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Il Film: Noi credevamo

di Ferdinando Menconi

L’annunciato Kolossal sul risorgimento italiano è un po’ un’occasione mancata: sarà il sacro terrore di temere di essere enfatici, sarà che noi italiani rifiutiamo di volerci bene come popolo, ma se vogliamo vedere film celebrativi sui miti fondanti di una nazione dobbiamo continuare a rivolgerci all’estero, preferibilmente Hollywood.

Non è che la nascita delle altre nazioni abbia meno ombre della storia dell’unità d’Italia, ma gli altri cercano anche di evidenziarne le luci, noi, invece, le rifiutiamo in maniera preconcetta. Questa di Martone poteva essere l’occasione per amarci un po’, ma l’unico momento in cui va controcorrente è quando evidenzia che, prima dell’unità, sotto i Borbone non era il paradiso propagandato delle nuove tendenze della storiografia populista. Giustamente, però, il regista non nasconde neppure lo scempio piemontese post unitario nel meridione.

La parte che il film affronta meglio è il periodo iniziale del Risorgimento: quello complottista e velleitario della carboneria e della Giovine Italia. Periodo che, oltretutto, può splendidamente essere letto come allegoria della situazione presente: fatta di conventicole e gruppi chiusi che parlano solo a loro stessi e disprezzano chi, pur perseguendo medesimi obiettivi, non lo fa con la dovuta ortodossia

Le altre fasi del Risorgimento il film non le affronta proprio, preferendo raccontare un carcere borbonico Martone evita il decennio cruciale: quello che arriva al 1859 partendo dalle rivoluzioni del 1848 che, anche in Italia, ebbero un forte consenso popolare, Repubblica Romana su tutte, ma senza dimenticare Milano, Brescia, Venezia. La Repubblica Romana viene più volte citata, come momento “alto” del Risorgimento, però, ed è un peccato mortale per un film, viene fatta raccontare dai personaggi e non viene mostrata: questo può andare bene in un romanzo, ma in un film è una violazione dei fondamentali.

Questo accade, forse, perché il regista è figlio della cultura del secondo dopoguerra, da sempre ferocemente critica verso il processo unitario, e quindi l’adesione entusiastica al mito risorgimentale intorno a Garibaldi deve mostrarla non con Roma ma all’interno dell’episodio dell’Aspromonte, quando Garibaldi fu tradito dall’Italia che aveva contribuito a fare. Garibaldi, l’antintellettuale, fu in effetti l’unico che riuscì a creare un forte consenso intorno a sé, un uomo che all’epoca, anche all’estero, fu più popolare di quanto Che Guevara sia mai stato oggi. Un avventuriero che se altre nazioni avessero avuto avrebbero fatto protagonista di innumerevoli film e non rinchiuso nei testi scolastici, fino a ridurlo allo scemo del villaggio nelle interpretazioni di alcuni intellettuali. 

Gli intellettuali, le elite, di allora, invece, non seppero mai creare un movimento diffuso, accusa che viene da sempre mossa, e non con tutti i torti, al nostro Risorgimento, ma da allora gli intellettuali non sono cambiati: resta la loro incapacità, se non rifiuto, a parlare ad un pubblico diffuso, preferiscono la loro ristretta cerchia di eletti dove possono essere depositari delle “verità” e disprezzare gli uomini di azione. Martone, ahimé, non fa eccezione: il film resta per “iniziati”, infatti, se non si conosce bene la storia d’Italia, è difficile districarsi nella narrazione, così anche il Risorgimento cinematografico resta una cosa per elite che rifiuta le masse.

Un esempio è dato dal fatto che preferisce concentrarsi sulle, poco note, bombe di Orsini a Napoleone III che non a quanto accadeva in Italia, passando peraltro dalla narrazione storica al vizio dell’intimismo che affligge il nostro cinema anche nei Kolossal. È un film che nulla aggiunge alle vulgata comune e da cui Mazzini esce peggio di quanto meriti, ma egli, si sa, è personaggio inviso a tutte le correnti dominanti del panorama politico italiano.

Da un punto di vista tecnico è un film di grande rigore formale, eccellenti costumi e ricostruzioni, salvo una location in cemento armato, ma che è talmente palese, voluta, e deve avere un significato simbolico, che, ammettiamo, ci sfugge. “Noi credevamo”, oltre ad essere lento soffre dei limiti intrinseci di qui soffrono quasi tutti i film storici: l’essere didascalico.

È, però, un film che ogni “intellettuale”, vero o sedicente, dovrebbe vedere per interrogarsi sul perché non riesce o non vuole parlare alle masse, è quindi una eccellente occasione per fare autocritica e riflettere sul proprio ruolo: perché se il Risorgimento fu fenomeno di elites che una monarchia seppe piegare alle sue esigenze, la colpa fu degli intellettuali, non del popolo.

Tentativo riuscito solo a metà, questo di Martone, di raccontare il Risorgimento, impresa in cui, specie se ci riferisce alla questione romana, Lugi Magni resta un insuperato e disincantato punto di riferimento, nell’esaltazione come nella critica.

 

Ferdinando Menconi

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Rassegna stampa di ieri (14/11/2010)