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Atene: il popolo grida Basta

Nuove e violente manifestazioni di piazza in Grecia. Come recitava uno striscione: «Non possiamo sopportare oltre». E forse si inizia a capire davvero contro chi si sta lottando 

di Marco Giorgerini

Il parlamento greco ha approvato tre giorni fa la riduzione dei salari del pubblico impiego, e ieri Atene era in fiamme. La quiete è durata non più di ventiquattrore, ammesso che si possa parlare di quiete. Già da mesi i giorni di apparente distensione non sono altro che preludi a nuove proteste: quello che ha avuto luogo ieri è stato il settimo sciopero generale dall'inizio dell'anno.

L'ultimo di una certa consistenza risale al 2 dicembre, quando molti scesero in piazza contro i tagli del 12 per cento agli stipendi del settore privato. In quell'occasione il premier Papandreou ostentò calma e determinazione nel prendere le distanze dai dimostranti, e il ministro dell'Economia si difese col vecchio trucco del male minore: «Meglio ridurre i salari che licenziare».

Ora, a pochi giorni di distanza, si sono ripetute le stesse scene. Con la differenza che questa volta il tasso di violenza è aumentato e il fronte dei manifestanti si è ulteriormente allargato. A essere prese di mira sono state ancora una volta le misure di austerity volte, secondo il governo, a contrastare la crisi economica. Nello specifico è stata contestata la decisione di diminuire del 5 per cento i salari degli impiegati pubblici. Se Atene è stata l'epicentro, le proteste non hanno certo riguardato soltanto la capitale: tutto il paese è stato di fatto paralizzato. Per l'intera giornata si sono fermati treni, aerei e traghetti. Gli ospedali hanno garantito il normale servizio soltanto per le emergenze, mentre sono rimaste chiuse banche, scuole e farmacie. 

Due cortei, formati secondo le forze dell'ordine da 15 mila manifestanti, hanno raccolto studenti, lavoratori e i principali sindacati. Hanno dispiegato un gigantesco striscione che rimarca la differenza rispetto a battaglie passate, analoghe soltanto nella forma: «Basta così, non possiamo sopportare oltre». Questa volta non è questione di ideologie anacronistiche. Non si rispolverano i fantasmi di Marx, Engels e Lenin e non si additano i nemici come imperialisti e borghesi. Chi da tempo si riversa nelle strade greche, però, sta forse iniziando a distinguerli con chiarezza, i nemici. Allargando la visuale all’intera Europa si coglie un'unità di fondo, al di là della molteplicità delle norme o delle misure contestate di volta in volta. Le rivolte e i tumulti a Parigi, Londra, Atene, Milano, dimostrano che la popolazione si è stufata di accettare tutto quanto piove dai palazzi del potere. E, soprattutto, dimostrano che i cittadini possono andare oltre l'istintivo moto di rabbia e acquisire una visione d'insieme. In fondo, i bersagli contro cui ci si muove sono gli stessi, anche se cambiano le nazionalità dei “ribelli”. 

Nel 1974 De André cantava: «Vi scoverò i nemici, per voi così distanti». La galassia del potere sta divenendo, nella percezione dell'opinione pubblica, molto meno astratta e lontana. Si può quasi toccarla con mano, ora. Le sue componenti sono sotto gli occhi di tutti: banche e finanza in primis. Non a caso ieri i rivoltosi greci hanno letteralmente dato alle fiamme il ministero delle Finanze e imbrattato la facciata della Banca centrale con vernice rossa. E non a caso anche a Milano l'obiettivo è stata la Borsa, bollata come covo di «affaristi, razzisti, ladri, mafiosi». Se la disoccupazione sale e se i salari diminuiscono vi sono responsabili precisi, annidati in un sistema che difende se stesso da quella popolazione alla quale dovrebbe rispondere e dalla quale dovrebbe dipendere per la propria legittimazione.

Nella capitale greca ci sono stati episodi particolarmente violenti. Condannabili in astratto, e in altre circostanze, ma senz'altro comprensibili in un periodo come questo, di crescente esasperazione. È il caso dell'aggressione a Kostis Hatzidakis, quarantacinquenne ex ministro conservatore ai Trasporti. Assalito al grido di «Ladri, vergognatevi!», l'uomo è stato ripetutamente colpito con pietre e bastoni, riuscendo a cavarsela solo perché ha trovato riparo in un edificio vicino. 

Gli uomini dell’establishment, in Grecia come altrove, si trincerano immancabilmente dietro le solite motivazioni legalitarie. Il leitmotiv è più o meno lo stesso: «Quelli che protestano violano la legge, e perciò loro sono delinquenti e noi siamo persone perbene». Già, ma ormai i manifestanti iniziano a dubitare della legittimità di certe leggi e di chi le ha promulgate. E anche nei salotti del potere dovrebbero cominciare a capire che non tutto sarà accettato passivamente. Papandreou sentenzia che «ci aspettano altre decisioni difficili...» e pensa che quelle difficoltà ricadranno solo sugli altri. Papandreou si sbaglia.

 

Marco Giorgerini

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