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Action-Cisl: la violenza vera è altrove

Ridicoli i commenti della politica all'azione dimostrativa, e innocua, oltre che sacrosanta, di Action

di Alessio Mannino

Tre ragazzi entrano nella sede Cisl di Roma, lanciano dei volantini con la scritta “Liberiamo la città da chi la ricatta” mentre fuori un’altra decina tira sui muri uova e una lattina di vernice rossa gridando slogan al megafono contro il sindacato fiancheggiatore della strategia d’aggressione al contratto nazionale del lavoro da parte della lobby industriale. Dall’establishment parte il coro unanime : “Squadrismo! Squadrismo!”. Un po’ di fogli di carta, qualche schizzo d’uova e una macchia di vernice sarebbero un “attacco squadristico”? Noi ricordavamo manganellate e olio di ricino…

A parte le battute sull’oggettiva innocuità di un atto puramente dimostrativo come questo, la criminalizzazione si basa sul fatto che i giovani filmati dalla Digos (che non ha mosso un dito: forse perché appunto non c’era alcun indizio di violenza, tutt’al più un danneggiamento a edificio privato?) sono attivisti di Action – Diritti in movimento, un’associazione romana che si batte per il diritto all’abitazione e fa parte del mondo antagonista della sinistra extraparlamentare. Ergo, secondo la vulgata al potere, un nemico della «cultura della coesione», come la chiama il prossimo debuttante in politica Luca Cordero di Montezemolo. Dall’individuazione della matrice ideologica il passo è breve per incolpare la responsabilità a monte, che per i corifei del pensiero unico è naturalmente la Fiom che resiste alla logica ricattatoria propugnata dalla Fiat di Marchionne. Action, infatti, nell’inscenare la protesta sostiene il sindacato metalmeccanici della Cgil contro Cisl e Uil che «stanno accettando il ricatto dell’azienda, favorendo un arretramento sul terreno dei diritti». Bonanni, segretario Cisl, contrattacca ripetendo il solito mantra: «Questo lo dice la Fiom, con la tolleranza della Cgil. Spero cambi linea. L’accordo su Pomigliano è stato firmato da noi e dalla Uil per salvare posti di lavoro». Gli dà manforte il ministro del Welfare Maurizio Sacconi: «È stato un atto di terrorismo. Compiuto da nullafacenti vili e indisturbati. Spesso si comincia così. Poi si passa agli attacchi alle persone: è già successo a Bonanni e a Belpietro. E poi c’è chi viene ucciso», denunciando il rischio che, «come per Al Quaeda, la rete alimenti questo terrorismo». Il socialista della mutua, per una normalissima contestazione, arriva a evocare lo spettro del terrorismo, gli anni di piombo, finendo con l’insinuare l’idea che sia necessaria una bella opera di censura su internet, ultimo terreno rimasto ancora parzialmente libero dalla cappa di regime. Capito dove vogliono andare a parare? Dopo il neo-schiavismo in fabbrica, il bavaglio per tutti.

Com’è comprensibile per non offrire alibi a chi l’addita come “mandante” politico, la Fiom si unisce al coro e per bocca del suo segretario Maurizio Landini esprime «netta contrarietà agli atti inaccettabili e contro la democrazia». E il punto è qui. Siamo ancora in una democrazia? Prendiamo proprio il settore del lavoro. Da un punto di vista dei diritti sociali (che con quelli civili e politici forma il trittico basilare di un regime pienamente democratico), l’attacco sferrato dai padroni del vapore e dai loro lacchè nei partiti in questi ultimi vent’anni, con l’ondata di precarietà alias flessibilità imposta come necessità divina e da ultimo la messa in discussione dei contratti nazionali in nome del supremo bene dell’azienda (con tanti saluti a quello generale, collettivo) non è forse il sintomo di un’erosione inesorabile della dignità e della stessa umanità di chi lavora? Sull’altare della compressione dei costi, dell’aumento della produttività, dell’ossessiva rincorsa alla competitività, non si sta già violando l’articolo 36 della Costituzione (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”)? Abbassare i toni? Chi recita queste vuote formule di rito dimostra di non aver capito nulla della situazione: c’è assoluto bisogno che i toni, al contrario, si alzino. A partire dal sindacato – s’intende: quello vero, se è rimasto – che deve far sentire la sua  voce come mai prima d’ora ha fatto. Se necessario urlando, altro che mettere la bocca a culo di gallina e biascicare il rosario del “dialogo”. Dall’altra parte, infatti, non abbiamo gente che vuole dialogare per migliorare la vita di tutti, ma solo squali intenti a mettere le mani su un’altra fetta della poca torta che ancora si riesce a produrre, e un’altra ancora, e poi un’altra, tutto e sempre a spese di chi si suda la sopravvivenza. 

Ma dove sta scritto che questo sistema politico e sociale debba essere per forza difeso? Non garantisce più i presupposti su cui si fonda: non è più democratico né costituzionale, perché l’uguaglianza dei cittadini di fronte alle legge è calpestata (c’è una giustizia per potenti e una per comuni mortali), esiste una deroga per tutto (dalla malefatte giudiziarie del premier fino, per restare a Pomigliano, al contratto nazionale dei metalmeccanici) e il lavoro non è un diritto garantito ma una graziosa concessione sotto ricatto. Il civile dibattito e la compostezza democratica, se lorsignori permettono, diventano a questo punto mistificazioni manipolatorie. Il problema che nessuno vuole affrontare è la dittatura – sì, dittatura – del profitto: prima di una vita dignitosa per tutti, prima di una democrazia che sia realmente tale e non invece un’oligarchia di partiti servi di finanza e grande industria, prima di ogni altra considerazione c’è questa sorda e umiliante sottomissione all’imperativo degli affari a tutti i costi e del Pil. Licenziamenti, stipendi da fame, precarietà, devastazioni ambientali, nevrosi di massa? Non importa, purchè le imprese siano competitive e si rincorra, come scimmie ammaestrate, la crescita economica. Verrà il momento in cui questa follia, come tutte le costruzioni umane, finirà. Le parole di condanna resteranno parole, e si ritroveranno il popolo imbufalito davanti ai cancelli di Versailles. 

La vera violenza, brutta e malvagia, è quella in cravatta e doppiopetto, rispettabile e attenta alle forme, di chi lascia che intere esistenze vadano in malora affinchè il sistema-Paese sia salvo. Non quella, di pancia, di puro sfogo, controproducente perché non meditata ma comprensibile proprio per questo, di chi inscena dimostrazioni ad effetto pur di farsi ascoltare, pur di far sapere che la sua vita vale qualcosa di più di tutte le stramaledette strategie di Marchionne. Insomma, ce n’è di che per imbestialirsi. E se protestare, oggi, significa essere squadristi, allora ben venga lo squadrismo.

 

Alessio Mannino


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