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I cosiddetti dipendenti di Mauro Masi

Una logica assurda dietro la pretesa che Santoro & C. debbano prendere ordini dal direttore generale della Rai

di Federico Zamboni 

 

Premesse sbagliate, conclusioni sbagliate. Nella querelle tra il direttore generale della Rai, Mauro Masi, e Michele Santoro – nonché, più in generale, nella guerra strisciante che porta a ostacolare in ogni modo le trasmissioni sgradite a Berlusconi, da “Anno zero” a “Parla con me” e a “Che tempo che fa” – c’è un vizio d’origine che deve assolutamente essere identificato e rimosso, prima ancora di proseguire la discussione. Questo vizio è racchiuso nella formula, che negli ultimi giorni si è sentita spesso, secondo cui Santoro & C. sarebbero “i dipendenti di Masi”. 

Nulla di più fuorviante. Al di là dell’aspetto prettamente giuridico, che nel caso andrebbe cambiato, Masi è essenzialmente una figura di tipo amministrativo, cui non dovrebbe essere concessa la benché minima intrusione nelle scelte di carattere editoriale. Le sue competenze, e i suoi eventuali interventi, dovrebbero esaurirsi nel controllo dei budget e in altre attività della medesima natura. In altre parole, non è lui che deve stabilire gli scopi dei diversi programmi e vigilare, pertanto, sul modo in cui essi vengono realizzati. Ergo, al di là del fatto che percepiscano i loro compensi sotto forma di stipendi, e quindi nel quadro di un rapporto di lavoro subordinato, gli artefici di tali programmi non sono equiparabili a dei normali “dipendenti”. Questi ultimi sono tenuti a eseguire le direttive dei loro superiori. Loro no. Loro, una volta che siano stati scelti, devono godere della più ampia libertà, analogamente a ciò che avviene – o dovrebbe avvenire – in ogni ambito culturale, dall’informazione giornalistica all’editoria libraria e allo spettacolo. 

Il nodo è proprio questo. La Rai, in quanto azienda di tipo editoriale, ha tutto il diritto di stabilire a quali autori e a quali artisti vuole dare spazio, ma una volta che li abbia individuati non deve intromettersi nelle loro decisioni, se non nel caso eccezionale che vi siano delle violazioni della legge. Uno come Masi – che avrà anche ricevuto il premio per il "Miglior Comunicatore professionale dell'anno 1997" da parte del Gruppo Pubblicità Italia (per chi voglia consultare il resto del suo “ricco” curriculum lo trova qui) ma che non sembra proprio avere il background e la sensibilità dell’editore di alto profilo – può forse andare bene come manager, ma di certo non ha nulla che lo legittimi come demiurgo dell’intera produzione della Rai, dall’informazione all’intrattenimento e alla cultura. Quand’anche lo avesse, peraltro, resterebbe inaccettabile che una gamma così vasta di prodotti, e di funzioni, finisse nelle mani di un solo soggetto, autorizzato a mettere il becco ovunque e a ritardare a suo piacimento (suo o di chi lo comanda dall’esterno) persino i più elementari adempimenti. A cominciare dalla firma dei contratti di persone che nel frattempo, e chissà a quale titolo, vanno comunque in onda.

Il vero significato del pluralismo, dunque, non è affatto quello capzioso e burocratico che pretende di bilanciare i diversi orientamenti all’interno di ogni singolo programma. Il pluralismo autentico consiste nel mettere a disposizione degli utenti una gamma quanto più ampia possibile di contenuti diversi, lasciando che ciascuno sia libero di entrare in contatto con posizioni differenti e di pervenire a un proprio giudizio. Nel momento in cui Masi, o chi per lui, dovesse finalmente attenersi a questo elementare principio, ci saranno finalmente risparmiate le infinite polemiche che ci investono a getto continuo.

Niente più pressioni e dispetti, piccoli e grandi, da parte dei manager travestiti da editori, e niente più “vaffa” travestiti da battute da parte di chi quelle pressioni e quei dispetti li subisce. Fine di questa Rai da avanspettacolo. E inizio, con parecchi decenni di ritardo, di una Rai che sia davvero “servizio pubblico”, vale a dire fucina di programmi degni di essere seguiti e finalizzati ad accrescere la consapevolezza degli spettatori. O meglio: dei cittadini. 

 

Federico Zamboni

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