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Il patriottismo non c’entra, col gas di Putin

 

Rivelazioni del Corriere della Sera: il risentimento di Washington per Berlusconi dipende dalla “disattenzione” italiana per lo shale gas di produzione Usa

di Alessio Mannino

È strano che si meni grande scandalo per i rapporti confidenziali pubblicati da Wikileaks riguardo alla nota ostilità di Washington verso la politica energetica del governo Berlusconi, e se poi sulla prima pagina del Corriere della Sera, voce dell’establishment italiano, si dà conto di una notizia-chiave, la cosa passa inosservata. 

Il 3 dicembre il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, Massimo Mucchetti, firma un fondo denso di fatti e argomenti in cui punta il dito contro l’opaca relazione personale fra il premier e il suo omologo russo Vladimir Putin che avrebbe influenzato la strategia aziendale della multinazionale di stato Eni (considerata dagli americani, stando ai files del Dipartimento Usa, più potente dello stesso ministero degli Esteri) guidata dal filo-russo Scaroni. «È possibile che l’amicizia speciale tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin abbia distorto gli storici rapporti tra Eni e Gazprom a favore del Cremlino? È possibile che a una tale distorsione abbia contribuito l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, per conquistare e conservare l’ambita poltrona?». Questo è l’interrogativo che fa da incipit all’articolo di Mucchetti. Il quale individua la possibile risposta in una rivalità frontale fra americani e russi nell’approvvigionamento di gas. Rivelando che nel 2005 «in America inizia una rivoluzione tecnologica che rende abbondante il gas, e dunque riduce in prospettiva la centralità dei fornitori storici, Russia, Algeria e Libia». Si tratta delle «prime quantità di shale gas, gas estratto da rocce scistose, tipiche del sottosuolo delle zone ex carbonifere, attraverso potenti getti d’acqua mista a solventi», che nel giro di tre anni «emancipa gli Usa dalle importazioni e fa crollare i prezzi sul mercato».

Nonostante ciò, Scaroni ignora il nuovo business con eventuali fornitori statunitensi e decide di prorogare i contratti fra Eni e Gazprom. Spiega Mucchetti: «Intendiamoci, anche altri big europei scoprono la novità solo dopo che le major americane hanno fatto incetta dei pionieri dello shale gas. Ma l’Eni di Mattei era all’avanguardia, ora non più». L’Eni di Scaroni (e Berlusconi) appoggia invece il progetto di Mosca di far passare un gasdotto sul fondo del Mar Nero per aggirare la filo-americana Ucraina: il famoso South Stream. Conclusione maliziosa dell’editorialista del Corriere: «perché l’Eni si impegna in un investimento miliardario per raddoppiare le onerose importazioni dalla Russia quando c’è tanto gas più a buon mercato nel mondo e il governo promette il nucleare? Chi ci fa l’utile?».

L’utile, sospetta l’organo dei poteri forti italiani, potrebbe farlo chi sponsorizza con tanto calore l’amicizia con la Russia di Putin e Medvedev (ex presidente di Gazprom) in cui il colosso del gas è uno Stato nello Stato. E cioè Silvio Berlusconi, spalleggiato da Scaroni. È chiaro che la politica di “differenziazione” dei paesi fornitori di energia, come l’ha definita il ministro degli Esteri Franco Frattini, è malvista dagli Stati Uniti. Wikileaks ne ha solo dato conferma, facendo scoppiare pubblicamente il caso. Il file* documenta la posizione critica dell’America per mano dell’ex ambasciatore Ronald Spogli. È  interessante notare che la stampa italiana non ha ripreso la parte del file in cui Spogli delinea le azioni di lobbying per reagire al filo-russismo di Palazzo Chigi e del Cane a sei zampe. Colloqui con esponenti politici governativi e di opposizione, ingaggio (leggi: finanziamenti) di non meglio precisati “pensatoi”, contatti con membri del partito di maggioranza: tutto ciò pur di mettere in piedi una corrente d’opinione contraria alla linea berlusconiana.  

Il Corriere, che non fa mai scrivere a caso, men che meno in un editoriale, aggiunge un tassello decisivo: rivela che dietro il malcontento americano ci sarebbe la delusione per un enorme affare mancato, ovvero il mai avvenuto ricorso dell’Eni al nuovo tipo di gas made in Usa. Ma come? – sembra di sentire i manager ai vertici delle mega-aziende che poi chiedono il conto all’Amministrazione di Washington – gli italiani, come da loro tradizione fin dai tempi di Mattei che estrae petrolio in Unione Sovietica e Iran, vogliono diversificare le proprie fonti di rifornimento, e neppure si degnano di bussare alla nostra porta e comprare gas da noi, che costa anche meno?

Qui sta, secondo noi, il nocciolo della questione Eni-Gazprom. E qui si è svelato ancora una volta il reale significato della facciata di dichiarazioni, smentite, detti e non-detti con cui la politica ufficiale, democratica a parole, copre la sostanza di cui è fatta: fiumi di denaro che finiscono nelle tasche di pochi privilegiati al comando di Stati e di  multinazionali più importanti degli Stati. E se non ne siete ancora convinti, vi basti sapere che il ministro Frattini, interrogato ieri da Lucia Annunziata nel programma “In mezz’ora” proprio sulle domande iniziali di Mucchetti, ha avuto la faccia tosta di dire che nelle relazioni fra governi, a volte, «anche se ad alcuni è difficile crederlo», contano i rapporti umani. Certo. Ma allora dobbiamo dedurne che Berlusconi persegue l’interesse nazionale sulla base delle sue personali simpatie? Dal 2005 al 2008 presidente degli Stati Uniti era George W. Bush, che Silvio andava a trovare nel ranch in Texas facendosi fotografare col cappello da cowboy. Perché allora, forte di questo suo speciale rapporto con il predecessore di Obama, non fece seguire a Scaroni il dossier “shale gas”? Proseguire la saggia diversificazione di stampo matteiano è un titolo di merito per questo governo da sempre sfacciatamente servile con gli Usa. Ma non ci vengano a dire, i Frattini e i berlusconiani scopertisi d’un botto fieri assertori dell’indipendenza dall’America, che l’interesse perseguito sia puramente e incontaminatamente quello patrio. 

 

Alessio Mannino

 

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