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"Lasciate in pace De Andrè anarchico e aristocratico" (archivio Fini: per abbonati)

L'Indipendente del 11 gennaio 1999

 

C’è una curiosa schizofrenia fra l’improvvisa e unanime commozione che ha colto il mondo politico, da Fausto Malgieri, da Massimo D’Alema a Silvio Berlusconi, da Pier Ferdinando Casini ad Armando Cossutta, da Ernesto Stajano a Walter Veltroni, da Alfredo Biondi a Gianni Baget Bozzo, da Ombretta Fumagalli Carulli a Giovanna Melandri, e anche quello cattolico, dalla Radio Vaticana all’Osservatore Romano a Monsignor Domenico Sigalini, per la morte di Fabrizio De Andrè, e le richieste che in questi giorni vengono da questi stessi ambienti, sia pur con modulazioni diverse, di “tolleranza zero”, di repressione severa, di inasprimento delle pene, di carcere duro per la microcriminalità, il banditismo da strada, la delinquenza comune. Perché Fabrizio De Andrè era esattamente il cantore di questa gente, dei perdenti, dei vinti della vita, degli “umiliati e offesi”, degli emarginati, dei ladruncoli, dei bracconieri, dei contrabbandieri, delle prostitute, dei bombaroli, degli assassini (“Il pescatore”), purché in conto proprio e persino dei mafiosi (“Don Raffaè”) se sconfitti. E se non ha cantato gli immigrati albanesi è solo perché la morte non gliene ha dato il tempo. (...)

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"Editorialisti e candidati. Sul passato si allunga un sospetto" (archivio Fini: per abbonati)

RASSEGNA STAMPA DEL 02/03/2009