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Aung San Suu Kyi libera. Per interesse

In Occidente trionfa la retorica dell’eroina dei diritti umani. Ma in Birmania si gioca una partita di carattere economico e strategico, con gli Usa in prima fila

di Pamela Chiodi

Esulta, la comunità internazionale. Aung San Suu Kyi, dopo quasi vent’anni di arresti domiciliari, è finalmente libera. La giunta militare birmana aveva deciso di scarcerarla subito dopo le elezioni, avvenute il 7 novembre scorso. E così è stato. 

L’ex Segretaria della Lega nazionale per la democrazia, il partito da lei fondato per ostacolare i soprusi del regime militare e promuovere i diritti umani, può di nuovo partecipare alla vita pubblica e politica. Anche se non avrà il diritto di ricoprire cariche parlamentari, perché il governo ha approvato una legge per impedirlo a chi è stato in prigione, San Suu Kyi non ha affatto intenzione di abbandonare il suo attivismo. Anzi, ha subito esposto le posizioni che adotterà in futuro. «Voglio lavorare con tutte le forze democratiche», dice, «voglio ascoltare la voce del popolo, e dopo decideremo cosa fare. Lavoreremo per un modello di vita più elevato. Dovete ribellarvi in nome di ciò che è giusto: se vogliamo ottenere quel che desideriamo, dobbiamo farlo in un modo che sia adeguato. Sono a favore della riconciliazione nazionale, a favore del dialogo, e quale che sia la mia autorevolezza intendo utilizzarla a questo fine. Ma spero che ciò che potrò fare non sia basato solo sull'autorità morale, voglio far credere di far parte di un movimento efficace»

Ciò detto, non perde tempo. Dopo aver salutato la folla di sostenitori che si era precipitata per acclamare la sua liberazione, tiene la prima riunione con i dirigenti della Lega Nazionale per la democrazia. Anche se non si ha notizia degli argomenti di discussione, tutto lascia intendere che la giunta militare avrà del filo da torcere. Ma non è detto. Suu Kyi, probabilmente, con l’appoggio dei paesi occidentali, sosterrà la revoca delle sanzioni, uno strumento che in passato aveva sostenuto con tenacia e che ora, invece, ritiene possa nuocere alla popolazione, e non alla giunta a cui erano rivolte. 

Eppure, fino ad un anno fa era irremovibile. Quando il senatore Jim Webb, in visita ai leader birmani, dichiarò che Suu Kyi, «pur non volendo correre il rischio di fraintendere le sue opinioni (...), non è contraria a un alleggerimento di alcune sanzioni», il Premio Nobel per la Pace, rettificò immediatamente quanto affermato da Webb. Attraverso il suo avvocato fece sapere di non essere «responsabile delle sanzioni verso il regime militare» e di non poter «decidere in merito a una revoca». Cosa sia cambiato da allora, è un mistero. Il dato di fatto è che l’atteggiamento di Suu Kyi è fin troppo in sintonia con quello americano. Infatti, gli Stati Uniti che da sempre sostengono le sanzioni come metodo per indurre la Birmania al rispetto dei diritti umani, hanno deciso di cambiare rotta e di aprire un canale diplomatico con la giunta. 

«Le sanzioni rimangono una parte importante della nostra politica, ma da sole non hanno prodotto i risultati sperati per il popolo birmano», dice il Segretario di Stato americano Hillary Clinton. 

Come mai tanta premura? È poco credibile che gli Sati Uniti abbiano a cuore la tutela dei popoli. Un esempio tra i molti che si potrebbero riportare, è il sostegno ad Israele. Nonostante quest’ultimo, come ampiamente dimostrato, violi costantemente i diritti umani dei palestinesi, gli Usa lo proteggono con il veto all’interno del Consiglio di Sicurezza, impedendo così che siano presi provvedimenti a suo carico. Con queste premesse, è legittimo dubitare che l’attenzione degli Stati Uniti per la Birmania sia davvero disinteressata. Soprattutto se si considerano i fatti recenti. La vicenda dell’attivista birmana torna alla ribalta nel 2009. Avendo ospitato un cittadino americano che si era introdotto nell’abitazione dove la donna stava scontando gli arresti domiciliari, Suu Kyi riceve un’ulteriore condanna per aver violato l’isolamento. 

I media, di conseguenza, concentrano l’attenzione sulla Birmania e sulla violazione dei diritti umani da parte della giunta. Guarda caso, però, due mesi prima il governo birmano aveva concluso con la Cina un accordo per la costruzione di un gasdotto doppio di petrolio e gas, che parte dal porto oceanico di Kyaukpyu, sulla costa occidentale del Myanmar e, attraverso il paese, arriva nella provincia dello Yunnan, in Cina. In questo modo Pechino eviterà di trasportare il petrolio ed il gas proveniente dal Medio Oriente, attraverso lo stretto di Malacca, una zona molto trafficata, pericolosa, e ben sorvegliata dagli Stati Uniti che, in caso di conflitto, potrebbero facilmente bloccarlo. 

Allora, per evitare che la presenza della Repubblica popolare in Birmania, sia un ostacolo alle strategie di dominio Usa nell’area dell’Oceano Indiano, Washington decide di destabilizzare la zona. Facendo leva sulla logica perversa dei diritti umani, di cui Washington e l’Occidente intero sono agguerriti sostenitori, nonché creatori, e giocando con la solita immagine di potenza “salvatrice” che esporta pace, libertà e democrazia, è assai probabile che gli Usa abbiano intenzione di entrare nella politica di  Myanmar con l’obiettivo di sottometterla ai propri interessi. Ma chissà se la Cina starà a guardare.

 

Pamela Chiodi

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