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Via dall’Afghanistan. Ma con calma

Il vertice Nato di Lisbona proclama l’inizio di una fase di “transizione” che nel 2014 dovrebbe restituire il Paese al governo locale. Peccato che i contorni rimangano assai vaghi

di Marco Giorgerini

Sì è concluso sabato il vertice Nato tenutosi a Lisbona. Secondo molti i due giorni di summit hanno prodotto un ottimo risultato, soprattutto per quanto riguarda il capitolo Afghanistan. I temi trattati dall'Alleanza Atlantica sono stati molteplici, dai rapporti con la Russia ai progetti per rendere più dinamica la stessa Nato, ma il nocciolo della discussione ha inevitabilmente riguardato l'Afghanistan e la strategia per uscirne. 

Il segretario generale dell'Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, ha assicurato che «oggi inizia una nuova fase, un processo al termine del quale gli afghani torneranno padroni in casa loro». Il disimpegno, ha aggiunto, dovrebbe iniziare nel prossimo luglio e proseguire, gradualmente, fino al 2014. Entro quella data, l'intero territorio potrà essere controllato dal presidente Karzai: «La transizione sarà efficace e irreversibile». La prima provincia a passare sotto la sua completa amministrazione dovrebbe essere quella del Panshir, zona insolitamente tranquilla i cui abitanti sfoggiano la fierezza di chi si è liberato da solo dagli estremisti. È lo stesso governatore a dichiarare: «La nostra provincia non ha dovuto aspettare le forze straniere per liberarsi dai Taliban, qui siamo stati capaci di non far mai attecchire l'estremismo di Al Qaeda». Subito dopo, però, mette in guardia sulla necessità che prima del ritiro sia pacificato tutto lo Stato: il territorio da lui governato è per molti aspetti un’eccezione, e ritirare le forze occidentali quando tutto intorno è ancora caos è un buon modo per far sì che anche la sua provincia sia contagiata dall'instabilità che domina nel resto del paese. 

Ma è davvero legittimo l'entusiasmo ostentato da Obama, Rasmussen e compagnia cantante? Nient'affatto. Pur affermando che si procederà al ritiro, si tace sui modi e sui tempi in cui questo dovrebbe avvenire. Che ne sarà ad esempio dei 150 mila soldati dell’Isaf (International Security Assistance Force)? Il segretario Nato, in un impeto di chiarezza, ha fissato per il 2015 la «fine delle missioni di combattimento», salvo poi essere smentito a stretto giro di posta dalla Casa Bianca. Dagli Usa hanno tenuto a precisare che «la decisione sul ritiro delle truppe è una scelta sovrana di ciascun paese, e il Presidente Obama non ha ancora preso una decisione». E anche per quanto riguarda, più in generale, l'intera exit strategy, il tono enfatico delle dichiarazioni cela la vaghezza del loro contenuto. Quel che sembra certo è che col tempo il numero dei soldati si ridurrà. Ma in che misura, e quanto passerà prima che abbandonino definitivamente l'aerea, non è dato sapere. Anzi, a breve termine – almeno per quanto riguarda l'Italia – gli uomini inviati a Kabul aumenteranno. Lo ha dichiarato il nostro premier, raggiante per gli elogi ricevuti dal presidente Usa: «Con i duecento formatori in più che saranno inviati arriveremo a essere il terzo paese presente in Afghanistan, con 4230 militari».

Durante l'incontro di Lisbona, comunque, si sono anche firmati documenti e trattati ufficiali, prendendo decisioni concrete che vanno al di là delle numerose promesse di disimpegno che tanta eco stanno suscitando presso i giornali europei. L'accordo di partnership tra Rasmussen e Karzai, ad esempio. Accordo che mette nero su bianco le relazioni future tra Afghanistan e forze dell'Alleanza Atlantica, ribadendo che gli aiuti di tipo economico militare e politico continueranno ad esser garantiti anche negli anni a venire. Strano modo di lasciare l'Afghanistan agli afghani. E infatti i Taliban, che hanno capito l'antifona, hanno prontamente diffuso via web un comunicato per frenare gli entusiasmi: «L'aumento delle loro truppe, le loro nuove strategie, i loro nuovi generali, le loro nuove trattative e la loro propaganda non sortiscono nessun effetto»

 

Marco Giorgerini

 

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