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Economia: la chiave è nel medio-lungo termine

In teoria non ci nascondono nulla, sull’andamento dell’economia. E non solo riguardo all’Italia, ma anche in campo internazionale. In teoria ci aggiornano di continuo, con un flusso pressoché incessante di nuove cifre e di nuovi raffronti. E di nuove previsioni, che rettificano quelle già disponibili aggiungendo, o togliendo, qualche decimo di punto alle percentuali relative a ogni sorta di indicatore, a cominciare dallo stramaledetto Pil.

In pratica, però, quelle cifre e quelle percentuali sono quasi sempre riferite ai dati di giornata o, tutt’al più, alle variazioni di breve periodo. La modalità è quella tipica delle notizie sulle Borse: Milano sale, Milano scende, Milano crolla, Milano rimbalza. In perfetta sincronia (ah, l’Europa unita!) giungono i dati dalle altre grandi piazze del Vecchio Continente, da Francoforte a Londra, e da Parigi a Madrid. Nel frattempo, a precedere o a seguire, si acquisiscono i risultati provenienti dal resto del mondo, da Tokio a New York. Di buon mattino arrivano gli indici di chiusura dell’Oriente (mannaggia, il Nikkei traballa) e di primo pomeriggio quelli di apertura degli USA (urrà, il Dow Jones guadagna quasi due punti, e il Nasdaq uno e spicci).   

La familiarità superficiale crea l’illusione di una conoscenza profonda. L’enorme flusso di informazioni (informazioni?) induce a convincersi di sapere tutto, ma proprio tutto, quello che c’è da sapere. E del resto, ad alimentare l’equivoco, ecco qua le pseudo analisi dei grandi enti sovrannazionali, dall’FMI all’OCSE, le elaborazioni statistiche dell’Istat e affini, e i giudizi lapidari delle agenzie di rating. Il puzzle è completo. Anzi, il puzzle sembra completo.

Basta fare una semplicissima verifica, per rendersene conto: parlate con uno qualsiasi dei vostri conoscenti – tra quelli che seguono quotidianamente i giornali o i tg, e che così facendo ritengono di avere una congrua panoramica sulla realtà – e chiedetegli se è in grado di quantificare l’andamento di Piazza Affari, o di Wall Street, dall’inizio dell’anno a oggi. Oppure sull’arco dell’ultimo biennio. Oppure ancora dal settembre 2008, data convenzionale dell’esplosione della crisi, o magari dal 2000 in avanti. Concedetegli tranquillamente un ampio margine di errore, diciamo del 5 per cento in più o in meno, e tutto il tempo che vuole per pensarci su. Quasi quasi gli si potrebbe addirittura permettere di fare una rapida ricerca su Internet.

L’esito non cambierebbe affatto. Salvo rarissime eccezioni, gli interpellati non sapranno rispondere: a meno che non tirino a indovinare, provando a convertire l’impressione negativa di insieme in qualche percentuale specifica.

D’ora in avanti, quindi, provvederemo a fornire in modo sistematico questi quadri riassuntivi, che ovviamente non esauriscono il problema della comprensione dei processi economici – e, in quanto economici, anche politici – ma che di sicuro permettono di avere almeno una visione nitida delle variazioni di medio e lungo periodo. I primi grafici li trovate qui di seguito, ma in futuro (presto) li inseriremo in uno spazio apposito, periodicamente aggiornato, che si potrà raggiungere in ogni momento direttamente dalla homepage. 

Federico Zamboni

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