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Prima pagina 24 giugno 2010

Pomigliano e la fine dell'antiberlusconismo

di Alessio Mannino

«Forse è venuto il momento di piantarla con l’indignazione e con la denuncia frustrante delle mille porcherie di tutti i Berlusconi del mondo. Forse è il momento di concentrare tutta l’attenzione su un argomento diverso: come può il lavoro precario e cognitivo trasformare l’esplosione imminente del lavoro operaio in un processo di redistribuzione della ricchezza, di esproprio generalizzato, di sabotaggio contro la macchina mediatica dello schiavismo, di autonomia della società dal dominio criminale della finanza?». Scriveva così ieri a proposito dell’esito del referendum di Pomigliano una delle anime del ’77 bolognese, Franco “Bifo” Berardi, sulla sua pagina facebook (e già, non serve solo al cazzeggio). Pur in una prosa che tradisce un’antica frequentazione del linguaggio sinistrese, Bifo ha centrato il punto: la si faccia finita una buona volta con l’ossessione berlusconicentrica e con lo sterile indignarsi auto-compiacente, basta coi gossip, le troiette, gli spurghi di palazzo e le perfomance d’alcova. (leggi tutto)

McChrystal cacciato. Ma potrebbe contrattaccare

di Federico Zamboni

Com’era ampiamente prevedibile, ieri il generale Stanley McChrystal è stato destituito dal comando delle truppe statunitensi in Afghanistan. In teoria l’affrettata convocazione alla Casa Bianca, dopo che i media avevano rilanciato i contenuti della sua intervista a Rolling Stone, aveva come obiettivo un chiarimento con Obama. In realtà si è risolta in una defenestrazione pubblica. Un vero e proprio monito a qualsiasi altro militare di alto grado che accarezzasse l’idea di criticare apertamente il governo. «La subordinazione dei vertici militari alle istituzioni civili – ha sottolineato il Presidente – è un fondamento della nostra democrazia». E benché egli, a suo dire, non si sia ritenuto offeso dai drastici giudizi espressi su di lui e su altri membri dell’Amministrazione, l’epilogo non cambia. Rimozione immediata e passaggio del comando a David Petraeus. Dura lex, sed lex. «Le regole disciplinari che valgono per l’ultimo dei soldati valgono per il primo dei generali»leggi tutto 

Facebook e privacy: il valore è solo per il business

di Valerio Lo Monaco

Secondo il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, per la generazione che attualmente si aggira intorno ai trentenni, "la privacy non è più un valore". Naturalmente ben si guarda dal dire che il suo business è esattamente vendere informazioni personali a grandi aziende, per esigenze di marketing, visto che Facebook ha come modello di business quello della pubblicità.

Tale modello è semplice: quante più informazioni private (quanti amici ho, dove abito, cosa compro, quali film vedo, quale musica ascolto, dove viaggio e altre cose del genere) l'utente inserisce all'interno di Facebook, tanto più le aziende sono interessate a saperle. Il che gli serve a piazzare al posto giusto - ovvero nelle pagine che frequento - inserzioni pubblicitarie mirate. Brutalmente: utilizzano i cazzi miei per vendermi meglio ciò che importa loro.

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Feltri, Belpietro e le manette

il Fatto 17 giugno 2010

Ho cominciato la mia carriera di giornalista come cronista giudiziario all'Avanti! di Milano nei primi anni Settanta. Ogni giorno vedevo passare nei grandi androni del Palazzo di Giustizia non solo qualcuno in manette ma file di detenuti tenuti insieme dagli "schiavettoni" e da catene sferraglianti come dei deportati alla Cajenna. Ogni tanto quando c'era un delitto particolarmente importante, in genere rapine perché allora la classe dirigente non si era ancora così corrotta come sarebbe stato negli anni Ottanta e dimostrato nei Novanta con le inchieste di Mani Pulite, arrivavano, oltre ai fotografi, anche le Televisioni. Da neofita me ne stupivo.  (leggi tutto)

 

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Il Film: About Elly


di Ferdinando Menconi

About Elly: non sempre i premi dei festival sono garanzia di qualità per un film ed è il caso di questo. L’Orso d’argento alla regia assegnato a Asghar Faradhi è un riconoscimento eccessivo.

È un buon momento per il cinema a firma iraniana e questo comincia a fare tendenza, ma se film come “Donne senza uomini”, un capolavoro, e “I gatti persiani” confermano questo buon momento, “About Elly”, invece, vive su questo momento: riconoscimenti e critiche entusiastiche, cui risponde un pubblico che, in parte, abbandona la sala dopo la metà del primo tempo, e stiamo comunque parlando di un pubblico esigente e intellettualmente evoluto, non da cinepanettone.

Sanzione senza dubbio eccessiva, anche se è vero che il film è oltremodo lento e le scene durano sempre una buona decina di secondi abbondanti di troppo, che sono tanti anche se non sembra. Difetto presente anche nella scena di svolta drammatica del film, quella in cui “Elly” scompare, non si sa se morta annegata o fuggita: arriva tardi dopo troppe scene ridondanti e dura troppo, perdendo di intensità.

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