Ottima scelta

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Prima pagina 5 luglio 2010

Italia, il Basso Impero del "metaparlamento"

di Alessio Mannino

La canicola di questi giorni riflette la febbrile sensazione di caos e declino in cui si contorce la politica di palazzo. Che in estate faccia un brutto caldo è una notizia solo per le demenziali aperture dei nostri tg; un po’ più attenzione, al contrario, desta lo squallore senza remore che domina la vita pubblica del paese. Al governo abbiamo una banda di delinquenti nel senso penale del termine, dal premier Berlusconi corruttore conclamato, al sottosegretario Cosentino su cui pende una richiesta d’arresto per rapporti con la camorra, al ministro del nonsisachè Brancher indagato per il caso Fiorani, fino a Bossi, il leader del partito che un tempo agitava cappi in parlamento, condannato per la maxitangente Enimont. Il crimine al potere. Ma ormai, e lo diciamo sapendo di dire una tristissima bestialità, a questa impunità sbandierata e istituzionalizzata ci abbiamo fatto l’abitudine. Se persino il Capo dello Stato, il massimo custode della legittimità e rispettabilità delle istituzioni, appone la sua firma alla nomina di un Brancher che come un qualsiasi volgare ladro cerca la scappatoia ministeriale (tradotto: leggi ad personas, legittimo impedimento) per evitare la galera, perché mai dovremmo scandalizzarci ancora davanti a porcherie e soperchierie sbattuteci in faccia un giorno sì e l’altro pure?   leggi tutto

 

Fini-Berlusconi: finale inutile

 

di Valerio Lo Monaco

Che la rottura tra Fini e Berlusconi fosse cosa in corso è cosa nota. Avevamo già commentato i fatti di qualche tempo addietro - avvenuti in diretta televisiva, scelta affatto casuale da parte del leader ex-An - indicando che si trattava, in realtà, e dal punto di vista politico, di una sorta di messa in scena. 

Lo confermiamo: politicamente si è trattato di questo. Ma attenzione: ciò non significa che rottura tra i due non ci sia. È dal punto di vista politico - questa la chiave di lettura da utilizzare - che si tratta di una messa in scena.

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Marchionne: «Sindacato Usa,

I love you»

di Federico Zamboni

Complice il Wall Street Journal, che dall’agosto 2007 è diventato proprietà di Rupert Murdoch al modico prezzo di 5 miliardi e 600 milioni di dollari, sabato scorso Sergio Marchionne si è regalato uno spot internazionale sotto forma di intervista. Tema principale, in partenza, la situazione di Chrysler a poco più di un anno dalla ratifica dell’ingresso di Fiat nel gruppo statunitense. A conti fatti, invece, le cose più interessanti sono emerse altrove. Apparentemente nascoste – ma in realtà esibite – nelle pieghe del discorso specifico, che ha finito col fare da pretesto ad affermazioni di carattere generale sul presente e sul futuro dell’industria e del management. (leggi tutto)

La soluzione 

tecnologica

il Fatto 3 luglio 2010

Cavalcando due clamorosi errori degli arbitri ai Mondiali (gol di Lampard non visto in Inghilterra-Germania, rete in fuorigioco di tre metri di Tevez in Argentina-Messico) sono tornati alla carica i sostenitori della "soluzione tecnologica" dietro le porte e della moviola in campo. Il telecronista di punta di Sky Fabio Caressa ha sentenziato: “Non si può continuare così, con due calci: quello che vediamo allo stadio e quello che vediamo in Tv”. Giustissimo. C'è un solo, vero calcio, quello che si gioca allo stadio, l'altro è una sorta di sua virtualizzazione, e quasi una playstation, che però ha la pretesa di sostituirsi al primo.  (leggi tutto)

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Il film: Brotherhood – Fratellanza Nazigay

di Ferdinando Menconi

Ha finalmente trovato distribuzione “Brotherhood/Fratellanza”, il film di Nicolo Donato che ha meritatamente vinto l’ultimo Festival del Film di Roma. Un film coraggioso, ma non perché tratta di etero che si scoprono gay, che è un tema ormai trito e ritrito (oggi il coraggio sarebbe semmai girare un film dove il gay si scopre etero) e non è neppure l’averlo ambientato in un gruppuscolo neonazista danese, omofono e xenofobo, a renderlo tale.

Il coraggio, va poi necessariamente premesso, non basta a fare un buon film: ci vuole talento e Donato ne ha da vendere. Il regista danese, di evidenti origini italiane, riesce abilmente ad aggirare tutti gli stereotipi e preconcetti sugli ambienti neonazisti, evitando di cadere nel macchiettismo al limite del grottesco in cui regolarmente cade una certa cinematografia quando parla di nazi: il viaggio in certi ambienti neonazisti del nord è decisamente realistico e anche strettamente funzionale alla narrazione.

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Ecco la recensione "a caldo" fatta in occasione del festival di Roma 

 

 

 

 

 

 

 

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