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Speciale – Marcegaglia all’attacco - FREE

di Federico Zamboni

1 – W la crescita, a ogni costo

Confindustria preme sul Governo e minaccia di «fare altre scelte». Un vero e proprio richiamo ad assecondare un disegno strategico a favore della grande impresa

Emma Marcegaglia se ne va in tivù, chez Fabio Fazio, e torna a criticare il Governo, secondo uno schema e un approccio già utilizzati in precedenza. Prima concede qualche riconoscimento per ciò che è stato fatto nella fase iniziale della legislatura, poi sferra l’attacco e accusa Berlusconi & C. di essere ormai sprofondati nell’inerzia: «Nei primi mesi della crisi hanno tenuto i conti pubblici a posto, e abbiamo visto invece cosa succede in Portogallo e Spagna, ma ora serve di più: da sei mesi a questa parte l'azione dell’Esecutivo non è sufficiente».

Basterebbe la premessa, per capire dove si andrà a parare. Ma la presidente di Confindustria si premura di dirlo lei stessa: «L’Italia deve concentrarsi sulla crescita, tornare a produrre benessere per le persone. Invece c'è una totale disattenzione. Si parla di tutto tranne che di questo». Siccome non se ne parla, mancano le iniziative concrete. Le misure in grado di rilanciare tanto la produzione di beni e servizi quanto la domanda interna. Siccome il Pil ristagna, la situazione non solo non migliora ma tende a peggiorare. E questo significa «non riuscire a riassorbire la disoccupazione, non aumentare i consumi e gli stipendi, vuol dire meno benessere, meno solidarietà e meno attenzione». Le difficoltà materiali finiscono col riverberarsi su altri piani: «La mancanza di crescita incattivisce le persone: è un tema economico, ma anche morale ed etico».

Nulla di particolarmente nuovo, appunto. Già nel settembre scorso la stessa Marcegaglia aveva lanciato un avvertimento analogo: «Il governo deve andare avanti, deve governare, ma sappia che tutto il mondo delle imprese e i cittadini stanno esaurendo la pazienza». Le repliche non si erano fatte attendere. Bossi aveva sbraitato uno dei suoi soliti rimbrotti generici: «È facile parlare in questo che è un paese dove molti parlano e pochi sanno cosa fare: questo governo ha dimostrato di saper fare ed è quindi già qualcosa in mezzo a tanti parlatori». Cicchitto era stato decisamente più articolato, anche se altrettanto banale: «La dottoressa Marcegaglia dimentica alcune cose: in primo luogo, che la bassa crescita caratterizza l'economia italiana da molti anni a questa parte. In secondo luogo, di tutto può essere accusato questo governo tranne il non aver fatto una serie di provvedimenti, che se vuole potremmo elencare nel dettaglio, a favore delle imprese». 

Se ci si ferma alla superficie appare davvero una querelle di poco conto. Di qua c’è un’associazione privata che sollecita maggiore supporto dallo Stato; di là c’è un Esecutivo che ha pochi margini di manovra e che sostanzialmente non ha nessun’altra strategia che non sia quella di limitare i danni causati dalla crisi e sperare che le cose si aggiustino da sé, sull’onda di una ripresa mondiale che coinvolga l’Occidente anziché metterlo ancora più in difficoltà. 

Guardando più in profondità, invece, si può cogliere un significato di ben altra portata, che va molto al di là degli attriti fra i due contendenti e che rinvia al cuore del rapporto tra politica ed economia. Quando la Marcegaglia afferma che «nelle prossime settimane occorre verificare se questo governo è in grado di andare avanti e fare le riforme, altrimenti bisogna fare altre scelte», sta ponendo una questione di sistema. I potentati economici che si riconoscono in Confindustria hanno bisogno di referenti politici che ne accolgano le istanze fondamentali, da non confondersi con specifiche richieste quali, ad esempio, la concessione di incentivi a questo o quel settore merceologico.

Il messaggio, quindi, è che il governo in carica verrà sostenuto oppure no in conseguenza della sua disponibilità ad assecondare un disegno complessivo. A Confindustria non interessa che a Palazzo Chigi ci sia o non ci sia Berlusconi. La sua priorità è che la guida “politica” del Paese si muova in una direzione compatibile, se non proprio coincidente, con un certo modello di produzione e di consumo. E, ancora prima, di acquisizione dei profitti e di distribuzione (si fa per dire) dei redditi e dei patrimoni. Il monito della Marcegaglia non è rivolto solo a Berlusconi e all’attuale maggioranza. Riguarda l’intero mondo dei partiti e serve a ricordare, a chi se lo fosse dimenticato, che la crisi in corso deve servire a rafforzare la grande impresa e il grande capitale. 

E se questo implica ricorrere a soluzioni pasticciate come i governi “di responsabilità istituzionale” o palesemente tecnocratiche, come lo fu il governo Ciampi e come potrebbe esserlo oggi un governo Draghi o Tremonti, su questo si darà battaglia. In una guerra che nella sostanza, se non anche nella forma, sarà senza quartiere. 

 

2 -  L’etica secondo Confindustria

Il caso Ruby diventa in parte un problema di marketing internazionale e in parte il pretesto per una sottile manipolazione. In nome dell’Italia «che lavora, che produce, che investe» 

Forse non riesce davvero a fare altrimenti, Emma Marcegaglia: cresciuta com’è a pane e impresa, nella ricca azienda di famiglia, si deve essere convinta che lo scopo ultimo dell’esistenza sia aumentare il fatturato e i conseguenti profitti. O in subordine, se per caso non si ha la fortuna di essere i padroni e di partire da una situazione di privilegio, dedicare comunque tutte le proprie energie al lavoro che si svolge, facendone l’asse portante della propria vita.

Così, nel parlare del caso Ruby e dello stile di vita cui esso si collega, la presidente di Confindustria lamenta soprattutto la cattiva pubblicità che ne deriva sul piano internazionale, offuscando il valore e i meriti di tutti quelli che invece vivono in altro modo: «Dai giornali esteri emerge un'immagine non positiva per l'Italia. Io sottolineo sempre, quando sono all'estero, che invece c'è un'altra Italia che va a letto presto, si sveglia presto, che lavora, che produce, che investe, che fa impresa e si impegna e che non è abbastanza valorizzata». 

Insomma: l’alternativa ai festini di Arcore, veri o presunti, sarebbe una condotta disciplinata e operosa, interamente votata alla crescita economica sia individuale che collettiva. Invece di tirare tardi – e di sprecare preziose energie conversando con anfitrioni del calibro di Lele Mora ed Emilio Fede, o godendosi la compagnia di leggiadre fanciulle di età incerta ma di indubbia avvenenza, e di spiccata propensione alle relazioni sociali – bisogna limitare le distrazioni al minimo e restare concentrati sui propri impegni. Una cena leggera, quel minimo di svago che serve a rilassarsi un po’, e infine un bel sonno ristoratore. Tutt’al più, prima di chiudere gli occhi, è concessa, o consigliata, un’ultima consultazione dell’agenda personale o di un buon manuale relativo al proprio settore di attività: com’è noto, il cervello elabora le informazioni ricevute anche nottetempo e la mattina successiva è bello risvegliarsi con la mente già pronta a riprendere a pieno regime.

Emma Marcegaglia lo vorrebbe così, il suo Paese Ideale. Tutta una popolazione «che va a letto presto, si sveglia presto, che lavora, che produce, che investe, che fa impresa e si impegna». E che però, a differenza di quel che accade oggi, è anche «valorizzata» come merita. In ogni momento e in ogni contesto. Da quello ristretto e quasi oscuro dell’ambiente di lavoro a quello via via più ampio e rilucente della società circostante, fino all’eventuale apoteosi mediatica di qualche trasmissione televisiva (a reti unificate?) in cui si premiano coloro i quali si siano maggiormente distinti in questa o quella fase dell’economia nazionale. Dal primo dei manager all’ultimo degli operai: tutta una moltitudine di individui che condividono il medesimo imperativo: lavorare di più, produrre di più, guadagnare di più. E alcuni di loro, i migliori, consacrati pubblicamente e innalzati a eroi dello Stato Italiano. O magari dell’Italia SpA, se nel frattempo – com’è giusto – si sarà trasformata la nazione in holding. A responsabilità limitata, beninteso. 

Scherzi a parte, la questione è serissima. Per un verso fa ridere, questa smania economicistica che pretende di fare dell’impresa il perno su cui tutto deve ruotare, ma per l’altro inquieta, considerate le sue implicazioni e le sue conseguenze. E, soprattutto, la manipolazione che vi si cela. Nelle parole della Marcegaglia, infatti, si intrecciano aspetti positivi come la dedizione, l’alacrità e lo spirito di sacrificio e obiettivi a dir poco opinabili come il successo aziendale. La tesi che si cerca di far passare è che l’economia liberista poggia su basi etiche e che, anzi, i suoi valori fondanti coincidono con quelli della società nel suo complesso. Il bravo cittadino è per forza di cose un cittadino che si impegna con tutte le sue forze nella crescita economica, intesa nel senso attuale del termine. Ovverosia votata all’espansione illimitata della produzione e del consumo. Immolata sull’altare del profitto e dell’accumulazione. E segnata dalle tipiche, e inevitabili, ripercussioni negative sull’ineguaglianza sociale. 

Nella contrapposizione evocata dalla Marcegaglia, tra i dissoluti cultori del bunga-bunga e le commendevoli formichine del Pil, c’è il tentativo di restringere il campo della morale a queste due sole opzioni: o dalla parte di Ruby, e dei suoi amichetti impenitenti, o da quella di Emma, e dei suoi amiconi imprenditori. Dimenticando, o facendo finta di dimenticare, che di regola sono proprio i più ricchi – vedi lo stesso Berlusconi, e prima di lui Gianni Agnelli, e via via chissà quanti altri nei “piani alti” del potere e del lusso – a non brillare per sobrietà. Oltre a essere sbagliato in se stesso, nel suo postulare che si sia tanto più apprezzabili quanto più ci si consacra a traguardi di natura economica, il messaggio è insidioso e ambiguo e strumentale: perché richiama tutti al senso del dovere, in nome della pseudo morale di cui si è detto, ma sorvola sul fatto che a trarne il maggior vantaggio saranno, come al solito, soltanto alcuni. 

Il che è ingiusto, e quindi immorale, di per sé. 

Federico Zamboni

 

 

 

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