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La disoccupazione in cifre, per non parlare mai delle cause

L’Ocse diffonde i nuovi dati sulle persone senza lavoro. E l’Italia – wow – si colloca al di sotto della media europea

di Federico Zamboni 

 

Ogni tanto, più o meno su base mensile, arriva l’ennesima statistica. La disoccupazione è aumentata dello 0,3 per cento. Oppure il contrario. La disoccupazione è diminuita dello 0,3 per cento. E via coi raffronti. L’Italia di adesso rispetto all’Italia del passato, recente o remoto. L’Italia rispetto agli altri Paesi europei. L’Italia rispetto alla media Ue. E via coi commenti. Stiamo meglio di prima, stiamo peggio di prima, stiamo meglio della Spagna, stiamo peggio della Germania. Siamo fuori dalla crisi. Siamo dentro la crisi. Siamo nell’onda lunga della crisi. Difficile fare previsioni, però...

Nella peggiore tradizione mediatica, e politica, il flusso incessante delle notizie non serve affatto a comprendere meglio ciò che accade ma allo scopo esattamente opposto. Ci si concentra sui dati per evitare di trarne le dovute conseguenze. Si prolunga all’infinito la fase della rilevazione per non essere mai costretti a pervenire a delle conclusioni sostanziali. Miriadi di discorsi sugli effetti. Analisi a scartamento ridotto delle cause, che non risalgono mai ai nodi fondamentali e quindi, a ben vedere, spacciano per cause quelli che sono a loro volta degli effetti. Vedi, per restare alla crisi in corso, il giudizio sui subprime e sui derivati di Borsa: la versione corrente è che siano stati gli uni e gli altri, a determinare il disastro. Qualcuno si spinge un po’ più in là e parla della bolla immobiliare. Quasi nessuno arriva al nodo fondamentale. Alla matrice originaria. Al difetto genetico del sistema: la ricerca spasmodica del massimo profitto e il dilagare dell’economia finanziaria, che pretende di creare ricchezza dal nulla – ovverosia dalle vertiginose transazioni di titoli – e che perciò è alla continua ricerca di nuovi artifici. 

Tornando alla disoccupazione, dunque, ci si limita a enumerare i dati e a metterli a confronto. Gli incrementi si minimizzano, addebitandoli alle ben note difficoltà del quadro internazionale. Le diminuzioni, ancorché modestissime, si enfatizzano, spacciandole per i segni di un’inversione di tendenza, che per quanto lentamente, e fatta salva qualche momentanea ricaduta, ci condurrà senza fallo a uscire dalle secche e a riprendere la navigazione pregressa. Il Pil che riparte. Il gettito fiscale che cresce. E se ciononostante le differenze di reddito tra una minoranza di privilegiati e il resto della popolazione permangono, o si aggravano, pazienza. È il Paese che deve essere ricco. Mica la generalità dei suoi cittadini. Sono le imprese che devono pompare utili, affinché gli azionisti ne godano, e se questo significa delocalizzare all’estero, o sfruttare impietosamente i lavoratori degli impianti che restano aperti in Italia, chissenefrega. 

Si sa: l’economia ha le sue leggi. Inutile sperare di contraddirle. Inutile, anzi nocivo, cercare di piegarle a principi di carattere etico. Si rischia di spaventare gli investitori. Di allontanarli addirittura per sempre. Come dice e ripete Marchionne, «Non c’è niente di straordinario nel voler adeguare il sistema di gestione a quello che succede a livello mondiale. Eccezionale semmai – per un’azienda – è la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire». La Fiat non è cattiva. È buona. Potrebbe sbaraccare tutto e andarsene dove più le conviene, e invece – con una generosità che si innalza quasi alla filantropia – si ostina a restare nel suo Paese d’origine. L’obbligo di efficienza e di produttività permane, ma forse è solo per poter continuare a esistere. E a fare del bene.

Vai con le statistiche, allora. Vai con le fotografie che rimangono, appunto, singoli fotogrammi di un film che non si deve vedere per intero. E che non viene mai fatto scorrere alla velocità necessaria a seguirne agevolmente gli sviluppi e a comprenderne la trama. La verità, largamente ignorata, è che la disoccupazione non è un fenomeno transitorio ma strutturale. Il lavoro, d’ora in avanti, ci sarà se ci sarà. Per chi sarà così bravo da trovarlo. O così disperato da accettarlo comunque, anche se sottopagato e senza garanzie né per l’oggi né per l’avvenire. La disoccupazione, in questo sistema, non è un’impasse. È un destino. 

 

Federico Zamboni

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Secondo i quotidiani del 14/10/2010

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