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Oleg Kashin aggredito. La mano del Cremlino?

Il presidente Medvedev promette giustizia, ma intanto affida l'inchiesta a Juri Chaika. Le cui indagini sull’assassinio di Anna Politkovskaja si sono risolte in un nulla di fatto 

di Marco Giorgerini

L'aggressione di sabato scorso a Oleg Kashin dimostra, per l'ennesima volta, quanto sia difficile la vita dei giornalisti in Russia. Chi non liscia il pelo al Cremlino se è fortunato è costretto a cambiare attività. Se non lo è viene aggredito e, spesso, ci rimette la vita. 

Oleg Kashin, trentenne inviato dell'autorevole quotidiano Kommersant, rientra nella seconda categoria. Avvicinato da due uomini, muniti di un mazzo di fiori per fingere di avere tutt’altre intenzioni, è stato brutalmente picchiato. E abbandonato sul posto . È giunto in ospedale dopo che uno spazzino ha notato il suo corpo riverso a terra e ha chiamato soccorsi. La diagnosi è preoccupante: fratture alle tibie e alla mascella, lesioni al cranio, falangi delle mani danneggiate. I medici, dopo un immediato intervento chirurgico, hanno preferito indurre il coma farmacologico che dovrebbe protrarsi almeno fino a oggi. Kashin non risulta, comunque, in pericolo di vita. 

A renderlo sgradito ai vertici governativi sono stati alcuni articoli pubblicati sul quotidiano. Il giornalista si era infatti occupato della reazione degli ambientalisti alla costruzione di un’enorme autostrada che dovrebbe collegare Mosca a San Pietroburgo e che comporterebbe notevoli danni ecologici, in quanto attraverserebbe la foresta di Khimki. Inoltre aveva dato visibilità all'opposizione popolare al governo Medvedev, aveva preso in esame il ricostituito partito nazional-bolscevico e altre formazioni estremiste, e si era anche lanciato in critiche alla chiesa ortodossa.

Ad avvalorare l'ipotesi della “spedizione punitiva” per far tacere una voce scomoda c'è anche un dettaglio di non poco conto: la frattura delle falangi, ovvero un monito a non scrivere più. La stessa punizione fu inflitta a Mikhail Beketov, direttore della Khimkinskaya Pravda, appena due anni fa. A sottolinearne il valore simbolico è il direttore del Kommersant, Milhail Mikhailin, che infatti fa notare anche come non siano stati rubati cellulare e portafoglio: «Non lo hanno solo pestato, gli hanno spezzato le dita. È ovvio che a chi ha fatto questo non piace ciò che lui dice e scrive».

Il presidente Medvedev ha dichiarato che i colpevoli saranno assicurati alla giustizia; l'inchiesta, garantisce, arriverà fino in fondo e sarà fatta luce sull'accaduto. Peccato che il procuratore al quale sono state affidate le indagini sia Juri Chaika, ex ministro della giustizia del governo Putin. Non è un nome estraneo alla cronaca russa degli ultimi anni: Chaika fu infatti colui che si occupò dell'uccisione di Anna Politkovskaja, e la sua indagine si risolse in un nulla di fatto. Quella della Politkosvkaja, come molti ricorderanno, fu uno degli omicidi più noti e dibattuti del “regime putiniano”. Il suo caso salì alla ribalta e si ebbe una forte mobilitazione a livello mondiale. Che però non ha cambiato la situazione.

L'elenco di coloro che sono stati uccisi in quanto giornalisti continua ad allungarsi. La mappa che evidenzia la libertà di stampa dei singoli Stati all'interno della Federazione Russa, pubblicata dal Fondo della Difesa della Glasnost (FZG), non lascia dubbi. Nessuno rientra nella categoria dei totalmente “liberi”, solo una manciata sono ritenuti “relativamente liberi”, e ben 44 sono classificati come “relativamente non liberi”. Nel periodo considerato, i dodici mesi cha vanno marzo 2009 al marzo 2010, cinque giornalisti sono stati uccisi, ed è un dato che basta da solo a far precipitare la Russia verso il basso di ogni classifica riguardante la libertà di informazione. 

Vi sono comunque altri elementi da considerare, oltre agli omicidi. Si tratta dei metodi alternativi per zittire chi fa onestamente il proprio lavoro. Primo tra tutti la censura, in vertiginoso aumento: a molti personaggi scomodi è interdetta la televisione. Numerosi sono anche i giornalisti che vengono licenziati nell'indifferenza generale, visto che la notizia di certi licenziamenti è meglio non darla. Infine, c'è chi viene arrestato e si fa qualche anno di galera per non aver fatto finta di vivere in un paese perfetto. L'International Press Institute inserisce la Russia nel novero dei paesi più pericolosi per la libera stampa. 

Comunque, le reazioni non si sono fatte attendere. Sabato scorso una cinquantina di colleghi di Kashin hanno manifestato davanti al quartier generale della polizia di Mosca e Amnesty International si è mobilitata. Difficile però immaginare, soprattutto a breve, un'inversione di tendenza.

 

Marco Giorgerini

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