari in diretta, un giornalista del calibro di Federico Zamboni. A Federico sarebbero bastati un paio di interventi, un paio di risposte, in circostanze del genere, per far diventare viola il conduttore o l'ospite di turno, e per dimostrare in modo incontrovertibile la vacuità e la erroneità dei presupposti e dei metodi con i quali vengono affrontati quei temi che vengono costantemente trattati in occasioni del genere. Roba dal "gioco, partita, incontro", spegnete la tv e tutti a casa. Impossibile insomma sperare di entrare in quegli spettacoli ben oliati sapendo che saremmo stati in grado di farli inceppare in pochi minuti.

    Ma dal resto, cioè da tutte le realtà che abbiamo cercato di includere per i motivi che abbiamo spiegato poc'anzi, francamente ci aspettavamo più apertura. Più volontà di inclusione a loro volta. Più capacità di capire, appunto, che l'unione avrebbe generato più forza. E invece, come detto, è stato il silenzio.

    Naturalmente ci siamo chiesti ripetutamente il perché di tale comportamento. E ovviamente ci siamo dati le risposte, scaturite da mera logica e solo in qualche caso sfociate in supposizioni che però, al momento, non possono essere confermate né smentite.

    Vediamo. 

    A nostro avviso, i motivi dell'ostracismo nei nostri confronti sono, a grandi spanne, tre. Uno molto piccino. Un altro mortificante. E un altro propriamente strategico. (E parliamo unicamente delle realtà "nostre", ovviamente, non certo del circuito mainstream).

    Andiamo con ordine. 

    E dritti al primo punto senza infingimenti: alcuni degli altri hanno avuto timore di perdere, almeno in parte, il "proprio" pubblico. Ciò che l'informazione consuma è l'attenzione del lettore. E siccome questa è limitata, ogni unità in più, ogni articolo, contenuto o secondo passato a leggere o ascoltare qualcosa o qualcuno sottrae tempo e attenzione per leggere altro. Come dire: se si intende parte del proprio lavoro come una battaglia per assicurarsi l'attenzione del lettore, ogni spostamento di fuoco rispetto all'io, per esempio nei confronti di qualcun altro da leggere o ascoltare, riduce la propria visibilità. E dunque, perché dare spazio agli altri? E ancora: perché dare spazio ad "altri" che magari hanno qualcosa di più interessante, di più preciso, di più giusto da dire rispetto a quello che ho da comunicare io?

    Ecco: ognuno faccia propria tale riflessione o la contesti, ma una delle risposte che ci siamo dati è questa, anche perché conosciamo veramente a fondo le mentalità dell'ambiente (giornalistico ed editoriale) nel quale ci muoviamo e nel quale lavoriamo da tutta la vita. E perché siamo ben consci di quello che abbiamo prodotto sin qui. E che è tuttora disponibile a chiunque.

    Secondo punto: alcuni degli altri non ci hanno reputato degni di essere ascoltati, inclusi, rilanciati. O, molto semplicemente, non hanno avuto la mera volontà di andarci a conoscere per sincerarsi di ciò che abbiamo prodotto (in quest'ultimo caso, chiara incapacità di fare il proprio mestiere). Diversi ci hanno saccheggiato spudoratamente. Scrivono oggi nelle loro recenti realtà editoriali cose che noi abbiamo scritto un lustro addietro, e le "vendono" come rivelazioni frutto di chissà quale capacità analitica.

    Non c'è una sola riga, relativa alle macro-analisi e agli scenari che abbiamo pubblicato negli anni che non si sia puntualmente verificata, e che non sia stata poi ripresa e rilanciata (senza citarne la paternità come noi invece abbiamo sempre fatto, quando necessario) se non quando ormai, praticamente, di dominio pubblico.

    È imbarazzante, ma dobbiamo pur dirlo, senza mettere su una maschera di finta, e fuori luogo, modestia. E ci si perdoni (speriamo) l'auto citazione.

    Terzo punto: molti, pur di difendere il proprio piccolo orticello, non hanno capito, proprio dal punto di vista strategico, che una unione delle forze sarebbe stata più efficace non solo in senso generale - sempre ammesso che veramente abbiano a mente e sposino la volontà generale che ha animato da sempre questo progetto: diffondere il più possibile idee e chiavi di lettura di un certo tipo al fine di incidere sulle mentalità di quante più persone possibili per innescare il cambiamento radicale della società che auspichiamo. Cioè, letteralmente, un progetto metapolitico - ma anche a livello personale.

    Unire più micro realtà differenti avrebbe acceso i riflettori maggiormente sulla nostra "area" e in conseguenza, fatalmente, su ognuno di quelli che vi si dedicano.

    Niente da fare: hanno tutti preferito attestarsi nel proprio micro terreno invece di dare vita a una Camelot mediatica. Ma non solo: senza arrivare neanche a ipotizzare un vero e proprio soggetto unico (una testata, una radio, una televisione) dovendo per forza di cose rinunciare, almeno in parte, alla propria unicità, sarebbe bastato, strategicamente, pur rimanendo nella propria esclusiva identità aprirsi però a un dialogo, a un rilancio, a uno spalleggiarsi tra le varie realtà differenti. Ognuna con le proprie specificità però unite, sodali, verso un progetto comune. Una costellazione di giornali, radio, tv, editrici, giornalisti e saggisti che pur remando da soli o in scialuppe con poche unità avrebbero però condiviso la rotta e gli intenti, aiutandosi l'un l'altro, con il tipo di aiuto che un lavoro del genere esige: visibilità e presenza, vicendevolmente.

    Invece nulla: quasi tutti (tranne pochissime realtà) hanno continuato in ordine sparso, individualmente, difendendo la propria unicità e rifiutando qualsiasi dialogo di qualsiasi tipo.

    Noi ci siamo aperti e abbiamo incluso tutti quelli che reputavamo utili alla cosa (e i nostri lettori sanno quanti soggetti abbiamo incluso, rilanciato, sostenuto). Gli altri ci hanno semplicemente ignorato.

    Dal 2005 a oggi abbiamo visto nascere e chiudere realtà a decine, se non a centinaia. Abbiamo visto collaboratori avvicinarsi al Ribelle, lavorare con noi e poi emigrare altrove in cerca di maggiori prospettive professionali e personali, salvo poi tornare a riavvicinarsi oppure cambiare definitivamente mestiere. Abbiamo visto giornali nascere e perdere lo slancio dell'entusiasmo della prima ora dopo alcuni mesi di difficoltà fino poi a estinguersi del tutto. Televisioni sempre in procinto di partire o partire con trasmissioni imbarazzanti perché curate da persone che, pur con tutta la buona volontà, non erano o sono in grado di fare prodotti professionali. Realtà in cui i promotori stessi non hanno capito che la più ferrea delle volontà non può sostituire la professionalità di cui tali progetti ha bisogno.

    Bloggers lavorare in modo acuto e professionale e poi cessare il proprio lavoro dopo aver constatato che più di qualche centinaio di persone, da soli, non riuscivano a raggiungere. E via dicendo. Tutte energie e potenzialità sprecate, disperse, irrilevanti.

    Noi siamo ancora qui. Le abbiamo provate tutte, con tutti. Ma a realizzare quel progetto non siamo riusciti. Probabilmente, ammettiamo senza imbarazzo, perché non è il nostro mestiere.

    E in modo ancora più diretto: attualmente non siamo in grado di proferire più alcuno sforzo in tal senso, né umano né economico.

    C'è una speranza: alcuni nostri lettori, dal settembre scorso, si stanno muovendo autonomamente proprio per contattare quante più realtà possibili con l'intento preciso di creare esattamente quello che ci viene chiesto da sempre sino all'ultima email. Stanno lavorando alla cosa ogni giorno, e ci aggiornano periodicamente sullo stato di avanzamento del lavori. 

    Noi, qui in redazione, incrociamo le dita affinché si arrivi all'obiettivo. Perché se abbiamo fallito, in tal senso, e ora più che continuare nel nostro lavoro giornalistico non possiamo fare, ciò non significa che alla cosa abbiamo rinunciato. Anzi, la reputiamo ancora l'unica speranza di riuscita piena di questo progetto. 

    E se si dovessero trovare risorse e volontà e accoglienza, non impiegheremmo davvero molto a ripartire alla grande, a espandere il tutto, a riaccendere microfoni e telecamere. A ricominciare a includere tutti quelli che - si spera dopo nuove riflessioni - avessero capito che di un mezzo mediatico di tal tipo c'è veramente bisogno e che per farlo la strada è differente da quella che hanno seguito sino a ora.

    Valerio Lo Monaco


    PS. Posso aver dimenticato qualcosa, e magari Federico Zamboni - che è l'unico, in senso assoluto, che lavora al Ribelle sin dall'inizio e che oggi continua a farlo ogni giorno - vorrà aggiungere qualche altro ragionamento, ma in senso generale il discorso è quello che ho fatto.

    Un altro testo che mi sento di consigliare sullo stesso tema è, peraltro, proprio di Zamboni, ed è stato scritto in calce all'esperienza fatta ad Alterfestival, a Rovereto, giusto qualche mese addietro. QUI.

    mercoledì
    nov122014

    «La Gabanelli è stupida». E se lo dice Bertelli…  

    Si è stizzito, Mister Prada: all’anagrafe è Patrizio Bertelli, ma siccome dal 1987 è sposato con la sciura Miuccia (Prada, appunto), oramai è come se il cognome della moglie fosse anche il suo. Al pari dell’omonimo gruppo industriale, naturalmente. Del quale, d’altronde, l’operosissimo Bertelli è il Grande Capo – ovvero il CEO, nella neolingua angloamericana che dilaga everywhere – con tutti gli onori, e i soldoni, che ne derivano. Infatti sia lui che la consorte si piazzano abbastanza bene nella classifica dei supermilionari redatta, cortesemente, dal bisettimanale statunitense Forbes, e sommando gli averi di entrambi si arriva alla rispettabilissima cifra di 12,8 miliardi di dollari. Che purtroppo è un po’ meno dell’ammontare riferito all’anno precedente, ma si sa che c’è la crisi e bisogna farsi forza.

    Detto ciò, per chiarire ai più distratti di chi stiamo parlando, veniamo alla notizia del giorno. Ossia allo “stizzimento” di cui abbiamo accennato in apertura. Al signor Bertelli non è andato giù il servizio di Report trasmesso il 2 novembre scorso e intitolato “Siamo tutti oche”, nel quale si denunciava «l’illegalità della “spiumatura” sulle oche vive in Ungheria». Una pratica «crudele» che rientra nel novero delle «scelte di alcuni marchi della moda che si spingono perfino in territori non riconosciuti dall’ONU pur di risparmiare pochi euro su prodotti venduti a prezzi elevati in boutique». Sul banco degli imputati c’era, in particolare, la Moncler. Che all’indomani della messa in onda del programma ha subito un pesante ribasso delle quotazioni di Borsa, chiudendo con una perdita di quasi il 5 per cento.

    Così, quando ieri Bertelli è intervenuto al Milano Fashion Global Summit e gli è stato chiesto di dire la sua sulla vicenda, e sulle relative polemiche, lui non ha esitato a sparare a zero. A suo giudizio le accuse di Report discendono da «una cultura del passato oramai sorpassata, per questo la Gabanelli è stata stupida». Altro che crudeltà e mancanza di scrupoli: «È naturale che in un mondo globalizzato una impresa cerchi risorse produttive con costi più contenuti, per esempio in Ucraina o in Slovenia, e non si può impedirlo in un mercato liberale. Questo non vuol dire che noi dobbiamo fare i carabinieri sui produttori ai quali ci affidiamo. Lo stesso discorso vale per Prato, dove il popolo orientale ha trovato una opportunità economica e l’ha sfruttata».

    Che lezioncina illuminante. Il pragmatico CEO di lunghissimo corso si trasforma d’incanto in Ph.D. – anzi in “Distinguished Professor”, presso l’Università Internazionale del Lucro – e ci richiama tutti all’ordine, scodellando una reprimenda, in perfetto stile USA, a metà strada fra determinismo storico e religione del Dio Quattrino. La globalizzazione è un dato di fatto, e come tale si erge a Realtà Indiscutibile. Il taglio dei costi è un comandamento universale, e quale che sia il comportamento pratico indotto dalla sua (obbligatoria, spasmodica, fremente) applicazione «non si può impedirlo in un mercato liberale».

    Corollario ineccepibile, ma teorema sballato. E conclusioni da ribaltare. Se davvero il “mercato liberale” spiana la strada a ogni sorta di sopraffazioni, non bisogna affatto chinare la testa e adeguarsi, reverenti, ai suoi cinici diktat. Al contrario: si deve fare di tutto perché quante più persone possibili aprano gli occhi e comprendano, finalmente, che gli abusi commessi dalle singole imprese, e in primis dalle multinazionali, sono le manifestazioni concrete del pensiero liberista. Delle sue premesse. Dei suoi obiettivi. Dei suoi “valori”. Delle sue strategie.

    Come cantò Fabrizio De André, «non esistono poteri buoni». Men che meno nell’economia odierna, globalizzata e finanziaria.

    Chi è lo stupido, allora?

    Federico Zamboni 
    martedì
    nov112014

    La Catalogna vuole essere indipendente. Cioè libera

    Madrid gli aveva negato la ufficialità, ma la Catalogna è andata avanti per conto suo. Per fare una conta interna, e per mandare un messaggio al governo centrale. E il messaggio è stato chiaro: indipendenza.

    La storia relativa alla volontà secessionista catalana va avanti ormai da anni. E si è inasprita ulteriormente in seguito alle recenti vicende relative al governo spagnolo prono di fronte alla tecnocrazia europea e alle misure di austerità imposte alla popolazione.

    Il referendum sull’indipendenza era stato di fatto bloccato dopo il no del Tribunale Costituzionale, ma i catalani hanno voluto in ogni caso andare avanti ed effettuare l’operazione. Per Madrid, dunque, non c’è stato altro modo di digerire la cosa se non quello di considerare il tutto come un atto simbolico. Ammesso che così sia, e che si debba solo interpretare il “simbolo” che dalla consultazione è scaturito, ebbene il significato è chiaro: la Catalogna non vuole saperne più nulla della Spagna, del suo governo centrale e dei diktat della troika.

    Certo, è evidente che, una volta archiviata la consultazione simbolica, adesso per dare un seguito alla cosa si debba andare a lavorare molto più sul concreto. Ed è altrettanto evidente che, nel caso più emblematico e più recente in tema di indipendenza, ovvero quello della Scozia, quando si è andati a votare sul serio su una possibile indipendenza le cose siano andate diversamente da quanto auspicato da chi aveva indetto il referendum. Eppure volontà di questo tipo sono in aumento in tutta Europa. E il “rischio” che qualcuna di queste vada realmente a segno è grande, tanto che, nell’unico caso in cui ciò sarebbe potuto sul serio accadere, come abbiamo visto per la Scozia, sono state messe in campo, come controffensiva, tutte le “armi” di persuasione di cui lo status quo dispone per disinnescare le probabilità di un precedente tanto importante.

    Per convincere gli scozzesi a non votare per l’indipendenza, oltre a Cameron, all’epoca si espressero anche i politici degli altri Paesi, e addirittura Obama mandò un messaggio chiaro al popolo scozzese. Come se fosse lecito, come se fosse possibile che in una situazione inversa, un capo di Stato di un Paese europeo potesse mandare un messaggio ai cittadini statunitensi. Come se fosse possibile anche solo immaginare, in tal caso, un Obama accettare una cosa simile.

    In Scozia sappiamo come è andata a finire, con una sconfitta sul filo di lana per gli indipendentisti i quali, senza l’artiglieria diplomatica e mediatica contro, senza tutte le ingerenze straniere non richieste, avrebbero di certo avuto ragione della propria volontà.

    Il caso odierno, con oltre l’80% dei votanti a favore dell’indipendenza della Catalogna, apre un nuovo fronte. Sul quale Madrid non potrà fare finta di nulla. E neanche il resto d’Europa.

    L’indipendenza - in senso lato - è oggi vista con orrore da parte del nostro modello di società, che vuole invece nella dipendenza assoluta di ogni persona, di ogni popolo, il mezzo attraverso il quale controllarlo. Attraverso il quale imporgli i desiderata provenienti da altrove, dalle stanze dei bottoni, per intenderci. Perché un soggetto (una persona, un popolo) che per vivere dipende da qualcosa, è giocoforza un soggetto debole, sotto scacco perenne, senza alcuna possibilità (teorica) di svincolarsi.

    Chi dipende dagli altri non è libero, molto semplicemente. E deve subire senza possibilità di sfuggire qualunque decisione presa dal soggetto (o dai soggetti) da cui dipende. 

    Chi viceversa nutre spirito indipendente, e lotta per tornare libero, è visto non solo come un evasore contro il quale scattano tutte le misure di sicurezza possibili, ma viene considerato anche un vero e proprio disertore, che è cosa differente. E persino un eversore.

    Chi vuole indipendenza, infatti, non solo evade da qualcosa che reputa evidentemente una prigione, non solo diserta da un complesso al quale evidentemente non reputa più di volere far parte, ma di fatto scrive vere e proprie pagine di eversione. Perché è nella natura stessa della nostra società il fatto di non poter essere liberi, di non poter decidere del proprio presente e del proprio futuro, di dover per forza accettare le decisioni che vengono prese altrove - il che, oggi, significa prese da finanza e speculazione - e dunque volersi affrancare da tale situazione viene considerato praticamente un atto di guerra. Contro il quale, infatti, vengono opposte armi di vario tipo: culturali, mediatiche, diplomatiche, politiche, economiche e alla fine, ove serve, anche militari.

    Indipendenza, oggi, è un vero e proprio atto di ribellione. Non dipendere da significa potersene infischiare. Significa di fatto togliere qualsiasi potere a chi invece vuole continuarci a sottomettere in quanto dipendenti. Significa alzare il dito medio in faccia al padrone.

    Valerio Lo Monaco
    martedì
    nov112014

    Papa Francesco e il vizio dell'ingerenza

    lunedì
    nov102014

    Quirinale offresi, solo referenziatissimi. E filo USA

    Brividini novembrini, per i cultori del genere: quando si dimetterà Napolitano? E chi prenderà il suo posto al Quirinale?

    Lo scorcio finale della settimana appena passata si è “animato” così, sui quotidiani del mainstream. Una ridda di ipotesi, con l’inevitabile seguito di cogitabonde riflessioni da parte degli editorialisti più o meno famosi, che partono dal momento in cui dovrebbe arrivare il fatidico annuncio dell’uscita di scena, per poi soffermarsi/trastullarsi sui possibili sostituti.

    Quanto alla data le opzioni sembrerebbero due: la fine di dicembre, in coincidenza del discorso televisivo del 31 dicembre e con effetto dal gennaio 2015, oppure il successivo Primo maggio. Non già, attenzione, in quanto Festa del lavoro (il lavoro che non c’è…) bensì quale giorno dell’inaugurazione dell’Expo di Milano e, nelle speranze di Matteo Renzi, termine utile per aver approvato la riforma elettorale. Il doppio spot, sempre negli auspici del presidente del Consiglio e della holding che lo sostiene, che diventa triplo: la Italia SpA che si proietta nel futuro esibendo sia le sue potenzialità economiche, sia il consolidamento societario dovuto alla nomina di un nuovo Capo dello Stato e dall’introduzione di un sistema di voto a forte impronta maggioritaria. In pratica, semmai non fosse chiaro, significa rassicurare “i mercati” promettendo che qui da noi le linee guida rimarranno le stesse per svariati anni. Quirinale bloccato fino al 2022 e Parlamento/Governo sotto controllo fino al 2020, in caso di elezioni anticipate, o addirittura fino al 2023, se l’attuale legislatura dovesse giungere al suo epilogo naturale. Ovviamente la condizione ulteriore, e fondamentale, è che il Pd di Renzi esca vittorioso dalle urne, ma non potendo prefissare il risultato del match si cerca di orientarlo cambiando i regolamenti: di sicuro aiuta, e di solito funziona.

    Napolitano, nel frattempo, ha diffuso una breve nota ufficiale per puntualizzare che non c’è nulla di certo e che ogni decisione riguardo al suo abbandono spetta solo e unicamente a lui. La dichiarazione è di rito, ma un singolo passaggio merita di essere segnalato: quello in cui si afferma che resta «esclusiva responsabilità del Capo dello Stato il bilancio di questa fase di straordinario prolungamento». La valutazione, dunque, sarà del tutto unilaterale. Benché straordinario, infatti, il prolungamento è anche a tempo indeterminato. La palla resta nelle mani del vecchissimo gestore del nostro scombinato Italian Bowling (inutile specificare chi siano i birilli) e sarà egli stesso a stabilire quando cederne ad altri la supervisione.

    Magari, one more time, previa consultazione con i “cari amici di Washington”. I quali, peraltro, possono dormire sonni tranquilli, riguardo al politico/manager da piazzare sul Colle. Vedi Walter Veltroni, per citare solo un nome tra i papabili, veri o presunti, di cui si è cominciato a parlare. Un Napolitano parecchio più giovane ma altrettanto affidabile. Un altro che si potrà consacrare a suon di attestati di stima da parte dell’establishment nazionale e internazionale, purché filo USA.

    La popolarità, di qualsiasi prodotto, non è un requisito antecedente la sua commercializzazione. È l’esito delle campagne di marketing che ci si imbastiscono sopra.     

    Federico Zamboni
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