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Festa grande, a Wall Street - FREE

Per la prima volta dal settembre 2008 il Dow Jones torna al di sopra dei 12.000 punti. Ma l’economia reale non c’entra: a far volare i listini sono i capitali dalla Federal Reserve

di Federico Zamboni 

Stavolta non c’è nessun bisogno di scomodare gli economisti critici alla Paul Krugman o addirittura gli analisti “ribelli” della controinformazione: a spiegare che dietro l’ulteriore impennata di Wall Street ci sono gli enormi e reiterati finanziamenti della Federal Reserve, attraverso il meccanismo perverso del “quantitative easing”, sono i media tradizionali. Quelli che si guardano bene dal mettere in discussione i metodi e gli obiettivi dell’establishment economico-finanziario.

Come scrive il Corriere della Sera, «La Banca centrale ha deciso di confermare il programma di “quantitative easing” a sostegno della ripresa economica deciso nel meeting di novembre, del valore complessivo di 600 miliardi di dollari da usare entro la fine del secondo trimestre 2011, pari a circa 75 miliardi ogni mese, per riacquistare titoli di Stato e immettere liquidità sul mercato. La Fed ha ribadito che manterrà probabilmente i tassi a livello eccezionalmente basso per lungo tempo».  

In buona sostanza, quindi, ci troviamo ancora una volta di fronte a una crescita fittizia che viene indotta dall’esterno, attraverso una massiccia iniezione di liquidità. Non è affatto la Borsa in quanto tale, a migliorare. È invece la Banca centrale statunitense a creare fiumi di denaro dal nulla e a riversarli nel sistema. A riconoscere che tutto ciò ha ben poco a che vedere con l’economia reale, del resto, sono gli stessi esperti della Federal Reserve. Nel comunicato emesso alla chiusura del meeting del Fomc (il Federal Open Market Committee, che è a sua volta una struttura della Fed) si legge tra l’altro che «La ripresa economica sta proseguendo, anche se a un tasso che si è rivelato insufficiente a determinare un significativo miglioramento delle condizioni nel mercato del lavoro».

Appunto. Quello della Borsa – e delle banche – rimane un universo a sé stante, che si basa su logiche autoreferenziali e che interagisce col resto della società in modo del tutto asimmetrico. Quando le cose vanno “bene”, sull’onda della bolla speculativa del momento, i profitti restano appannaggio di chi traffica in titoli; quando vanno male, le conseguenze negative si ripercuotono ovunque. Basterebbe riflettere su questo, e prendere atto che si tratta di vizi strutturali e ineliminabili, per capire che si tratta di una dicotomia permanente. E a senso unico.

Non sediamo alla stessa tavola. Non siamo soci dello stesso club, sia pure confinati in una sezione periferica. Ogni volta che a Wall Street si festeggia bisognerebbe suonare l’allarme. E ricordare alla gente comune che o presto o tardi sarà lei, a pagare il conto. 

Federico Zamboni


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