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Prima pagina 21 giugno 2010

Cardinal Sepe. Altro che "paura"

di Sara Santolini

"Non abbiate paura". Così l'arcivescovo di Napoli ha citato Wojtyla, ricordando che ci sono ancora "così tanti martiri, umiliati e disprezzati, che seguono il Vangelo di Cristo"

Ma qui, più che paura, c'è vergogna. L'inchiesta su G8 e Grandi Eventi sta aprendo degli scenari del tutto nuovi e inaspettati. Come appunto quello che sta coinvolgendo il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli - che, non dimentichiamolo, gode di passaporto diplomatico vaticano ed è dunque inattaccabile senza una rogatoria - e l'ex ministro Lunardi. In particolare l'accusa di corruzione riguarderebbe la ristrutturazione e la vendita di alcuni immobili intestati a Propaganda Fide* - di cui il cardinal Sepe è stato alla guida dal 2001 al 2006 - nel 2005, in cambio dei quali il cardinale avrebbe ricevuto dei favori o, più probabilmente, un compenso in denaro.  leggi tutto 

Come un cane in moschea

di Ferdinando Menconi

Vita da cani, essere trattati come un cane in chiesa, è già una ottima situazione per questi nobili mammiferi carnivori che accompagnano l’uomo, in caccia e pastorizia, da millenni, dando molto più di quanto, spesso, ricevano: ma in moschea è molto peggio. L’islamica repulsione verso questo animale è arrivata al parossismo, ma diciamo pure al grottesco: l'ayatollah Naser Makarem Shirazi è arrivato a lanciare una fatwa contro questo animale, impuro per l’Islam al pari dei suini.

Le culture andrebbero tutte rispettate, esige il politicamente corretto, ma quando si  arriva a certi punti l’unica reazione possibile è una risata di superiore, sdegnoso, compatimento. Neppure la CEI, che pur entra in maniera fin troppo invadente nella vita dello Stato e nelle nostre, pur condividendo lo stesso dio di Naser Makarem Shirazi, mai è arrivata a simili livelli di interferenza nel quotidiano di una nazione, senza dimenticare che, di fatto, anche se formalmente non di diritto, certe religiose masturbazioni mentali sono praticamente legge in un paese teocratico camuffato da democrazia. Non basta il voto per eleggere un parlamento, e Ahmadinejad, piaccia o no, le elezioni le ha vinte senza brogli come Berlusconi. Per fare una democrazia, sono altri i diritti nella vita comune di tutti i giorni che vanno rispettati, e, nonostante in Europa la situazione della libertà sia tetra, almeno qui non si arriva a vietare i cani. Al massimo si impone loro, giustamente, il sacchetto per la cacca della bestia, e si scatenano ingiustificate crociate contro le museruole.

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Oggi alle 16 in diretta: riunione di redazione aperta

Esiste il quotidiano (o il media, in generale) che soddisfa le nostre necessità?

Nel panorama complessivo di giornali, televisioni, radio, periodici, siti web o altro, esiste qualcosa che siamo veramente interessati a seguire?

Esiste qualcosa che soddisfa le nostre necessità di informazione e comprensione?

Ci chiederemo questo, in trasmissione oggi, in diretta alle 16 in audio suRadioAlzoZero, qui, oppure in video, per gli abbonati, a questa pagina.

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È George Bush il fuorilegge, non Muhammar Gheddafi

L'Europeo 15 - 10 aprile 1992 

Chi sia Muhammar Gheddafi lo sappiamo. Ciò però non legittima la protervia con cui gli Stati Uniti e i loro reggicoda si stanno portando nei confronti della Libia. La pretesa di ottenere, sotto la minaccia di punizioni economiche e, in prospettiva, militari, l'estradizione di due agenti libici ritenuti responsabili dell'attentato di Lockerbie, per giudicarli in America o in Gran Bretagna, non ha alcun fondamento giuridico. Nessuno Stato può essere obbligato a consegnare i propri cittadini a una potenza straniera. Ogni Stato ha il diritto di far giudicare (o non giudicare) i propri cittadini dai propri tribunali. Che cosa diremmo noi se gli Stati Uniti ci imponessero di consegnare dei nostri connazionali? Grideremmo allo scandalo, diremmo che viene violata la nostra sovranità. È quanto sta accadendo in Libia. (leggi tutto)

 

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Un piccolo dettaglio: non abbiamo vinto... (autoassoluzione perenne)


di Federico Zamboni

Questo non è un articolo sui mondiali di calcio. È un articolo – breve, perché non vale nemmeno la pena di perderci troppo tempo – sull’atteggiamento di Lippi e dei nostri giocatori nelle interviste rilasciate dopo lo squallido, imbarazzante, indifendibile pareggio con la Nuova Zelanda. La cosa giusta, anzi ovvia, sarebbe stata riconoscere che la squadra ha fatto schifo, assumendosi senza mezzi termini la responsabilità di una prestazione così fiacca. La cosa giusta sarebbe stata manifestare vergogna per un verso e rabbia per l’altro. Sentimenti negativi ma se non altro energici. Una confessione a muso duro, a muso duro nei confronti di se stessi, dalla quale ripartire.

Invece, e non è certo la prima volta, tutto il contrario. Un distacco che scivola nell’indifferenza. Una calma che si adagia nel fatalismo. Magari l’aspirazione sarebbe mostrare maturità e saldezza. L’effetto pratico è minimizzare le proprie carenze, tenendo separate le buone intenzioni dalla prestazione effettiva. E la prestazione dal risultato finale. Zambrotta arriva ad affermare che l’Italia ha giocato bene, e che è mancata “solo” la vittoria. Lippi ammette che «non abbiamo fatto grandissime cose» e che «siamo stati poco concreti». Ma tant’è. «Non abbiamo avuto molta fortuna». E del resto, signori miei, questo è ciò che passa il convento: «Non ho lasciato a casa dei fenomeni»

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