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Deliri, e abusi, del “politically correct”. Negli Usa un professore universitario corregge il testo originale dell’Huckleberry Finn di Mark Twain per adeguarlo agli standard odierni

di Ferdinando Menconi

Che un cittadino congolese, residente in Belgio, voglia far vietare “Tin Tin in Congo”, perché si sente offeso dal razzismo presente nell’opera, è notizia* di scarsa gravità, al limite del ridicolo, anche se è termometro di un’epoca e di un sentire che adesso segna febbre altissima, oltre il limite del delirio.

Delirio grave visto che adesso si tratta addirittura di un professore universitario, Alan Gribben della Auburn University di Montgomery: da non credere ma esistono posti dove i tagli della  Gelmini sarebbero auspicabili. Questo professorino ha editato lo Huckleberry Finn, del grande Mark Twain, espungendone l’impronunciabile termine nigger sostituendolo con il più neutro, si fa per dire, slave. L’opera così editata, ma meglio sarebbe diretaroccata, è stata pubblicata dalla casa editrice NewSouth, compiendo così un vero misfatto letterario, anche perché la forza dello Huckleberry Finn era proprio l’uso di un linguaggio colloquiale e dialettale, cosa che all’epoca fu maldigerita dai critici, ma che fece poi dire ad Hemingway: «Tutta la letteratura americana moderna discende da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn».

L’isterismo del politicamente corretto ha ormai superato ogni limite, la ricerca, peraltro inutile, dell’eufemismo non offensivo ha abbattuto anche la frontiera della verità storica e si permette di correggere dei grandi scrittori che hanno fatto, al contrario dei professorini, la storia della grande letteratura. Un conto erano le riduzioni del testo, fatte per farlo ritenere letteratura per ragazzi, quando il linguaggio originario era decisamente per lettori avvertiti, altro è difendere la sensibilità degli adulti di ogni colore a discapito della verità: peccato che Mark Twain sia morto, fosse vivo saprebbe ben seppellire il professorino sotto una risata di quelle che sfidano la storia.

L’operazione di falsificazione storica è ancora più stupida se si pensa che Mark Twain non era affatto razzista, almeno per gli standard dell’epoca che contribuì a far superare, ma certo era figlio dei suoi tempi. Tempi, quelli, che, come pochi altri, aiuta a comprendere per ciò che erano e, quindi, a far capire, almeno per chi lo condivide, perché dovevano essere superati. Immaginatevi se ci dessero una versione “aggiornata” della Divina Commedia: dove Maometto non viene più masticato da Lucifero e il riferimento agli “Dei falsi e bugiardi” fosse espunta per non irritare i pagani contemporanei. Su questo però va detto che i pagani se ne fregano e si godono Dante, mentre c’era stata una minaccia di attentato islamico alla Cappella degli Scrovegni proprio per via della masticazione del “Profeta”.

La modifica del documento storico per renderlo più accettabile alle (iper)sensibilità contemporanee assume dei corollari di estremo pericolo che vanno oltre il ridicolo del Professorino: ricordano quanto descritto in 1984, un altro capolavoro della letteratura mondiale. Nel “Ministero” dove lavorava Winston, il protagonista, veniva costantemente riscritta la storia, distruggendo e modificando documenti perché la “verità” del passato corrispondesse alla “verità” del presente: il trionfo della menzogna.

La storia del XX secolo, ma non solo, è già stata sufficientemente mistificata da non dover necessitare anche della falsificazione materiale del documento: dovrebbero già bastare le vulgate accademiche ufficiali, ben coadiuvate dall’ignoranza diffusa che confonde revisionista e negazionista. Certo è che se modificassero i discorsi di Hitler, così da renderli non offensivi, non si capirebbe più perché fu il mostro da distruggere: la falsificazione va saputa usare con sapienza e per fortuna, in questo mondo, dove predomina il cretino, è merce rara.

Attenzione però: parliamo degli USA, di cui siamo succursale. Quello che ha realmente smosso non è tanto il rispetto per le sensibilità dei cretini, quanto che questi avevano fatto scendere nelle classifiche di vendita dei “classici” lo Huckleberry Finn, quindi questo è solo un tentativo commerciale di farlo risalire e dalla NewSouth di cavalcare il nuovo successo, cosa, che visto il mix di pubblicità e stupidità, purtoppo promette di riuscirle. 

Huckleberry Finn, però, è uno scaltro, ultracentenario, giovane ribelle e non è la prima censura che lo colpisce: sopravvivrà a tutti i suoi censori, insieme al suo amico Tom, a costo di dover dare del nigger, anzi del mezzonigger, a Obama e  sfidare tutti i professorini del politicamente corretto.

Ferdinando Menconi

 

 

*Il fumetto del razzismo

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