Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Che errore, legarsi a Gheddafi - FREE

Il Colonnello era pieno di soldi e qui in Italia si è spianata la strada a qualunque investimento libico nel nostro Paese. L’ennesimo caso in cui i vantaggi immediati hanno indotto ad accantonare sia i giudizi morali che le analisi a lungo termine

di Davide Stasi

È sempre un po’ deprimente dover conoscere ciò che riguarda il proprio paese dai giornali esteri, ed essere obbligati a constatare per loro tramite la vergogna da cui si è travolti. Non che la stampa internazionale sia chissà quale miracolo di indipendenza e obiettività, in senso assoluto, ma quanto meno non è invischiata nelle vicende italiane e, quindi, può osservarle senza preoccuparsi della chiarezza con cui le tratta e dei giudizi sgradevoli ai quali perviene.

Il New York Times si è occupato delle relazioni tra Italia e Libia, in un recente articolo, nella prospettiva della guerra civile in atto nel paese nordafricano. Il quadro che ne scaturisce è miserrimo, e dà la misura di quanto il destino del nostro paese sia legato non tanto alle vicende giudiziarie di Berlusconi, quanto piuttosto agli esiti delle rivolte libiche e alla considerazione internazionale di cui godiamo e godremo di conseguenza.

L’intera comunità internazionale sta agendo con sempre maggiore determinazione nei confronti del dittatore libico, tanto da ipotizzare una sua incriminazione presso la Corte Internazionale di Giustizia. Di fatto, i beni e le partecipazioni a lui collegabili sono stati ovunque congelati. Tranne che in Italia. Dipendiamo dai libici per un quarto del petrolio e per il 10% del gas naturale, senza contare i miliardi di dollari in contratti incrociati. Ed è questo che ci impedisce di allinearci con determinazione agli indirizzi internazionali contro il raìs, di fatto rendendoci se non complici, quando meno fiancheggiatori di una canaglia conclamata.

La nostra politica estera, in merito, fa notare il NYT, è sempre stata piuttosto ambigua, a mezza via tra impegni con la NATO conditi da chiacchiere sui diritti umani e acerrima difesa degli interessi condivisi con un paese prima messo al bando, poi guardato con sospetto da tutta la comunità internazionale. Cosa che non ha impedito all’Italia, a partire dal 2004, quando venne tolto l’embargo che gravava su Tripoli dal 1986, di diventare il primo esportatore di armi verso la Libia. E oggi gli aerei che stanno facendo stragi di civili sono made in Italy, indiscutibilmente.

Le relazioni pericolose con Gheddafi si sono sviluppate poi tramite l’ENI, un soggetto che il NYT non esita a definire più influente sulla politica estera italiana di qualunque altro membro del governo. Presente nel paese dal 1959, ha sviluppato piani energetici e di business con la Libia che traguardano al 2040. Ma il colosso energetico è solo il più esposto tra quelli che hanno business aperti in Libia, e che da un crollo di Gheddafi, seguito da un nuovo ordine, potrebbero avere molto da perdere. Secondo Andrea Nativi, direttore della “Rivista Italiana Difesa”, l’abbandono degli affari aperti con la Libia rappresenterebbe per l’Italia un disastro economico immane.

Solo un colossale intreccio di interessi come quello intercorrente tra Italia e Libia può giustificare la svogliatezza con cui Berlusconi ha commentato e commenta le azioni sanguinarie di Gheddafi. Ci sono volute settimane perché il governo italiano si decidesse a sospendere gli effetti del “trattato d’amicizia” stipulato con Tripoli nel 2008, e venduto all’opinione pubblica come un grande successo di politica estera. Con quel trattato venivamo “perdonati” del nostro passato coloniale, si sancivano ulteriori scambi di affari, specie sul versante dell’energia, e si stabiliva una collaborazione sul tema dell’immigrazione clandestina, con modalità che facevano a pezzi le più elementari norme a tutela dei diritti umani.

Alcune clausole poco note e molto inusuali parlavano di “patto di non aggressione” tra i due paesi, per cui l’Italia si impegnava a non fornire supporto logistico in caso di attacco organizzato alla Libia. In sostanza, una dichiarazione di aperta complicità con il dittatore libico. Oggi che il trattato è stato sospeso, quelle clausole non valgono più, ma per non turbare i vari business, il governo fa il cerchiobottista, e subordina l’utilizzo delle basi alla una copertura di un eventuale intervento armato da parte della NATO e dell’ONU.

Di fatto, sottolinea il NYT, le prese di posizione italiane sono talmente affette da conflitto d’interesse – tanto per cambiare – da risultare irrilevanti nello scacchiere mediterraneo. Insomma, l’Italia conta zero, fa da palo, gioca il ruolo del complice canaglia per preservare i propri (sporchi) affari. Mentre la strage continua e tutti condannano trasversalmente Gheddafi, il governo italiano sta a guardare, attento a capire da che lato buttarsi, sperando, come ha dichiarato Lamberto Dini, che il trattato del 2008 torni in vigore, qualunque sia il futuro corso libico. Una posizione attendista e spregevole che ci isola, ci espone e ci esporrà al discredito internazionale. Ed è altamente simbolico, in questo senso, che il governo mandi esperti italiani a dare una mano nei campi dove si ammassano migliaia di profughi, in fuga dalle bombe sganciate da aerei da guerra. Italiani pure quelli.

 

Davide Stasi

I nostri Editori

Morto un Ffweb se ne fa un altro

Perché dico no all'intervento militare in Libia