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ThyssenKrupp, difese d'ufficio e massimizzazione dei profitti

di Federico Zamboni

La notizia, in prima pagina sui quotidiani di oggi, è che l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhan, è stato rinviato a giudizio per omicidio volontario. Mentre altri cinque dirigenti della multinazionale verranno processati per omicidio colposo. 

Secondo gli inquirenti, dunque, la strage del 6 dicembre 2007, in cui morirono bruciati ben sette operai, non fu dovuta a una tragica fatalità ma a responsabilità precise. I manager dell’azienda omisero deliberatamente quei controlli sugli impianti e sulle misure di sicurezza che avrebbero potuto evitare l’incidente o limitarne gli effetti. Potendo ragionevolmente prevedere le conseguenze di quelle omissioni, per la Procura di Torino essi non hanno alcuna giustificazione: la loro condotta ha influito sugli eventi in modo determinante. I sette operai sono morti. Loro, i sei dirigenti della ThissenKrupp, ne devono rispondere in giudizio. 

Se verranno condannati oppure no, ovviamente, lo dovrà stabilire la Corte. E per un verdetto definitivo, more solito, si dovrà attendere che la sentenza di primo grado superi la verifica dell’appello e dell’eventuale, ma quasi automatico, ricorso in Cassazione. Il problema, però, non è solo giuridico. È culturale. Nel senso più concreto del termine: la cultura come fondamento del nostro modo di concepire la realtà e di agire all’interno di essa. 

Subito dopo l’annuncio del rinvio a giudizio, infatti, ecco muoversi i difensori d’ufficio delle imprese e del loro management. Per limitarci al Corriere della Sera e a Repubblica, ecco gli interventi paralleli di Michele Tiraboschi, allievo di Marco Biagi, consulente del ministro Maroni dall’aprile 2002 al 2006 e attuale membro del comitato strategico del Comune di Milano, e di Samy Gattegno, presidente del Comitato tecnico di Confindustria sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. 

«Da osservatore esterno – premette Tiraboschi – questo giudizio così grave e drastico mi sembra eccessivo. Eclatante. A prima vista: assurdo. Del resto l’onda emotiva della tragedia della Thyssen è stata travolgente. E questo nel bene e nel male». E dopo aver sottolineato che «c’è il rischio di enfatizzare più del necessario l’aspetto repressivo e sanzionatorio», arriva al punto che sembra premergli maggiormente: «All’opinione pubblica non deve arrivare il messaggio che ci sono amministratori delegati cattivi e criminali e per questo sentirsi soddisfatta. Davvero possiamo pensare che un datore di lavoro voglia uccidere il proprio dipendente?».

Gattegno, a sua volta, procede nella medesima direzione. Dice che «l’accusa di omicidio volontario mi sembra di una gravità eccessiva», afferma, presentandolo così come un dato di fatto, che «stiamo parlando di una multinazionale dell’acciaio, di un  grande gruppo che è sempre stato sensibile al tema della sicurezza», e infine scodella il suo teorema: «so che il personale è la risorsa più pregiata che un’azienda possa avere e credo che non esista imprenditore che volutamente trascuri il tema della sicurezza. Lo dimostra il fatto che in tanti casi è il capo dell’azienda a morire assieme ai suoi operai, come si è visto anche a Bologna».

Difese d’ufficio, appunto. Ragionamenti che si presentano all’insegna della moderazione e del buon senso ma che, come nelle arringhe degli avvocati di parte che sono chiamati a difendere l’indifendibile, utilizzano brandelli di verità per occultare il quadro complessivo. Quando Tiraboschi si chiede «davvero possiamo pensare che un datore di lavoro voglia uccidere il proprio dipendente?» altera la questione quanto basta a travisarla. Nessuno pensa che «il datore di lavoro voglia uccidere il proprio dipendente» per il mero gusto di ammazzarlo. Non parliamo di serial killer in cerca di soddisfazione alle loro pulsioni da psicopatici. Parliamo, più banalmente per un verso, più terribilmente per l’altro, di soggetti che nell’ansia di ridurre il più possibile i costi di produzione rosicchiano ovunque possono. Ivi incluse la manutenzione degli impianti e le misure di sicurezza. Specie quando, come nel caso dello stabilimento ThyssenKrupp di Torino, si tratta di strutture in via di smantellamento. 

Analogamente, quando Gattegno sostiene «che il personale è la risorsa più pregiata che un’azienda possa avere e credo che non esista imprenditore che volutamente trascuri il tema della sicurezza» unifica surrettiziamente tutto il personale, dall’ultimo degli apprendisti al top management, in un’unica categoria. Ma se è vero che nessun imprenditore si esporrebbe di buon grado al rischio di perdere in un incidente i suoi superesperti di tecnologia o di marketing o di gestione finanziaria, è a dir poco dubbio che la stessa, rigorosa preoccupazione riguardi la generalità dei dipendenti. Cosa sarebbe, infatti, a rendere un operaio generico «la risorsa più pregiata di un’azienda»?

Gattegno, inoltre, finge di ignorare l’abissale differenza che separa una grande multinazionale come la Thyssen da una piccola azienda come quella in cui ieri, a Sasso Marconi, c’è stato l’incidente che ha ucciso, insieme, il proprietario-imprenditore e il lavoratore-sottoposto. L’amministratore delegato di una società con migliaia e migliaia di dipendenti tende a ragionare in termini di cifre: operai e impiegati, per lui, sono innanzitutto delle voci di costo, più o meno sullo stesso piano delle materie prime e di ogni altra spesa. Il piccolo imprenditore, sempre che lavori fianco a fianco coi suoi stipendiati, è certamente più portato a stabilire rapporti umani, perché i suoi collaboratori li conosce uno per uno. E quindi li percepisce come persone, anziché come numeri. 

Il problema – culturale, appunto – è tutto qui. Chi si preoccupa innanzitutto di massimizzare i profitti, come accade ai manager che devono rispondere ai grandi e ai piccoli azionisti in attesa di utili e di dividendi, farà di tutto per limitare i costi, ivi inclusi quelli per la sicurezza. E fin tanto che le cose andranno come sono andate finora, con responsabilità limitate a un risarcimento (magari coperto da una polizza assicurativa), potrà senz’altro chiedersi se il gioco valga la candela. Se non sia meglio, cioè più conveniente, sopportare qualche incidente ogni tanto a fronte di un risparmio costante e generalizzato. 

D’ora in poi, sempre che il rinvio a giudizio di Harald Espenhan & Co. non si risolva in un caso isolato, o addirittura in nulla, quegli stessi manager dovranno mettere in conto che all’onere economico si accompagni una sanzione penale. Che li colpisce personalmente. Che, come è legittimo aspettarsi in caso di condanna per omicidio volontario, li spedisce in galera a riflettere sui pro e sui contro della religione del massimo profitto.   

 

 

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RASSEGNA STAMPA DEL 18/11/2008

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