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Il film: "The Social Network"

di Ferdinando Menconi

Film ineludibile per noi, che operiamo (anche) sul web e dobbiamo essere presenti su Facebook, ma eludibilissimo per chiunque altro. Naturalmente il film su Mark Zuckerberg (ovvero il signor Facebook) è un film ben confezionato, come quasi tutti i film americani, ma non svetta: è un film qualunque che ha valore solo come documento, anche se, si badi bene, non è un docufilm ma una vera e propria fiction, pur se ispirata agli eventi e di cui dà una interpretazione che non è necessariamente pienamente rispondente alla realtà.

Da questo film esce fuori un ritratto di Mark Zuckerberg come di una persona veramente pessima, ed è naturalmente a questa interpretazione, data dal regista David Fincher e dallo sceneggiatore Aaron Sorkin, che ci riferiremo di seguito, lo sottolineiamo perché non saremmo certo in grado di affrontare cause risarcitorie, salvo avere la possibilità di rifondere i danni in più reincarnazioni o sperare che la fine del mondo del 2012 avvenga e cancelli il debito.

Diciamo questo non a caso, perché il film, per ripercorrere la nascita di Facebook, prende le mosse proprio dall’azione legale che il miglior amico di Zuckerberg e due altri studenti di Harvard gli intentarono, riuscendo, giustamente, a ottenere una transazione stragiudiziale stratosferica. Giustamente, perché l’amico che finanziò gli inizi dell’avventura di Facebook venne vilmente truffato e l’idea originaria dello stesso apparteneva agli altri due studenti, ai quali fu da lui rubata.

Nulla di nuovo sul fronte informatico in verità, anche Gates non fu certo correttissimo, ma Zuckerberg riesce anche a farcelo divenire simpatico, perché i motivi che muovono il più giovane dei miliardari sono veramente viscidi e meschini: l’amico viene truffato perché ammesso ad un circolo studentesco esclusivo di Harvard, mentre lui, che ne era ossessionato, no; gli altri due, invece, perché campioni di canottaggio, e nella scena iniziale la ex di Zuckerberg dimostra una innocente attrazione per i canottieri, cosa che un NERD, complessato e frustrato come lui, non può accettare.

Lo Zuckerberg viene dipinto come un soggetto frustrato, rancoroso, arrogante, affetto da un profondo complesso di inferiorità camuffato da una irritante strafottenza. L’unico che abbia il diritto di influenzarlo è il fondatore di Napster, per il quale Zuckerberg sembra provare una vera e propria venerazione, cosa che avviene solo perché questi, avendo una istruzione inferiore ed essendo un plurifallito, non può fargli “socialmente” ombra e così il “genio di Facebook” si lascia allegramente intortare da lui, quasi scientemente, per umiliare gli altri, un po’come “il marito che si taglia le palle per far dispetto alla moglie”. Personaggio equivoco anche questo Guru di Zuckerberg, che almeno, però, con i soldi sa come divertirsi, mentre per il suo seguace sono solo il metro di una rivalsa sociale che non si sa godere.

È curioso vedere come proprio una persona incapace di gestire i rapporti umani sia diventato il fondatore del Social network di maggior successo, anche se non poi così tanto: perché Facebook falsa i rapporti umani, di cui è solo un brutto surrogato. Finchè viene usato come “mezzo” va anche bene, altrimenti, come accade per molti ragazzini, e non solo, è una perniciosa straniazione.

La parte meglio riuscita del film è proprio il come viene descritta la pochezza umana dello Zuckerberg, che ha anche il coraggio di stupirsi quando una giovane avvocato alle prime armi gli comunica che si procederà ad un transazione perché, col suo modo di essere e comportarsi, perderebbe la giuria fin dalle prime battute del processo.

C’è qualcosa di consolatorio, per noi morti di fame, nel film: nessuno sano di mente vorrebbe essere come lui, nonostante i fantastiliardi di dollari, anche l’ultimo degli operatori da call center si sa godere la vita meglio. A dover proprio scegliere, in una eventuale reincarnazione, meglio i due studenti cui rubò l’idea: figli di papà d’accordo, ma gente con un certo stile e poi un sesto posto alle Olimpiadi nella vita è una vera soddisfazione. Certo non c’è giustizia: perché tutto questo denaro deve essere finito in mani che non sanno goderne? Divenendo inutile surrogato di conferme esteriori per un disprezzabile povero di spirito, compulsivamente  insoddisfatto per la sua inferiorità strutturale, di cui è, per quanto lo respinga, tristemente cosciente.

In conclusione è un filmetto che si può tranquillamente evitare e la cui morale può essere riassunta in: chi nasce NERD, muore NERD e se uno è miserabile dentro, nessuna ricchezza potrà supplire alla sua pochezza interiore. Ma, forse, lo pochezza del mondo occidentale contemporaneo è data proprio dal fatto che il denaro ha sostituito, come metro di valutazione di un Uomo, il giudizio sulla forza della sua interiorità.  

 

Ferdinando Menconi

 

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