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Viva gli studenti in lotta. Purché vadano oltre

Essere contro la Riforma Gelmini dovrebbe significare essere contro una concezione aziendalistica non solo della scuola ma dell’intero tessuto sociale. Ergo, non bisogna fermarsi alle proteste di questi giorni

di Alessio Mannino

«Ci vorrebbe un’altra rivoluzione. Ma chi potrebbe farla? Mi dispiace, ma nei giovani di oggi non ho alcuna fiducia. Sono degli imbelli, non amano combattere e tanto meno rischiare, sono pronti a qualsiasi bassezza purché serva a conservare i loro miserabili privilegi». La citazione cade a fagiolo, in questi giorni di sommosse studentesche. È di Mario Monicelli, che vogliamo ancora una volta ricordare citando questo passaggio dal suo intervento sulla rivista Micromega dello scorso settembre. Il disincanto del vecchio rivoluzionario bocciava la generazione dei venti-trentenni di oggi come un gregge di imboscati senza attributi. I ragazzi nelle piazze di tutta Italia non potevano rendergli tributo migliore, smentendolo anche se solo in parte, e certamente non quanto e come avrebbe voluto lui. E come vorremmo noi. 

Gli universitari hanno scosso il paese, costringendo il potere romano ad asserragliarsi nel cuore della capitale militarizzato in fortino. È la collaudata tecnica della “zona rossa” in stato d’assedio, che ipso facto criminalizza la protesta come fosse uno sfogo di pancia di una minoranza di facinorosi. I consueti serpentoni urlanti nelle vie delle città, i blocchi delle stazioni ferroviarie, le facoltà occupate, il dilagare della contestazione anti-Gelmini negli istituti superiori hanno delineato il consueto quadro della rivolta giovanile che ogni riforma dell’università o della scuola si cucca facendo blaterare gli opinionisti col pilota automatico di un “nuovo ‘68” - un ’68 che non passa mai perché divenuto un mito tanto evocativo quanto privo d’efficacia. 

Tuttavia non sarebbe giusto liquidare i moti di piazza come l’ennesima, inconcludente riedizione della voglia di far casino tipica dell’età. È genuina l’energia sprigionata dai giovani docenti precari sui tetti delle università e dei monumenti, così come la determinazione delle folle giovanili rivoltatesi senza centrali partitiche a manovrarli (gli juniores del Pd, delle formazioni di estrema sinistra o di estrema destra sono l’avanguardia spontaneista di partiti che non hanno più una presa ideologica profonda). Ma è soprattutto un insorgere che ha dimostrato come i ragazzi del 2010, quando ci si mettono, il dissenso lo sanno manifestare eccome. Con un’organizzazione che, per essere priva di apparati e professionisti della jacquerie com’erano un tempo le forze extraparlamentari, è da ammirare. E rischiando denunce, botte e il risentimento di lavoratori, pendolari e pedoni vari che appena si trovano davanti una strada chiusa o un treno in ritardo causa manifestazione, non si pongono il problema di capirne le ragioni ma si offendono, aggrediti a morte nel proprio tran tran quotidiano. 

Gli smanettoni di facebook hanno riscoperto il piacere e il dovere della realtà. Hanno dimostrato di non essere quegli “imbelli” senza possibilità di redenzione di cui parlava con disgusto Monicelli. Eppure il savio incazzato continua ad avere ragione. Perché una mobilitazione, seppur lodevole ma limitata al campo settoriale degli studi, mette sottosopra un paese per una settimana o per un mese ma non cambia le condizioni del suo giogo che comprende l’aziendalizzazione dell’università ma non si esaurisce in essa. Questa riforma è uno dei tentacoli di quel mostro che è la privatizzazione delle nostre vite, razionalizzate, precarizzate e meccanizzate a maggior gloria del dio mercato e dell’efficientismo industriale. E allora la rivolta di questi giorni ci pare sì bella, ma perduta: bella perché viva e portatrice di nuova linfa, perduta perché destinata a perdere lo scontro vero. Che non si riduce a questo o a quel settore della società, ma la investe tutta per intero. 

È il “perché” del modello complessivo di ordine sociale, che i giovani non mettono in dubbio. Non è la Gelmini, il problema: è, se vogliamo dirla alla Marx, la struttura di un’Italia occidentale, tecnocratica e turbo-liberista, di cui le Gelmini sono un sottoprodotto. È assente, come sempre, una critica ragionata e ad ampio raggio di tutto quanto l’edificio. Gli attuali contestatori, invece, si contentano di mettere a soqquadro per un po’ una singola stanza. I sessantottini s’ispiravano, a torto o a ragione, a Marcuse e ad Adorno. Oggi è il deserto. Guai a chi alberga deserti dentro di sé, diceva Nietzsche. Pur se tornando finalmente in strada. 

Alessio Mannino

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Secondo i quotidiani del 6/12/2010

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