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Campa cavallo, che il ricco cresce

di Federico Zamboni

Si chiama “indice Gini”, dal cognome dello studioso che l’ha introdotto, e serve a misurare la distribuzione della ricchezza all’interno di un Paese. Più il valore è basso e più la situazione è omogenea. Più è alto e più l’iniquità è accentuata. Ovviamente, ma è bene sottolinearlo, bisogna essere estremamente cauti nell’utilizzarlo come pietra di paragone tra uno Stato e l’altro, specie se si tratta di realtà economiche profondamente disomogenee. Proprio perché valuta la distribuzione della ricchezza, e non il suo ammontare complessivo, un indice “migliore” non implica affatto che vi sia un reddito pro capite più elevato, ma solo che c’è un livello minore di disuguaglianza. Ad esempio: un territorio in cui ci siano appena dieci famiglie di super miliardari che detengono il 70 per cento del reddito totale avrà un indice Gini molto alto e, dunque, apparentemente disastroso; nulla vieta, però, che ogni altro abitante abbia dei guadagni consistenti, poniamo di 100 mila dollari. Viceversa, un territorio dove tutti percepiscano 1000 dollari, nessuno escluso, avrà sì un indice ideale, essendo pari a zero, ma il potere d’acquisto dei singoli individui, ipotizzando prezzi simili in entrambi i luoghi, sarà enormemente inferiore. (...)

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