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Quel galantuomo di Indro

Dopo morti, giganti amati e odiati come Montanelli diventano oggetto di cori nostalgici cui s’accodano anche i peggiori nemici di ieri. Perciò, secondo l’insegnamento di Indro, al coro di questi giorni per il centenario della sua nascita, avvenuta il 22 aprile 1909, avremmo la tentazione di far stecca. Pur tuttavia non resistiamo a ricordare un galantuomo che come epitaffio per sé scrisse, con impareggiabile eleganza, di essere solo un giornalista.

Amava il contraddittorio, cercava il duello, si nutriva di polemiche a fil di fioretto, viveva del contrasto d’idee. La sua storica rubrica di poche righe in prima pagina sul Giornale, il famoso Controcorrente, era un’infilzata quotidiana a malcostumi e abusi dell’Italia da lui detestata: quella della politica corrotta, della società civile volgare e trafficona, degli intellettuali cortigiani e arrivisti.

Era cresciuto, il ragazzo di Fucecchio vicino Firenze, alla scuola della Voce di Giuseppe Prezzolini e di Omnibus di Leo Longanesi: riviste vivaci, dissacranti, innovative, all’insegna di una Destra legalitaria ma libertina, rigorosa ma ironica, conservatrice ma aperta al nuovo, borghese ma implacabilmente critica con la vile borghesia italiana, sempre pronta a mettersi sotto un padrone. Indro di padroni e padrini non ne volle mai sapere, l’unica sua bussola fu solo la sua coscienza di “toscanaccio” bastian contrario. Da convinto fascista, in gioventù ruppe col fascismo all’apogeo del successo. Quando, nel dopoguerra, tutti si erano trasformati all’istante in antifascisti, scrisse contro la macelleria messicana di Piazzale Loreto, contro la giustizia dei vincitori a Norimberga, contro il vento del Nord che spazzò via la Monarchia per far posto ad una Repubblica bloccata dall’inquietante presenza del primo partito comunista d’Occidente.

Combattè senza sosta il conformismo culturale di sinistra portandosi dietro l’ingiusta fama di “fascista”, affibbiata a tutti coloro che divoravano i suoi articoli e i suoi libri (celebri le sue cronache da Budapest contro la repressione sovietica, la sua inchiesta su Venezia distrutta dall’industrializzazione, la Storia d’Italia finalmente liberata dalla pedanteria degli storici di professione) e che poi lo seguirono nell’avventura del Giornale. Il quotidiano che diresse per quasi vent’anni – convivendo con un temperamento umorale e nevrotico, vittima di cicliche crisi depressive – era l’organo di quella minoranza di liberali ancorati al mito del Risorgimento, alla Patria depurata dagli eccessi del Ventennio, al mercato robustamente corretto da dosi intelligenti di Stato, all’anticomunismo del “turarsi il naso e votare Dc”, al rispetto delle istituzioni e di un’etica civile che fa aggio sugli affari privati. Insomma di una Destra che nel nostro Paese, com’era solito affermare, non è mai esistita se non nei primi anni dell’Unità. Una Destra immaginaria che niente ha a che spartire con quella pataccara introdotta da Silvio Berlusconi assieme agli ex missini di Gianfranco Fini e ai leghisti di Umberto Bossi.

Montanelli lasciò la sua creatura perché quando il patron della Fininvest decise di scendere in politica infranse il patto che fino al 1993 aveva garantito a Indro l’indipendenza nel dirigere il Giornale: lui, Silvio, era il proprietario e badava ai quattrini; Montanelli, invece, era il padrone e unico depositario della linea editoriale. Berlusconi praticamente lo costrinse a fare le valigie, scavalcandolo nel dare l’aut-aut a redattori e collaboratori: o con lui e la sua Forza Italia o contro di lui e fuori dal Giornale. La maggior parte seguì il direttore nella breve, disperata sfida della Voce (omaggio all’amico e maestro “Prezzo”), il più bell’esempio, assieme all’Indipendente, del non ancora berlusconizzato Feltri, di giornalismo corsaro degli ultimi anni.

Personalmente, siamo stati definitivamente conquistati dallo spirito hidalgo di quest’uomo, che altre etichette non merita se non quella di uomo libero, quando nel 1995 leggemmo, nella “Stanza” delle lettere che gli affidò il Corriere come ultimo rifugio giornalistico prima della morte nel 2001, le seguenti parole rivolte ad un giovane: «L’unico consiglio che mi sento di darti, ma che ti prego di non seguire, è di non essere mai dalla parte del vincente del turno. Se ne hai il coraggio, sii sempre dalla parte del perdente. Ma di coraggio ce ne vuole molto, perché costa caro».

Alessio Mannino

 

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RASSEGNA STAMPA DEL 22/04/2009

Capitalismo forever. È ripartita la fanfara del sistema - The Advisor 22/04/2009