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USA e Cina: una sfida sulla pelle del mondo - FREE

Cambiano gli equilibri globali ma permane la logica sbagliata delle superpotenze che dominano su tutti gli altri. E intanto, pressate dai debiti, aumentano le nazioni che si affidano a Pechino

di Davide Stasi


Di recente ci siamo occupati dell’Ungheria come di un caso degno di nota, per la sua politica resistenziale nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, il portatore (in)sano degli interessi finanziari statunitensi in tutto il mondo. Abbiamo guardato con attenzione all’approccio magiaro, che pareva orgogliosamente determinato a non farsi mettere il giogo da nessuno, a costo di far sorgere conflitti con la propria banca di Stato, e privo di acquiescenza verso lo strapotere dei grandi banchieri e delle grandi potenze. Un’interpretazione a cui però mancava un elemento di valutazione. Perché di fatto l’Ungheria stava in realtà facendo una scelta di campo molto definita, come ha rivelato il Sole 24 Ore.
Risale a fine ottobre, infatti, la proposta cinese di finanziare il debito ungherese, avanzata durante un incontro tra il leader cinese Wen Jiabao e il primo ministro d’Ungheria Viktor Orban. La notizia è stata resa nota solo in questi giorni, e anticipa l’imminente visita in Europa del vicepremier cinese, Li Keqiang, in predicato di diventare il successore di Wen Jiabao. Durante il tour europeo, si prevede che la proposta di ottobre venga formalizzata in un vero e proprio accordo, col quale Pechino andrebbe a sostituirsi al Fondo Monetario Internazionale, verso il quale Budapest ha un debito particolarmente oneroso. Sarà dunque probabilmente la Cina a permettere all’Ungheria di onorare i 22 miliardi di dollari di debito in scadenza nel 2011.
Prima di approdare a Budapest, Li Kenqiang passerà per la Spagna, il paese maggiormente sull’orlo del baratro in Europa. Secondo lo stesso vicepremier, la Cina è pronta ad aiutare la Spagna ad uscire dalla crisi: «Pechino ha fiducia nel mercato finanziario spagnolo e continuerà ad acquistare titoli di Stato di Madrid». Nel contempo, nei tre giorni di visita, si parlerà anche di energia, finanza, telecomunicazioni, turismo e industria agroalimentare. La lista della spesa della nuova superpotenza emergente, insomma, che avrà modo di portare i propri interessi anche in Germania e Gran Bretagna.
Di fatto dunque l’Ungheria, nel ribellarsi allo strozzinaggio del FMI, non si apprestava a ricercare soluzioni autonome alternative alle solite opzioni, come sembrava, ma semplicemente aveva già scelto un altro padrone. Perché dietro alle dinamiche appena descritte c’è una competizione, forse anche un conflitto, tra le due superpotenze mondiali, gli USA e la Cina, condotto sulla pelle delle altre nazioni. Usualmente Washington invade in armi, con una scusa qualunque, i concorrenti economici troppo scomodi o i territori con materie prime appetibili. In Medio Oriente ne sanno qualcosa. Laddove l’intervento armato non è possibile, come in Europa, ci si affida alla penetrazione finanziaria, direttamente o tramite agenti, che si chiamino Goldman Sachs e Bank of America, o Fondo Monetario Internazionale.
Buona parte della crisi che sta investendo l’Europa deriva proprio da una strategia di questo tipo. Archiviata l’URSS, l’Europa unita e la moneta unica rappresentavano la prima vera minaccia per il predominio economico americano, già minato dalle proprie contraddizioni interne. La diffusione di prodotti finanziari tossici incardinati sui debiti sovrani delle nazioni e controllati da soggetti americani, è stato ed è lo strumento con cui a Washington e Wall Street si cerca di fare piazza pulita di un serio competitore. Rimane però la Cina: cresciuta senza farsi penetrare dagli USA, ora viene ad “aggiustare” laddove la finanza americana sta cercando di rompere, “comprando” il debito degli stati in ambasce. Un soccorso certamente non gratuito: in cambio, la Cina vuole garanzie di business, e nessuna scocciatura sul clima, sui diritti umani, sulle relazioni industriali, che anzi esporta con successo, come il metodo Marchionne dimostra, qui in Italia.
È uno scontro tra due imperi e due identità: una declinante, quella occidentale americana, e una emergente, quella cinese, anch’essa comunque non priva di ben note contraddizioni radicali. Ma ad oggi il segnale che il baricentro si sta sempre più decisamente spostando a oriente è il fatto che anche gran parte del debito statunitense (quasi 800 miliardi di dollari) è in mano alla Cina. In questo contesto, agli altri stati, specialmente a buona parte di quelli europei, non resta che un ruolo da gregari. E l’unica possibilità è scegliere a quale padrone abbandonarsi.


Davide Stasi




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