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Le ERT argentine: quando l’azienda è di chi ci lavora

Sono nate a seguito del default di dieci anni fa. Un tentativo quasi disperato di autogestione, che invece ha avuto successo e che adesso viene preso a modello

di Davide Stasi 

Come qualcuno ricorderà, all’inizio degli anni 2000 si verificò in Argentina un collasso economico, frutto di politiche liberiste spinte, di pasticci valutari e di una gestione improponibile del debito pubblico. Molti imprenditori e investitori esteri portarono i loro capitali all’estero, e il risultato fu che piccole e medie imprese chiusero per la mancanza di risorse. Anche per questo la disoccupazione esplose, raggiungendo punte del 25%. In molti casi, i dipendenti delle società rimasti a spasso decisero di prendere in mano le attività, costituendosi in cooperative. La reazione degli ex proprietari non si fece attendere: tentarono, con l’aiuto della polizia e dello Stato, di liberare gli impianti occupati, ma con un successo solo parziale. Alcune delle cooperative riuscirono ad acquistare regolarmente le attività; altre misero in atto una resistenza a oltranza, organizzando occupazioni che in alcuni casi durano tutt’oggi.

Ai tempi, in effetti, pochi avrebbero scommesso che quell’esperimento sarebbe andato in porto. Oggi invece, a dieci anni di distanza, l’autogestione aziendale in Argentina si sta rivelando un fenomeno stabile e sempre più diffuso, che spesso varca i confini della fabbrica. Lo conferma un recente studio realizzato dal programma “Facoltà Aperta di Lettere, Filosofia e Scienze Sociali” dell’Università di Buenos Aires, che ha cercato di misurare la reale portata del fenomeno delle ERT – Empresas Recuperadas par sus Trabajadores.

Allo stato attuale in Argentina si contano 205 ERT, che danno lavoro a 9.362 lavoratori. Una realtà in crescita: solo nel 2004 i lavoratori impiegati in questo tipo di imprese ammontava a un numero inferiore del 35%. Lo studio spiega che l’incremento riguarda anche la diffusione sul territorio: otto anni fa praticamente tutte le ERT si localizzavano nei pressi della capitale, oggi solo la metà di esse. Il resto è diffuso altrove, non necessariamente in zone tradizionalmente legate al comparto industriale. Si tratta, inoltre, di aziende con una buona capacità di sopravvivenza. Rispetto alla prima ricerca del 2004, il 90% di esse è ancora attivo. Secondo Andrès Ruggeri, direttore del programma che ha elaborato lo studio: «le aziende recuperate non solo non sono scomparse ma sono diventate un’opzione che i lavoratori riconoscono come valida, piuttosto che rassegnarsi alla chiusura dell'azienda». E questo è ancor più vero se si pensa che un 20% di quelle oggi attive è nata quando il Paese era già uscito dal periodo di crisi.

Caratteristica peculiare delle ERT è il modo con cui vengono prese le decisioni interne e con cui vengono stabiliti i salari. L’88% di esse tiene regolarmente delle assemblee, il 44% almeno una volta a settimana e il 35% almeno una volta al mese. Quanto alla paga, se tutti i lavoratori operano con lo stesso orario, nel 73% dei casi si ha uno stipendio uguale per tutti. Quando le retribuzioni sono differenti, in genere è per le diversità nel tipo di lavoro e nel numero di ore lavorate.

Lo studio mette infine in luce un aspetto importante, che sottolinea quali ricadute positive possono determinarsi dall’uscita da una crisi che fa collassare il sistema. Le ERT infatti hanno fin dalla nascita allacciato rapporti e relazioni dirette con il resto della comunità, che le ha accettate subito, mostrandosi solidale. Un consenso che ha avuto ricadute anche sui fornitori che, nonostante le difficoltà, hanno dato fiducia a queste nuove realtà fin dall’inizio. Le imprese ricambiano la benevolenza ospitando attività culturali o educative, facendo donazioni o collaborando alla vita di quartiere.

Le ERT oggi sono in gran parte stabilizzate, pur rimanendo alcune situazioni controverse a livello legale, e sembrano rappresentare un fenomeno esemplare in via di estensione anche ad altri paesi del Sud America. Se ne trovano tracce già in Uruguay, Paraguay e Venezuela. Che si tratti di una reazione nata da uno sforzo comunitario di fronte a una catastrofe economica non c’è dubbio. Forse è presto per definirla in modo entusiastico e attribuirle il valore di soluzione alternativa al sistema, anche se i presupposti sembrano esserci tutti. Certo è che, in un paese come il nostro, dove le piccole e medie imprese cadono come mosche, e quelle grandi preferiscono delocalizzare all’estero o minacciare di farlo per imporre contratti peggiorativi, forse i lavoratori italiani un’occhiata a queste esperienze d’oltreoceano dovrebbero iniziare a darla.

 

Davide Stasi

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