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Iper-tecnologici. Iper-abbindolati - FREE

Calano le spese persino nel settore alimentare, ma non in quello dell’high-tech. Meglio stringere la cinghia di nascosto, che farsi vedere col cellulare fuori moda

di Alessio Mannino

Meno pasta, meno vestiti e anche, udite udite, meno vacanze. Ma non sia mai che gli italiani rinuncino all’ultimo modello di telefonino. Ebbene sì: il tradizionale trio delle meraviglie italiche (cibo, abbigliamento e ferie) ha dovuto soccombere alla modernità di massa rappresentata dai feticci alla moda (iPod, iPad, blackberry, smartphone e tutte le altre diavolerie che in origine servivano solo a fare una telefonata, per non parlare dell’idolatrata rete web). 

Secondo la Confederazione Italiana Agricoltori, un nucleo familiare su tre è stato costretto a tagliare sugli alimentari, genere di prima necessità per eccellenza, a causa della crisi economica. Per la Confcommercio non va meglio: durante il “biennio nero” 2008-2009 è avvenuta una regressione dei consumi del 3% annuo sia per il vestiario che per le spese vacanziere, totem ritenuto intoccabile data la cultura ferragostana della penisola. Segno positivo, invece, per cellulari, abbonamenti internet e high-tech. Nel lungo periodo questa voce è cresciuta di ben cinque volte all’anno, stracciando ogni pratica di risparmio a cui i budget familiari si sono piegati per arrivare a fine mese. 

Il calo dei consumi considerati primari e l’incremento di quelli “voluttuari” indica una scelta ben precisa: si preferisce fare un po’ di dieta (il che in sé non guasta) pur di non dover sopportare l’angoscia del telefono “vecchio”, pensate, di due anni o della tariffa con meno offerte dell’ultimissima, ovviamente imperdibile, lanciata sul mercato. L’infantile piacere che l’italiano medio prova nel tenersi aggiornato e andare in cerca dell’aggeggio più nuovo, più accessoriato e più fantasmagorico attesta la triste condizione dell’uomo-consumatore: lagnoso, seppur con buoni motivi, perché tutto va male, sbranato vivo, previo suo consenso, da uno Stato grassatore e inefficiente, rapinato, ma felice di far la fila alla cassa, da un mercato drogato e sovralimentato, eppure bambinescamente attaccato al giocattolo della tecnologia commerciale, come il ragazzino che aspetta la merenda dopo un pomeriggio curvo sui compiti. 

Ha torto marcio, dunque, Giuseppe De Rita, il sapientologo del Censis, quando afferma che «se è vero che la cultura capitalistica, come diceva Marcuse, si basa proprio sull’offerta, ebbene: oggi questa offerta non c’è. E noi non abbiamo più stimoli, più impulsi» (La Repubblica, 11 gennaio 2010). A noi pare il contrario, di essere sommersi, bombardati, schiacciati da una valanga quotidiana di stimoli che dovrebbero indurci all’acquisto compulsivo. Solo che l’irrefutabile verità di avere meno soldi in tasca ridimensiona, pur non fermandolo, anche il martellamento pubblicitario: si chiama istinto di sopravvivenza, che per fortuna resiste nonostante proprio l’industria delle reclame spinga a spolparci da soli. E non è neppure vero che la produzione industriale si sia adagiata smettendo di sfornare prodotti sempre diversi. E’ solo che, come impone la logica di un’economia di sovrapproduzione e per di più globale, la concorrenza si fa più spietata e induce ad una maggiore differenziazione dei manufatti là dove esistano margini di profitto sufficientemente alti per investire in massicce campagne di spot. Ossia in quei settori di consumo in cui la domanda è forte e la gente compra ancora. Si ripassi il bignamino, il sommo De Rita. 

Quanto agli iper-tecnologici, iper-connessi, iper-fissati dell’high-tech, c’è una sola definizione per loro: imbecilli.

Alessio Mannino

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