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Il nucleare italiano e il “pacco” francese

Si chiamano EDF e Areva, e sono le aziende transalpine che fanno da perno ai progetti atomici di Berlusconi. Peccato che, secondo il Financial Times, siano entrambe in crisi

di Davide Stasi

Il programma nucleare italiano traballa pericolosamente. Risente, ed è inevitabile, del terremoto che scuote il governo che l’ha elaborato e proposto. Qualunque cosa venga dopo, la caduta di Berlusconi e dei suoi comporterebbe uno stop netto e probabilmente fatale ai piani di reintroduzione dell’atomo nel nostro paese. Il nuovo esecutivo dovrà fronteggiare la crisi economica e la speculazione finanziaria, quindi è probabile che il capitolo nucleare, nonostante i potenti interessi sottesi, dovrà essere accantonato, fino a una chiusura in sordina. Se il programma dovesse proseguire il suo percorso, però, è bene chiarire a cosa andremmo incontro esaminando, alla luce degli ultimi dati, la partnership stabilita a questo scopo con la Francia e i suoi colossi nucleari.

A parlarne è il Financial Times, che ha fatto il punto della situazione su EDF (Electricité de France), società elettrica di gestione di impianti nucleari, e su Areva, la principale società privata francese di progettazione e costruzione di reattori e centrali nucleari. I due perni dell’accordo nucleare Italia-Francia. Del primo, EDF, e dei suoi tracolli, abbiamo già parlato poco tempo fa (qui). La sua leadership mondiale nella gestione delle centrali nucleari si sta sbriciolando irreversibilmente, a partire dalla patria dell’energia atomica: gli USA. Ora il quotidiano inglese dirige i riflettori anche su Areva, il cui prodotto di punta, lo “European Pressurized Water Reactor” (EPR), viene spacciato come il più efficiente, sicuro, in grado di resistere anche all’impatto con un aeroplano, e sofisticato.

Di fatto esistono solo due EPR in costruzione al mondo, uno in Francia e uno in Finlandia. Quest’ultimo è diventato una via crucis: problemi legati alla regolarità del progetto e della costruzione hanno comportato un aumento non previsto dei costi di 2,7 miliardi di euro. La prima conseguenza è stata l’abbandono della joint venture da parte di Siemens. Una pietra tombale su future possibili cooperazioni con Areva, intanto rimasta col cerino in mano tra le nevi finlandesi di Okiluoto. Ma anche la competizione internazionale non va affatto bene: Abu Dhabi ha scelto reattori meno costosi di quelli Areva, prodotti in Corea del Sud. La Cina sta spostando le proprie preferenze verso l’americana Westinghouse, mentre l’India sembra non voler pagare minimi e opinabili livelli di sicurezza in più da pagare a fronte di sovrapprezzi enormi.

Sono questi fiaschi diffusi, secondo il Financial Times, ma anche secondo le rilevazioni del governo francese, a rendere necessaria una ricapitalizzazione di Areva per due miliardi di euro. Condizione essenziale se si vuole che resti sul mercato. I pochi investitori esteri disponibili, però, sono interessati solo ad alcune sue specifiche divisioni, ad esempio quella che si occupa dell’estrazione dell’uranio, mentre tutti escludono di voler finanziare il comparto aziendale per la costruzione di centrali e reattori.

La situazione poi non è semplice nemmeno sul fronte interno. Tra i vari colossi francesi del settore, tutti in diversa misura partecipati dallo Stato, c’è una competizione spesso tendente a sfociare in scontro, anche per l’esistenza di conflitti di interesse e interessi sovrapposti. Secondo Anne Lauvergeon, amministratore delegato di Areva, ad esempio, EDF, pur possedendo azioni di Areva, non dovrebbe sedere nel consiglio d’amministrazione. Si tratta di una sovrapposizione che tiene lontani eventuali clienti che altrove e in altri ambiti sono in competizione con EDF. Dal suo canto EDF gestisce il 95% del mercato interno dell’elettricità, un “tesoretto” che intende preservare con giustificata attenzione, senza coinvolgere altri soggetti. «Rivalità tra cugini», così il Financial Times definisce il contesto.

Il tutto avviene mentre la domanda sul fronte industriale nucleare è in calo inesorabile da anni, quanto meno in Europa e in America. Si parlava anni fa di “rinascimento nucleare”, subito abortito con il crollo del prezzo del gas e il prolungamento per legge del tempo di sfruttamento dei reattori già attivi. Da quel momento la domanda per le nuove centrali è crollata. Negli USA, l’unico impianto ancora in costruzione è stato iniziata nel 1973, e sarà pronto, forse, nel 2012. Ed è in questo contesto che l’Italia di Berlusconi ha stretto accordi per la costruzione sul nostro territorio di quattro centrali nucleari EPR della Areva. Quelle che il mondo sta rifiutando. Una ragione in più per sperare che il governo cada, trascinando con sé il suo progetto nucleare.

Davide Stasi

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