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Wikileaks. Una bomba, ma non è detto che esploda

Gli Usa accusano Assange di essere un irresponsabile. L’Europa minimizza. Berlusconi “si fa una risata”. E l’opinione pubblica? E i singoli cittadini?  

di Federico Zamboni 

Cominciamo dalla domanda fondamentale: che conseguenze possono produrre, in termini concreti, le rivelazioni di Wikileaks? La risposta deve sdoppiarsi, tra le reazioni dei  governi e quelle dell’opinione pubblica. E poi, come vedremo, sdoppiarsi ancora, in una vasta ramificazione di distinguo successivi. Un labirinto nel quale più ci si aggira e più si smarrisce qualsiasi certezza di uscirne. 

La prima lezione che emerge dai documenti riservati diffusi dall’organizzazione di Julian Assange, del resto, è proprio questa: il potere non ha nulla di limpido e le sue pratiche, dalla più grande alla più piccola, sono tortuose e ondivaghe, basate esclusivamente sul vantaggio che può derivare da questa o quella alleanza. Non c’è nessun valore degno di tal nome. Non c’è nemmeno quel tanto di simpatia istintiva che a volte lega le persone al di là di ogni considerazione razionale. Gli individui che governano il mondo, e la miriade di tirapiedi che gli reggono il gioco, costituiscono una macchina immensa e temibile, ma allo stesso tempo miserevole. 

A prima vista può sembrare un’osservazione ingenua. Non lo è. Il cinismo è un’infezione, e come tale si diffonde. Ha inizio con la scusa della necessità di essere pragmatici (il fine giustifica i mezzi) e ben presto si trasforma in un abito mentale per cui l’unico criterio di valutazione è il tornaconto. Oggi vengono fuori i documenti relativi agli Stati Uniti, ma se accadesse lo stesso con quelli di qualsiasi altro Paese – a cominciare dall’Italia – la sostanza sarebbe analoga, se non proprio identica. D’altra parte, sarà anche vero che l’atteggiamento dei funzionari di Washington nei confronti dei leader stranieri è sprezzante, ma non è che sia così lontano dal vero. Semmai, ma solo perché la matrice è appunto statunitense, manca la stessa chiarezza nei riguardi del proprio Paese e dei propri vertici. La Russia di Putin è «virtualmente uno Stato della mafia»? Possibilissimo. E gli Usa cosa sono?  Sarkozy è un presuntuosetto, la Merkel una tipa rigida e poco creativa, e Berlusconi un satiro estenuato dalle sue party selvaggi? Possibilissimo anche questo, per non dire sicuro. E Clinton? E George W. Bush? E lo stesso Obama? 

Ma torniamo alla domanda iniziale. Che conseguenze possono produrre, in termini concreti, le rivelazioni di Wikileaks? Almeno in superficie, come si vede dai primi commenti, assolutamente nessuna. Invece di arrabbiarsi per i contenuti, ci si lamenta del venir meno della riservatezza. La spiegazione è ovvia: ciò che allarma non è il disprezzo della Casa Bianca, ma il fatto che esso diventi di dominio pubblico. Hai visto mai che ci si trovi costretti a renderne conto ai propri concittadini, non propriamente entusiasti di sapere che il loro capo di governo è considerato, a seconda dei casi, un ometto o una donnetta. Hai visto mai che la popolazione non abbia appreso fino in fondo la lezione del disincanto e dell’opportunismo, e che abbia qualche soprassalto di orgoglio. Oppure, peggio del peggio, di nazionalismo antiamericano. 

Vedi l’intervento di Frattini – che previa evocazione suggestiva (ma sballata) di un nuovo Undici Settembre, ovverosia di un nuovo attentato terroristico ai danni degli Usa – si lancia in un’appassionata filippica che ribalta completamente il senso dei fatti: «La vera vittima di Wikileaks sono gli Stati Uniti, è in atto un’azione per screditarli e noi dobbiamo fare di tutto per aiutare i nostri amici americani per tutelare le relazioni diplomatiche internazionali. Per l’Italia non ci dovrebbe essere nulla di preoccupante, in ogni caso niente può scalfire la solidità dei rapporti tra Roma e Washington». In altre parole: insultateci come volete, ma state tranquilli; da noi non avete nulla da temere. E se anche lo aveste, ad esempio per i rapporti tra Berlusconi e Putin, figuratevi se ve lo veniamo a dire con un minimo di franchezza.

L’unica speranza di un riscontro sostanziale, dunque, è nelle reazioni dei cittadini. Delle singole persone che potrebbero decidere di addentrarsi nella sterminata documentazione accessibile on line con l’obiettivo di pervenire a delle conclusioni precise. Purtroppo è una speranza flebile. Il problema, ancora un volta, non sta tanto nell’avere accesso alle informazioni ma nel saperle interpretare. Nel volerle interpretare. Altrimenti, al di là delle intenzioni di Assange e dei suoi, il rischio è che si risolva tutto in una curiosità epidermica. Una sorta di gossip della diplomazia internazionale, che suscita solo un interesse passeggero. E che forse, nella peggiore ma non nella più improbabile delle ipotesi, finisce addirittura per aumentare il senso di assuefazione al degrado circostante. 

 

Federico Zamboni

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