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In Gran Bretagna ormai si svendono anche le foreste (compresa Sherwood)

di Andrea Bertaglio 

La Gran Bretagna si trova in questo periodo storico a fronteggiare una crisi economica e finanziaria forse senza precedenti nella sua storia. Anche le casse statali ne risentono, tanto che i processi di privatizzazione iniziati già dai tempi delle enclosures, e resi ancora più forti lungo tutti gli anni ’80 dal fondamentale contributo della Lady di ferro Margaret Thatcher, hanno raggiunto oggi il loro apice. Nella culla del liberismo (non ci sarebbe quindi da stupirsi più di quel tanto) ora anche le foreste nazionali sono in vendita per affrontare la crisi. 

Il ministro dell’Ambiente Caroline Spelman presenterà prossimamente il piano per cedere a privati, entro il 2020, circa la metà dei 748.000 ettari di boschi oggi controllati dalla Commissione forestale. Non solo, il piano del governo prevede anche di modificare la Magna Carta del 1215, all’interno della quale da secoli ci sono documenti che regolano la gestione di foreste antiche come quella di Sherwood, nei pressi di Nottingham (celebre scenario delle imprese di Robin Hood), o la foresta di Dean (teatro di alcuni fra gli episodi di Harry Potter). 

Si tratta quindi di privatizzare gli ultimi e sicuramente più preziosi commons rimasti, considerando che la sopravvivenza dell'intero pianeta, sotto certi aspetti, dipende dalle poche foreste rimaste. Certo il Regno Unito non è ancora a livello degli USA, nei quali se ne è andato definitivamente il 95% di questi ecosistemi, ma la situazione potrebbe presto diventare la stessa. E ancor peggio, oltre ad un’ulteriore dimostrazione della miopia delle classi dirigenti odierne, è l’ennesimo tentativo di convertire in denaro ciò a cui in realtà non si potrebbe nemmeno dar prezzo. 

Ma non si vuole solo affidare a pochi privati la gestione di un patrimonio utile per il bene comune. Il piano del governo britannico prevede, oltre alla svendita di luoghi appartenenti da sempre a tutti i sudditi di Sua Maestà, anche il diritto degli acquirenti di abbattere gli alberi e trasformare parti di queste foreste millenarie in centri sportivi e parchi giochi. L’approccio dozzinale e mercificatore con l’ambiente non sembrerebbe quindi una prerogativa italiana. 

Difficile vedere una possibilità di futuro con una classe politica completamente votata, a livello internazionale, alla necessità immediata di denaro ormai non più spremibile dalle tasche dei cittadini. Difficile anche essere ottimisti, quando gli ultimi lembi di natura sono sacrificati a una necessità di fondi causata da una gestione dell’economia, e del territorio, che negli ultimi decenni (e forse negli ultimi due secoli) è stata letteralmente dissennata.

Oltre a capovolgere i precetti di pensiero del leggendario Robin Hood, la scelta di rubare ai poveri (o comunque alla collettività) per dare ai ricchi lascia perplessi anche a livello economico. Al di là dell’enorme ricchezza naturale che rappresentano foreste come quelle interessate, infatti, presso Sherwood oltre mezzo milione di turisti visitano ogni anno il Robin Hood Festival, caratteristico spettacolo in atmosfera medievale animato da attori in abiti dell’epoca e mangiatori di fuoco. E lo stesso vale per tutte le altre foreste, meta di quei cittadini rimasti che non si rassegnano a spendere la domenica in un centro commerciale.

Di sicuro gite nella natura o eventi dal sapore romantico come il Robin Hood Festival non generano gli stessi profitti di centri fitness o sportivi, e soprattutto non necessitano della costruzione fisica che invece questi ultimi richiedono (cosa che genera una ulteriore crescita del PIL e quindi degli incassi statali). Ma la sfacciataggine che riescono ad avere i politici, evidentemente non solo italiani, riesce ancora a lasciare basiti. Fonti vicine al ministro dell’Ambiente britannico, infatti, hanno dichiarato che in questo modo, in realtà, “si sta cercando di dare nuova vita ai boschi, portando nuove idee ed investimenti". Il tutto con l’intenzione "di affidare alle comunità locali la tutela del patrimonio". Forse come tutti quei siti archeologici in Italia in mano a privati e preclusi da anni alla cittadinanza?

Già nel 1992 si era pensato di lasciare al settore privato gran parte delle foreste britanniche, quando al governo conservatore di John Major una mossa di questo tipo avrebbe potuto fruttare fino a un miliardo di sterline. Ma l’idea fu presto abbandonata, grazie ad uno studio che dimostrò l’infondatezza di tali previsioni e, soprattutto, in seguito ad una forte opposizione da parte dell’opinione pubblica. Si tratta di meno di vent’anni fa, ma si può dire già che erano altri tempi. La capacità (o la volontà) dell’opinione pubblica di oggi di opporsi a qualunque cosa vada contro i suoi stessi interessi, sia nel Regno Unito, che in Italia, che nel resto del mondo “sviluppato”, lascia presagire una massiccia privatizzazione, nell’arco di pochi anni, sia delle foreste che di ogni altro “bene comune”.

 

Andrea Bertaglio

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