Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Anteprima numero 5 febbraio 2009

Elogio della filibusta

di Massimo Fini 

Sono tornati i pirati. È tornata la "fairy band" della Tortuga. Anche se la loro base non sta più nella mitica isola delle Antille, dove ebbero la loro epopea soprattutto nel XVII secolo, ma nei porti somali di Harardhere, di Ely e di Bossaso. I pirati infatti sono somali, per lo più ex pescatori, pattugliano il Corno d'Africa e il Golfo di Aden, individuano la preda e poi l'attaccano. Questi nuovi pirati si servono di alcuni mezzi tecnologici, Internet per trattare lo smercio del bottino e i riscatti, radar per seguire le rotte oltre che di informatori che hanno su tutta la costa. Ma al momento del dunque si va con i vecchi metodi. I bucanieri mascherano i loro navigli come insospettabili navi d'appoggio, poi, all'ultimo momento, quando sono vicinissimi, calano dei veloci barchini, con non più di due o tre uomini a bordo, e via all'arrembaggio con regolare bandana (che ha un significato un po' diverso da quell, ridicolo, di mister Berlusconi). Rubano ma non uccidono. Se si tratta di petroliere, l'obiettivo più ghiotto, le sequestrano insieme all'equipaggio e chiedono un riscatto. Nel 2008 hanno fatto 167 arrembaggi, catturato più di cento navi, e nelle loro mani ci sono attualmente 17 petroliere. (...)

Israele-Palestina: quale giustizia?

di Valerio Lo Monaco 

Conosciamo un modo solo per affrontare problematiche di questo genere: quello della logica e della razionalità. Fuori dalle inutili polemiche, più simili a quelle di una tifoseria da stadio quando non incrementate anche dalle altrettanto inutili querelle mediatiche delle settimane scorse, è il caso di fare una messa a punto generale sulla situazione israelo-palestinese. E questo sia per (ri)stabilire alcune coordinate concettuali con le quali affrontare la questione, sia per sgomberare il campo da pelose interpretazioni, spesso a senso unico (o quasi) che i media ufficiali e a grande diffusione del nostro Paese, e dell'Occidente atlantista nel quale viviamo, ci hanno propinato recentemente. Ne abbiamo avuto prova sui quotidiani, nei salotti televisivi e anche sul web in innumerevoli casi recenti. (...)

Giù le nuove maschere

di Federico Zamboni 

Se ci si ferma alle parole si può anche restare affascinati. Se ci si limita ad ascoltare ciò che dichiarano adesso i leader occidentali, a cominciare da Obama, può venire istintivo tirare un sospiro di sollievo e aprire il proprio cuore alla speranza che davvero, come essi vanno ripetendo, stia per cominciare una nuova stagione della politica americana e di quella europea. Non più in balìa del mercato, e della grande speculazione finanziaria, ma in sella a una ritrovata saldezza morale, che restituisca ai cittadini la convinzione di vivere in una società fondamentalmente sana: nella quale permangono senz’altro enormi disparità di reddito, nonché ingiustizie e iniquità di varia natura e gravità, ma al cui interno ciascun individuo “di buona volontà” può aspettarsi di trovare una collocazione adeguata alle proprie doti. O, quanto meno, un lavoro stabile e una retribuzione decente. Come affermava già 60 anni fa la Costituzione italiana, del resto, nel nostro Paese “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”. (...)

Liberismo e bene comune:

un veloce ripasso

di Carlo Gambescia

Il concetto di bene comune è politicamente caduto in disgrazia nel 1945. A causa dell’abuso che ne avevano fatto nei decenni precedenti i totalitarismi nero, bruno, rosso. L’affermazione è tranchante e va perciò giustificata, facendo un piccolo passo indietro.(...)

La faccia scura di Obama

di Ferdinando Menconi

L’ondata di incondizionato entusiasmo ha toccato il suo apice. La notte di follia bipartisan che ha accompagnato l’elezione di Barack Obama è archiviata. D’ora in avanti, per forza di cose, il passaggio dalla teoria alla pratica porterà progressivamente alla consapevolezza che il “change” tanto sbandierato non ci sarà. (...)

La crisi occidentale:

una scelta di vita

di Eduardo Zarelli

Certezze sulla sostanza e gli esiti dell’attuale crisi del sistema nel mondo capitalista non ci sono, tranne che i suoi protagonisti non hanno intenzione di rimettere in discussione lo sviluppo “illimitato” e l’ideologia del progresso che lo sostiene. Indubbiamente abusata, ma non per questo meno appropriata, è l’immagine concettuale formulata da Zygmunt Barman che coglie la condizione moderna come “fluida”. La liquidità è una condizione fisica che comporta l’impossibilità di assumere una forma stabile, duratura. Conseguente quindi fotografare la flessibilità e la precarietà come abito economico dello sradicamento universale operato dalla globalizzazione. La folla solitaria dell’occidentalizzazione del mondo incede nelle metamorfosi di un individualismo sempre più disperato. La liquidità è per definizione senza forma, priva di luogo, si identifica con il tempo, la velocità degli spostamenti, la rapidità delle transazioni, la frenesia del lucro. (...)

La nostra strana crisi

di Daniele Lazzeri

Non c’è alcun dubbio che l’attuale situazione di crisi sia davvero strana. O forse che, a tratti, non paia nemmeno una vera crisi. Si passa, infatti, dall’euforia natalizia all’insegna del “nulla è cambiato” al canto della cicala dello “spendi-fin-che-puoi” prima dell’arrivo degli anni di vacche magre. In questo tourbillon massmediatico sono coinvolti operatori economici di tutti i settori produttivi, consumatori e risparmiatori che non si sono ancora fatti un’idea certa di quanto sta accadendo. Da un lato i timori della recessione in arrivo vengono quotidianamente sparati sulla folla dai mezzi di comunicazione, dall’altro lato gli effetti diretti di tale situazione tardano ad essere percepiti concretamente, spingendo all’errata convinzione che, tutto sommato, gli anni a venire non saranno diversi da altri difficili momenti già vissuti nel passato e quindi, grazie agli strumenti messi in campo da banche centrali e governi nazionali in tutto il mondo, sarà possibile uscirne a breve, limitando i danni.(...)

Il declino di un paese abbronzato

di Francesco Bertolini

La crisi economica non servirà a niente, in quanto non potranno essere i responsabili della crisi a trovare le soluzioni, ma almeno su qualche punto forse, e sottolineo il forse, potrebbe cominciare a far riflettere e si spera a far agire gli abitanti di questo paese.  (...)

La destra che non c’è

di Alessio Mannino 

È ben strana la destra nel nostro Paese: verrebbe voglia di dirle «di’ qualcosa di destra!», se non fosse che al solo pensiero di passare per dei Nanni Moretti al rovescio ci viene l’orticaria. Sarà forse perché a noi, di primo acchito, la parola “destra” ci fa venire in mente soltanto la mano con cui scriviamo, o il diritto di precedenza sulle strade. O sarà che ce ne impipiamo del campionato truccato fra le due squadre: destra o sinistra pari – o meglio complementari – sono. (...)

Gaza: agonia di un popolo

di Augusto Curino 

dalla Palestina

Morte. Distruzione. Violenza. Uso di armi non convenzionali. Questo è il tetro spettacolo che abbiamo vissuto in diretta tv, ovviamente non sui canali troppo “embedded” italiani, nei giorni dell’attacco israeliano alla Striscia di Gaza. Un lembo di terra, una delle zone più densamente popolate nel mondo intero, che è stata prima messa in ginocchio da mesi di chiusura totale dei valichi. E poi, bombardata e sostanzialmente distrutta dall’esercito di Tel Aviv. E poco importa se ormai nell’immaginario collettivo italiano grazie alla scarsa professionalità di media e politica, la maggior parte delle persone crede che Tel Aviv si sia solamente “difesa” dai continui lanci di razzi Qassam da parte di Hamas. Ora, piano piano, con gli appelli delle organizzazioni umanitarie sta venendo fuori la verità. E cioè che Israele ha sfruttato il momento esatto in cui alla Casa Bianca non c’era nessuno per rioccupare Gaza e togliere ogni speranza al popolo palestinese di avere una nazione. (...)

 

Obama, il silenzio. E il terrorismo

di Valerio Lo Monaco 

Il silenzio di Obama sulla questione Israele-palestina, è emblematico tanto quanto la violazione della tregua, da parte di Israele, proprio quel 4 novembre in cui veniva eletto il nuovo Presidente americano. Per provare ad abbozzare qualche ipotesi sul futuro bisogna capire se vi sarà un cambiamento di rotta da parte di Washington, ovvero se dopo decenni gli Stati Uniti intendono rinunciare alla difesa e all'aiuto a oltranza di Israele. Circolavano voci in tal senso durante l'ultima campagna elettorale, e nel momento nel quale la comunità internazionale offre un ampio consenso alla soluzione - comunque tutt'altro che facile da attuare - di due Stati indipendenti, ovvero della creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele, tutto dipende dal fatto se gli Stati Uniti decideranno di continuare a respingerla, come fanno da oltre trent'anni, o meno. In un importante discorso durante la scorsa campagna elettorale - precisamente quello tenuto da Obama all'American Israel Public Affairs Committee (ovvero la lobby filoisraeliana di Washinghton) il neo-eletto è arrivato a dire che "Gerusalemme rimarrà la capitale di Israele, e non dovrà essere divisa". Discorso scritto, vale la pena riferirlo, da quel Daniel C. Kurtzer, scelto come consulente per gli affari nella regione specifica, già ambasciatore di Clinton e Bush in Egitto e Israele.  La posizione espressa nel discorso, tanto radicale, ha costretto poi i collaboratori di Obama a una secca smentita. (...)

Quando il reality offusca la realtà

di Laura D’Alessandro

Sintomi: ansia, depressione, aggressività, cambiamenti d’umore e dei comportamenti alimentari, abuso di droghe o alcol. Diagnosi: sindrome dei non famosi. Terapia: spegnere la tv ogni volta che va in onda un reality o un talent show. 

Sembrerà esagerato, sembrerà paradossale, ma se a dirlo sono dei neurologi bisognerà pur crederci: l’indigestione quotidiana di reality show, dicono, rischia di farci cadere nella depressione più nera, per il fatto di non avere la stessa popolarità dei personaggi televisivi e di non poter entrare a far parte dello scintillante mondo dei Vip. A rischio non è solo la mente, ma anche la salute fisica, visto che i modelli estetici proposti in tv possono portare a una vera ossessione per il corpo e a malattie come anoressia e bulimia. (...)

Borderline: Prezzolini

di Massimo Fini 

Cent'anni da borderline. Cent'anni di solitudine. Questo è stato Giuseppe Prezzolini (1882-1982). Nonostante abbia attraversato nei primi decenni del Novecento le più importanti esperienze culturali, e non solo culturali, italiane ed europee, da testimone e da protagonista (nel 1903, a 21 anni, fondò, insieme a Papini, il Leonardo e nel 1908 La Voce da cui uscì il meglio, dal punto di vista intellettuale, del fascismo e dell'antifascismo), questo straordinario poligrafo autodidatta, giornalista, scrittore, editore, traduttore (introdusse per primo in Italia Stevenson, London, Novalis, Mauriac) e, su tutto, grandissimo operatore culturale, è stato sempre isolato. Aveva il vizio inguaribile dell'indipendenza. Che manifestò fin da giovanissimo, a 17 anni, lasciando da un giorno all'altro il liceo per protesta contro una frase infelice di un professore. Pur essendo amico personale di Mussolini, di cui era stato mallevadore facendolo collaborare a La Voce dove il non ancora Duce scrisse alcune bellissime inchieste, nel 1929, a quasi sessant'anni, sentendo puzza di regime si trasferì negli Stati Uniti pur avendo una scarsissima opinione della democrazia («è la parificazione degli sporcaccioni con i galantuomini»). Da Mussolini avrebbe potuto avere tutto ma non volle dover nulla al fascismo. (...) 

Usciti ieri: Trainspotting

di Matteo Orsucci

Edimburgo, Scozia. Dopo che ti sei sparato una capatina ad Aberdeen ed una visita a Loch Ness confidando d’essere il primo che vedrà davvero il mostro del lago beh allora puoi anche mettere in conto di spararti una dose di eroina in vena. Sono gli anni Novanta. 

Trainspotting di Irvine Welsh non è un capolavoro, ma il benpensantismo importato dal decennio precedente fece sì che la stampa lo definisse pomposamente uno scandalo letterario. E gli scandali piaccia o no fanno vendere. La verità è che Trainspotting è pure un discreto libro, con molti “fuck” che di certo in patria avranno cozzato con l’ingessato British style. Qua in Italia dovevano fare i conti con le pagine altrettanto dense ma affatto pericolose di Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro. Lo Spirito del Tempo sotto questo punto di vista è assai sciasciano: a ciascuno il suo, e mentre Oltremanica dal plot di Welsh si tirava fuori un film – un bel film per la regia di  Danny Boyle – qua dalle Alpi alle Madonie si tentava solo di dissuadere i ragazzini dall’avvicinarsi in libreria a quel libro peccaminoso. Trainspotting è un pugno di trecentosessata pagine che l’editore Guanda ripubblica ciclicamente perché ogni volta fa il tutto esaurito e anche questo significherà pur qualcosa. È scritto per far male e diciamo pure che Welsh ci riesce bene. (...)

Musiche ribelli

di Federico Zamboni

Sono stati demonizzati, gli anni Settanta. Essendo gli anni in cui divampò al massimo grado il conflitto politico, con i ragazzi di destra e di sinistra a picchiarsi-sprangarsi-spararsi (e chi tirava i fili della “strategia della tensione” a rallegrarsi che tanta animosità si disperdesse in una lotta così vana), sono stati etichettati riassuntivamente come “anni di piombo” e spediti in archivio, salvo poi riesumarli come esempio negativo ogni volta che serve: ogni volta che, di fronte al riaccendersi di qualche focolaio di rivolta, specialmente giovanile, fa gioco rievocare le violenze e i morti ammazzati di quel periodo, liquidando tutto quello che avvenne come la drammatica, delirante, inaccettabile conseguenza di qualsiasi posizione politica che non accetti di buon grado di confluire, e di acquietarsi, nella palude parlamentare; come la definitiva e inappellabile dimostrazione di ciò che di negativo producono le ideologie, con la loro assurda pretesa di interpretare in modo organico l’intera realtà e di perseguire l’avvento di un’umanità migliore. (...)

Il film: “V” per riVoluzione

di Fedinando Menconi 

Il cinema hollywoodiano, nella pochezza di nuove idee che ha caratterizzato la fine e l’inizio del millennio, si è spesso rivolto al remake e al fumetto, banalizzando classici di valore o partorendo insensate vuote orge di effetti speciali ad uso di supereroi senza spessore. Fumetto, anzi Graphic Novel, com’è obbligatorio dire oggi, è anche V per Vendetta (il termine Vendetta è usato anche nell’originale), però i fratelli Wachowski, gli stessi di Matrix, riescono a proporre una distopia che è sì un film hollywoodiano, con tutti i suoi limiti, ma che apre ad approfondimenti e riflessioni anche di notevole spessore. (...)

 

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