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Liberismo e Capitalismo (una risposta a un lettore)

Un lettore ci ha inviato un commento, piuttosto polemico e puntiglioso (del che, lo ringraziamo, diciamo sul serio), in merito all'articolo "Il Credo liberista" di Federico Zamboni, pubblicato sul numero 2 del mensile. Lo pubblichiamo e lasciamo la parola a Zamboni per una replica, che può essere interessante per molti.

Ecco il commento ricevuto:

"A mio avviso liberismo e capitalismo non sono la stessa cosa. Il primo semplicemente indica una regolamentazione del mercato, il secondo é il mercato vero e proprio. Di sicuro vanno a pari passo ma una loro identificazione mi sembra eccessiva. Tra l'altro anche il termine capitalismo é quantomai snaturato oggigiorno, originariamente doveva identificare il commercio appunto di "capitali" (terreni, prodotti, denaro fisico etc)...mentre ora nel "capitalismo finanziario" viene utilizzato per descrivere capitali che in veritá non esisono o che sono semplicemente "probabili".
Fatto sta che comunque prima di sparare a zero sul modello economico bisognerebbe analizzare molto meglio la situazione: la crisi c'é, era inevitabile e sará tremenda ma come molti hanno fatto notare (alcuni articoli erano nella rassegna stampa) é derivata da una deregolamentazione attuata dal governo Clinton che ha introdotto un iniquitá nel sistema che ha portato alla crisi dei "subrime"...
Per quanto concerne il concetto di comunitá credo che il discorso sia ben altro e diventerebbe troppo lungo per scriverne qui.
In conclusione credo che attaccare il capitalismo in tutto e per tutto equivarrebbe a posizionarsi in maniera analoga a coloro che lo amano in tutto e per tutto, sbagliando. Bisognerebbe invece imparare dagli errori, salvare il salvabile e il buono che é stato fatto, mantnendo un senso critico profondo che eviti normative troppo leggere ma che al contempo non appesantisca il mercato ma come ormai é dimostrato l'uomo non ha memoria storica e dagli errori raramente impara."

Simone Moro, via web

Ed ecco la risposta:

È vero. Su cosa sia il capitalismo si sono accumulate numerose e contrastanti definizioni. Ma il problema, per noi che cerchiamo di interpretare la realtà attuale e che coltiviamo l’ambizione (un po’ folle, ma più che mai necessaria) di cambiarla, non è tanto cosa fosse all’origine ma che cosa è diventato. Un po’ come gli Stati Uniti d’America, del resto: magari chi ha combattuto per affrancarsi dal regno d’Inghilterra e scritto la relativa Dichiarazione d’indipendenza, nonché la successiva Carta costituzionale, credeva davvero in ciò che affermava riguardo ai “diritti inalienabili” dell’Uomo, tra cui “la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità”; però gli Stati Uniti, a cominciare dal genocidio dei nativi americani, non hanno certo mantenuto quelle stesse idealità, sempre ammesso che fossero tali nel momento in cui vennero formulate. 

E l’Italia? Vale lo stesso discorso. Anche qui da noi può darsi che la Costituente fosse animata da un sincero intento democratico e da una genuina aspirazione a fare del nostro Paese una “repubblica fondata sul lavoro”; però i risultati sono quelli che sono e, se non si vuole chiacchierare in astratto o, peggio, fare della retorica più o meno in malafede, non ci si può appellare a ciò che l’Italia affermava di voler essere nel 1948 ma bisogna fare i conti con ciò che è diventata. 

Tornando al capitalismo, quindi, la questione da affrontare non è tanto la sua natura originaria quanto la sua identità (e quindi i suoi scopi e le sue strategie) nel mondo globalizzato di oggi. Quanto al passato, peraltro, un filo conduttore esiste: l’obiettivo del capitalismo è moltiplicare il capitale di partenza. All’infinito. Per riuscirci è perennemente in cerca di ulteriori e più lucrosi investimenti. Che dapprima si sono manifestati in forma prevalentemente produttiva – occultando così la vera ragione, o piuttosto la vera pulsione, dell’incessante iniziativa economica che è tipica del capitalismo – ma che ormai prediligono la speculazione di Borsa, vedi i subprime e, più in generale, la cosiddetta “finanza creativa”. La quale, evidentemente, non produce nulla di concreto e di utile alla generalità della popolazione, risolvendosi in una sfida tra operatori specializzati a chi guadagna di più sfruttando a proprio vantaggio le dinamiche sempre più complesse ed autoreferenziali della compravendita di titoli (azionari, obbligazionari, e via elucubrando fino a perdersi nel groviglio inestricabile dei derivati).

La nostra critica al capitalismo, dunque, non può avere mezze misure perché è la critica (anzi: il rifiuto) di una visione del mondo che fissa nel denaro e nel profitto la ragion d’essere dell’esistenza umana, a livello sia individuale che collettivo. Noi non pensiamo che l’errore stia nei metodi – che pure, a seconda dei casi, possono essere attenuati dal controllo pubblico o esasperati dalla mancanza di regole – ma che risieda nell’idea stessa di subordinare l’essere umano a obiettivi di carattere economico. A maggior ragione se, come nel caso del capitalismo (e del liberismo che lo lascia imperversare), non si tratta nemmeno di accrescere il benessere materiale dei popoli ma solo di fingere  di farlo, affinché crescano a dismisura i consumi e, con essi, i profitti di chi pensa solo ad arricchirsi. 

F.Z.

 

 

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