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Occhio: deregulation in arrivo

Mentre i media continuano a dare la massima evidenza al Ruby-gate, Berlusconi annuncia la riforma dell’articolo 41 della Costituzione. Detto in breve, via col liberismo sfrenato

di Federico Zamboni 

Un primo attacco, massiccio ma soltanto teorico, lo avevano già sferrato mesi addietro, nel giugno 2010. Ad aprire il fuoco era stato Berlusconi, che intervenendo all’assemblea di Confartigianato aveva detto che «la Costituzione è molto datata, si parla molto di lavoro e quasi mai di impresa, che è citata solo nell’articolo 41. Non è mai citata la parola mercato. Pensiamo a una legge ordinaria, ma serve anche riscrivere l’articolo 41 della Costituzione». Pochissimi giorni dopo si era aggiunto Tremonti, che alla festa nazionale della Cisl aveva anch’egli caldeggiato la riforma dell’articolo 41, lamentando che l’Italia «è un Paese che fa quattro chilometri di Gazzetta Ufficiale l'anno, un chilometro quadrato di regole all'anno. Abbiamo una quantità impressionante e crescente di regole, che hanno l'effetto di un blocco oltre il bisogno: una ragnatela che fa anche paura».

Berlusconi bombardava dall’alto, mirando a distruggere i vincoli concettuali e morali, prima ancora che giuridici, che subordinano la libertà di impresa alle sue ricadute sulla società circostante. Tremonti sparava dal basso, coi “pallettoni” di un buonsenso capzioso che metteva sullo stesso piano ogni tipo di regole: da quelle effettivamente cervellotiche e inutili, anzi dannose, a quelle puntuali e proficue, anzi doverose. Le modalità erano diverse, l’obiettivo identico. Il secondo e il terzo comma dell’articolo 41 della Costituzione, che per quanto largamente disattesi nella pratica fissano pur sempre dei vincoli coi quali il legislatore ordinario è costretto a fare i conti. Saranno anche affermazioni di principio, abbastanza generiche da poter essere ridotte a semplici auspici, ma per gli iperliberisti costituiscono comunque un impaccio del quale si disferebbero volentieri. La prima deregulation, in fondo, è l’eliminazione della Regola per eccellenza: l’economia propone e lo Stato dispone. Siccome ai nipotini di Reagan e della Thatcher fa venire l’orticaria, meglio cancellarla una volta per tutte e riscriverla daccapo. Trasformandola nell’assai più comoda: l’Economia fa quello che le pare e lo stato sta a guardare. Come avrete certamente notato, le maiuscole si sono invertite. 

Ma ricordiamoli per esteso, questi commi che Berlusconi & C. trovano tanto ingombranti. Mentre l’articolo 41 si apre con una premessa che si può piegare a tutti gli usi, asserendo che «L’iniziativa economica privata è libera», il secondo e il terzo stabiliscono che quella libertà non è indiscriminata ma deve rispondere a finalità di carattere generale e che, perciò, deve essere sottoposta a controlli da parte delle pubbliche istituzioni. Comma due: «[essa] Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Comma tre: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

Nella sua lettera aperta al Corriere della Sera, Berlusconi sostiene che per uscire dalla crisi ci vuole «la più grande “frustata” al cavallo dell’economia che la storia italiana ricordi» e afferma che «per fare questo occorre un’economia decisamente più libera, poiché questa è la frustata di cui parlo, in un Paese più stabile, meno rissoso, fiducioso e perfino innamorato di sé e del proprio futuro. [La chiave è] una rinuncia statalista, culturalmente reazionaria, ad andare avanti sulla strada liberale». Fissato l’obiettivo, ecco la strategia: « un grande piano bipartisan per la crescita dell’economia italiana; un piano del governo il cui fulcro è la riforma costituzionale dell’articolo 41, annunciata da mesi dal ministro Tremonti, e misure drastiche di allocazione sul mercato del patrimonio pubblico e di vasta defiscalizzazione a vantaggio delle imprese e dei giovani». 

L’ipotesi bipartisan è morta sul nascere, viste le reazioni negative («insolenti», Berlusconi dixit) dei cosiddetti leader della cosiddetta opposizione, da Bersani a Casini; ma il resto rimane in piedi. La parola d’ordine, tanto per cambiare, è far crescere il Pil con ogni mezzo, fino a portarlo «oltre il tre-quattro per cento»: e se la ricchezza che ne deriva è ottenuta sulla pelle dei lavoratori dipendenti, e distribuita con somma iniquità, pazienza. Poi, sai com’è, non c’è nemmeno bisogno che le previsioni trionfalistiche siano davvero rispettate, in tutto o in parte. Intanto la riforma costituzionale l’hai fatta. Il principio che l’elettroshock della deregulation fa bene lo hai affermato. L’Italia assomiglia sempre di più agli Stati Uniti: e l’omologazione diventa sempre più irreversibile. 

Federico Zamboni


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