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Volontariato. A forza di quattrini


Le associazioni non-profit denunciano il taglio ai fondi del 5 per mille. Giusto. Ma le fonti di finanziamento sono molte altre  

di Pamela Chiodi 

Solo un mese fa, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, richiedeva, con urgenza, l’approvazione in Parlamento del disegno di legge Stabilità, in attesa di ratifica definitiva prima dell’eventuale caduta del governo. Per il momento, è passato alla Camera il 19 novembre scorso, anche grazie all’intervento del capo dello Stato. Che ora lo critica. 

Durante la Giornata Internazionale del Volontariato che si è svolta all’Aquila, Napolitano ha esaltato il ruolo del volontariato definendolo «una linfa vitale della nostra convivenza», per poi sottolineare il  «bisogno di questa grande scuola di solidarietà che generosamente produce azioni, pratiche quotidiane e progetti i quali rappresentano un contributo essenziale per la creazione di un diffuso capitale sociale. Proprio in questo momento di particolari difficoltà economiche è di fondamentale importanza sostenere il mondo del volontariato, anche garantendo le risorse necessarie a tener fede alla sua insostituibile missione riconosciuta da milioni di cittadini». E rincara la dose di perbenismo affermando che «dobbiamo contenere la spesa pubblica. Ma non dobbiamo tagliare tutto». 

Difficile credere che al Colle non fosse arrivata la voce sui tagli previsti al terzo settore proprio dalla manovra che il Capo dello Stato si è tanto prodigato nel far approvare. Ma nessuno ci fa caso. Gli addetti ai lavori si limitano a ringraziarlo con dovuta riverenza per il suo messaggio. Intanto però, il fondo del 5 per mille per il volontariato e la ricerca avrà a disposizione, per il 2011, non più di cento milioni di euro, ovvero il 75% in meno rispetto ai quattrocento erogati nel 2008. I tagli, come giustifica il ministro dell’economia Giulio Tremonti, sarebbero il risultato di «diverse scelte parlamentari», che avrebbero destinato una parte del fondo a quello per l’editoria e per le televisioni private. Ed è questo, semmai, il punto dolente della questione. Introdotto, tra l’altro grazie allo stesso Tremonti, nella Finanziaria del 2005, dà la possibilità ai cittadini, contribuenti, di destinare ad attività di volontariato e sociali, alla ricerca sanitaria, scientifica o delle università, il 5 per mille della propria quota dell’imposta sui redditi. 

Come giustamente denunciato dalle principali associazioni non-profit, tagliare i fondi di questa natura significherebbe limitare la libertà dei cittadini che invece hanno deciso di devolvere una parte delle loro imposte sui redditi a quei settori, o associazioni, da loro stessi indicati. Destinarli altrove, come in questo caso all’editoria o alle televisioni private, equivale a non rispettare la loro volontà. Secondo Legambiente, si tratta di un vero e proprio paradosso perché «invece di essere stabilizzato il 5 per mille sparisce, danneggiando pesantemente le associazioni e frustrando i buoni propositi di tutti quei cittadini che avevano visto in questo strumento un mezzo utile per sostenere pezzi importanti del volontariato sociale e della ricerca, perennemente a corto di finanziamenti». 

Tuttavia, non sono molti i cittadini che contribuiscono a sostenere il Terzo settore grazie a questo tipo di finanziamento. Da una ricerca condotta dalla Fondazione San Raffaele è emerso che il 45,4 per cento degli italiani non sa come utilizzarlo, e addirittura il 30 non è a conoscenza di questa possibilità. Nel 2008, 14,6 milioni di cittadini hanno partecipato con le loro dichiarazioni dei redditi a stanziare una somma totale di quasi quattrocento milioni di euro. Ma ad aver beneficiato di questi finanziamenti sono state le associazioni più conosciute a cominciare dall’Airc, che si occupa della ricerca sul cancro e che ogni anno ottiene la quota maggiore. In base ai dati dell’Agenzia delle Entrate, ha ricevuto circa 60 milioni. Medici Senza Frontiere ne ha avuti 9,2,  Emergency 9,1 e il Comitato italiano dell’Unicef 7,6. 

Considerando che in Italia ci sono circa trentamila associazioni, non è plausibile, soprattutto per quelle che hanno meno visibilità, che esse sopravvivano solo grazie ai contributi provenienti dal 5 per mille. E infatti esistono anche altre sovvenzioni. Come quelle devolute dalle istituzioni sovranazionali, quali la Banca mondiale, l’Unione Europea, l’Unesco, l’Onu, la Fao, oppure imprese, banche, varie fondazioni private e bancarie, compagnie assicurative, altri enti statali come “Sviluppo Italia”, l’Unsc, cioè l’Ufficio nazionale per il servizio civile. E l’elenco potrebbe continuare. In più, per agevolare il compito a chi deve «districarsi nell’articolato mondo dei finanziamenti pubblici e privati», il Cesvot, Centro Servizi Volontariato Toscana, ha redatto un vero e proprio “vademecum”, o «una bussola», com’è stata definita dalla stessa associazione. Le informazioni hanno lo scopo di aiutare a svincolarsi dalla dipendenza da un unica fonte di finanziamento, che non solo «potrebbe approfittare della sua posizione di monopolio per stabilire le regole che desidera e condizionare le attività dell’organizzazione», ma in un momento di crisi potrebbe essere «costretto a razionalizzare la spesa esternalizzando il risparmio sulle attività dei soggetti convenzionati». Come una qualsiasi impresa, «bisogna adottare una prospettiva strategica di lungo periodo» e «diversificare i metodi di finanziamento». A quanto pare, gli strumenti per poterlo fare non mancano. 

 

Pamela Chiodi

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