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Pdl. E poi la torta finisce... - FREE

L’altra faccia del “do ut des”: semplifica la campagna acquisti ma rende instabili le aggregazioni. Con una maggioranza che dipende da pochi voti e che si basa solo sugli interessi di parte, tutti cercano di andare all’incasso e di ottenere il massimo. Fino al corto circuito   

di Federico Zamboni

Scajola batte cassa. In senso politico, ovviamente. Stando alle indiscrezioni, peraltro avvalorate dalle repliche che hanno subito suscitato, l’ex ministro delle Attività produttive si è incontrato con Berlusconi e gli ha presentato il suo personalissimo “conticino”. Vantando il sostegno di una trentina di parlamentari, e più precisamente di 23 deputati e di 12 senatori, ha prospettato al presidente del Consiglio un’ipotesi per nulla rassicurante, nell’approssimarsi delle votazioni in materia di giustizia: il consolidamento di un nuovo gruppo che prenderebbe le distanze dal Pdl, senza più offrire nessuna garanzia di sottostare alla disciplina di partito. 

La minaccia è concreta. Visti gli attuali rapporti di forza, dopo la secessione dei finiani e la successiva acquisizione di transfughi della più varia provenienza, i margini sono ristretti e si fa presto a dissolvere il vantaggio faticosamente raggiunto. Il ragionamento di Scajola è cinico, ma è tutt’altro che campato per aria. E del resto, vedi i cosiddetti Responsabili, è identico a quello che stanno facendo anche altri. Se nell’affannosa rincorsa alla supremazia perduta ci si è ritrovati a dover accogliere come salvatori della Patria singoli individui come Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, a maggior ragione si dovrà prestare attenzione a chi rappresenta non solo se stesso ma un certo numero di colleghi. Gli accordi verbali non bastano. I ringraziamenti men che meno. L’appoggio ricevuto, o promesso, deve essere contraccambiato in maniera adeguata. In poche parole, a suon di poltrone.

A quanto sembra, del resto, Scajola è possibilista. Non è che abbia un’aspirazione tassativa e inderogabile, di quelle che possono aggravare l’aut-aut e renderlo così aggressivo da pregiudicarne l’accoglimento. Da politico consumato qual è, cresciuto all’inarrivabile scuola della vecchia Democrazia Cristiana, contempla una serie di opzioni che vanno da un incarico di governo a un ruolo di spicco nell’organizzazione interna del Pdl. La più inverosimile, considerato il profilo del personaggio (ben delineato martedì scorso da Davide Stasi) è quella di prendere il posto del dimissionario Bondi alla Cultura. E se in questa veste lo stesso Bondi fa sorridere, col suo aspetto da burocrate ammodino e il suo eloquio puntiglioso e inconsistente – per non parlare delle sue sconcertanti performance di sedicente poeta, con quel loro pigolio pseudo lirico che è il classico morbo dei dilettanti del verso – Scajola lascia attoniti. Ve lo immaginate alla Biennale di Venezia? Gli altri guardano i quadri, lui si chiede quanto costano le cornici. Oppure al Salone del libro di Torino. Qualcuno fa il nome di Borges. Lui chiede di presentarglielo, questo benedetto Borges: «Appena arriva, mi raccomando». E quando gli riferiscono che è morto, nel 1986, se ne rattrista. Ma pazienza. I ministri devono essere dei bravi organizzatori, mica degli artisti o degli accademici. In fin dei conti si tratta di problemi di gestione, più che di contenuti. Con tutto il dovuto rispetto, non è poi troppo diverso dal mettere in piedi il Cantagiro o il Festivalbar, e venire dalla provincia di Imperia («Cinquant’anni di Festival di Sanremo, belìn!») assicura tutto il background necessario. O quasi.

Al di là del caso specifico, comunque, la morale della favola è che ogni medaglia ha il suo rovescio. Ovverosia, se si preferisce dirla in termini economici, che la moneta cattiva scaccia quella buona. In una politica che ha fatto strame di qualunque idealità, riducendo tutto a un gioco di interessi di carattere egoistico, i legami reciproci smettono di essere un vincolo stabile e duraturo, per fare posto a una logica a scartamento ridotto. Poiché l’orizzonte non è la trasformazione della società, ma il tornaconto personale, le convergenze devono portare a vantaggi precisi. Che siano il più possibile immediati. E il più possibile ripetuti nel tempo.

Berlusconi ha incentrato tutto su questo tipo di approccio, e adesso ne sconta le conseguenze. Il suo problema non è che gli si chiedano delle contropartite, che non lo sorprendono affatto e alle quali sarebbe lietissimo di poter provvedere coi propri immensi capitali, ma il fatto che quelle richieste vadano a innescare dei conflitti interni, tra personaggi che non si accontentano di prebende ma che nutrono ambizioni maggiori. Per quanto la compagine di governo si possa ampliare, infatti, i posti a disposizione rimangono relativamente limitati. E quelli di gran pregio lo sono ancora di più. 

Abituato a comprare tutto ciò che vuole, o comunque a ritenere che tutto possa essere acquistato se si ha denaro a sufficienza, il ricchissimo Berlusconi si trova di fronte a una tendenza assai sgradevole, che potrebbe tradursi in una vera e propria impasse: ci sono politici, come appunto Scajola, che alzano il tiro e reclamano la loro fetta di potere. Ma la torta è quella che è e più di tanto non si può ingrandire. A qualcuno si dovrà dire di no. E qualcuno potrà aversene a male, fino al punto di fare qualche colpo di testa. 

Un paradosso: tutti hanno un prezzo, e questo facilita il compito di chi se li compra, però a volte la somma di questi loro prezzi diventa insostenibile anche per il supermiliardario di turno. Anzi, no: per il sistema nel suo complesso.

 

Federico Zamboni

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Rassegna stampa di ieri (13/03/2011)

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