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Villari e la Vigilanza Rai: di tutto, di peggio

di Federico Zamboni

Sembrava uno sketch, all’inizio. La scenetta del soldatino che per errore viene scambiato per un generale, o del servo che viene scambiato per il padrone, e dopo l’iniziale incredulità ci prende gusto e si rifiuta di tornare al suo posto.  Nel caso specifico l’ambientazione era insolita. Con un parlamentare praticamente sconosciuto, uno dei cosiddetti, numerosissimi peones che affollano Montecitorio e Palazzo Madama, che per un machiavellismo della maggioranza viene nominato alla presidenza della Commissione di vigilanza Rai. Ricordate? Riccardo Villari, senatore campano del Pd, giovedì 13 novembre viene votato a sorpresa dal centrodestra e immediatamente ricusato dal suo stesso partito, che lo invita a dimettersi all'istante. Sulle prime lui sembra perfettamente allineato ai voleri dei leader (nelle ore immediatamente successive i siti della grande stampa annunciano che Villari “ha chiamato il leader del Partito democratico Walter Veltroni per assicurargli che si dimetterà da presidente della Vigilanza”) ma subito dopo comincia a prendere tempo e, guardandosi bene dal dire che non ha nessuna intenzione di rinunciare all’incarico, rinvia il fatidico “beau geste” a un momento successivo. Prima, fa sapere, devo compiere «il mio percorso istituzionale per decidere o meno se mantenere la presidenza della Vigilanza Rai». Quale percorso? Semplice: innanzitutto parlare «con il Presidente della Repubblica e poi con i presidenti di Camera e Senato», dopodiché «passare ad un confronto con il mio gruppo parlamentare».

I capi non gradiscono. Veltroni, che non aveva mancato di sparare a zero sulla nomina definendola «un atto di arroganza, inimmaginabile, qualcosa di mai visto prima nella storia istituzionale di questo paese», mastica amaro ma fa di necessità virtù e spera che l’impasse sia solo temporanea. Il lunedì successivo, unitamente a Franceschini e Zanda, incontra il senatore riottoso per un vis à vis che si augura risolutivo. Figurarsi. Villari lo gela ancora prima di cominciare. I giornalisti gli chiedono cosa dirà al Segretario e lui scodella la nuova versione senza farsi pregare: «Dirò una cosa semplice: non mi sono dimesso perché sento di rappresentare la soluzione del problema. Posso essere il punto di coesione tra i due schieramenti, come dire? Un ponte per aprire un dialogo sul tema. Se poi tra un mese, sei mesi, un anno o non so quando si trova un accordo ecco, allora, sono pronto a farmi da parte. Ma solo in quel momento perché prima non avrebbe alcun senso».  

Finito l’incontro con Veltroni & Co. Villari, coerentemente, ribadisce il concetto: «C’è stata qualche divergenza ma con il segretario ci siamo parlati con grande franchezza e io ho spiegato che mi dimetterò se al più presto si trova una candidatura condivisa».

Poi, com’è noto, la “candidatura condivisa” si è effettivamente trovata, nell’illustre persona dell’84enne Sergio Zavoli, ma nel frattempo Villari ha cambiato di nuovo idea. Lamentando di essere stato «sottoposto a pressioni di inaudita violenza», e puntualizzando che «l'elezione a presidente della Vigilanza non deve comportare una tale condizione», si è arroccato nella sua posizione attuale. «Nella mia qualità di parlamentare – dichiara – ho l'obbligo e il dovere di contribuire a garantire il funzionamento delle istituzioni. A questo intendo attenermi nel pieno rispetto di quanto previsto dalla nostra Costituzione respingendo qualsiasi forma di pressione e di intimidazione». D’altronde, già domenica 16 novembre aveva avuto modo di esprimere i suoi elevati ed edificanti principi: «I buoni padri democristiani (chi meglio di loro? – NdR) mi hanno insegnato ad avere il massimo rispetto delle istituzioni e a garantirne la funzionalità».

Ecco fatto. Lo sketch si è trasformato in commedia, o piuttosto in situation comedy. Villari non molla e si finisce in un vicolo cieco. Il Pd lo espelle dal partito e lui se ne infischia. Anzi: si piazza nella sede che gli compete, a Palazzo San Macuto, e comincia a dare disposizioni. Tecnicamente, come direbbe senz’altro egli stesso, inizia a “svolgere il mandato”. I vertici istituzionali del centrodestra, Berlusconi-Fini-Schifani, lo invitano a desistere. Lui non raccoglie. Sarà perché c’è di mezzo la Rai, che ai dirigenti inamovibili c’è abituata, ma “Riccardino o’ presidente” si tiene stretta la poltrona. Mi hanno votato a norma di legge? E mo’ mi lascino in pace!

Intanto, però, proprio come in una buona (???) sceneggiatura, Veltroni medita una nuova contromossa. Nientemeno che una leggina ad hoc, che cambi le regole della procedura di elezione e rimuova l’ostacolo, restituendo finalmente l’ingrato Villari al suo status di peone. Ci riuscirà? Non ci riuscirà? Lo scopriremo nelle prossime puntate. Che poi magari diventa un format. E una volta tanto siamo noi italiani, a venderlo all’estero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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