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Rai. Tre reti, un solo padrone - FREE


Berlusconi e i suoi accelerano e si accingono a far approvare dalla Commissione di vigilanza una serie di norme a loro uso e consumo. Obiettivo numero uno: snaturare i talkshow come Ballarò e Annozero

 

di Marco Lambertini

 

 

Come spesso accade, nella politica italiana, la denominazione dei provvedimenti promette una cosa, ma poi il contenuto ne scodella un’altra. 

Nel caso specifico il nome è promettente, ancorché ampolloso e burocratico: “Atto di indirizzo sul pluralismo”. Sottinteso, in Rai. Il testo, che per ora è solo una bozza ma che potrebbe essere approvato già la prossima settimana, va in direzione diametralmente opposta. Delineando una riorganizzazione degli spazi informativi, e in particolare dei talk show, che per un verso fa ridere e per l’altro lascia attoniti. Fa ridere perché spaccia per ragionamenti delle corbellerie assolute, che sembrano uscire da un raccontino satirico sul filo dell’assurdo o da uno sketch da cabaret semi demenziale. Lascia attoniti per le stesse ragioni. Perché, purtroppo, non è né un raccontino né uno sketch.

Le premesse sono note. Sia pure per ragioni opposte, l’insoddisfazione di maggioranza e opposizione per i Tg e per i programmi di (cosiddetto) approfondimento è generale. Da una parte si spara a zero su Minzolini e Bruno Vespa – nonché su Pierluigi Paragone, se qualcuno è così malaccorto da seguirlo; dall’altra su Ballarò e Annozero, nonché più occasionalmente sul Tg3 di Bianca Berlinguer e sulle trasmissioni rosé di Fabio Fazio e Serena Dandini. Per un verso hanno ragione: sono spazi palesemente orientati, in cui il conduttore dà voce a tutti ma si capisce benissimo da che parte sta; e chiunque abbia un minimo di capacità di osservazione, e di giudizio, è in grado di cogliere le forzature grandi e piccole che vengono disseminate a piene mani e che servono a far pendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. Per l’altro hanno completamente torto: la lottizzazione l’hanno fatta loro, o i loro degni predecessori di destra-sinistra-centro, e sempre loro, direttamente o indirettamente, hanno ridotto la quasi totalità del giornalismo all’ombra di se stesso, asservendolo agli interessi di questo o quel potentato. Lo stesso servilismo che li inebria, se viene da parte dei loro sodali, li indispettisce se si rivolge, e si inchina, e si prostra, ai loro avversari. Come si dice, se cambi casacca e vieni con me sei un convertito. Se lo fai e passi col mio nemico sei un traditore. 

Così, a seconda delle legislature, e dei conseguenti rapporti di forza, chi ha la maggioranza tende a spadroneggiare e chi ha la minoranza lo accusa a gran voce di essere scorretto. Lo stesso Alessio Butti che oggi fa il relatore del Pdl per il suddetto “Atto di indirizzo sul pluralismo”, e che perciò auspica che i partiti vengano rappresentati nelle trasmissioni «in proporzione al loro consenso» poiché in tal modo «il servizio pubblico rappresenterà il Paese reale, non le élite culturali né i cosiddetti poteri forti», nel gennaio del 2000 si trovava all’opposizione e tuonava come segue: «Un paese civile, guidato da un sistema serio, affronterebbe la vicenda in modo ampio e razionale, scoraggiando il tentativo egemonico, messo in atto dalla maggioranza di Governo, di controllare l’informazione pubblica assoggettandola ai suoi voleri, qualsiasi sia la maggioranza di Governo».

Due pesi e due misure. L’egemonia degli altri è un abuso. Quella di Butti e dei suoi amici è sacrosanta, visto che così «il servizio pubblico rappresenterà il Paese reale». Che cosa ciò significhi, passando dalla teoria alla pratica, lo spiegheremo approfonditamente in un articolo successivo, ma per avere un’idea basterà citare una delle misure più assurde. Che si intende assumere, pensate un po’, in nome di un neonato “principio della ridondanza”. Come spiega lo stesso Butti, la Rai deve «razionalizzare l'offerta delle trasmissioni di approfondimento giornalistico allo scopo di evitare ridondanze e sovrapposizioni che possono rendere confusa l'offerta Rai riducendo la libertà di scelta degli utenti. È opportuno che i temi prevalenti di attualità o di politica trattati da un programma non costituiscano oggetto di approfondimento di altri programmi, anche di altre reti, almeno nell'arco di otto giorni successivi alla loro messa in onda». 

In altre parole, decisamente più chiare, chi prima arriva, prima ne parla. E costringe gli altri a mettersi in coda, attendendo «almeno otto giorni» prima di tornare sull’argomento. Così, per esempio, se Vespa fa una trasmissione su Ruby in apertura di settimana, sfruttando il fatto che è l’unico dei talkshow “politici” ad andare in onda di lunedì, prima che qualcun altro se ne possa occupare bisognerà aspettare la metà della settimana successiva. Visti i tempi serrati dell’informazione in generale, e quelli di alcune vicende in particolare, equivale a parlarne sistematicamente a scoppio ritardato, anzi ritardatissimo. Che è più o meno come non parlarne affatto. 

Marco Lambertini

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