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L’immunità: un pasticcio bipartisan - FREE

Ennesima contraddizione del Pd. Da un lato promuove l’inutile raccolta di firme per cacciare Berlusconi. Dall’altro sottoscrive una proposta di legge per reintrodurre il vecchio articolo 68 della Costituzione. In una versione ancora più favorevole ai parlamentari inquisiti

di Alessio Mannino 

Chi può arrivare a pensare di garantire l’impunità non solo al plurinquisito capo del governo, ma all’intera casta parlamentare? Ma il Partito Democratico, naturalmente. La sedicente opposizione raccoglie dieci milioni di firme (gulp!) contro l’odiato Berlusconi, e a Roma presenta una proposta di legge assieme al Pdl per ripristinare l’immunità parlamentare. Anzi, precisiamo: confezionandone una aggiornata ai tempi, estrema, l’ultima frontiera del privilegio. In cui, cioè, non si torna allo scudo voluto dai padri costituenti onde evitare il fumus persecutionis, ma si cancella la possibilità di indagare a prescindere, salvando coloro che dovrebbero essere chiamati col loro nome: delinquenti comuni. Ancorché eletti dal popolo. 

La pensata porta la firma bipartisan di Franca Chiaromonte (Pd) e Luigi Compagna (Pdl), appoggiati dai democratici Sircana e Morando e dall’Udc D’Alia. Prevede che al termine delle indagini, per rinviare a giudizio un parlamentare, il giudice dovrebbe chiedere il permesso alla Camera di appartenenza, che avrebbe 90 giorni per bloccare il processo. Per qualsiasi tipo di reato contestato, senza eccezioni. Nella vecchia immunità modificata nel 1993 sull’onda di Tangentopoli, invece, le Camere potevano negare l’autorizzazione a procedere solo in casi eccezionali, là dove non ci fosse notizia di reato e l’ostilità del magistrato inquirente fosse acclarata (il “fumus persecutionis”, appunto). Nel 1948 quando venne promulgata la Carta costituzionale, infatti, si veniva da vent’anni di fascismo e l’urgenza unanimemente sentita era quella di mettere al riparo la politica da eventuali attacchi giudiziari che volessero colpire l’espressione, magari troppo forte e al limite del lecito, delle opinioni. Ripeto: opinioni, ossia tutto ciò che aveva a che fare con l’attività politica legata alla funzione di deputato o senatore. Non intendevano certo, i padri costituenti oggi fin troppo citati, assicurare un colpo di spugna preventivo per i crimini. 

Nel momento in cui, sotto il diluvio di inchieste di Mani Pulite, ci si arrese all’evidenza che la “persecuzione politica” era un argomento pretestuoso che lorsignori agitavano sistematicamente per giustificare l’abuso dell’istituto immunitario, si eliminò la necessità dell’autorizzazione a procedere che di fatto era stata snaturata. Senza fare gli esterofili obbligati, si noti che nelle altre democrazie occidentali un tale sistema di autodifesa corporativa non c’è. In Inghilterra non esiste alcuna immunità parlamentare. In Germania, seppur prevista, viene di fatto annullata in quanto all’inizio di ogni legislatura il parlamento autorizza automaticamente eventuali indagini a carico dei suoi membri. Lo stesso in Spagna, dove, eccetto in un caso, mai in trent’anni le Cortes hanno negato un’autorizzazione a procedere. 

Ma la Chiaromonte del Pd vive in un mondo tutto suo e dichiara con sommo sprezzo del pericolo: «Punto chiave della proposta di legge 1942 è quello di ripristinare i principi ed i valori della Carta Costituzionale secondo lo spirito dei padri costituenti, gli stessi contenuti nell'abrogato articolo 68 della Costituzione, laddove infatti si proponeva l'immunità parlamentare dei membri delle due camere, previo autorizzazione a procedere del Parlamento nei casi gravi. In questa maniera si garantiva, e si garantirebbe nel caso passasse la mia proposta, non l'impunità dei membri del Parlamento, ma la necessaria separazione dei compiti tra organi politici ed organi della magistratura».

Domanda: quali sarebbero questi rispettivi compiti? Costituzione alla mano, la magistratura dovrebbe indagare i cittadini, parlamentari compresi, se accusati di aver compiuto un reato (potere giudiziario), e i politici dal canto loro dovrebbero legiferare (potere legislativo) e, se al governo, governare (potere esecutivo). È il buon vecchio Montesquieu. La dottrina Chiaromonte, invece, segue la vulgata Berlusconi-Alfano, come noto due insigni giuristi e filosofi della politica, secondo i quali la divisione dei poteri contempla l’ingiudicabilità di chi siede in parlamento e la corrispettiva genuflessione dei pm. Un diritto speciale per i rappresentanti del popolo, che per il fatto di essere tali sono superiori ai normali cittadini anche se corrotti, malversatori e mafiosi. 

I mandarini del Pd, naturalmente, non si sono esposti nell’operazione di soccorso alla maggioranza. Nessun Bersani, D’Alema o Veltroni c’ha messo la faccia. Hanno lasciato che andasse avanti una peone, la Chiaromonte, in modo da poterla scaricare se la mossa dovesse rivelarsi non più utile. Perché è palese che un principio di dignità basilare come l’uguaglianza di fronte alla legge è maneggiata dagli “oppositori” di Silvio come merce di scambio e di trattativa: tu dai l’immunità a me, io concedo qualcos’altro a te. E se così non fosse, l’escamotage può sempre tornar buono per mostrarsi all’opinione pubblica come disponibili al dialogo, il famigerato e becero dialogo. Di riffa o di raffa, la suprema Carta che tutti hanno in bocca viene usata come uno straccio per quello sporco lavoro di inciucio che corre parallelo alle roboanti campagne di protesta anti-berlusconiana. E la chiamano opposizione. 

Alessio Mannino

 

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