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A tutti i lettori, dalla redazione

Il mensile in edizione cartacea va avanti. Questa la cosa più importante. Come promesso desidero condividere con tutti i lettori le ultime decisioni prese in redazione, dopo un confronto resosi necessario in seguito alla decisione del governo Berlusconi di eliminare i contributi postali all'editoria. Cosa che, ovviamente, riguarda anche, e direttamente, proprio l'edizione cartacea de La Voce del Ribelle. 

Sinteticamente: il costo che dobbiamo sostenere dal numero 19 di aprile 2010 già spedito a tutti gli abbonati e per i numeri futuri, è aumentato del 270%. Duecento settanta per cento. Superfluo ogni commento.

Inutile forse ribadirlo, ma come sapete, per scelta originaria di Massimo Fini  - scelta condivisa in pieno da tutta la redazione, me per primo - non abbiamo mai pensato di chiedere alcun tipo di contributo pubblico. Di più, non accettiamo alcun genere di pubblicità che non sia di carattere culturale (libri, per esempio). La ragione è semplice: vogliamo essere liberi e indipendenti. Se il denaro di cui abbiamo bisogno arriva da un sistema di editoria pura - ovvero da chi ci legge - il progetto va avanti, altrimenti si chiude. 

Ciò non toglie che la condizione di editori - obbligatoria per la pubblicazione del mensile - comporti di diritto, e senza doverne fare richiesta o elemosinarne la concessione, alcuni benefici. Due su tutti: un piccolo sconto sulle tariffe telefoniche e la riduzione, appunto, delle tariffe per la spedizione postale. Ora quest'ultima è venuta meno. E la cosa ci mette in difficoltà per un motivo preciso: siccome a sostenerci non c’è un editore affermato, e siccome tutto il denaro che La Voce del Ribelle ha incassato e incassa mediante gli abbonamenti viene immediatamente investito nel progetto, non abbiamo nessun capitale di riserva su cui contare. Questa nuova spesa era del tutto imprevista e, almeno per ora, non siamo in grado di affrontarla se non rosicchiando qualcosa al già modestissimo budget con cui dobbiamo provvedere a tutto il resto. 

Prima di passare ad alcune novità, però, soffermiamoci su una questione di cui non abbiamo mai parlato a fondo: come spendiamo i soldi che incassiamo. Ovvero, in base a quali criteri gestiamo i costi di esercizio. 

Allora, il primo punto è che non abbiamo mai voluto fare una rivista “militante” analoga a tanti esperimenti (alcuni pur lodevoli) che si reggono sulla sola abnegazione di chi vi lavora. Così come, nella maniera più assoluta, abbiamo mai voluto fare qualcosa che si reggesse sullo sfruttamento del lavoro altrui. In altri termini: non facciamo collaborare nessuno, né a tempo pieno né a tempo ridotto, senza corrispondergli almeno un piccolo compenso. E nemmeno, nella maniera più assoluta, ricorriamo ai sotterfugi utilizzati dai tanti editori (o meglio: venditori di carta stampata) che pur godendo dei contributi pubblici, ed elargendo ai loro protetti stipendi faraonici, non esitano a speculare sui dipendenti e sui collaboratori esterni: vedi i finti stage non retribuiti, o le "concessioni" a pubblicare articoli di ragazzi che, animati dalle migliori intenzioni, sono disposti a darsi da fare comunque fino a realizzare tanti giornali e periodici a costo zero.  

Per quanto attiene invece al primo punto, ovvero la natura professionale del nostro lavoro, va chiarito che i membri della redazione, a iniziare da Massimo Fini, non percepiscono nessuno stipendio. Dall'inizio a tutt’oggi. Ognuno di noi si mantiene grazie ad altre collaborazioni giornalistiche. E ognuno porta avanti questo lavoro con lo spirito di gratuità e servizio che rappresenta, nel mondo mercantilista di quest’epoca, un atto di ribellione allo stato delle cose. 

Così come abbiamo fatto continueremo a fare, finché sarà possibile. Ovvero finché ciascuno di noi potrà guadagnarsi da vivere con le altre attività che riesce a svolgere adesso.  

Per ora è così, più in là si vedrà. Certo, se potessimo vivere solo di questo, ovvero se potessimo utilizzare tutto il nostro tempo su questo progetto, li Ribelle farebbe un salto quantitativo e qualitativo notevole. Ma per ora non è possibile. Siamo (quasi) al massimo delle nostre possibilità. Tutto il denaro che entra in cassa con gli abbonamenti va a coprire le spese fisse, i compensi per i collaboratori esterni e alcuni servizi giornalistici particolari, oltre a una persona che ci aiuta in vari campi, con compiti di segreteria e di tipo grafico e multimediale.

È importante chiarire questo punto, perché molto di quello che non riusciamo a fare dipende unicamente dalle risorse economiche, che sono ancora troppo limitate. Possiamo - e lo facciamo - dedicare diverse ore della nostra giornata (e della notte) a fare lavoro giornalistico (studio e comunicazione) per la rivista e il quotidiano on-line in modo gratuito. Ciò che non possiamo fare, invece, è non pagare le bollette, l'ufficio, i libri, i giornali e le riviste che ci servono, i server, le tasse, la tipografia e la spedizione. Appunto.  

Questo è quanto. E questo è il motivo per il quale desidero ringraziare uno a uno tutti gli abbonati a una delle due versioni de La Voce del Ribelle (quando non a entrambe, carta e on-line), con una comunicazione precisa, che forse sfugge ai più: voi abbonati non comprate un prodotto, ma sostenete un progetto.  

Ora, e perdonate la lunghezza, veniamo all'attualità. Ci sono due cose, la prima immediata, la seconda a lungo termine. Prima qualche accenno alla seconda, su cui in ogni caso torneremo presto: dobbiamo dare vita a una sorta di comunità, di club, chiamatelo come volete, che si riunisce intorno ad alcune idee guida e  che si impegna a portarle avanti. Più che di abbonamenti, quindi, dovremmo parlare di un’autotassazione (come la cassa comune in un viaggio) sottoscritta da individui che hanno a cuore l’informazione e la cultura. E che si associano a questo scopo. Una specie di filantropia personale, esercitata insieme ad altri e concentrata stabilmente sulla stessa iniziativa.

In Francia c’è un modello simile. Si chiama “Club del Mille” e conta appunto un migliaio di membri i quali si autotassano, da anni, per consentire a una schiera di giornalisti e intellettuali, con a capo Alain de Benoist, di svolgere un lavoro assiduo di riflessione e di controinformazione. I soci, in pratica, diventano gli azionisti di un “gruppo editoriale” anomalo. Che si prefigge non di fare soldi ma di produrre cultura. E che vuole riuscirci creando un’oasi di disinteresse materiale nel deserto della realtà contemporanea, che è invece imperniata sulla mercificazione e sul profitto.

Ecco, questa potrebbe essere la soluzione giusta per far proseguire il nostro progetto. Parliamone. Riflettiamoci fin da ora, insieme, in modo comunitario. Una comunità sta già prendendo forma attorno a questo giornale, vale la pena di alimentarla e renderla ancora più viva e orientata, tra i tanti, a questo specifico obiettivo, se condiviso. 

In ogni caso ne parleremo presto in modo diffuso e comunicherò a tutti le indicazioni necessarie per partecipare e interagire, anche fin dalla messa a punto del tutto. 

Ora, per l'immediato. Per ovviare ai rincari delle nostre spese abbiamo operato in due modi (a proposito: ancora grazie a chi, tra i lettori, ci ha inviato dei contributi extra). Il primo, ci siamo autotassati, in redazione, per continuare e stampare e spedire l'edizione cartacea; il secondo, siamo stati costretti a rinunciare al 50% del tempo di lavoro dell'unica persona, in segreteria, che fino a ora ci aiutava in non poche cose.

Non abbiatevene a male, quindi, se telefonando in redazione troverete in alcune ore del giorno solo un dispositivo automatico. O se ci dovessero essere alcuni ritardi nelle risposte ai vostri messaggi. Siamo i primi a esserne dispiaciuti, ma ci siamo stati costretti. 

Allo stesso tempo, però, siamo tutt’altro che in disarmo. Abbiamo deciso di fare un ulteriore sforzo giornalistico ed editoriale per implementare e migliorare il sito internet e i multimedia che vi sono collegati. E presto, spero, se ne vedranno gli effetti. Se anche dovesse finire, un giorno, la possibilità di stampare una edizione cartacea – che in ogni caso ci pare essenziale, se non altro perché gli articoli più lunghi, necessari ad approfondire certi temi obiettivamente complessi, si leggono meglio su carta anziché su internet – l'edizione web andrà comunque avanti, grazie ai costi molto più contenuti che la piattaforma digitale comporta. E sempre finché tutti noi potremo permetterci di avere del tempo libero (parecchio) per lavorare alla cosa. 

Naturalmente, se gli abbonamenti dovessero aumentare, innanzitutto grazie al tam-tam dei lettori e degli abbonati, il maggior afflusso di denaro sarà utilizzato, come sempre, per migliorare ed estendere ancora di più il progetto. Ma questa è altra storia, e sono certo che la conoscete.

 

Valerio Lo Monaco


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Prima Pagina 16 aprile 2010