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Diaz: sette anni non bastano

 di Federico Zamboni

Ma sì, aggiungiamoci pure questa. Più di sette anni di attesa – dalla delirante notte del luglio 2001 in cui le (cosiddette) forze dell’ordine presero letteralmente d’assalto la Diaz di Genova e si accanirono in ogni modo contro i giovani anti G8 che vi si erano ritirati a passare la notte – per avere questa sentenza tutt’altro che esemplare. O esemplare a rovescio: esemplare nel dimostrare, nel confermare, che in Italia le vicende più oscure non trovano praticamente mai una lettura chiarificatrice nelle aule di tribunale. Appunto: il processo di primo grado sulle violenze alla Diaz si chiude senza nessunissimo condannato tra gli imputati di grado più elevato, e con condanne miti, ridotte quasi a zero dai provvidenziali sconti dell’indulto, per i funzionari di secondo piano e per un plotoncino di sottoposti.

I pubblici ministeri, a onor del vero, ci avevano provato. Sia pure senza brillare per rigore, Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini avevano chiesto circa 110 anni di carcere da ripartire tra 28 imputati. E tra questi ultimi figuravano anche alcuni nomi di spicco: uomini che nel 2001 avevano già posizioni di rilievo e che, negli anni successivi, sono approdati a incarichi ancora più importanti. All’epoca, Giovanni Luperi, Francesco Gratteri e Gilberto Caldarozzi erano, rispettivamente, vicedirettore dell’Ucigos, direttore e vicedirettore dello Sco; oggi sono, nell’ordine, a capo del dipartimento analisi dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), dell’Anticrimine e dello stesso Sco.   

I giudici hanno disatteso la requisitoria. Dopo 150 udienze, ma dopo appena undici ore di camera di consiglio, giovedì scorso la Corte di Assise di Genova ha ridimensionato massicciamente quelle richieste e smantellato, di fatto, l’intero impianto accusatorio. La sentenza emessa dai giudici Gabrio Barone (presidente) Anna Leila Dellopreite e Fulvia Maggio (giudici a latere), ha condannato solo 13 persone e irrogato solo 35 anni e sette mesi di reclusione. Gli altri, inclusi Luperi, Gratteri e Caldarozzi, sono stati assolti “per non aver commesso il fatto”.

La conclusione, a dir poco sconcertante, è che quello che accadde alla scuola Diaz di Genova, la notte del 21 luglio 2001, accadde all’insaputa dei vertici della polizia. La spedizione punitiva venne decisa e attuata da un gruppo di agenti esasperati – una sorta di scheggia impazzita – che agirono di propria iniziativa e senza alcun tipo di autorizzazione.

È credibile? Ovviamente no. Ma ammettiamo pure che lo sia. Ammettiamo pure che, quella notte sciagurata e imperdonabile, i picchiatori in divisa della Diaz abbiano fatto tutto di testa loro. Quale avrebbe dovuto essere, dopo, la reazione dei loro superiori, da quelli più prossimi fino ai massimi gradi? Se davvero non ne avessero saputo nulla, come hanno detto e ripetuto, e come adesso “attesta” la sentenza di Genova, sarebbe stato naturale che reagissero in modo ben diverso da quello che abbiamo visto. Ancora prima di qualsiasi iniziativa della magistratura, e di qualsiasi sollecitazione degli inquirenti, avrebbero dovuto fare di tutto per ricostruire l’esatta dinamica degli avvenimenti e per identificare e sanzionare i responsabili.

Come tutti sappiamo, non lo hanno fatto. Hanno lasciato che il tempo scorresse e che a portare il peso degli accertamenti fossero solo i magistrati. Coi risultati che abbiamo visto.

Ora, all’indomani della sentenza e delle polemiche che l’hanno accolta, l’attuale Capo della polizia, Antonio Manganelli, scrive a Repubblica e, dopo essersi detto d’accordo sul fatto che “il Paese abbia bisogno di spiegazioni su quel che accadde realmente a Genova”, afferma che la polizia “attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva, non attraverso proclami via stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali”.  

Vada come vada, è un annuncio tardivo, se non proprio fuori tempo massimo. Un annuncio dai toni altisonanti, ma dai contorni assai vaghi. Tutto da verificare, insomma. L’ennesimo caso in cui la promessa di verità e di giustizia si proietta in un futuro imprecisato. Che intanto è lontano. E poi si vedrà.

 

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RASSEGNA STAMPA DEL 17/11/2008

Spedizioni e numero 3