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Precari. E disgregati - FREE

Le manifestazioni di sabato avrebbero dovuto avere una partecipazione enorme, considerate la vastità e la gravità del fenomeno. Invece è scesa in piazza solo una piccola minoranza. Motivo: il disagio è comune ma ognuno cerca di venirne a capo per conto suo. E l’instabilità lavorativa degenera nella passività politica

di Alessio Mannino

Purtroppo ha ragione quel figuro del ministro Sacconi. Le manifestazioni di sabato contro la precarietà indette in tutta Italia al grido di “il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta”, di precari ne hanno visti ben pochi: appena 8 mila presenti a Roma, dove si svolgeva l’evento più grande. Segno che le associazioni promotrici (le maggiori erano quelle dei giornalisti freelance, Articolo 21, Rete e Unione Studenti, Arci), i partiti aderenti (Pd, Sel, Rifondazione Comunista, IdV) e persino la potente Cgil non sono stati capaci di portare in piazza i diretti interessati. I quali, limitandosi al campo dei laureati, secondo l’ultimo rapporto AlmaLaurea dovrebbero essere un esercito: solo il 36% dei neo-dottori ha un lavoro stabile (la percentuale scende al 26% per chi ha una laurea “specialistica”, cioè chi è andato fino in fondo nella faticaccia dell’inconcludente “nuovo ordinamento”). 

Un flop che ha una motivazione sociale e politica precisa. Il precariato non costituisce un gruppo omogeneo per interessi. Volendo riesumare una categoria marxiana che nella nostra società individualizzata e parcellizzata ha fatto il suo tempo, non esiste una “classe” di giovani sfruttati contrapposta ad una classe di sfruttatori. La generazione cocopro è fatta da una massa pulviscolare di storie personali irriducibili l’una all’altra, tante quante sono le forme di contratto che ogni azienda stipula col singolo lavoratore. Il comun denominatore è il tempo determinato e la mancanza di garanzie (zero contributi pensionistici, niente ferie pagate ecc) ma la relazione fra padrone e prestatore di manodopera è individuale o comunque sentita come tale, il che fa lo stesso. 

In altre parole l’ingegnere costretto per campare a fare il cameriere non ha la percezione di un’identità d’interessi col giornalista pagato 4 euro lordi a pezzo (per dirla sempre alla Marx, non ha una coscienza di classe). Tutt’al più prova un sentimento di affinità nella sventura, della serie “siamo tutti nella merda, così va il mondo” e amen. A minare alla radice nel singolo precario ogni possibile consapevolezza di non essere un’isola solitaria, una monade chiusa nel suo guscio, contribuisce potentemente l’imperante cultura individualista, che indebolisce legami e appartenenze secondo il mito fasullo del self made man, dell’“imprenditore di se stesso”, della persona libera da tutto che coltiva l’illusione di farcela in splendida solitudine. 

In queste condizioni, il semi-occupato flessibilizzato, mercificato, usa e getta non riesce neppure a mettere a fuoco che il suo problema è un problema collettivo. Quindi non trova la spinta ad attivarsi, a partecipare alle mobilitazioni, a considerarsi parte di un insieme più vasto di lui. Si sente impotente, rassegnato, frustrato. La sua scontentezza si fa scetticismo, e lo scetticismo apatia. Complice una generale debolezza della politica, dal suo orizzonte è scomparso finanche il bisogno di trasfondere il proprio risentimento in azione comune. Si indigna, certo. S’incazza, senza dubbio. Ma siccome, per fortuna per lui e tuttavia, verrebbe da dire, per sfortuna di tutti, non muore di fame grazie al vero welfare italiano, la famiglia, la lotta per la sopravvivenza non lo costringe come un tempo ad alzare le orbite fisse sulle difficoltà quotidiane e a mettersi in gioco per cambiare le cose. 

D’altronde, non avrebbe a chi rivolgersi. I partiti sono i terminali esecutori dell’ingiustizia che patiscono e le loro teatrali contrapposizioni fanno da paravento  al colpevole a monte, che è l’intera architettura industrial-finanziaria che detta legge e condiziona le leggi e non viene sfiorata dalla minima contestazione (se non in settori delimitati, minoritari e fatti astutamente passare come casi-limite ideologici, vedi la battaglia tra la Fiat e la Fiom per i metalmeccanici). Soli, senza un nemico chiaro, portati a credere che impegnarsi in fondo sia un’inutile perdita di tempo, sotto il perenne ricatto di imprese prive di obblighi per cui un curriculum vale l’altro, è giocoforza che la moltitudine dei precari se ne stia alla larga dai cortei, anche quando organizzati apposta per darle voce. 

È proprio vero: la precarietà uccide la vita. La vita, però, si incarica sempre, prima o poi, di riprendersi la rivincita. Non so se è più convinzione o speranza, ma credo che con tutta la sua mostruosità l’economia non sia ancora riuscita a piegare del tutto la natura. Ci vorrà una Fukushima economica per vedere se è vero. 

 

Alessio Mannino

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