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I pacifisti a intermittenza - FREE

Effetti collaterali della guerra in Libia: qui in Italia esplodono le contraddizioni e le ipocrisie sia della maggioranza che dell’opposizione, in un riposizionamento generale che sconfina nel grottesco. E tra le file dei sostenitori dei missili occidentali contro Gheddafi ecco spuntare persino Dario Fo e Franca Rame

di Alessio Mannino

Pure i pacifisti a targhe alterne ci tocca vedere. Il pacifismo è un innaturale benché coerente principio che ha la sua origine filosofica in Kant e si è affermato in Occidente durante la Guerra Fredda sotto il potente ricatto della bomba atomica, l’arma definitiva capace di distruggere l’umanità. 

Come posizione politica è storicamente un prodotto della tecnologia bellica giunta al suo terrificante culmine con Hiroshima e Nagasaki, le più grandi stragi americane della storia. In Italia, la tradizione pacifista affonda le radici da una parte nell’avversione ai conflitti e alla vita militare propria del cattolicesimo irenico e contadino (la guerra come “inutile strage”) che tuttavia per la Chiesa lascia aperta la possibilità alle guerre “giuste” cioè difensive, dall’altra nel comunismo filo-sovietico che strumentalizzò il Vietnam e l’imperialismo americano per portare le masse in piazza contro gli Usa (anti-americanismo). Soltanto una sparuta pattuglia di integralisti della pace (Pannella, gli ecologisti ecc) possono essere ricordati come pacifisti senza se e senza ma. 

In occasione della proditoria e arbitraria aggressione alla Libia i se e i ma sono diventati veri e propri rovesciamenti di campo talmente grotteschi da far dubitare che ci sia ancora qualcuno dotato di un minimo rispetto per sé stesso. A destra, i banditori della “guerra infinita” di bushiana memoria, gli aedi dell’esportazione della democrazia a suon di bombe, gli araldi di tutte le porcate umanitarie by Nato si sono convertiti ad una prudenza timorata di Dio e del gas e petrolio di Gheddafi. L’ex alleato dai tempi di D’Alema e Prodi che Berlusconi, com’è nel suo stile, adulò fino a farlo scorrazzare in Roma con amazzoni e tendopoli al seguito, viene rimpianto dall’“addolorato” Silvio, dagli scherani Feltri e Sallusti e dalla Lega (Maroni: «era meglio non intervenire») perché il raìs garantiva un certo contenimento degli sbarchi d’immigrati e soprattutto con lui le forniture di energia andavano in gran parte a noi italiani. 

Sarkozy, magnificato fino a ieri come modello di una destra arrembante e vincente e partner di un miliardario contratto per far costruire ai francesi le nostre future centrali nucleari, oggi è un Napoleone in sedicesimo che vuole soffiarci il posto in Libia e perciò diventa il nemico nazionale. E la democrazia da esportare? E il pericolo di nuove Srebenica da sventare? Con prove inventate (le armi di distruzione di massa) i pacifisti dell’ultima ora avevano intonato odi guerriere all’invasione dell’Irak. Passando sopra allo sterminio di civili innocenti séguitano ad approvare, questi pii fraticelli, la fallimentare occupazione dell’Afghanistan (leghisti compresi, anche se storcendo il naso). Qui niente, per loro contano solo gli affari e il tranquillo tran tran che abbiamo perso a causa di quegli sconsiderati guastafeste che si sono messi in testa di rivoltarsi contro il dittatore di Tripoli. 

Più inguardabili dei pacifisti del business sono gli ex pacifisti dell’“armiamoci e partite”. Ve li ricordate i sinistrati del Pd, i repubblichini di Ezio Mauro, i Dario Fo e le Franca Rame avvolti nella bandiera arcobaleno, manifestare a più non posso contro la guerra male del mondo? Puntualmente e senza vergogna, eccoli sostenere con foga la necessità morale di sganciare missili sulla Libia per aiutare i ribelli e impedire a Gheddafi di fare morti. I morti dei bombardieri di “pace”, evidentemente, per loro devono essere un po’ meno morti degli altri. A differenza della prima schiera di scambisti dell’ideale, questi puri gigli di campo sono sempre stati pacifisti a corrente alternata. 

La sinistra al governo con D’Alema si fece in quattro per fare del nostro paese la base degli attacchi a Belgrado nel 1999; per l’Afghanistan gli ultra-democratici accodatisi al “siamo tutti americani” all’indomani dell’11 settembre si misero in riga dietro la smania militarista dell’America di Bush; e ora balbettano di fronte all’infame doppio e triplo pesismo che ignora i massacri in Yemen, in Bahrein e in Siria (senza contare il silenzio calato sull’Egitto, che era e continua ad essere una dittatura militare). Il loro non è nobile, utopistico, nirvanico pacifismo, è solo uno strumento polemico che torna comodo se c’è da imporre il proprio credo totalitario, la democrazia universale di stampo wilsoniano. La sinistra interventista è anche peggio della destra affarista, perché mentre questa si ferma allorquando si avveda che scatenare un conflitto non è conveniente al superiore criterio degli interessi, quella è ottusamente convinta che pur di democratizzare un altro Stato si possa accettare di buon grado il sacrificio di esseri umani di quella parte individuata come i “cattivi”. 

C’è da dire che facendo bene i conti le due fazioni arrivano al pareggio. Nella maggioranza di governo, infatti, per un Carroccio che recalcitra c’è un Pdl impersonificato in queste ore drammatiche da un La Russa estasiato nel ruolo di ministro della Guerra e sostenuto da un elettorato di nazionalisti fuori tempo massimo che sognano un’inesistente Italia neo-coloniale (e invece siamo di fatto una colonia Usa). 

In questo guazzabuglio di voltagabbana matricolati i pochi a distinguersi sono a sinistra Gino Strada di Emergency e Valentino Parlato del Manifesto, pacifisti senza ripensamenti, e a destra il solitario Mario Sechi delTempo. In mezzo al guado sono stati fino a ieri i rossi-rosè di Vendola, che tosto ha agguantato l’opportunità di presidiare l’area di malcontento no-war contro il Pd guerrafondaio. In ogni caso, a uscirne perdente è l’idea pacifista, fatta a pezzi per giustificare tutto e il contrario di tutto.

 

Alessio Mannino

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