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Come un cane in moschea

di Ferdinando Menconi

Vita da cani, essere trattati come un cane in chiesa, è già una ottima situazione per questi nobili mammiferi carnivori che accompagnano l’uomo, in caccia e pastorizia, da millenni, dando molto più di quanto, spesso, ricevano: ma in moschea è molto peggio. L’islamica repulsione verso questo animale è arrivata al parossismo, ma diciamo pure al grottesco: l'ayatollah Naser Makarem Shirazi è arrivato a lanciare una fatwa contro questo animale, impuro per l’Islam al pari dei suini.

Le culture andrebbero tutte rispettate, esige il politicamente corretto, ma quando si  arriva a certi punti l’unica reazione possibile è una risata di superiore, sdegnoso, compatimento. Neppure la CEI, che pur entra in maniera fin troppo invadente nella vita dello Stato e nelle nostre, pur condividendo lo stesso dio di Naser Makarem Shirazi, mai è arrivata a simili livelli di interferenza nel quotidiano di una nazione, senza dimenticare che, di fatto, anche se formalmente non di diritto, certe religiose masturbazioni mentali sono praticamente legge in un paese teocratico camuffato da democrazia. Non basta il voto per eleggere un parlamento, e Ahmadinejad, piaccia o no, le elezioni le ha vinte senza brogli come Berlusconi. Per fare una democrazia, sono altri i diritti nella vita comune di tutti i giorni che vanno rispettati, e, nonostante in Europa la situazione della libertà sia tetra, almeno qui non si arriva a vietare i cani. Al massimo si impone loro, giustamente, il sacchetto per la cacca della bestia, e si scatenano ingiustificate crociate contro le museruole. (...)

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Secondo i quotidiani del 21/06/2010

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