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Suvvia, Porro è solo uno che ama il cazzeggio

I vertici del Giornale minimizzano: un equivoco le minacce di attacchi alla Marcegaglia

di Federico Zamboni 

 

Minacce? Ma quando mai. Nicola Porro, vice direttore del quotidiano “il Giornale”, telefona a Rinaldo Arpisella, portavoce della presidente di Confindustria, e se ne esce con questa garbata frasetta: «Adesso ci divertiamo, per venti giorni romperemo il cazzo alla Marcegaglia come pochi al mondo». Arpisella lo prende in parola e si precipita a telefonare ai vertici Mediaset, nel presupposto che essi abbiano il potere di fare pressioni su Feltri & Co. e che riescano, perciò, a bloccare a priori la preannunciata campagna di stampa. 

Dopodiché la vicenda emerge, con tanto di registrazioni della telefonata messe a disposizione del pubblico da “il Fatto Quotidiano” (qui, http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/08/marcegaglia-il-giornale-laudio-delle-intercettazioni/70154/), e l’allegra brigata del Giornale se ne mostra assai sorpresa. Il direttore editoriale Vittorio Feltri la butta sul goliardico: «Io non ne sapevo nulla. Sallusti mi aveva riferito dello scherzo fatto da Porro ad Arpisella. Io ho pensato “ma che pirla Porro che si diverte a fare queste cose”». Il direttore responsabile Alessandro Sallusti si appella all’equivoco: «Arpisella ha evidentemente travisato. Forse in quelle telefonate non ha riconosciuto il codice abituale di linguaggio che aveva con Porro, altrimenti non si spiega niente». Il diretto interessato, a sua volta, cade dalle nuvole ma (bontà sua) si diffonde in spiegazioni più dettagliate, a metà strada tra la meraviglia e il rammarico: «Con Arpisella era solo un cazzeggio. Mi dispiace per ciò che è accaduto. Mi dispiace per la mia famiglia, per i miei figli, per il Giornale, ma anche per me, perché è evidente che anche quando la questione sarà definita qualcuno potrà sempre dire che io ho fatto dossieraggio. Arpisella lo conosco da tanti anni e lo sento più volte al mese come tutti i giornalisti che, come me, fanno economia. Tra noi c'è una confidenza nel parlare e nello scherzare, ma io non ho fatto alcuna minaccia. È vero, le frasi che sono state riportate e che voi conoscete le ho dette tutte ma, ribadisco, era uno scherzo, era un cazzeggio. Era un normale rapporto dialettico tra un giornalista e l’ufficio stampa».

Insomma, non si tratta affatto di un crimine ma di una semplice ragazzata. Porro non è per niente cattivo e non farebbe mai male a nessuno, men che meno utilizzando a tal fine il proprio mestiere di giornalista e il proprio status di vicedirettore di quello che è pur sempre uno dei principali quotidiani italiani. Tutt’al più, come dice il suo diretto superiore Vittorio Feltri, è un «pirla». Un giocherellone. Un inveterato amante del cazzeggio che non riesce a distinguere tra lavoro e tempo libero, tra la rimpatriata coi compagni di scuola (delle elementari?) e i contatti ufficiali. Uno che a quarant’anni suonati, e con tredici anni di lavoro come giornalista professionista, non resiste alla tentazione di prendersi gioco dell’interlocutore, raccontandogli fischi per fiaschi. Nel presupposto che l’altro sia così arguto e presente a se stesso da cogliere immediatamente non già il significato delle parole ma quella certa inflessione – appena accennata, se no che gusto c’è? – che riclassifica il tutto come un’amabile battutina. O, tutt’al più, come un sapido scherzetto. 

Francamente, non si sa che cosa sia peggio. Se ci fosse il dolo sarebbe grave, o gravissimo, per un verso, ma quanto meno si parlerebbe di adulti. Che fanno delle cose con uno scopo preciso, ponderato quanto basta a mettere in conto le conseguenze. E che, una volta scoperti, sono pronti ad assumersene la responsabilità. Se invece, come ci racconta Porro, e come confermano più o meno esplicitamente sia Feltri che Sallusti, si riduce tutto a un miscuglio di frivolezza e di idiozia, allora non c’è proprio speranza. Il mondo è un teatrino, i media sono dei giocattoli nelle mani del bamba di turno, e in fin dei conti non c’è nulla di serio. L’importante è divertirsi. Le uniche minacce da prendere sul serio, ça va sans dire, sono quelle dei ragazzacci di Facebook che si augurano che Berlusconi muoia al più presto o dei “terroristi” che danno l’assalto, armati di uova, vernice e finanche dei fumogeni, alla sede della Cisl di Roma. 

Loro sì, che sono pericolosi e vanno fermati. Perché si rifiutano di capire e accettare il dogma fondamentale: le regole le può infrangere, o irridere, solo chi fa parte del sistema. Porro straparla? Feltri diffama Boffo e poi fa marcia indietro? Nessun problema. Loro sono soci del club. Per non dire – scherzosamente, si intende – della cosca. 

 

Federico Zamboni

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Secondo i quotidiani del 12/10/2010

È uscito il numero 25 - Ottobre 2010