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Il settore italiano di produzione di macchinari da imballaggio non ha avvertito la crisi. Ma il suo successo si basa sulla pessima abitudine di confezionare qualsiasi merce

di Pamela Chiodi 

C’è chi cerca di ridurre al minimo l’uso delle confezioni, come la londinese famiglia Strauss che, in questi giorni, è stata elogiata sulle pagine di diversi quotidiani per il suo impegno nel riciclo e nello smaltimento dei rifiuti domestici . E c’è chi, invece, sul packaging ha costruito un intero settore economico. Come qui in Italia, dove le aziende che si occupano di produrre macchine per il confezionamento e l’imballaggio sono ai vertici mondiali in quanto ad innovazione ed eccellenza tecnologica. Un mercato che è stato appena sfiorato dall’attuale recessione economica. 

Secondo i dati diffusi dall’Ucima, l’Unione Costruttori Italiani Macchine Automatiche per il Confezionamento e l’Imballaggio, rispetto al 2009 ha addirittura ottenuto un «significativo miglioramento», crescendo del 56%. Solo nel primo semestre del 2010, sono state ottenute commesse per un valore di quasi due miliardi di euro. Per Giancarlo Ronchi, consigliere e coordinatore dell’Ucima, «il mercato è in fermento, il peggio è passato e i clienti stanno rispolverando progetti di investimento che erano stati congelati al momento della crisi, anche per il rarefarsi delle risorse finanziarie». 

Il settore aveva subito una leggera flessione nel 2009, quando le aziende non riuscivano a vendere i loro macchinari sul mercato occidentale, colpito dalla crisi. Poi si è aperto quello asiatico che oggi, dopo averne trainato la ripresa, è il principale canale di sbocco. Cina, Turchia ed India sono i maggiori destinatari dell’export, in quanto paesi in piena espansione economica che, producendo un gran numero di beni, hanno bisogno anche della tecnologia necessaria per il loro confezionamento, prontamente fornita dall’Italia. Di ridurre la quantità di confezioni inutili, destinate a trasformarsi in rifiuti, non se ne parla. Anzi, il governo italiano ha recepito la direttiva europea sul packaging con il cosiddetto Decreto Ronchi, poi modificato in “Norme in Materia Ambientale”, che affida la responsabilità della corretta gestione ambientale degli imballaggi agli stessi produttori che, per questo, hanno aderito al Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi. 

Istituito nel 1997 dallo stesso Decreto con il compito di «garantire il passaggio da un sistema di gestione basato sulla discarica, a un sistema integrato di gestione basato sul recupero e sul riciclo dei rifiuti di imballaggio», il Consorzio «ha messo a punto uno dei sistemi più efficaci ed efficienti in tutto il panorama europeo in termini di recupero, riciclo e valorizzazione di questi materiali. Dalla nascita di CONAI, infatti, le quantità avviate a recupero nel nostro Paese sono passate dal 30% a quasi il 70% del totale degli imballaggi immessi al consumo, mentre le quantità smaltite in discarica sono scese dal 70% al 30%. CONAI, formato da oltre 1.400.000 imprese, costituisce in Italia un modello di eccellenza per la tutela dell’ambiente che basa la propria forza sul principio della responsabilità condivisa tra le imprese, che producono e utilizzano gli imballaggi, i comuni, che gestiscono la raccolta differenziata, e i cittadini che hanno il compito di separare correttamente i rifiuti di imballaggio».  

In pratica, produrre quantità maggiori di imballaggi conviene; anzi, ne va della sopravvivenza stessa del settore. Ma il Conai cerca di mascherare questa tendenza. Prima parla di «prevenzione di rifiuti da imballaggio», descrivendola come «una leva insostituibile sia da un punto di vista economico che ambientale e culturale». Poi, però, sta attenta a specificare che per prevenzione intende «la riduzione del volume dei rifiuti» che, «attraverso nuovi modelli di progettazione, produzione, distribuzione e di consumo delle merci», può portare numerosi vantaggi. E giù con le cifre. «Negli ultimi 10 anni, ad esempio, grazie anche alle politiche di prevenzione promosse da Conai, la diminuzione del peso degli imballaggi in plastica e acciaio per alimenti è stata rispettivamente del 28% e del 30%; circa il 50% in meno, invece, il peso dei sistemi di chiusura in alluminio. In termini economici, la prevenzione applicata ai rifiuti di imballaggio ha permesso, nel corso di oltre 10 anni, di conseguire importanti benefici: 500 milioni di euro tra costi di smaltimento, emissioni, costi esterni da trasporti evitati». 

Ineccepibile, se si parlasse di quantità prodotte, e non solo di volume. In questo modo, solo le imprese ottengono dei benefici. Con la loro nuova immagine di “paladine della giustizia”, continueranno a pensare alla crescita dei profitti e al vantaggio degli azionisti, non certo a quello dell’ambiente. Tuttavia, il sistema è stato ben congegnato proprio dallo Stato italiano che dimostra, per l’ennesima volta, quale tipo di benessere intende tutelare.

Pamela Chiodi

 

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Secondo i quotidiani del 11/01/2011

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