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Assad, complotti e promesse

Nel suo più lungo discorso televisivo il presidente siriano Assad ha denunciato che il suo Paese ha subito «un attacco mediatico senza precedenti» e che «ci sono state 60 televisioni nel mondo che hanno lavorato contro di noi». Sono dichiarazioni che hanno un certo fondo di verità: il tentativo di preparare il terreno ad uno scenario libico c’è stato, ed è ancora in atto, ma anche se è stata “capovolta la realtà” così tante volte quante lui sostiene, Assad non è oggi più dittatore di quando era uno stimato leader.

Il Presidente siriano ha anche affermato che non sarebbe «qui senza il sostegno del popolo» dal quale il suo «ruolo non può prescindere» e che se lascerà il potere lo farà solo «per volontà del popolo», aprendo così a future elezioni che, in forma di referendum sulla nuova costituzione, dovrebbero aver luogo ad inizio marzo.

Assad ha purtroppo abituato ad un’alternanza di promesse seguite invece da repressione, tuttavia le critiche al suo discorso, specie di fonte araba, che vi vogliono vedere un incitamento alla violenza, sono eccessive ed ingiustificate. Non c’è nessun bisogno di incitare alla violenza: ormai i morti non sono solo le vittime della repressione, ma anche quelle della rivolta.

(fm)

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